Sistema preventivo

Sistema preventivo

Juan Vecchi

1. Significato e fonti

Il movimento educativo e pastorale che si ricollega alla figura di Don Bosco si sente portatore di un insieme di ispirazioni pedagogiche ed erede di una prassi educativa che denomina in forma generale e sintetica Sistema Preventivo.
L'espressione non è per sé atta a dischiudere il contenuto e la visione globale di questa pedagogia. Rimane comprensibile per gli iniziati che conoscono il repertorio aneddotico e sono frequentatori degli scritti del grande Educatore.
Gli scritti stessi però sono un ’espressione limitata e parziale di questa pedagogia. Essi non mancano certo di originalità, ma non bisogna cercare in essi né la sistemazione ordinata delle idee, né la completezza organica del discorso. Sono narrativi, didattici, alle volte confidenziali e familiari. Hanno come finalità comunicare un’esperienza certamente riflettuta e approfondita. La sintesi agognata e promessa da Don Bosco sul Sistema Preventivo non è stata mai da lui stesa; Don Bosco ci ha lasciato soltanto una specie di indice di essa, in cui traspare un certo senso d’insoddisfazione per la mancanza di espressività e trasparenza del testo.
Al di là degli scritti c e la storia personale di Don Bosco che è la manifestazione più completa del suo sistema. Scritti pedagogici e vita vanno, dunque, avvicinati contemporaneamente, e allo stesso tempo va recuperata tutta quella riflessione spicciola che tante volte si concentra in brevissimi detti, lettere e consigli. Non si tratta tanto di capire un sistema di idee, ma di entrare in contatto con una vocazione pedagogica, con un’esperienza vitale e con una spiritualità.
Inoltre va rilevato che non è possibile in Don Bosco staccare il Sistema Preventivo e la prospettiva educativa da altre preoccupazioni che li accompagnano e per qualche momento li superano, sottraendogli anche del tempo: la preoccupazione caritativa per cui voleva liberare dalla povertà e dalla miseria i giovani e si sottometteva per loro al compito gravoso di elemosiniere, la tensione pastorale che lo portava a cercare la salvezza cristiana del popolo e a intervenire in altri campi dell'azione ecclesiale come la diffusione di libri, la costruzione di templi, le missioni. Già dunque l'avvicinamento alla fonte non consente semplificazioni, schematizzazioni o enfatizzazioni di formule limitate.
Però il sistema non è rimasto completo alla morte di Don Bosco. Ereditato da un movimento di educatori è stato applicato da questi in una grande varietà di contesti culturali ed espresso in programmi educativi diversificati. Per una comprensione adeguata vanno ricollegati, dunque, e confrontati la fonte (biografia, scritti di Don Bosco), la prassi susseguente, cioè la diffusione di questa ispirazione educativa in nuovi mondi e nuove iniziative, e la riflessione elaborata dai seguaci sulla propria prassi e nel confronto con nuove correnti di pensiero.
Sarebbe sbagliato voler desumere la globalità del «sistema» soltanto da Don Bosco, ignorando cento anni di storia. Si tratta infatti di una pedagogia aperta che assimila contenuti e metodologie attorno a un certo nucleo identificatore, che si arricchisce non soltanto con nuovi approcci alle fonti, ma anche con nuove aperture teoretiche e pratiche. In ciò continua la legge che ha regolato il suo nascere e i suoi primi sviluppi. Difatti nella prassi e nella riflessione di Don Bosco si trovano collegamenti con i fermenti pastorali ed educativi del suo tempo. Il quadro dottrinale che lo guida recepisce le idee proposte dalla teologia e dalla formazione umanistica di allora. Si esprime e lavora con queste idee, facendo i ridimensionamenti pratici che l’esperienza gli suggerisce. Nelle iniziative assume sovente i modelli esistenti (oratorio, scuola, laboratori), sebbene immetta in essi uno stile particolare. Quando delineiamo la sua originalità appare con sufficiente chiarezza che ci troviamo davanti ad un assimilatore, ad un sintetizzatore. Ci sono canali di alimentazione che lo uniscono alle correnti, alla mentalità, ai problemi e alle iniziative del suo tempo, sebbene egli non rifletta semplicemente l'ambiente, ma selezioni, trasformi, sintetizzi e dia a ciascun elemento un’intensità e una collocazione singolare.
La sintesi finale risulta originale soprattutto per gli atteggiamenti pratici e per le soluzioni concrete. Il dialogo con le correnti pedagogiche e pastorali contribuisce ad approfondire intuizioni che hanno bisogno di esplicitazioni, e ad incorporare nuovi stimoli.
Da quanto detto scaturisce un criterio per la comprensione e l’aggiornamento del Sistema Preventivo e per una progettazione educativa che voglia ispirarsi ad esso. Le formulazioni troppo sintetiche e troppo accettate e ripetute rischiano di eclissare la ricchezza originale e gli interrogativi che più interessano la prassi attuale, se non vengono decodificate. Più che norme o precisi obiettivi pedagogici, sono ispirazioni o criteri di partenza che vanno rivisitati e ritradotti in metodologie e itinerari adeguati all’oggi.
È da prendersi come un’indicazione necessaria per un serio approccio al Sistema Preventivo, lontano dalla retorica e dalla devozione, quanto asserisce Don Pietro Braido: «Affermata l’idea che Don Bosco non ci ha lasciato soltanto un influsso indefinito di bene, o u n ’ispirazione generica, è necessario dire una parola sulla natura dinamica del sistema nel momento della creazione e oggi in tempo di traduzione. Non potrebbe giustificarsi il riferimento esclusivo a momenti o documenti particolari o ritenuti privilegiati nella sua vita» (Braido, 1982, 5).
Un sistema, dunque, che si sviluppa ancora, pur avendo una direzione nel suo movimento, che è stato sempre lo stesso nella sua identità e che può essere anche nuovo nelle sue manifestazioni e nell’organizzazione concreta dei contenuti.

