Preghiera

Gianfranco Ravasi

La riflessione che ora iniziamo, anche se a prima vista può sembrare relegata in un orizzonte un po' remoto che decolla dalla realtà concreta per migrare verso cieli mitici e mistici come sembrerebbe essere la preghiera, in realtà si rivelerà molto più viva e immediata di quanto si immagini. Comincerò con una testimonianza di una persona che ci invita ad essere sorpresi tutte le volte che si incontrano delle mani giunte, delle mani in preghiera. La sorpresa viene da un poeta tedesco particolarmente intenso, arduo di lettura, che ha avuto un'esistenza attraversata dalla sofferenza, dalla tragedia e che è approdato alla fine a un'altra tragedia, quella del suicidio. Si tratta di Paul Celan, nato nel 1920 e morto suicida nel 1970. Tutti i suoi familiari erano stati eliminati nell'interno dei campi di concentramento nazisti. Ora, in una sua poesia scrive questi versi: «Ritaglia la mano orante/ dall'aria / con la forbice / degli occhi, / mozza le sue dita / col tuo bacio, / fanno restare senza fiato, oggi / le mani giunte».
Egli vede, nelle mani che sono giunte in preghiera, che sono quindi il segno di una speranza, di una tensione verso l'alto, qualcosa non soltanto che sorprende, ma che lascia senza fiato. In un mondo così disperso, superficiale, banale e persino volgare, il fatto che ci siano ancora delle mani giunte, che si vedano i colori delle vetrate di un monastero già accese alle prime luci del mattino, quando magari gli ultimi nottambuli stanno rientrando, e che quelle mani si levino ancora verso il cielo, ebbene tutto questo ci lascia senza fiato. Proporrò un itinerario nell'interno del mondo "sorprendente" della preghiera – per molti versi un po' strano, ma molto più quotidiano e concreto di quanto si immagini – in tre tappe. Partirò coi simboli con cui la preghiera è stata rappresentata, poi presenterò i due modelli fondamentali, le due tipologie essenziali del pregare. Infatti l'uomo quando prega in tutte le latitudini e sotto tutti i cieli, usa sempre sostanzialmente due percorsi. Anche la Bibbia, che possiede un intero libro di preghiere, il Salterio, conosce queste due strade fondamentali.

