Elementi di attualità

nel sistema preventivo

di don Bosco

Francesco Motto

Le innovative modalità previste dagli organizzatori di queste giornate mi esimono dall’esporvi un’articolata riflessione sul tema affidatomi (con tanto di apparato bibliografico), come solitamente avviene nei convegni in cui un argomento viene analizzato sotto vari punti di vista dai singoli relatori. Così ad esempio è avvenuto nella XVIII settimana di spiritualità della Famiglia Salesiana (1995), che ha espressamente studiato Il sistema preventivo verso il terzo millennio.
In questo caso invece mi è stato chiesto semplicemente di presentare degli "Elementi di attualità nel Sistema Preventivo" [=SP], allo scopo di offrire agli uditori la possibilità di un dialogo-confronto fra di essi e il contesto giovane odierno in cui viviamo, fra di essi e le “proposte-provocazioni”’ presentate in questa stessa sede.
Con l’adozione di tale metodo di lavoro potremmo anche dire di essere in sintonia con Don Bosco [= DB] dal momento che il suo “sistema” educativo, fondato su alcuni principi generali, è stato praticato, verificato e perfezionato in quello che è stato definito il “laboratorio pedagogico” di Torino-Valdocco.
Nello spazio di tempo concessomi mi limiterò ad enunciare in forma rapsodica - senza cioè un evidente e stretto legame logico-lineare fra i singoli punti - alcuni “principi pedagogici, espressi ed intenzionali, del SP. Di essi indicherò prima di tutto la dimensione storica e poi le possibilità e le condizioni di attualizzazione dei medesimi, al fine di indicare una via di superamento delle modalità attuative donboschiane non più consone ai tempi.
Va da sé che, nel vasto panorama di SP antichi e moderni - il Dizionario di scienze dell’educazione riporta ben 42 voci sotto la voce ‘educazione’ - ci riferiremo solo al SP di DB, vale a dire quello pensato, praticato e proposto dal nostro padre e fondatore.

Premessa: SP attuale perché attualizzato

Prima di procedere è però necessario fare qualche altra precisazione. Se è vero che la storia – la scienza che aiuta a comprendere il passato - non dà ricette per il futuro (la storia non è progetto) è altrettanto vero che l’attualizzazione - in quanto comprensione del passato in funzione di una messa in opera nel presente e di una proiezione nel futuro - non può scambiarsi per invenzione, senza cioè un legame con la storia (l’attualizzazione non è creazione ex novo)
Ora, come si sa, il SP di DB è decisamente “datato”, in quanto adeguato e consono ad un mondo che non esiste più; è però sempre attuale e vitale, ma non perché lo si afferma spesso o lo si scrive da ogni parte, ma unicamente in quanto viene seriamente attualizzato (innovato, “tradotto” decodificato, inculturato, approfondito, ripensato, integrato, aggiornato…), alla luce delle moderne problematiche educative, ovviamente ignote a DB.
Questo potrà avvenire a quattro condizioni, due positive e due negative:
1. se il SP verrà colto nel suo significato "storico" in relazione ai suoi tempi e indefinitamente "storicizzato", tenendo presente che il significato che noi, figli del secolo XX, diamo al lessico donboschiano ottocentesco non è quasi certamente quello davano e percepivano DB, i suoi giovani, i suoi contemporanei.
2. se si terrà conto dei progressi delle scienze che vi sono implicate e soprattutto delle tante rivoluzioni che hanno cambiato il mondo e, con esso, i giovani.
3. se non verrà ideologizzato, ossia tradotto in schemi che ne assolutizzino un aspetto come fosse il tutto: il SP è spiritualità, pastorale, catechetica, assistenza sociale, attività ludica, pedagogia, assistenza educativa e tanto altro ancora.
4. se non ci saranno troppi "attualizzatori", che lo "inventano" a proprio uso e consumo, magari sulla base di letture biografiche e bibliografie ormai superatissime o anche della stanca ripetizione di semplici formule e frasi, talora anche mal intese.
In sintesi, anticipando quanto verrò dicendo, si tratterà, da parte degli operatori sul campo e degli studiosi, di svolgere le grandi virtualità del SP, di modernizzarne i principi, i concetti, gli orientamenti primigeni, di reinterpretare sul piano teorico e pratico vuoi le grandi idee di fondo del SP che tutti conosciamo (la maggior gloria di Dio e la salute delle anime; la fede viva, la ferma speranza, la carità teologico-pastorale; il buon cristiano e l’onesto cittadino; l’allegria, studio, e pietà; le tre S; la pietà moralità, cultura, civiltà; l’evangelizzazione e civilizzazione… ), vuoi i grandi orientamenti di metodo (farsi amare prima di - se vuoi, piuttosto che - farsi temere; ragione, religione, amorevolezza; padre, fratello, amico; familiarità soprattutto in ricreazione; guadagnare il cuore; l’educatore consacrato al bene dei suoi allievi; ampia libertà di saltare, correre, schiamazzare a piacimento…). E tutto ciò per giovani “nuovi”, chiamati a vivere in una vastissima ed inedita gamma di situazioni e problemi, in tempi decisamente mutati nei quali le stesse scienze umane sono in fase di riflessione critica.