2. Un’ispirazione unitaria

La prima cosa che dobbiamo tener presente quando ci prefiggiamo una traduzione attuale del patrimonio pedagogico e pastorale di Don Bosco è la portata reale della parola sistema. Si è discusso se Don Bosco era il creatore di un sistema o soltanto di un metodo e di uno stile (Braido, 1964, 21-46). Si è chiarito che non si deve cercare in Don Bosco un sistema pedagogico in senso tecnico, rigoroso, scientifico e formale sino a fare di lui un «pedagogista», cioè un teorico della pedagogia o della pastorale. Si sa che l’elaborazione dell’insieme di ispirazioni e iniziative non ha seguito il cammino tipico delle sistemazioni intellettuali. È stato notato anche che non siamo davanti ad un uomo incline a far delle costruzioni concettuali: non era nel suo temperamento, non glielo permettevano gli impegni assillanti, non faceva parte dei suoi obiettivi. Eppure sono da valutarsi per le conseguenze pratiche alcune conclusioni a cui, dopo attento studio, giungono gli studiosi. Pur non volendo «imprigionarsi» in un sistema rigido e stereotipato che gli troncasse la libertà e la sveltezza di movimenti di fronte a nuove iniziative o nuove esigenze. Don Bosco era molto cosciente degli obiettivi da raggiungere e delle strade da percorrere. Così come aveva una particolare visione dell’uomo, della società e del mondo che serviva da supporto e quadro di riferimento per le sue scelte educative. È chiaro dalla sua biografia che non «operò a caso in campo educativo», ora adottando un metodo, ora un altro. In tutte le attività si rivelò non improvvisatore, ma paziente «tessitore”. Il concetto responsabile che ha della missione educativa e alcune sue raccomandazioni, per esempio il quaderno delle esperienze, ce lo mostrano come un uomo che assimila, cerca nella continuità e confronta. Anche se noi conosciamo la sua esperienza attraverso aneddoti, fatti, detti brevi e sintesi non esaustive, è possibile, “osservando la sua pratica e cogliendo le sue intuizioni, ricostruire una visione complessa e organica sia dei suoi princìpi teoretici ispiratori, sia delle sue applicazioni metodologiche» (Braido, 1964, 59-63). Bisogna distinguere, ai fini di una migliore comprensione, due tempi nell’esperienza di Don Bosco; due tempi che non si contrappongono, né si negano; anzi si susseguono come al momento dell’analisi segue il momento unificatore. Il primo si colloca quando, lavorando da solo, giovane sacerdote, guidato da intuizioni germinali e fondamentali, incominciò i suoi incontri con i ragazzi. È il tempo dell'oratorio ambulante, ricco di creatività e modello dell'atteggiamento personale, della capacità d'incontro e di dialogo, il tempo della ricerca di soluzioni per i problemi dei giovani. Nel secondo momento molte delle intuizioni iniziali, senza perdere nulla della loro freschezza e vitalità, si erano concretizzate ormai in una comunità di educatori, con tratti spirituali caratteristici e con una prassi definitiva, che applicava un metodo pedagogico con obiettivi chiari, con convergenza di ruoli pensati in funzione di un programma stabilito, capace di creare iniziative coerenti con gli obiettivi scelti. È in questo momento di maturità storica che le esperienze diventano sistema e Don Bosco si propone di tram andarle nella forma più organica possibile, esplicitando la concezione di fondo e indicandone i capisaldi. Ne sono prova tre documenti fondamentali e cioè II Sistema Preventivo nell’educazione della gioventù (1877), i Ricordi confidenziali ai Direttori (1871 e 1886) e la lettera da Roma considerata «il documento più limpido ed essenziale della pedagogia di Don Bosco» (Ricaldone, 1951, 79). Sistema, dunque, indica un insieme unitario e coerente di contenuti da trasmettere, vitalmente connessi, e una serie di metodi o procedimenti per comunicarli. Indica anche un insieme di processi di promozione umana, di annuncio evangelico e di approfondimento della vita cristiana, fusi armonicamente in una prassi (CG 1978, n. 80). La parola sistema ci richiama a una sintesi di elementi diversi che si spiegano e si appoggiano vicendevolmente, ad una convergenza armonica di fattori che s’illuminano e s’influenzano reciprocamente, nessuno dei quali si può eliminare senza che gli altri ne soffrano e soprattutto senza che ne soffra l’insieme. La sistematicità, intesa come armonia di elementi, si percepisce negli obiettivi articolati che conformano una particolare immagine di uomo. È difficile pensare una formazione religiosa, come il Sistema Preventivo la propone, senza tenere in conto quella particolare maturazione umana che lo stesso sistema offre, e viceversa. Il sistema non permette di dimenticare o di porre fra parentesi uno di questi aspetti senza che l’altro ne risenta. La coerenza degli elementi si percepisce anche nell’unità degli interventi, tutti ispirati all’amorevolezza, che conferisce al sistema una solida unità metodologica. L’unità dell’insieme è stata scoperta con più chiarezza man mano che si è approfondita e rivissuta l’esperienza originale e il suo successivo sviluppo. In un primo tempo il Sistema Preventivo è apparso quasi esclusivamente nel suo aspetto di metodo pedagogico. È stato poi esteso a tutte le attività degli operatori, esplicitamente educative e non, come un particolare criterio pastorale. Infine si è insistito che pedagogia e pastorale suppongono, comportano e allo stesso tempo sviluppano una spiritualità. Si sono ricollegati così tutti i punti di un circuito di istanze ed ispirazioni che vanno dalla coscienza e dalla vita degli educatori, alle iniziative di lavoro, mettendo sotto un'unica luce e ispirazione stile comunitario, programmi di attività, obiettivi, contenuti e metodi pastorali. Sono da confrontarsi, dunque, anche oggi la concezione dell’uomo storico, gli obiettivi educativi, la figura dell’educatore, la metodologia generale, gli interventi tipici e i contenuti delle diverse aree. Senza questa visione globale riesce difficile pensare ad una traduzione fedele e ad un’applicazione odierna che superi l’esemplarismo morale. Non giova l’affermare isolatamente qualche elemento singolo, collocandolo per tentazione enfatica come unico ispiratore del sistema. Taluni hanno parlato della bontà, tralasciando il solido tessuto di contenuti ed impegni, altri hanno enfatizzato la creatività senza badare alla valutazione delle istituzioni insita nel sistema. Non mancò chi isolasse la catechesi, non vedendo che questa va inserita in un processo di crescita umana, o chi, insistendo sull’aspetto educativo o promozionale, non si accorse che si tratta di una promozione evangelica. La sintesi, il carattere unitario, sebbene aperto e dinamico, la coerenza di prospettive, l’ispirazione organica, sono la prima condizione per un ’ulteriore analisi di elementi singoli. Questi non an-dranno studiati nel loro significato formale e isolato, ma piuttosto attraverso una comparazione con gli altri punti del sistema.