I simboli della preghiera

I simboli per rappresentare la preghiera sono molteplici: sceglierò una specie di trittico, e procederò sempre usando piuttosto la voce di persone che hanno vi. suto la preghiera o in maniera nobile o in maniera sorprendente e persino sconcertante. Il primo simbolo è quello dominante, cioè il simbolo dell'amore. Si concepisce l'esperienza orante come qualcosa di molto analogo all'esperienza d'amore. L'Estasi di Santa Teresa del Bernini a Santa Maria della Vittoria a Roma rivela che l'artista ha interpretato la scena come una esperienza di eros, di abbandono. L'angelo è un cupido che scaglia la sua freccia; la donna, Teresa, è abbandonata all'ebbrezza dell'amore; la carne, che in questo caso è rappresentata dal marmo, sembra quasi colorarsi e accalorarsi.
Il tema della componente d'amore, nella preghiera, è fondamentale e lo vorrei rappresentare attraverso le parole che mi ricordano, anche dal vivo, un'esperienza insolita. Molti anni fa, prima dell'attuale situazione politica, sono riuscito per un certo periodo ad essere presente nella città di Baghdad, una città bellissima e affascinante, che ha alle spalle la storia gloriosa delle grandi dinastie degli Abbasidi. Il pensiero corre a una delle grandi mistiche musulmane, Rabi'a, vissuta nell'VIII secolo anche a Baghdad, pur provenendo dalla provincia, una donna sulla quale la leggenda ha molto ricamato, fino a farla diventare persino una prostituta convertita (era sicuramente una persona analfabeta per cui il suo messaggio è stato raccolto da discepoli). Ora,questa donna, con l'accendersi delle stelle in una notte limpida, prega così - e il simbolo dell'amore è espresso in una maniera trasparentissima, immediata e quasi fremente -: «Mio Signore, in cielo brillano le stelle, gli occhi degli innamorati si chiudono, ogni donna innamorata è ora sola con il suo amato, e io Signore, sono sola con te». Il linguaggio d'amore diventa il linguaggio fondamentale nella preghiera, rivolto al Dio d'amore.
Il secondo simbolo è quello del respiro, un altro elemento per certi versi fisiologico che io vorrei rappresentare attraverso le parole di un grande filosofo dell'Ottocento è il danese Søren Kierkegaard, che ha vissuto un'esperienza di forte intimità spirituale, tant'è vero che i suoi scritti sono spesso costellati da preghiere. Anch'egliusa tante volte la simbolica d'amore, ma ne aggiunge un'altra che è quella che ora vorrei proporre attraverso le sue parole: «Giustamente gli antichi dicevano che pregare è respirare. Qui si vede quanto sia sciocco voler parlare di un perché pregare. Perché io respiro? Perché altrimenti morrei, così con la preghiera». La preghiera è, dunque, qualcosa di assolutamente necessario, di istintivo, di primordiale ed è per questo motivo che essa non riguarda soltanto le religioni ma tutti. Il senso del limite ti fa muovere verso la vita che non finisce ed è per questo che invocare il Trascendente è come un respirare, è un tentare di aggrapparsi alla vita. Anche la persona che sta morendo esala l'ultimo respiro, che è l'ultimo grande vessillo del desiderio di vivere e di sperare.
Il terzo simbolo è più sofisticato e a prima vista sembrerebbe essere lontano dall'orazione. Certo è lontano da alcuni tipi di preghiera incolore, inodore, insapore. Vogliamo, infatti, parlare della preghiera nel senso nobile del termine e non delle sue scimmiottature. Santa Teresa d'Avila ha una frase molto forte al riguardo: «Oh Signore, liberami dalle sciocche devozioni dei santi dalla faccia triste». Il parlare della preghiera nel senso autentico del termine vuol dire usare anche il simbolo del pensiero. A questo proposito vorrei ricordarvi una bella frase di un filosofo fondamentale del Novecento, che ha avuto con la religione un rapporto abbastanza tormentato, non particolarmente caldo, ma che ha espresso, attraverso un gioco di parole in tedesco (in italiano non è possibile farlo), molto bene anche questa dimensione della preghiera come un "pensare". Il filosofo Martin Heidegger diceva: «Denken ist danken», cioè «Pensare è ringraziare». Quando uno veramente riflette in profondità, comincia già a ringraziare perché scopre orizzonti che sono straordinari, che la mente dell'uomo a prima vista non sembrerebbe essere in grado di sopportare, che le capacità umane non sembrerebbero essere in grado di generare. È per questo motivo che il pensare diventa pregare.
Per converso la preghiera dovrebbe diventare anche un modo per pensare il mistero, cioè fare teologia, essendo la preghiera un'avventura che ti fa conoscere sempre di più Dio. Pensiamo a S. Agostino che farà della teologia orante. Si leggano Le confessioni, ma anche il De Trinitate: Agostino riflette e svolge speculazioni arditissime e complessissime, ma le fa rivolgendosi a un "Tu", a un Dio col quale continuamente dialoga. Vorrei fare riferimento a un filosofo contemporaneo che fu credente, anche se con la religione ebbe un rapporto un po' sui generis, Ludwig Wittgenstein (1889-1951) che scriveva: «Pregare è pensare al senso della vita». Nella linea di questa sua definizione si capisce perché alla fine il pregare sia un po' caratteristico di tutti gli uomini, anche dell'ateo. L'ateo autentico, non quello superficiale, banale o indifferente, si sforza sempre di ricercare e continuamente esce da se stesso e si interroga sul senso della vita. Pregare è avere anche un bagliore che ti dice qual è il senso ultimo della vita.