1. Educazione preventiva in duplice versione

Per le prime tre idee-forza prendiamo lo spunto da quanto scrive don Bosco in una lettera inedita del 1846 al sindaco e alle autorità comunali di Torino:

“In tutti questi tre luoghi [di Torino] col mezzo d’istruzioni, scuole, e ricreazioni si inculca costantemente il buon costume, l'amore al lavoro, il rispetto alle autorità e alle leggi secondo i principii di Nostra Santa Cattolica Religione: ci sono le scuole domenicali intorno i principii della lingua italiana, aritmetica e sistema metrico […] Si dovette pure aprire un Ospizio per ricoverare 25 a 30 giovani dei più abbandonati e necessitosi. Sinora ogni cosa progredì coi soccorsi di alcune zelanti e caritatevoli persone Ecclesiastiche e Secolari […], tendendo essa [tale opera] unicamente ad impedire, che la gioventù non resti preda dell'ozio, del disordine, e dell'irreligione” (“Ricerche Storiche Salesiane”, 43, 2003, n. 2 pp. 343-344 ).


L’essere e l’operare di DB fin dai primordi manifestano caratteristiche assistenziali, sociali e pedagogiche. Per DB il presupposto per un discorso educativo vero e proprio è la sollecitudine per il soddisfacimento dei bisogni fondamentali dei giovani: vitto, vestito, alloggio, sicurezza, lavoro, sviluppo fisico e psichico, inserimento sociale, un minimo di valori ecc. Viene poi - ma i due momenti non sono cronologicamente separabili - l’educazione vera e propria del giovane volta alla promozione ed all’espansione della dimensione cognitiva, affettiva ed etica: competenza decisionale, capacità di responsabilità morale e civile, indispensabile cultura di base e professionale, cosciente e coerente impegno religioso ecc.

Dunque il SP si modula in due distinte operazioni: un’assistenza che provvede ai bisogni umani primari nel tentativo di prevenire i possibili pericoli di disagio e ogni forma di marginalità umana culturale e sociale; e una prevenzione propriamente educativa (o anche rieducativa) per una maturazione sociale, morale e religiosa del giovane.
Tale discorso sembra oggi ancora attuale, considerando come, a seguito dalle profonde trasformazioni avvenute nella società, sia in atto un deciso recupero delle valenze assistenziali e sociali del SP, come anche di quelle valoriali proprie della sfera affettiva, emotiva, naturale e soprannaturale.
Rispetto a DB sono logicamente cambiate le condizioni di fattibilità e le versioni in cui il SP si è realizzato. L’intento pedagogico di DB si è tradotto in una varietà di iniziative diverse dalle attuali (o comunque concepite diversamente da oggi) e in applicazioni che hanno richiesto sì metodologie adeguate alla diversità delle stesse; sempre però all’interno di una società fondamentalmente omogenea o ritenuta tale, per cui non risultava troppo arduo il trasporre il medesimo sistema in mondi eterogenei.
Oggi l’impegno educativo si estende sempre di più e i compiti dell’educatore sono sempre più difficili da eseguire e verificare. Se un tempo vi erano quasi solo il cortile, la chiesa, il laboratorio, la scuola, oggi siamo in presenza di diversi tipi di scuole, di istituti educativi e terapeutici, di comunità di accoglienza per ragazzi e giovani in difficoltà, di centri di prevenzione contro la tossicodipendenza, di consultori, di interventi umanitari per i giovani che vivono per la strada, di campi profughi con gran numero di ragazzi e giovani, di centri di accoglienza per immigrati… E tutto ciò all’interno di una società complessa e cosmopolita.