3. Il criterio preventivo

«Due sono i sistemi in ogni tempo usati nell’educazione della gioventù: preventivo e repressivo” (SSP 1965, 291). È evidente che in parecchie affermazioni di Don Bosco la preventività non è soltanto un elemento particolare nel sistema, ma una caratteristica globale, un punto di coagulo, una prospettiva. È dunque indispensabile approfondirne il significato. L’idea preventiva accompagna costantemente l’educazione cristiana sin dalle prime manifestazioni, ed è legittimata da presupposti teologici, psicologici e pratici. Nei primi decenni del xix secolo si afferma anche nei settori politico e sociale, con il duplice intento di arginare, prima che dilaghi, il male che tende a crescere e diffondersi, con misure di vigilanza e controllo; e in secondo luogo con lo scopo di rimuovere le cause radicali delle piaghe sociali attraverso la promozione delle persone (Braido, 1981, 2°, 271). Si tratta di precludere la strada alla criminalità, alla delinquenza, alla mendicità con la carità, l'assistenza all’infanzia, il soccorso alla gioventù pericolante, con l’istruzione religiosa. «La categoria del preventivo unifica l’intera gamma delle opere di beneficenza e cioè di assistenza e di educazione per i poveri” (Ib. 274). L’idea è particolarmente applicata all’educazione, che viene considerata come forma completa ed efficacissima di prevenzione. Il discorso dell’educazione come prevenzione è anteriore a quello della preventività nell’educazione. Nella stessa linea viene considerata la religione che esercita “la più sublime e la più valida influenza, soprattutto nella sua espressione suprema che è il Cristianesimo” (Ib. 278). Non sarebbe difficile raggranellare negli scritti e nei commenti del tempo citazioni che facciano vedere l'estensione del concetto di preventività, il suo significato articolato e la sua svariata applicazione. Altrettanto facile sarebbe collegarle per far emergere il punto di riferimento finale: la salvezza della persona e la preservazione e lo sviluppo della società in una determinata linea. Non sono mancate costellazioni di educatori, apostoli e benefattori che hanno applicato il criterio preventivo, ne hanno difeso la validità, ne hanno spiegato il senso e hanno coniato persino espressioni identiche a quelle che noi troviamo in Don Bosco, come: sistema preventivo, disciplina preventiva, metodo preventivo, ecc. Don Bosco viene considerato un rappresentante emergente del Sistema Preventivo nell’opera assistenziale e nell’educazione, particolarmente per ciò che si riferisce all’aspetto pratico-operativo e alla sua diffusione. Che abbia assunto la mentalità e l’idea preventiva sembra fuori dubbio. Lui stesso ci narra come gli balenò nella mente, mentre visitava le carceri e rifletteva sulla sorte dei giovani carcerati. «Vedere turbe di giovanetti, sull’età dai 12 ai 18 anni, tutti sani, robusti, d’ingegno svegliato, ma vederli là inoperosi, rosicchiati dagli insetti, stentar di pane spirituale e temporale, fu cosa che mi fece inorridire... Chi sa, diceva tra me, se questi giovanetti avessero fuori un amico, che si prendesse cura di loro, li assistesse e li istruisse nella religione nei giorni festivi, chi sa che non possano tenersi lontani dalla rovina o almeno diminuito il numero di coloro che ritornano in carcere?» (MO 123). Di essa sembra abbia fatta la prima sintesi e contrapposizione pubblica, quando nell’aprile del 1854 spiegò all’incuriosito ministro Rattazzi il suo sistema con queste parole: «Vostra Eccellenza non ignora che vi sono due sistemi di educazione: uno è chiamato sistema repressivo, l'altro è detto sistema preventivo. Il primo si prefigge di educare l’uomo con la forza, col reprimerlo e punirlo, quando ha violato la legge, quando ha commesso il delitto; il secondo cerca di educarlo colla dolcezza, e perciò lo aiuta soavemente ad osservare la legge medesima... Anzitutto qui si procura d’infondere nel cuore dei giovanetti il santo timor di Dio, loro s’inspira amore alla virtù ed orrore al vizio, coll’insegnamento del catechismo e con appropriate istruzioni morali; s’indirizzano e si sostengono nella via del bene con opportuni e benevoli avvisi, e specialmente colle pratiche di pietà e di religione. Oltre a ciò si circondano, per quanto è possibile, di un’amorevole assistenza in ricreazione, nella scuola, sul lavoro; si incoraggiano con parole di benevolenza, e non appena mostrano di dimenticare i proprii doveri, loro si ricordano in bel modo e si richiamano a sani consigli. In una parola si usano tutte le industrie, che suggerisce la carità cristiana, affinché facciano il bene e fuggano il male per principio di una coscienza illuminata e sorretta dalla Religione» (Braido, 1981, 2°, 314-315). Il significato formale del termine preventivo «non è più atto a donarci la chiave del segreto profondo della pedagogia di Don Bosco» (Braido, 1969, 90). Ma va rilevato che attraverso una serie di approfondimenti e sintesi successive emergono con chiarezza il suo senso fondamentale e le sue applicazioni pratiche. Preventivo significa:
– anticiparsi al prevalere di situazioni o abitudini negative in senso materiale o spirituale; non, dunque, una pedagogia o un’azione sociale clinica di recupero, ma iniziative e programmi che dirigono le risorse della persona ancora sane verso una vita onesta;
– sviluppare le forze interiori che daranno al ragazzo la capacità autonoma di liberarsi «dalla rovina, dal disonore»;
– creare una situazione generale positiva (famiglia, istruzione, lavoro, amici...) che stimoli, sostenga, sviluppi la comprensione, dia il gusto del bene: «far amare la virtù, mostrare la bellezza della religione»;
– vigilare e «assistere»: essere presenti per evitare tutto quello che potrebbe avere delle risonanze negative definitive, o che più immediatamente potrebbe guastare il rapporto educativo che serve da mediazione per le proposte e i valori: è l'aspetto protettivo e disciplinare delle preventività;
– liberare dalle occasioni che superano le forze normali dei ragazzi, senza per questo rinchiuderli in un ambiente superprotettivo; non mettere alla prova del male, ma impegnare le forze già risvegliate in esperienze positive. Il significato complesso e ricco della preventività che si estende alle iniziative, al metodo educativo, allo stile disciplinare, si chiarisce con questo vocabolario: anticipazione, sviluppo e costruzione della persona, condizionamento positivo, presenza stimolante, misura nelle richieste e nelle esigenze, aiuto personale per superare i momenti attuali positivamente mentre ci si prepara per il futuro.