La preghiera dell'ateo

Se pregare è vivere un'esperienza d'amore, se pregare è respirare, se pregare è pensare al senso della vita, è inevitabile che bene o male un po' tutti pregano e sentono che bisogna alzare le mani, quelle mani che "lasciano senza fiato". Vorrei portare tre testimonianze diversissime fra loro, per tempo, per spazio, per visione del mondo: tutte, però, mostrano come anche il non credente può interrogarsi sul pregare e può scivolare nell'orazione. Comincerei dall'antica Grecia dove i tragici sono stati figure straordinarie dal punto di vista non soltanto poetico, ma anche della ricerca sul senso della vita e dell'essere, muovendosi attraverso il percorso della poesia. Ebbene, Eschilo nel verso 635 della tragedia I persiani ha questa frase: «lo grido in alto le mie sofferenze, dal profondo dell'ombra chi mi ascolterà?». Il poeta greco è convinto forse che nessuno dal segreto dell'ombra ti ascolti; Dio se ne resta nel suo Olimpo, impassibile e indifferente alle lacrime degli uomini, ma al tempo stesso l'uomo non può fare a meno di lanciare verso l'alto il suo grido di sofferenza.
La seconda testimonianza, che è più vicina a noi nel tempo, ma lontana dal punto di vista dell'esperienza culturale, è desunta dal mondo della Russia. Si tratta di Aleksandr Zinov'ev, noto soprattutto come scrittore nel dissenso dell'allora Unione Sovietica, ma noto anche per un suo sterminato romanzo, Cime abissali. Questo scrittore, ateo sistematico e radicale, che ora vive in Francia, ha lasciato in una sua pagina una preghiera che rappresenta bene quel momento segreto in cui ogni uomo si sente completamente solo, guarda il cielo e sa che il cielo è spoglio, non ha nessun abitatore ma è al massimo irto di satelliti. Eppure quest'uomo desidera che ci sia un testimone per le azioni dell'umanità, che ci sia uno che faccia veramente giustizia, che non sia corruttibile, che veda e registri tutta la sofferenza inflitta dagli altri. La sua preghiera dice: «Ti supplico mio Dio, cerca di esistere almeno un poco, per me. Apri i tuoi occhi, ti supplico, non avrai da fare nient'altro che questo: seguire ciò che succede, è ben poco ma, oh Signore, sforzati di vedere, te ne prego! Vivere senza testimoni, quale inferno! Per questo, forzando la mia voce, io grido, io urlo: Padre mio, ti supplico e piango! Esisti, cerca di esistere». La domanda rivela un bisogno di Dio, un bisogno radicale, perché da soli noi siamo troppo pericolosi.
Da ultimo ecco, invece, il grido estremo di uno scrittore occidentale, in questo caso abbastanza vicino a noi, morto suicida, Ernest Hemingway (1899-1961). Dei suoi 49 racconti ce n'è uno che contiene una preghiera blasfema: essa è, però, particolarmente significativa per dire come anche sotto la bestemmia si celi tante volte un grido estremo, un SOS ultimo. Il racconto è intitolato Un posto tranquillo e parla di una persona che vive normalmente la sua esistenza, non ha particolari vicende tragiche, ma dentro è ormai del tutto consumata, non ha più nessuno scopo per vivere. Allora si mette a pregare e dice il "Padre Nostro", ma, anziché nella formula che noi sappiamo, lo recita sostituendo quasi sistematicamente alle invocazioni principali la parola spagnola 'nada' cioè nulla, e la preghiera comincia così: «Oh Nada che sei nel Nada, sia santificato il tuo Nada, venga il tuo Nada» e alla fine si aggiunge un'Ave Maria così deformata: «Ave Nulla pieno di Nulla, il Nulla sia con te».
All'interno di questa poesia blasfema abbiamo però probabilmente l'ultimo grido possibile verso quel Dio che, paradossalmente, sconfina nel nulla. Lutero non aveva tutti i torti quando affermava che forse Dio gradisce molto di più le bestemmie dell'uomo disperato che non le lodi del borghese benpensante la domenica mattina durante il culto. Dio sa capire anche dietro quest'uomo che grida al Dio-nulla: «Oh Nada, che sei nel Nada, sia santificato il tuo Nada». Lo capisce perché forse questo è l'ultimo grande desiderio di una presenza, è l'ultima grande attesa di una risposta.