2. Lo spazio sempre più “aperto” per un’educazione preventiva

DB ha attuato il suo progetto attraverso la cooperazione di vaste cerchie di persone. Nell’utopia di un movimento vasto come il mondo ha sognato la collaborazione e la complementarità di tutti i cattolici militanti e di tutti gli uomini di buona volontà interessati al futuro dell’umanità. Concretamente però la sua esperienza si è attuata per lo più in un istituto: un sistema “istituzionale” chiuso, separato, apolitico, autonomo dove tutto si svolgeva all’interno di un preciso spazio educativo autosufficiente, dove i maestri ufficialmente riconosciuti erano DB e i suoi ”figli” e dove vigeva un’unica e semplice cultura: quella cattolica della classe popolare, la cui unica aspirazione era il provvedersi di sufficienti mezzi di vita terrena, in attesa del premio celeste di tale vita.
Oggi per poter praticare il SP sembra invece necessario il massimo coinvolgimento, con relativa responsabilità morale, di tutti gli “operatori“ di educazione, auspicabilmente di tutti gli adulti che, a vario titolo, incidono sull’educazione dei giovani e sulla loro capacità di compiere scelte esistenziali: genitori, insegnanti, educatori, assistenti e operatori socio-sanitari, politici, economisti, amministratori a tutti i livelli, agenzie educative, organizzatori scolastici, gestori di mezzi di comunicazione di massa, associazioni culturali, sportive, di tempo libero, religioni, chiese.
Per la valorizzazione della funzione educativa di tale galassia di adulti si richiede necessariamente un progetto educativo, che contempli orientamenti etici, strumenti giuridici, sussidi economici, strutture capaci di coordinare, mettendole sinergicamente in rete, tutte le forze attive disponibili a dare il loro contribuito alla crescita umana della gioventù. Formare alleanze condividendo strategie, tempi, modalità comporta logicamente non piccole difficoltà, tenuto conto della disomogeneità e divergenze delle forze in questione. Ma si tratta di una conditio sine qua non per cogliere i frutti del nostro impegno educativo .

3. Un nuovo fondamento antropologico e teologico dell’ “onesto cittadino e buon cristiano”

IL SP di DB si fonda su una visione dell’uomo, del cittadino e del cristiano tradizionale, semplice, propria di un’epoca storica che non è più la nostra e che oggi rivela tutti i suoi limiti.
L’onesto cittadino del terzo millennio non è più quello inteso da DB, figlio di un tempo in cui non si concepiva una “politica attiva” se non ad opera di una minoranza ricca e privilegiata, di cui difficilmente avrebbero fatto i preadolescenti o gli adolescenti poveri o del ceto medio raccolti nelle sue case. Neppure è quello che, nell’analisi e nella valutazione delle problematiche e del disagio sociale, tende, come DB, a ricercarne le cause unicamente nelle responsabilità morali e religiose dei singoli e non nei condizionamenti e determinismi di indole economica, politica, sociale, giuridica ecc. E neanche è solo quello piuttosto passivo che obbedisce alle leggi, non dà problemi alla giustizia, pensa unicamente ai “fatti suoi”. Il passaggio dall’assolutismo monarchico al parlamentarismo liberale prima e alla democrazia poi, il sorgere della “questione sociale” con il socialismo, il marxismo, il sindacalismo, la dottrina sociale della Chiesa, la richiesta universale di cittadinanza attiva e democratica ecc. hanno lasciato pesantemente il segno. Così come lo lasciano oggi l’inarrestabile avanzata del pluralismo, della globalizzazione, delle moderne tecnologie informatiche e telematiche, della pluriculturalità diffusa.
Nella stessa prospettiva è evidente anche il buon cristiano di oggi non sia più quello che concepiva DB e tanti come lui: un minimo di formazione religiosa, recezione consuetudinaria dei sacramenti, devozioni ai santi quali modelli e ideali di vita cristiana, lettura esclusiva di “buoni” libri, obbedienza assoluta alle legittime autorità ecclesiastiche dentro l’unica arca di salvezza (la Chiesa cattolica), una vita di progresso nelle virtù che poi si sarebbe felicemente conclusa con una morte virtuosa. Un secolo di riflessione teologica e un Concilio Vaticano II sarebbero passati invano e la multireligiosità e multiconfessionalità del mondo di oggi non indicherebbero nulla.
Bisogna dunque prendere atto che la ben nota formula di “onesti cittadini e buoni cristiani” è oggi da rifondare sul piano antropologico e su quello teologico, è da reinterpretare storicamente e politicamente.
Una rinnovata antropologia dovrebbe individuare, tra i valori della tradizione, quali siano da sottolineare nella società postmoderna e quelli invece nuovi da proporre; una rinnovata riflessione teologica dovrebbe precisare i rapporti fra fede e politica, fra diverse fedi; una rinnovata analisi storico-politica dovrebbe comporre educazione e politica, educazione e impegno sociale, politica e società civile. In altri termini dovrebbero rispondere alle seguenti domande:
a. cosa significa essere "uomo", "donna", "giovane”, “cristiano”, “membro della chiesa” in questa aurora del terzo millennio?
b. che significa oggi il concetto bisecolare di “dovere di cittadino”? E’ traducibile – e in che modo - in quello moderno di “responsabilità” morale e sociale a livello sopranazionale?
c. sono ancora oggi accettabili, in un contesto secolarizzato, pluralistico, plurietnico e plurireligioso, la subordinazione del fini temporale a quello trascendente, la preminenza dei valori individuali rispetto a quelli sociali, dei fattori religiosi rispetto a quelli terreni, degli elementi cattolici rispetti a quelli semplicemente cristiani o neppure cristiani, dei “valori” europei rispetto a quelli propri di altre aree geografiche?
d. come superare la quasi totale carenza nell’esperienza donboschiana – che con l’intenzione di formare dei buoni cittadini tendeva ad “estraniare” gli educandi dal contatto quotidiano con la realtà esterna all’opera salesiana - di un’educazione vera e propria al “sociale” e al “politico”?
e. come modernamente riempire le vistose lacune del SP di DB in fatto di educazione giovanile all’affettività, alla sessualità, all’amore umano, dal momento che esso, attuato per altro in un ambiente non misto secondo l’uso dei tempi, è sempre stato al riguardo reticente, unicamente teso al semplice controllo e al “silenzio”, benché facesse dell’ “amorevolezza” uno dei suoi capisaldi?