4. Obiettivi e contenuti: l’uomo e il cristiano; la persona e il cittadino

Il programma educativo e pastorale è orientato da una concezione dell'uomo inteso non soltanto come essenza, ma anche come esistenza storica. Due grandi aspetti caratterizzano questa visione. Per farla diventare programma anche per i giovani Don Bosco l’esprimeva in formule semplici ma chiare:
– buon cristiano e onesto cittadino;
– salute, sapienza, santità;
– evangelizzazione e civilizzazione;
– studio e pietà;
– bene dell'umanità e della religione;
– avviare i giovani sul sentiero della virtù e renderli abili a guadagnarsi onestamente il pane della vita;
– lavoro a pro’ delle anime e della civile società;
– diventare la consolazione dei parenti, l'onore della patria, buoni cittadini in terra per essere poi un giorno fortunati abitatori del cielo. Ultimamente il significato di queste formule è stato ritradotto in nuove espressioni: «promozione integrale cristiana», «educazione liberatrice cristiana», «evangelizzare educando ed educare evangelizzando».
In fondo comprende la ragione e la religione, l’uomo e il suo incontro vitale con Dio, la dignità umana e la salvezza eterna, il Vangelo e la storia, il mondo con la sua consistenza e l’appello alla trascendenza. A ciascuno di questi due aspetti si riconosce un proprio valore e tutti e due confluiscono a formare l’uomo completo. Il sapere (lo studio), il dovere (la responsabilità), la buona educazione (i rapporti), il lavoro (la professionalità), il rispetto dell'ordine pubblico (la socialità) conformano la dimensione culturale non come un compartimento stagno dalla fede e dalla religione, ma come espressioni concrete di queste. «Il nostro programma sarà inalterabilmente questo; lasciateci la cura dei giovani e noi faremo tutti i nostri sforzi per far loro il maggior bene che possiamo, che così crediamo di poter giovare al buon costume e alla civiltà” (BS 1877, 2). La moralità, la coscienza, la fede, la conoscenza delle verità del cristianesimo, la pratica religiosa, l’impegno nella comunità ecclesiale conformano la dimensione religiosa, non staccata dalle esperienze umane, ma dando a queste profondità e senso. I due aspetti non sono giustapposti, ma si permeano, si sostengono e si aiutano mutuamente. La ragione è piena di motivi che provengono dalla fede, per cui il senso del dovere è religioso, la socialità affonda le sue radici nel precetto e nell’esempio di carità che ci viene da Dio; la m oralità si basa su di un ordine naturale che è manifestazione della legge divina e sui precetti rivelati. Viceversa la religione è ragionevole e richiede la comprensione delle verità che ci si propongono, l’applicazione alla vita concreta per umanizzarla, e spinge verso impegni storici valutabili. Ma ancora non è detto tutto: tra i due grandi aspetti, culturale e religioso, umanistico e trascendente, promozionale ed evangelizzatore, c’è una gerarchia. Tutti, credenti e non, hanno riconosciuto che la sintesi pedagogica di Don Bosco è caratterizzata dall’anima religiosa, dalla centralità della fede. Nell’integralità c’è, dunque, un «primum» in importanza: il cuore religioso della persona. L’uomo ben formato e maturo è quello che colloca, al vertice del sapere, la conoscenza di Dio; al vertice del proprio progetto, la salvezza eterna; al centro della propria coscienza, il rapporto con Dio. C’è ancora una particolarità da sottolineare: l’ideale integrale di Don Bosco è caratterizzato dalla moderazione, che rifugge sia dal futurismo dell’uomo nuovo e inedito, sia dalla volontà di restaurazione che riproporrebbe il ritorno alle vecchie espressioni e gli adeguamenti di condotte a forme retrive di vita individuale e sociale. È un tentativo di sintesi tra l’essenziale e Io storico, tra il tradizionale e l’innovativo. L’uomo che Don Bosco ha davanti è una sintesi di credente della tradizione e di cittadino dell’ordine nuovo, di colui che è cosciente del suo orizzonte definitivo e vive nella temporalità. II tutto è stato attuato in un primo tempo in un contesto parti80 colare: quello cristiano e occidentale. Nel suo ambiente la Chiesa, per quanto travagliata da difficoltà a causa di alcuni fenomeni in crescita, era sempre un fatto visibile e rilevante. I sacramenti, la Madonna, il tempio erano riferimenti familiari ai ragazzi. La società che Don Bosco prospetta e di cui i suoi ragazzi sarebbero dei cittadini attivi, è un’ideale «societas christiana», costruita sui nuovi ideali dell'uguaglianza relativa, della pace e della giustizia, assicurati dalla morale e dalla religione. Così come la persona doveva essere buon cristiano e onesto cittadino, la società costruita dai suoi sforzi doveva divenire spazio di pace e di benessere e contemporaneamente stimolo alla fede e alla salvezza. È stato poi trasferito in ambienti dove l’atteggiamento religioso non ha le espressioni, i segni e i momenti cristiani. E affronta oggi sia gli ambienti non cristiani, sia quelli in cui la religiosità popolare