La supplica nella sofferenza

Passiamo ora ad esaminare i due modelli fondamentali di preghiera. Il pregare è come uno spettro cromatico con un'infinità di variazioni e di colori, con migliaia di sfumature. Tuttavia ci sono come due estremi, che sono le dominanti: anche nella preghiera, da un lato, c'è il violetto e, dall'altra parte, c'è il rosso, i due estremi dello spettro cromatico.
Il violetto, colore gelido per eccellenza, esprime la gradazione della preghiera sofferta, della supplica. Tutte le culture, tutte le religioni, tutte le persone almeno una volta hanno rivolto a Dio una supplica. Gli esempi potrebbero essere sterminati, ma penso che tutti si riassumano nell'interno di una parola sola, terribile: il male. Ebbene, tutte le volte che le persone si trovano aggrovigliate nel gomitolo del male si rivolgono a Dio. Il male vuol dire naturalmente la malattia, il peccato, la solitudine, la morte, la disperazione ma anche il silenzio di Dio, percepito come ostilità. Nel libro di Giobbe, Dio nel tempo del dolore viene rappresentato come un leopardo che è pronto ad affilare gli occhi per sbranarti o come un generale trionfatore che sfonda il cranio. Nell'interno di questa variegata manifestazione del groviglio del male, l'uomo, anche quando non è credente, è tentato, come diceva Eschilo, di lanciare verso l'alto un grido. La preghiera è proprio la testimonianza di questo ultimo appello, nella speranza di avere un "Tu" che risponda.
A questo proposito addurremo ora testimonianze diverse. Partirò dai registri classici, cioè da quelli che fanno parte della nostra spiritualità, della nostra religiosità, dalla Bibbia. Poi ci riferiremo a registri moderni, che possono provenire anche da persone non credenti, o comunque in rapporto travagliato con la religione. Partiamo con una testimonianza religiosa molto bella, il Salmo 56 al versetto 9. Per capire il versetto, che leggerò in una traduzione il più possibile vicina all'originale, si deve ricordare che gli orientali vivono l'esperienza pastorale e nomadica come prevalente e, perciò, spesso rivolgendosi a Dio lo immaginano soprattutto come il pastore («Il Signore è il mio pastore», Salmo 23). Ora, queste immagini hanno caratteristiche che a noi sfuggono, per cui il versetto del Salmo 56 senza alcune precisazioni non rivelerebbe tutta la sua fragranza, la sua intensità e la sua carica.
Il pastore ha alcuni tesori fondamentali. Innanzitutto il gregge, tant'è vero che quando si dice «Signore tu sei il mio pastore» si vuole sottolineare che Dio è il compagno di viaggio dell'umanità. Infatti, se ha sete il gregge ha sete anche il pastore, il quale condivide completamente la vita del suo gregge. Il secondo grande tesoro del nomade è l'acqua, prima ancora del cibo, ed è per questo motivo che allora, al di là dei percorsi regolati sulla mappa delle oasi o dei pozzi, il pastore porta sempre con sé quello che gli Arabi chiamano il "pozzo portatile", cioè un otre in cui è contenuta l'acqua. Durante il viaggio, infatti, si può correre il rischio che il percorso sia troppo lungo, che una pecora sia gravida e che quindi bisogna fermarsi e si ha perciò bisogno di acqua. Questo Salmo immagina che Dio, nel suo otre, non porti l'acqua, ma le lacrime dell'uomo: «I passi del mio vagabondare tu, o Signore, li hai registrati, le mie lacrime nell'otre tuo raccogli. Non sono forse registrate nel tuo libro?».
Ci sono due immagini. C'è quella "urbana" dell'anagrafe, del registro; e c'è l'immagine pastorale, nomadica, dell'otre. Dio porta nel suo otre e segna nel suo libro della vita le lacrime degli uomini. Quando piangono le persone si vergognano e di solito si nascondono. Molti sono fermamente convinti che le lacrime degli uomini cadano nella polvere, si dissolvano e nessuno mai le ricompenserà. Pensiamo a quante lacrime in ogni momento vengono versate sulla faccia della terra. Forse non le conoscono neppure i parenti, non vengono conosciute neppure dalle persone che sono vicine. Ebbene il Salmista nella sua preghiera dice: «Tu, o Dio, tutte le mie lacrime le raccogli come se fossero delle perle da mettere nel tuo scrigno».
Parlavo prima di due registri oranti. Dopo quello sacro, ecco il registro "laico". Il grande poeta romantico francese Baudelaire nella sua raccolta Les fleurs du mal (I fiori del male) ha questa preghiera: «Veramente, Signore, la migliore prova della nostra dignità / è questo ardente singhiozzo / che rimbalza di età in età / per infrangersi ai confini della tua eternità». È bellissima questa idea che tutto il pianto dell'umanità sia simile a un fiume che corre fino ai confini dell'eternità di Dio e Dio raccoglie questa piena di dolore.