4. Attenzione pedagogica e psicologica

Scriveva DB nel 1862, tracciando il bilancio di 20 anni di lavoro tra i giovani

“Per conoscere i risultati ottenuti da queste scuole, dagli Oratori e dalla casa detta Oratorio S. Francesco di Sales bisogna dividere in tre classi gli allievi: discoli, dissipati, e buoni. I buoni si conservano e progrediscono nel bene in modo meraviglioso. I dissipati, cioè quelli già abituati a girovagare, poco a lavorare, si riducono anche a buona riuscita coll’arte, coll’assistenza, coll’istruzione e coll’occupazione. I discoli poi danno molto da fare; se si può ad essi far rendere un po’ di gusto al lavoro, per lo più sono guadagnati. Coi mezzi accennati si poterono ottenere alcuni risultati che si possono esprimere così: 1° che non diventano peggiori; 2° molti si riducono a far senno, quindi a guadagnarsi il pane onestamente; 3° quelli stessi che sotto la vigilanza parevano insensibili, col tempo si fanno, se non in tutto almeno in qualche parte, più arrendevoli. Si lascia al tempo di rendere profittevoli i buoni principii che poterono conoscere come debbansi praticare” (P. Braido, Don Bosco per i giovani: l’”Oratorio , una “congregazione degli Oratori. Documenti in “Piccola Biblioteca dell’ISS, n. 9, pp. 74-75).


Nella descrizione della tipologia giovanile DB ricorre normalmente a brevi formule come quella citata, frutto quasi unicamente della sua diretta esperienza sul campo. Non potendo fare affidamento sulle scienze psico-pedagogiche allora agli albori, non avendo specifici studi personali al riguardo, il suo quadro di riferimento per l’analisi sociale in cui si muoveva era carente di criteri atti ad operare sul piano strutturale. Si è pertanto “consacrato” all’educazione del singolo giovane, per di più raccolto nel suo istituto e dunque “protetto” sul piano fisico, psichico, intellettuale, spirituale.

Oggi tutte le forze che intendono rifarsi al SP hanno bisogno di fare appello ad un quadro teorico di riferimento ampio ed articolato, modulato sulle esigenze dei nostri giorni. Si pensi solo ai mondi evocati da termini quali mutazione antropologica, decostruzione del pensiero, codice etico universale, tolleranza, globalizzazione, interdipendenza, interculturalità, plurietnicità, nuove paideie…
Oggi sulle reali condizioni giovanili - per quanto sempre cangianti e diversificate per situazioni e problemi - si possono avere informazioni sistematiche grazie a raffinati strumenti di ricerca e di analisi sociologica e psicologica. E queste informazioni ci dicono che l’età giovanile si è dilatata oltre misura, che stante le attuali condizioni giovanili e il contesto conflittuale in cui crescono andrebbero considerati “abbandonati”, “pericolosi e pericolanti” (= a rischio)” per dirlo con DB, quasi tutti i giovani del mondo.. Altrettanto si può affermare circa le effettive “potenzialità” del fanciullo, ragazzo, adolescente, giovane, giovane-adulto per i quali viene messo in atto il processo educativo.
Ne consegue la possibilità di una maggiore personalizzazione di esso in rapporto alla “libertà” effettiva dell’educando, alle sue richieste di autonomia nello scegliere obiettivi e mezzi per raggiungerli, alle “energie” di cui è portatore (vitalità, idealità, desideri, e anche irrequietezze, contraddizioni, ragioni, passioni) che vanno rispettate e aiutate a svilupparsi con risorse e modalità differenziate nelle diverse stagioni della vita. E’ sempre poi augurabile un più positivo apprezzamento e una più esplicita utilizzazione delle energie interiori del giovane, con l’accresciuto ricorso alle autonomie personali e di gruppo nella cooperazione educativa. Ne conseguirà pure un maggiore attenzione al pluralismo educativo in cui i giovani crescono.