ha una sua vitalità, sia quelli dominati dalla mentalità secolaristica. Applicato con duttilità, gradualità e sincero rispetto verso i valori umani e religiosi presenti presso le culture e le religioni dei giovani, esso produce frutti sul piano educativo, libera energie di bene, e in non pochi casi pone le premesse di un libero cammino di conversione alla fede cristiana. Pure con questa diversità secondo il livello dei giovani è vero che tutto il progetto educativo trova la sua ispirazione e le sue motivazioni nel Vangelo (CG 1978, n. 91). È interessante avvicinare alcune interpretazioni più recenti del binomio ragione-religione, come sintesi contenutistica e come espressione di un obiettivo. Il «primum» della religione comporta, secondo queste riformulazioni, tre opzioni. La prima è che tutte le attività e proposte che gli educatori offrono, qualunque sia la loro natura e il loro livello, hanno un’intenzione evangelizzatrice. Quando il Vangelo non è ancora proposto esplicitamente, la vita e gli atteggiamenti degli educatori lo manifestano e lo offrono in maniera desiderabile. La chiarezza dell’obiettivo si accorda con la gradualità della strada, l’unità dei criteri con la differenziazione della proposta là dove i mezzi pedagogici della religione non sono proponibili. In secondo luogo comporta il collegare profondamente il Vangelo con la cultura e il progresso culturale con il Vangelo. Si tratta di far vedere come le grandi aspirazioni individuali e sociali trovano in Cristo e nella comunità che lo continua una risposta adeguata e una proposta che rimanda ancora più in là della richiesta. L’itinerario può partire da interessi culturali. In questi bisogna fare u n ’opera di liberazione, per superare istinti di possesso individuale; bisogna stimolare a porsi delle domande sul senso di questi interessi e valori, spingendo la ricerca verso le spiegazioni ultime, e aprire così, non appena si presenta l’opportunità, il discorso sulla umanità di Cristo. Infine l’incontro con Dio sarà lo scopo ultimo dell'educazione, sia che si possa proporre esplicitamente fin dall’inizio, sia che si debba assumere una pedagogica gradualità ritmata al passo della libertà del giovane; sia che questo incontro avvenga con la mediazione esplicita e accettata di Cristo e della Chiesa, o rimanga soltanto un’istanza della coscienza e come una manifestazione ancora generica del senso religioso. Religione vorrà dire, dunque, formazione spirituale, sviluppo del senso religioso, educazione della religiosità, rilevanza alla problematica esistenziale, informazione evangelica, conoscenza di Gesù Cristo secondo il livello dei giovani. La ragione e l’istanza umanistica richiamano invece alla conoscenza profonda della condizione dei giovani, per scoprire quali degli stimoli, che loro respirano, facilitano una realizzazione piena e quali vi si oppongono. Richiedono anche la sollecitudine per i valori che in una determinata cultura esprimono l’ansia di completezza umana e di progresso, secondo le condizioni e sfide a cui questa cultura è sottoposta. Un quadro di valori e istanze attuali che traduce il richiamo alla “ragione” come contenuto può essere quello formulato in un momento di riflessione dagli educatori che si rifanno al Sistema Preventivo: “Sul piano della crescita personale vogliamo aiutare particolarmente il giovane a costruire una umanità sana e equilibrata, favorendo e promovendo:
– una graduale maturazione alla libertà, all’assunzione delle proprie responsabilità personali e sociali, alla retta percezione dei valori;
– un rapporto sereno e positivo con le persone e le cose che nutra e stimoli la sua creatività, e riduca conflittualità e tensioni;
– la capacità di collocarsi in atteggiamento dinamico-critico di fronte agli avvenimenti, nella fedeltà ai valori della tradizione e nell’apertura alle esigenze della storia, così da diventare capace di prendere decisioni personali coerenti;
– una sapiente educazione sessuale e all’amore che lo aiuti a comprenderne la dinamica di crescita, di donazione e di incontro, all’interno di un progetto di vita;
– la ricerca e la progettazione del proprio futuro per liberare e convogliare verso una scelta vocazionale precisa l’immenso potenziale che è nascosto nel destino di ogni giovane, anche nel meno umanamente dotato. Sul piano della crescita sociale vogliamo aiutare i destinatari ad avere un cuore e uno spirito aperti al mondo e agli appelli degli altri. A questo fine educhiamo:
– alla disponibilità, alla solidarietà, al dialogo, alla partecipazione, alla corresponsabilità;
– all'inserimento nella comunità attraverso la vita e l’esperienza del gruppo;
– all’impegno per la giustizia e per la costruzione di una società più giusta e umana (CG 1978, n. 90). L’istanza umanistica porta a valutare positivamente le istituzioni educative e culturali, dove si è fatto lo sforzo di raccogliere il meglio delle aspirazioni di una cultura e ad inserirsi attivamente nel loro dinamismo.