A proposito della preghiera nella sofferenza, non c'è soltanto il male fisico, c'è anche il peccato, che è una delle component fondamentali delle preghiere. Spesso la letteratura orientale. mesopotamica, ittita, egizia, è sostanzialmente costituita da preghiere che vengono dette "preghiere penitenziali", cioè implorazioni di persone che sentono la distanza di Dio, perché tra il fedele e la divinità si erge uno schermo opaco che è quello del peccato e del male. Prendiamo, allora, un Salmo notissimo che purtroppo la tradizione ha relegato in un orizzonte estrinseco, il De profundis (Salmo 130). Esso è diventato la preghiera dei defunti, mentre in realtà è un canto dei vivi, è l'invocazione del peccatore che aspetta una cosa sola nella vita, quella di poter diventare ancora come un bambino, di poter realizzare ciò che il profeta Isaia prometteva in nome di Dio: «Quand'anche i tuoi peccati fossero rossi come lo scarlatto e la porpora io li farò diventare bianchi come la lana e la neve» (1, 18). È la possibilità di ricominciare da capo, mentre il mondo e la società tante volte non ti offrono questa possibilità: è il perdono.
La Bibbia e tutte le religioni puntano l'indice contro il peccato, contro il male. Ma, diversamente rispetto a quanto affermava Dostojevskij nel titolo del suo famoso romanzo Delitto e castigo, tutte le religioni normalmente non ammettono soltanto due anelli della catena, il delitto e il castigo, ma sempre tre, in particolare il cristianesimo: delitto, castigo, perdono. Il De profundis è veramente un canto del perdono atteso con ansia perché senti il peso della tua miseria, della tua vergogna, del tuo squallore interiore, della tua volgarità profonda, dell'infamia. L'uomo, infatti, certe volte è capace di compiere vergogne e infamie quasi inconcepibili: ricordiamo l'immagine terribile di Cristo dei "sepolcri imbiancati" che tu calpesti e che ti rendono impuro perché dietro quella lastra di marmo ornata si celano semplicemente covi di vermi.
Ebbene il senso della liberazione è proprio nella domanda di perdono, come accade nel De profundis.
Anche il citato Baudelaire ha trasformato questo grido dal profondo in una sua poesia intitolata De profundis, che è anche diventato il titolo di un'opera di Oscar Wilde. Ebbene il Salmo 130 rappresenta il desiderio che l'orante ha di sentire la voce di Dio che alla fine, dopo che tu hai pregato, ti perdona. Anche se Dio non parla, tu senti che ti perdona. L'immagine è questa: noi aspettiamo il suo perdono come le sentinelle aspettano l'aurora. Se noi guardiamo l'ebraico abbiamo però una parola, shomrim, che vuol dire letteralmente "i veglianti", un termine che può riferirsi a due categorie. Innanzitutto sono le sentinelle protese nella notte a vedere la prima lama di luce che si profila all'orizzonte, perché solo così finisce l'incubo degli assalti e di tutto ciò che la notte rappresenta di terrore. Ebbene, se questa è già un'idea di particolare tensione, c'è forse un'altra identificazione che l'autore sacro ha in mente: i vigilanti, i veglianti nella Bibbia sono anche i sacerdoti che, estratti a turno, passavano la notte antecedente al giorno del culto che dovevano presiedere nel tempio.
I sacerdoti erano una tribù intera d'Israele e quindi un numero enorme, migliaia e migliaia, e a ro toccava presiedere il culto pochissime volte in vita, forse due o tre, perché prima che potessero ritornare a celebrare, tutti dovevano essere sorteggiati almeno una volta, tant'è vero che essi erano divisi in 24 classi per permettere questa operazione di sorteggio. Ora immaginiamo un prete cattolico nella notte prima della sua ordinazione sacerdotale, il quale vive con tensione quella mattina che sarà il giorno della sua prima messa, ma con la variante che magari non potrà mai più celebrarla nel resto della vita, o al massimo solo due o tre volte ancora. Il Salmista, allora, dice: «lo aspetto il tuo perdono come quei sacerdoti che attendono di notte quel mattino in cui presentarsi davanti all'assemblea e a Dio per celebrare il grande rito sacrificale dell'olocausto». Essi vivono tutta la notte in tensione. Noi peccatori aspettiamo il perdono divino con questa stessa carica interiore viva e spirituale. La preghiera è certa che alla fine ci sarà una liberazione, sorgerà veramente l'aurora.
Anche in questo caso aggiungiamo la testimonianza "laica" di uno scrittore italiano, Giovanni Testori, che nel 1973, nel momento in cui stava ritornando all'esperienza religiosa, aveva scritto un testo intitolato Nel tuo sangue. Le sue parole sono un De profundis moderno, un'implorazione, una supplica di perdono dal male interiore e dal peccato. Si tratta per altro di versi famosi: «Ti ho amato con pietà, / con furia ti ho adorato, / ti ho violato, / sconciato, bestemmiato, / tutto puoi dire di me / tranne che ti ho evitato». Questa è veramente una bella preghiera perché non soltanto vai a Dio con tutto quello che hai fatto di sconcio e blasfemo, ma con la certezza del suo perdono. Tu vai a lui e non lo eviti, perché sai che lui può stenderti la mano.