5. Santità e salvezza

Nella teleologia pedagogica donboschiana la salvezza dell’anima è il motivo ispiratore che dà vita al suo dinamismo e al suo metodo educativo, in piena sintonia con la pastorale ottocentesca che dell’ansia per la salvezza faceva un imperativo categorico del proprio agire.
Il fine ultimo dell'educazione preventiva di DB - che oggi definiremmo un’esistenza umana individuale, sociale e religiosa compiuta - è storicamente espresso nella classica espressione di “salvezza dell’anima”. Essa è il punto di arrivo di un lungo cammino iniziato su questa terra attraverso una vita di grazia di cui è garante la Chiesa, che può crescere fino a forme eroiche di amore di Dio e del prossimo. In tal caso siamo di fronte alla santità da altare, alla santità canonizzata.
Ma santità altrettanto vera e propria, la più diffusa - la “feriale” per restare al tema di queste giornate - è anche quella di chi vive in stato di grazia abituale perché è riuscito, con lo sforzo personale e con l’aiuto dello Spirito, ad evitare il peccato nelle forme più comuni dei giovani: cattivi compagni, discorsi cattivi, impurità, scandalo, furto, furto, intemperanza, superbia, rispetto umano, mancanza ai doveri religiosi…
La capacità di conseguire tale “salvezza-santità” è condizionata dalle diverse disposizioni o disponibilità delle succitate categorie di giovani “discoli, dissipati, buoni”. Pertanto saggia pedagogia è quella del SP di DB, che, in relazione alle diverse capacità di capire, assimilare e vivere, agisce con gradualità, differenziazione e gerarchizzazione di fini, di contenuti, di proposte.
Ma anche la “santità” tour court non è un obiettivo proposto solo a qualche ragazzo “buono”, a qualche élite aristocratica, ma a tutti i giovani di Valdocco, studenti e artigiani indifferentemente: “è volontà di Dio che ci facciamo tutti santi; è assai facile di riuscirvi; è un gran premio preparato in cielo a chi si fa santo”. Solo che i migliori presero alla lettera tale vocazione; uno per tutti, Domenico Savio, vissuto nel “piccolo seminario di Valdocco” (“Io mi sento un bisogno di farmi santo, e se non mi fo santo, io fo niente. Iddio mi vuole santo ed io debbo farmi tale”; altri la realizzarono in solo maniera pregevole (Francesco Besucco, Michele Magone), altri ancora come potevano. E sarà poi DB ad indicar a ciascuno l’itinerario congruo, dalle forme più alte di costante contatto col Signore a quelle, più semplici, di compimento del proprio dovere quotidiano.