5. Il principio del metodo: l'amorevolezza

Il «sistema” contempla anche un insieme sufficientemente organico d ’interventi, di metodi e di mezzi con cui il ragazzo viene interessato e stimolato all’autosviluppo. L’ispirazione del metodo è coerente con l’obiettivo e con i contenuti. Inoltre ricollega in una solida unità d ’indirizzo i diversi momenti educativi, i diversi itinerari, le diverse proposte. Il principio che ispira in forma unitaria la metodologia è l’amorevolezza. Essa è una realtà complessa, sostanziata di atteggiamenti, criteri, modalità e comportamenti. Il suo fondamento e la sua sorgente vanno ricercati nella carità che ci è stata comunicata da Dio e per cui l’educatore ama i giovani con lo stesso amore con cui il Signore li ama, non solo per ciò che riguarda l’intensità, ma anche per ciò che riguarda la modalità espressa nell’umanità di Cristo. Ma l’amorevolezza si caratterizza perché la carità viene manifestata su misura del ragazzo, e del ragazzo più povero: è la vicinanza gradevole, l’affetto dimostrato sensibilmente attraverso gesti comprensibili, che sciolgono la confidenza e creano il rapporto educativo. Questo infonde sicurezza interiore, suggerisce ideali, sostiene lo sforzo di superamento e di liberazione. È una carità pedagogica, che «crea la persona» e che viene percepita dal ragazzo come un aiuto alla propria crescita. Nell’amorevolezza si fonda la descrizione dei ruoli educativi basilari: «Il direttore e gli assistenti come padri amorosi parlino, servano di guida ad ogni evento, diano consigli ed amorevolmente correggano”. Da essa si aspettano effetti immediati e lontani: “rende amico il ragazzo”, “rende avvisato l’allievo in modo che l’educatore potrà tuttora parlare il linguaggio del cuore sia nel tempo dell’educazione sia dopo di essa”; “l’allievo sarà sempre pieno di rispetto verso l’educatore e ricorderà ognor con grande piacere la direzione avuta, considerando tuttora quali padri e fratelli i suoi maestri e gli altri superiori”. L’amorevolezza ha manifestazioni tipiche, e forse a queste si deve fare attenzione quando si prospetta una traduzione del Sistema Preventivo a un particolare contesto: sono l'amicizia e la paternità. La prima ricorre spessissimo negli scritti che riguardano l'esperienza personale e la prassi educativa di Don Bosco. L’amicizia è stata un tratto della sua giovinezza, dimostrazione della sua capacità di dare e ricevere affetto gioiosamente e sempre in maniera personale e profonda. Amicissimo del proprio fratello Giuseppe con cui trascorse ore di confidenza e condivise infantili progetti di divertimento; amico dei compagni di Chieri che aiutò nei loro compiti e con i quali fondò la prima delle sue associazioni; amico di Luigi Comollo con il quale percorse una strada di fervore spirituale. L’amicizia occupa un posto rilevante nelle sue riflessioni pedagogiche. Nelle biografìe di Domenico Savio, di Michele Magone e di Francesco Besucco l’amicizia fine, costruttiva, permeata di razionalità e indirizzata verso il progresso morale e la santità, costituisce uno dei capitoli più delicati e più interessanti. Tutto questo insieme fa vedere la concezione eminentemente affettiva dell’educazione che è propria del Sistema Preventivo. Don Bosco lo dirà esplicitamente in un'affermazione come questa: “L’educazione è cosa del cuore, e tutto il lavoro parte di qui; e se il cuore non c’è, il lavoro è difficile e l’esito incerto”. L’amicizia profonda nasce dai gesti e dalla volontà di familiarità, e di essa si nutre. A sua volta provoca confidenza; e la confidenza è tutto in educazione, perché soltanto nel momento in cui il giovane ci affida i suoi segreti è possibile educare. L’espressione concreta dell’amicizia è l’assistenza. Essa viene intesa come un desiderio di stare con i ragazzi e condividere la loro vita: “Qui con voi mi sento bene”. Non è, dunque, un “obbligo di stato”, ma una certa passione per capire ed aiutare a vivere le esperienze giovanili. È allo stesso tempo presenza fisica lì dove i ragazzi si trovano, interscambiano o progettano; è forza morale con capacità di animazione, stimolo e risveglio. Assume il doppio aspetto della preventività: proteggere da esperienze negative precoci e sviluppare le potenzialità della persona attraverso proposte positive. Sviluppa motivazioni ispirate alla ragionevolezza (vita onesta, attraente senso dell’esistenza) e alla fede, mentre rafforza nei ragazzi la capacità di risposta autonoma al richiamo dei valori. I più svariati gesti e iniziative possono rientrare nella concretezza dell'assistenza, fondati tutti su un atteggiamento di fondo: voler bene, essere presente, condividere orientando attraverso la testimonianza, l’aiuto, la disponibilità. L’amorevolezza ha un ’altra manifestazione singolarissima: la paternità. Essa è più che l’amicizia. È una responsabilità affettuosa e autorevole che dà guida e insegnamento vitale ed esige disciplina ed impegno. È amore e autorità. È il carattere che distingue il primo responsabile di un programma. Diffusa in tutta la giornata, si concentra però in espressioni individuali e collettive, come la “parolina all’orecchio” e la “buona notte”. Citiamo queste due espressioni non tanto per la loro materialità, quanto perché rivelano il profilo della paternità. Essa si estende al singolo e all’insieme e in questo insieme va protetta, difesa e sottolineata. Si manifesta soprattutto nel “saper parlare al cuore”, in maniera personalizzata e personalizzante, perché si attingono le questioni che attualmente occupano la vita e la mente dei ragazzi; saper parlare svelando la portata e il senso in modo tale da toccare la coscienza, la profondità. La “buona notte” e la “parolina” sono due momenti carichi di emotività, che riguardano sempre eventi concreti e immediati e che riportano a una sapienza quotidiana con cui affrontarli: in una parola insegnano l'arte di vivere. Amicizia e paternità creano il clima di famiglia, dove i valori diventano comprensibili e le esigenze accettabili.