L'inno della gioia

A questo punto introduciamo l'altra tipologia, che è quella rappresentata simbolicamente dal colore rosso, colore acceso, festoso. Mi riferisco alla preghiera di lode, che è la preghiera perfetta per eccellenza. Anche qui useremo testimonianze differenti per rappresentarne le sfumature. Nell'inno gioioso si loda Dio semplicemente perché esiste, senza chiedergli nulla. È la preghiera dei mistici e della contemplazione. Il «Gloria a Dio nell'alto dei cieli» della liturgia è un esempio caratteristico di questa preghiera di lode in cui si celebrano Dio e la sua grandezza e quella del suo Cristo senza bisogno di curvarsi sulla nostra miseria, di rivolgerci a Lui per chiedergli di guarire dalle nostre malattie, di donarci la pace nel mondo, perché si è certi che Dio, essendo Padre, non può ignorare tutto ciò che rimane implicito della lode che rivolgiamo a Lui. La preghiera di contemplazione e di lode spesso si gioca su due realtà, da un lato gli occhi e dall'altro il silenzio.
Riguardo agli occhi c'è un salmo molto bello, il 123, che ha come punto di riferimento quasi l'immagine del famoso "scriba" nel Museo del Cairo. Lo scriba è accosciato a terra e ha davanti a sé il papiro, ha il calamo in mano, ed è pronto a scrivere ciò che il suo padrone gli sta dettando; ma egli non guarda ciò che scrive, i suoi occhi sono fissi idealmente al suo Signore. Ecco l'avvio del Salmo: «A Te levo i miei occhi, a Te che abiti nei cieli, ecco come gli occhi dei servi alla mano dei loro padroni, come gli occhi della serva alla mano della sua padrona, così i nostri occhi sono rivolti al Signore». Il linguaggio degli occhi è il più sofisticato, il più intenso ed emozionante. Gli innamorati, quando vogliono dirsi qualche cosa di profondo che le parole non sono più capaci di esprimere, ricorrono al linguaggio degli occhi. Noi stessi quando siamo catturati da qualcosa abbiamo gli occhi che si fissano, quasi immobili: è la contemplazione. È curioso che il verbo ebraico per indicare la contemplazione è lo stesso verbo che indica lo "scavare", perché in quel momento non si guarda gli occhi dell'altro per studiare di che colore sia la sua iride ma si guarda nell'interno della sua anima e si scoprono messaggi segreti. Questa è la preghiera di contemplazione.
C'è un'altra dimensione della lode orante ed è quella del silenzio. Savonarola diceva che la preghiera ha per padre il silenzio e per madre la solitudine. La preghiera di supplica nasce dal grido, dal rumore, persino dalle bestemmie però lentamente deve fiorire in preghiera che si sviluppa nell'interno di un silenzio interiore. Dio stesso, quando si manifesta al profeta Elia sul monte Horeb, non si presenta nel terremoto, nella folgore, nel vento che spacca la roccia, ma si presenta, dice l'ebraico, in una qol demarnah dackqah: «Alla fine ci fu il mormorio di un vento leggero» (1Re 19. 12). È già suggestiva questa idea: Dio ti mormora le sue parole. Ma l'ebraco è molto più bello. Letteralmente, infatti, significa: alla fine ci fu «una voce di silenzio sottile». Dio ti parla col silenzio sottile del mistero e tu gli rispondi col tuo silenzio.