6. Il noto trinomio

a. L’educatore in sintonia con DB crede che la ragione è dono di Dio, ed è grazie ad essa che si possono scoprire i valori del bene, fissare gli obiettivi da perseguire e trovare mezzi e modi per raggiungerli. Alla ragione e alla ragionevolezza (che diventa facilmente buon senso, sano realismo, autentico rispetto delle persone) si collega la capacità dell’educatore di adattarsi ai vari ambienti e situazioni in cui si trova ad operare, di prestare una diversa attenzione ai singoli giovani. Nel SP la ragione appare come un mezzo educativo fondamentale in quanto essa deve avere la meglio sull’impostazione violenta, sull’accettazione indiscussa del comando. Una ragione che va anche educata attraverso lo studio, la scuola, l’istruzione, rispettosa dei valori umani e cristiani. Nell’introduzione di uno dei suoi primi libri, la Storia Sacra, DB scrisse: “In ogni pagina ebbi sempre fisso quel principio: illuminare la mente per rendere buono il cuore”.
Ma anche la ragione, come le altre due parole del trinomio, sono da rileggersi alla luce di evidenti rivoluzioni di concetti e di mentalità. All’epoca di DB e per buona parte del secolo successivo la “cultura” salesiana si è rivelata molto tradizionale, conservatrice, e per lo più unicamente funzionale ad una professione o studentesca o artigiana; anche la modalità di trasmissione di tale “cultura” è stato prevalentemente autoritaria, chiusa a libere letture, alla ricerca personale, al confronto e al dibattito.
Oggi a fronte della razionalità tecnologica, dell’evasione nell’emozionale immediato, dell’avvento del “pensiero debole” e insieme della domanda di “pensiero critico” all’interno di una “società liquida”, la ragione è invitata a recuperare la pienezza del suo significato e delle sue funzioni: osservare, riflettere, capire, provare, verificare, cambiare, adattarsi, decidere, sviluppare, assimilare prontamente, e in modo flessibile, tutte le proposte e le suggestioni provenienti dal “campo di lavoro educativo” e dalla riflessione accademica.
Ed è proprio con la “ragione” che si costruisce quell’antropologia aggiornata ed integrale di cui sopra, con la quale l’educatore legge attentamente i segni dei tempi e ne individua i valori emergenti che attraggono oggi i giovani: la pace, la libertà, la giustizia, la solidarietà, la partecipazione, la promozione della donna, le urgenze ecologiche…

b. La forma più alta della ragione-ragionevolezza umana è l’accettazione del mistero di Dio. Per DB la religione costituisce l’obiettivo massimo, l’elemento unificatore di tutto il suo sistema di educazione. La religione, intesa sia come religiosità che come religione positiva, si pone al culmine del processo educativo, ma nello stesso tempo è strumento di educazione, funzionale ad una vita cristiana orientata alla comunione con Dio creatore e Gesù redentore. DB è convinto che non sia possibile una vera educazione senza un’apertura al trascendente:
Non si tratta di una religione speculativa e astratta, ma di una fede viva, radicata nella realtà, fatta di presenza e di comunione, di ascolto e di docilità alla grazia. Non per nulla “le colonne” dell’edificio educativo sono l’Eucaristia, la Penitenza, la devozione alla Madonna, l’amore alla Chiesa e ai suoi pastori. L’educazione è allora un “itinerario” di preghiera, di liturgia, di vita sacramentale, di direzione spirituale: per alcuni, risposta alla vocazione di speciale consacrazione; per tutti, la prospettiva e il conseguimento della santità.
Quella che fu preoccupazione di DB di fronte ai fenomeni dell'indifferentismo, dell'anticlericalismo, della irreligiosità, della proselitismo protestante, del paganesimo non dovrebbe essere molto diversa da quella degli educatori di oggi, ai quali però si chiede un ben più sodo e approfondito confronto cultura-fede, non fosse altre per il fatto che fra loro e don Bosco si colloca, come s’è accennato, il secolo che ha visto il modernismo, il movimento liturgico, la fondazione e il rinvigorimento della morale e della spiritualità, il ritorno alle fonti del messaggio cristiano annunciato nella Scrittura, il Concilio Vaticano II, l’ecumenismo, la riscoperta del ruolo dei laici nella Chiesa… e anche, contemporaneamente, guerre e rivoluzioni politiche e sociali di dimensioni planetarie, diffusione di una mentalità relativistica nei campi sia del sapere che del vivere, ricorrenti fondamentalismi e cortocircuiti tra religione, stato, politica, crisi del diritto internazionale…