6. Interventi coerenti e convergenti

L’amorevolezza sotto forma di attenzione e condivisione, di amicizia equilibrata, di prevenzione affettuosa e di paternità preoccupata del futuro si concretizza in una serie sistematica d'interventi. Il primo è la creazione di un ambiente educativo, ricco di umanità, che è già espressione e veicolo di valori. L’esperienza della forza dell’ambiente appartiene ai primi anni di apostolato di Don Bosco e diviene un'acquisizione definitiva per tutto il resto dei suoi giorni. Don Bosco sarà l’amico-educatore di molti ragazzi avvicinati individualmente nei più disparati luoghi; ma sarà anche l’animatore di una comunità di giovani, caratterizzata da alcuni tratti e con un programma da sviluppare. Ragioni psicologiche, sociologiche e di fede lo confermarono nella convinzione che c’era bisogno di un’ecologia educativa, dove la religione e l’impegno si respirassero e dove la carità informasse i ruoli, i rapporti e l’atmosfera. Non soltanto, dunque, fa la scelta dell’ambiente, cercando stabilità per il suo oratorio e redigendo un piccolo regolamento, ma enuncia una teoria: “L’essere molti insieme serve molto a far questo miele di allegrezza, pietà e studio. È questo il vantaggio che reca a voi il trovarvi nell’oratorio. L’essere molti insieme accresce l’allegria delle vostre ricreazioni, toglie la malinconia quando questa brutta maga volesse entrarvi nel cuore; l’essere molti serve d'incoraggiamento a sopportare le fatiche dello studio, serve di stimolo nel vedere il profitto degli altri; uno comunica all’altro le proprie cognizioni, le proprie idee e così uno impara dall’altro. L’essere fra molti che fanno il bene ci anima senza avvedercene” (MB 7, 602). L’ambiente non è generico. Ha invece tratti caratterizzanti. Non è un luogo materiale, dove si va ad intrattenersi individualmente, ma una comunità, un programma, una tensione dove ci s’inserisce per maturare. Il secondo intervento è il gruppo. Il grande ambiente, poiché deve rispondere a interessi e bisogni diversi, si articola in unità minori, dove sono possibili la partecipazione, il riconoscimento dell'originalità della persona e la valorizzazione dei suoi contributi. I gruppi datano dall’inizio dell’esperienza del Sistema Preventivo. Appena stabilitosi a Valdocco, finita la fase dell’oratorio ambulante, Don Bosco fonda la Compagnia di San Luigi, a cui si aggiungono poi altre, ideate dagli stessi ragazzi o dai collaboratori. Anche se la istituzionalizzazione posteriore delle iniziative sembra aver relegato l’esperienza di gruppo ad un posto secondario, è però un fatto che, vivente Don Bosco, costituì una delle proposte più originali e più curiose. È interessante ricordare e sottolineare le caratteristiche di questi gruppi, perché partecipano dell’ispirazione educativa del sistema. In primo luogo sono un’esperienza aperta al maggior numero possibile di giovani. Non un solo gruppo per alcuni scelti, ma un ’offerta differenziata, alla portata di tutti. Pur con una matrice comune, i gruppi sono molteplici e diversi, coordinati all’interno dell’ambiente. C’è, dunque, una notevole diversità in ciò che riguarda l’interesse centrale, il nome, il livello di esigenze. Ci sono gruppi religiosi, ma non mancano gruppi culturali, sociali, ricreativi. In secondo luogo una sottolineata finalità educativa. Tutti i gruppi si propongono come opportunità di maturazione delle persone e come servizio dell’ambiente. I ragazzi sono i protagonisti. Come Don Bosco scriverà ai Direttori; “Le compagnie siano opera dei ragazzi: tu sarai solo il promotore, non il direttore”. Il gruppo serve non soltanto per personalizzare gl’interventi, ma anche per far emergere il senso di responsabilità, per sviluppare amicizie, per maturare specifiche attitudini. All’interno della formazione cristiana permette un'esperienza più chiara di comunità, di apostolato e di fede. Finalmente l’amorevolezza arriva al singolo attraverso il rapporto personale, che permette di prendere visione ed illuminare il presente, il passato e il futuro del singolo. È da ricordare l’importanza che l’incontro, ad uno ad uno, a tu per tu con i ragazzi, ha nell’esperienza educativa e pastorale di Don Bosco. Alcuni di questi incontri sono passati alla storia come momenti “fondanti”. L’incontro con Bartolomeo Garelli nella sacrestia della 86 chiesa di San Francesco d’Assisi gettò le fondamenta dell’oratorio. Nelle biografie dei giovanetti Don Bosco rievoca con piacere i suoi incontri con loro e si sofferma a ricostruire passo a passo lo scambio di battute. Nella biografia di Domenico Savio riproduce i dialoghi-incontri che ebbero luogo nella casa parrocchiale di Murialdo e nella direzione dell’Oratorio. Nella vita di Michele Magone c e addirittura un capitolo che porta come titolo: “Un curioso incontro”. Don Bosco non solo rivive questi incontri, ma li propone come norma educativa. Si esibisce quasi nella sua arte di attingere dalla vita del ragazzo. L'incontro comincia sempre con un gesto di assoluta stima, di affetto, di sintonia. Don Bosco entra subito e con semplicità nei punti importanti della vita del suo piccolo interlocutore (santità, abbandono, vagabondaggio). Il dialogo, dunque, è serio nei suoi contenuti, sebbene le singole espressioni siano cariche di allegria e di buon umore; poiché affrontano punti caldi di vita e li affrontano seriamente e con gioia, questi incontri si caratterizzano per l’intensità dei sentimenti. Michele Magone si commuove, Francesco Besucco piange di commozione, Domenico Savio “non sapeva come esprimere la sua gioia e gratitudine; mi prese la mano, la strinse, la baciò più volte”. Se tale era il ricordo che avevano lasciato gli incontri nel suo animo, se tale è la rilevanza che egli dà ad essi nelle biografie, fino a farne il perno della narrazione, è perché è convinto che la qualità dell'educatore-pastore si mostra nell'incontro personale, e che questo è il punto a cui tendono l’ambiente e il programma. Quando un cardinale a Roma lo sfidò sulla sua capacità educativa, Don Bosco gli offrì lo spettacolo e la prova di un incontro personale e un dialogo con i ragazzi in Piazza del Popolo. Rileggendo questo episodio si ritrova la struttura narrativa di tutti gli altri “incontri”: la prima mossa d'amicizia, il momento di fuga dei ragazzi, il superamento della timidezza, il dialogo serio-allegro, l’intensità emotiva della conclusione.