Il cantico delle creature

Ora, il contenuto più comune della lode orante è il canto delle meraviglie che Dio ha creato. Quante volte si sentono persone abbastanza superficiali, banali e non portate alla poesia e all'esperienza di fede, che, giunte in cima a una vetta o di fronte a un paesaggio sorprendente o agli spazi infiniti del mare, rimangono abbacinati e hanno un brivido di poesia e il più delle volte un brivido di spiritualità. Sono persone curve sui soldi, eppure in quel momento sentono qualcosa di interiore, vedendo un tramonto sul mare. Non hanno nessuna sensibilità poetica, non hanno mai detto una preghiera, ma in quel momento sentono che la natura stessa diventa quasi una voce che stimola alla lode e alla preghiera. A questo riguardo abbiamo dei Salmi bellissimi: basti pensare al Salmo 8 («Quando il cielo contemplo e la luna e le stelle che si accendono nell'alto...»). È una preghiera notturna in cui l'orante canta Dio e la grandezza dell'opera più alta delle costellazioni, più alta dell'universo e del cosmo, cioè l'uomo. Pensiamo a tutte le religioni, anche a quelle primitive; il sole è uno dei soggetti più frequenti dell'inno di lode (l'inno ad Aton, ad esempio, del faraone "solare" Akhenaton che canta il disco solare che appare nel cielo concependolo come Dio).
Mille e mille sono le realtà che ti spingono a pregare, a cantare Dio e a lodarlo con una preghiera. Sceglierò come esempio la cosiddetta Canzone Tu. È una preghiera che veniva recitata e che faceva parte del patrimonio dei cosiddetti Chassidim, che sono una corrente mistica mitteleuropea di Ebrei vissuti a partire dal 1700 in avanti e che esistono ancora ai giorni nostri e che ebbero un cantore visivo nel pittore Marc Chagall e nelle sue tele. Il loro villaggio, lo shtetl, era un luogo nel quale la gioia, il canto, la lode, la danza erano costanti, la preghiera quindi era anche danzata. I Chassidim cantavano questa canzone anche quando, scortati dai soldati ucraini e dalle SS, venivano condotti per essere eliminati. Di questa Canzone Tu ecco soltanto la strofa che viene ripetuta. «Tu» evidentemente è Dio. È proprio l'espressione della preghiera in cui l'universo intero, anche quando è modesto e misero, anche quando è fatto delle facce un po' becere delle persone, è pur sempre un riflesso dell'infinito di Dio.
La preghiera suona così: «Dovunque io vada Tu, / dovunque io sosti Tu, / solo Tu, ancora Tu, sempre Tu. / Se mi va bene, Tu, / se sono in pena Tu, / cielo Tu, terra Tu, / sopra Tu, sotto Tu. / Dovunque mi giro, dovunque miro, / solo Tu, ancora Tu, sempre Tu». C'è la consapevolezza che il pregare alla fine ti rende il mondo come se fosse una pergamena nella quale è presente quasi una parola divina che si raccoglie e che si scopre in pienezza. La sintesi tra le due tipologie della preghiera è in quell'orazione suprema che è il Padre Nostro. Forse è la preghiera in assoluto più alta che l'umanità possa pronunciare, è una preghiera universale che intreccia le due grandi traiettorie che abbiamo proposto. Essa comincia con la lode: «Padre Nostro, venga il Tuo regno... sia santificato il Tuo nome, sia fatta la Tua volontà». Siamo in presenza di una celebrazione della grandezza di Dio e della sua opera. Ma nella seconda parte si ha: «... Dacci oggi il nostro pane quotidiano... rimetti a noi i nostri debiti», cioè la dimensione della supplica per l'aiuto e per il perdono divino.
Simon Weil, donna di intelligenza straordinaria, di matrice ebraica ma che si è avvicinata tantissimo al cristianesimo, in una sua opera molto importante e intensa, L'attesa di Dio, ha una curiosa considerazione sul Padre Nostro. Ai suoi occhi il Padre Nostro è la preghiera cristiana che rappresenta visibilmente l'Incarnazione. Infatti non esiste una preghiera che cominci dal cielo e finisca sulla terra, nell'oscuro groviglio del male; di solito accade il contrario, perché si parte dal male e si sale verso Dio. Invece qui abbiamo: «Padre Nostro che sei nei cieli... Liberaci dal male», dall'alto, dallo Zenit si scende nel Nadir infernale, in cui noi siamo. Il pregare cristiano non è soltanto dal basso verso l'alto ma è anche una discesa di Dio. Con la preghiera noi lo facciamo discendere e entrare in mezzo a noi. Naturalmente il Padre Nostro lo potremmo riascoltare anche nella bellissima parafrasi che Dante costruisce nel canto XI del Purgatorio.