c. Il termine Amorevolezza è onnipresente nella letteratura salesiana, anche se inteso in modalità diverse. E’ costituita da una vera disponibilità per i giovani, simpatia profonda per loro, capacità di dialogo, bontà, cordialità, comprensione. Propria dell'educatore preventivo, essa si traduce nell’impegno di essere un persona "consacrata" al bene degli educandi, sempre presente in mezzo a loro, pronta ad affrontare sacrifici e fatiche nell’adempiere la propria missione.
Siamo così pervenuti ad un altro termine “mitico”: l’assistenza, sovente unicamente inteso come assillante e onnipresenza fisica in grado di difendere un minore e proteggere un debole sprovveduto, senza porre sufficiente attenzione al rischio di bloccarne il naturale e legittimo processo di autonomia maturante.
Nella prospettiva dell’amorevolezza vengono privilegiate le relazioni personali. DB ama usare il termine familiarità per definire il rapporto corretto tra educatori e giovani. Il quadro delle finalità da raggiungere, il programma e gli orientamenti metodologici da seguire acquistano concretezza ed efficacia, se improntati a schietto spirito di famiglia, cioè vissuti in ambienti sereni, gioiosi, stimolanti. A questo proposito va almeno ricordato l’ampio spazio e la dignità dati da DB al momento ricreativo, allo sport, alla musica, al teatro e al cortile. È nella spontaneità ed allegria dei rapporti che l'educatore sagace coglie modi di intervento, tanto lievi nelle espressioni, quanto efficaci nei risultati per la continuità e per il clima di amicizia in cui si realizzano. Per non parlare dell’esperienza di gruppo, elemento fondamentale della tradizione pedagogica salesiana.
Oggi l’amorevolezza tradizionale andrebbe ripensata tanto dei fondamenti, quanti nei contenuti e nelle sue manifestazioni. Lo esigono l’inedito rapporto tra adulti e giovani e l’autocoscienza di questi, sempre più attenti a lasciarsi “catturare” affettivamente e pericolosamente dagli adulti (pedofilia), la critica situazione delle loro famiglie, caratterizzata dalla mancanza di relazioni fraterne (figli unici), di costante presenza della madre (inserita nel mercato del lavoro ) di rapporti duraturi fra genitori (divorzi, separazioni).
Si rende così quanto mai necessario “inventare una concreta e articolata “pedagogia preventiva familiare”, che riapplichi, con particolare cura critica, in situazioni mutate, i concetti chiave del “sistema”, in particolare la problematica “amorevolezza”, oscillante tra creatività affettiva, senso rassicurante di appartenenza, possessività ansiosa, violenza” (P. Braido, Prevenire, non reprimere…,p. 403).
E come lo stesso “spirito di famiglia” rivissuto e attualizzato, dovrebbe superare quelle forme di paternalismo e di familismo proprie del passato per giungere ad attuare relazioni “libere” e liberanti, autenticamente personalizzanti, anche l’”assistenza£ intesa come “chiusura di porte e finestre” dell’ambiente giovanile e presenza costante dell’educatore accanto al giovane dovrebbe fare i conti con giovani che autonomamente navigano su Internet, comunicano con cellulari, interagiscono con centinaia di canali televisivi, si incontrano dove e come vogliono.
Così pure per rispondere alle legittime, esplicite e sempre più frequenti richieste di forme di attivismo, di autogoverno, di autogestione, il SP dovrebbe proficuamente e nei limiti del possibile coniugarsi con esse, valutandole con attenzione e soddisfacendole nelle forme più idonee.

7.Educatore padre, fratello ed amico

L’efficacia del SP risiede nella capacità dell’educatore, programmare attuare, controllare i contenuti del proprio intervento; in altri termini: di sapere esattamente cosa vuole, che cosa fare e cercare. In un certo modo si potrebbe dire che Il SP è l’educatore. L’espressione potrebbe suonare esagerata se non fosse che nella mens di don Bosco l’educatore è il detentore incontestato dell''intero sistema.
Il primo compito dell’educatore è dunque quello di esserci e di non stare fuori del campo dove viene giocata la partita. Se è vero che nell’educando ci sono tutte le disposizioni per realizzare la sua vita piena, è altrettanto vero che, lasciato a se stesso, potrebbe correre il rischio di non attuare tutte o completamente le sue possibilità di crescita.
L’educatore sicuro e rassicurante, consapevole del proprio compito e responsabile, autorevole e non autoritario, cerca di instaurare un autentico dialogo e un costruttivo confronto con un giovane. Vitalmente implicato nella relazione educativa, la sua personalità, il suo passato, le sue paure, le sue ansie incidono sulla formazione dell’educando. E’ la sua persona che educa.
Oggi, lo si è appena detto, le relazioni giovani-adulto si sono profondamente trasformate rispetto a quello del tempo di don Bosco, il che comporta anche in questa prospettiva un modo radicalmente nuovo di interpretare e sperimentare l’ idea e il ruolo stesso di educatore “padre”, “fratello”, “amico”. E’ anzitutto necessario che, non ritenendosi più possessore e interprete unico del sistema, e così imporre o proporre certezze preconfezionate, egli si renda capace di interpretare i bisogni giovanili difficilmente esprimibili da loro stessi, di accompagnarli nella loro non facile ricerca delle risposte alle domande fondamentali della vita, di rispettarli nel loro diritto di essere e sentirsi protagonisti, di ridurre la propria funzione predominante per educarsi mentre educa sia sul facile terreno del confronto che su quello difficile, ma altrettanto utile, dell’inevitabile scontro. ,
Nell’educatore il giovane non cerca più tanto il padre che pensa a tutto in sua vece, l’amico che gli organizza il tempo libero, il fratello che si interessa della sua crescita, l’adulto che distribuisce ordini, o il sorvegliante che minaccia castighi, ma l’uomo capace di mettersi accanto a lui, più attento alla sua persona che alle esigenze generiche dell’educazione, più disponibile ad offrirgli un contributo positivo allo sviluppo delle sue potenzialità inespresse. che non attento a unicamente neutralizzare gli elementi negativi e controproducenti.