7. Le “opere” o i programmi educativi

Il temperamento concreto di Don Bosco e il suo spirito realizzatore non potevano concepire che la carità, l’amorevolezza e la pedagogia si esprimessero e si esaurissero soltanto nella relazione individuale gratificante. Falserebbe la storia chi volesse presentare Don Bosco come l'uomo “buono”, senza preoccupazione né mentalità organizzativa, strutturante, o il suo Sistema Preventivo soltanto come atteggiamento di benevolenza. Prova di questa mentalità sono i numerosi regolamenti, statuti, organizzazioni, istituzioni e le stesse Congregazioni fondate da lui. Per questo, per i suoi ragazzi prima affittò un prato e poi comperò un terreno. Su questo terreno costruì un edificio che andò crescendo con gli anni e in esso diede forma stabile alle sue proposte educative, superando la provvisorietà geografica e di programma. Fondò un oratorio, un pensionato, scuole, laboratori. Obiettivi educativi, contenuti, stile, attuazioni particolareggiate hanno la loro concretizzazione e materializzazione simultanea nell’opera. L ’opera fa vedere il sistema completo e attuante. Opera di Don Bosco o opera salesiana è ancora oggi la parola che definisce dappertutto le presenze più durature e complesse dove si cerca di applicare il Sistema Preventivo. L’opera è edificio e programma, punto di riferimento culturale e luogo di aggregazione sociale, dimora di una comunità religiosa e centro di servizi aperti. È degli educatori, della comunità educativa e del quartiere, è stabile e ben piantata con volontà di attraversare il tempo e formare tradizioni significative; ma è dinamica per l’adeguamento delle iniziative. Valdocco è stato il primo esempio; nella sua evoluzione, vivente Don Bosco, costituì il “modello” che si ripetè dovunque. Le opere presentano queste caratteristiche: cercano di rispondere a delle necessità dei giovani con un programma concreto e potenzialmente integrale: insegnamento, alloggio, educazione al lavoro, tempo libero. Si collocano nell’area culturale-promozionale; sono concepite come comunità di giovani ed educatori che procedono in corresponsabilità; aggregano anche gli adulti, specialmente se appartengono ai settori popolari o sono interessati ad aiutare i giovani, cioè sono “aperte” e non esclusive. Sono situazioni riconoscibili e, dunque, interpretabili nelle loro finalità; hanno proiezione sociale più in là del recinto proprio perché cercano il rapporto con istituzioni, territorio, popolo e autorità. La prima opera a sorgere fu l’Oratorio, poi il pensionato, poi i laboratori, poi le scuole. Ciascuna di esse meriterebbe un esame per raccoglierne l’originalità, la fusione di nuovo e tradizionale e l’applicazione particolare del Sistema Preventivo che rappresenta ieri e oggi. Questo però esula dalla finalità di questo studio e dallo spazio offerto. Basti sottolineare la conclusione: nel modello di educazione proposto dal Sistema Preventivo e dal suo ideatore bisogna dare il giusto peso alle istituzioni-iniziative-opere. Esse permettono di sviluppare con continuità una proposta integrale. Nella loro cornice definita e stabile è possibile creare un ambiente, far convergere contributi diversi, dare spazio ed espressione ad una comunità e mantenere la vivacità di uno stile giovanile, familiare e impegnato.

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