Pregare in modo bello

È proprio Dante a ricordarci che spesso le preghiere sono anche testi di alta letteratura. Perché, allora, non pregare anche in modo bello? Perché dire preghiere trasandate, devozionali e non qualche volta per esempio seguire tutto quel ricchissimo patrimonio dell'innologia della Tradizione o il patrimonio poetico e orante del Salterio biblico? Concludiamo con due testimonianze che ci permettono due considerazioni finali. La prima è questa: per pregare bisogna avere dentro di sé una realtà che tutti gli uomini hanno, ma che talvolta cercano di orientare male o di eliminare: bisogna avere il desiderio, la tensione, l'attesa; il desiderio è qualcosa che ci viene dall'infinito (de sideribus, "dalle stelle").
A questo proposito c'è una preghiera di un verso solo, di un poeta maledetto francese, Rimbaud, che però fu attraversato spesso, col suo amico Verlaine, dalla fede. È un verso veramente folgorante: «J'attends Dieu avec gourmandise», «lo attendo Dio con ingordigia». La preghiera nasce un po' da questo desiderio, da questa tensione affamata e appassionata verso l'infinito. Un mistico dell'epoca di Teresa d'Avila, Fray Luìs de Leòn diceva: «En Diòs se descubren nuevos mares cuando mas se navega», «In Dio si scoprono nuovi mari quanto più si naviga». Una volta che hai ceduto al desiderio di imbarcarti nell'esperienza di fede, le scoperte sono mirabili e infinite.
La seconda considerazione è un po' il riassunto di alcuni elementi che abbiamo evocato durante questa trattazione e che esprimerò ricordando padre David M. Turoldo. La mia conoscenza con lui è stata legata proprio alla preghiera, perché ci siamo conosciuti quando abbiamo cominciato a tradurre insieme i Salmi. Egli poi ha scritto un numero sterminato di preghiere, di vario genere, di varia qualità, con tutti i registri immaginabili e possibili. lo ne voglio lasciare in conclusione una che ha scritto proprio alle soglie della morte; si trova nei Canti ultimi, cioè i canti della meta, i canti dell'eschaton, cioè del punto terminale d'arrivo. Quando si prega nel momento in cui Dio tace, nel tempo in cui si è disperati, ci si imbatte nel muto silenzio di Dio; ma c'è anche l'altro silenzio, quello della mistica a cui abbiamo fatto cenno. Noi parliamo al silenzio di Dio, gridiamo ma alla fine siamo noi a tacere con Dio. Naturalmente, però, quest'ultimo silenzio non è più il silenzio della disperazione, è il silenzio invece della pace e della mistica, della lode e della contemplazione.
Ecco le parole di Turoldo: «Tu, Dio, sempre più muto: / silenzio che più si addensa, / più esplode: e ti parlo, ti parlo / e mi pento / e balbetto e sussurro sillabe / a me stesso ignote: / ma so che odi e ascolti / e ti muovi a pietà: / allora anch'io mi acquieto / e faccio silenzio».

(Notiziario della Banca Popolare di Sondrio, 86, AGOSTO 2001)