Conclusione

Non rimane che concludere come oggi sembri necessario non tanto il richiamo e l’approfondimento del concetto restrittivo del SP, quanto il richiamo e l’approfondimento della prevenzione come intervento meditato, precoce e diffuso, che promuova serie di iniziative atte a orientare le risorse delle singole fasce giovanili verso progetti allettanti e validi, a predisporre per esse opportunità di crescita tali che non solo favoriscano la conoscenza del mondo e delle cose – a questo provvede più che sufficientemente l’internet - ma soprattutto ne facciano crescere il senso della vita e il gusto del bene e del positivo.
Educare in questi scenari proponendo esperienze valide e coinvolgenti; far crescere i giovani dall'interno facendo leva sulla libertà interiore e contrastando i condizionamenti esteriori; “conquistare il cuore” dei giovani per invogliarli serenamente verso i valori, correggendo le deviazioni e contenendone le passioni; prepararli al futuro accoppiando alla formazione della mente l'acquisizione di abilità operative; arrivare là dove nascono e si radicano i comportamenti dei giovani per sviluppare in loro una personalità capace di decisioni proprie e di discernimento; abilitarli i giovani alla concretezza della vita sociale ed ecclesiale: ecco il difficile compito dell’educatore che intende ispirarsi al SP di DB.
Le radici sono solide, le sorgente limpide e da esse può rinascere, in forme ricche di futuro, quell’aggiornato “Nuovo Sistema Preventivo” auspicata già dal Rettor Maggiore don Egidio Viganò, ma non ancora organicamente composto. Potrà sorgerà grazie allo sforzo congiunto di gruppi preparati e di consessi non solo giuridicamente "autorevoli", che vedono necessariamente coinvolti SDB, FMA, CC, EE.AA, gruppi della famiglia generale in genere, con l’aiuto di storici, teologi, spiritualisti, pedagogisti, educatori e pastori. Ad un “Nuova Educazione”, che deve fa riscontro alla “Nuova Evangelizzazione”, non può mancare il cospicuo contributo di un ”Nuovo Sistema Preventivo”.

Bibliografia recente

Il volume scientifico maggiormente qui utilizzato è P. BRAIDO, Prevenire, non reprimere. Il sistema educativo di don Bosco (= ISS, Studi, 11, marzo 2000), in particolare il capitolo conclusivo (376-404); altrettanto si dica del volumetto, divulgativo, F. MOTTO, Un sistema educato sempre attuale. Torino, LDC 2000; (introduttivo ad una serie di altre nove). Divulgativo pure C. NANNI, Il Sistema preventivo di Don Bosco. Prove di rilettura per l’oggi. LDC 2003. Sempre utile MARTINELLI - G. CHERUBIN, Il sistema preventivo verso il terzo millennio. Atti della XVII settimana di spiritualità della Famiglia Salesiana, Roma 1995.
Per le fonti si veda P. BRAIDO (ed.), Don Bosco educatore. Scritti e testimonianze. (=ISS, fonti, serie prima, 9). Roma LAS, 19973..Per la letteratura sul SP in genere si rimanda a due repertori bibliografici editi dall’ISS: Bibliografia generale di don Bosco: vol. 1˚ Bibliografia italiana 1844 1992, a cura di S. GIANOTTI. Roma, LAS 1996; vol. 2˚ Deutschsprachige Don Bosco Literatur 1883 1994, zusammengestellt von H. DIEKMANN. Roma, LAS 1997. Bibliografia aggiornata è reperibile nel volume di P. RUFFINATTO, La relazione educativa. Orientamenti ed esperienze delle Figlie di Maria Ausiliatrice (= Il Prisma n.28). Roma LAS 2003. Un costante aggiornamento è offerto dai repertori editi in “Ricerche Storiche Salesiane”.
Quanto a specifiche problematiche educative si vedano le singoli voci nel Dizionario di scienze dell’educazione (coord. J. M. PRELLEZO, Roma, LDC – LAS - SEI 1997.

(FONTE: Giornate di spiritualità n. 22, Santità feriale)