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    Pane e pellegrinaggio

    Predrag Matvejecić


    Il pellegrinaggio è nato insieme con la fede, e in alcuni luoghi anche prima di essa. I primi pellegrini appartenevano a popoli che sembrano essere svaniti insieme con i loro riti. Gli antichi egizi effettuavano i loro pellegrinaggi a Tebe, Luxor, Karnak, Abydos. Gli ebrei cercavano a Hebron le tombe dei loro patriarchi, visitavano le rovine del Tempio di Gerusalemme, nonché Gilgal (Galgala), Bersabea, Belel. Fino a quando fu possibile, rendevano omaggio anche ai cimiteri e ai sepolcri di Nahum ed Esra, nell'odierno Iraq, e di Ester, in Iran. Il viaggio dei pellegrini verso il Sinai, in Giudea e in Samaria venne chiamato sukkot. Per compierlo si cuoceva un pane speciale, preparato appena prima della partenza.

    Gli antichi greci andavano all'oracolo di Delfi e nelle campagne di Eleusi, in luoghi segnati dai miti di Zeus, Poseidone, Demetra, Dioniso, Ermes, Afrodite e di altre divinità. Le tre maggiori mete di pellegrinaggio nella storia del cristianesimo sono state Gerusalemme, Roma e Santiago de Compostela.
    Nel medioevo i pellegrini cristiani, in particolare i cattolici, partivano per lunghi e defatiganti viaggi -detti itinera peregrinationis - dopo vari esercizi spirituali di preparazione e la benedizione ecclesiastica. Alla vigilia della partenza prendevano commiato perdonando tutti e chiedendo a tutti perdono. Il loro equipaggiamento era modesto: una tunica (detta pelegrina o pelerina) dalle maniche larghe, un cappello a tesa larga, sandali che aderivano alle piante dei piedi, un lungo bastone che aiutava nel cammino - in francese bourdon, in italiano bordone. Dalla spalla pendevano delle bisacce - nelle quali i pellegrini di solito tenevano una zucca essiccata riempita d'acqua e un pezzo di pane nero, tanto quanto ne serviva a percorrere la distanza tra una tappa e l'altra. Alcuni tenevano in mano una candela accesa o un oggetto pesante - di solito una pietra – che doveva servire loro per mortificarsi durante il viaggio.
    Costoro ovviamente avevano bisogno di più pane degli altri per poter resistere alla fatica fino alla fine.
    I pellegrini cercavano di distinguersi con le loro azioni e con il loro girovagare. Spinti dall'impulso della fede e delle rinunce. Con l'aiuto della pietà e della compassione. Affrontando il pericolo e le minacce della stanchezza e delle infermità. Ma anche con l'aiuto delle chiese e dei conventi, della solidarietà e della carità dei fedeli. Sant'Efrem Siriaco fece erigere il primo ospedale per i pellegrini lungo la strada di Gerusalemme già nel rv secolo dopo Cristo. Offrivano aiuto e protezione ai pellegrini anche l'ordine di San Giovanni Gerosolimitano, chiamato in seguito di Malta, l'ordine dei Templari, i monaci cistercensi e benedettini, i frati francescani e anche altri. Un tempo i pellegrini più facoltosi acquistavano le indulgenze papali, che servivano loro anche da lasciapassare. Li aiutavano, fra l'altro, a procurarsi più facilmente la pagnotta.
    Sul cammino che porta verso Santiago de Compostela veniva utilizzato il codex calixtinus, al quale era stato aggiunto un quinto capitolo, intitolato «Guida». Grazie a istruzioni e avvertenze di ogni sorta, i pellegrini potevano così venire a sapere ciò che li aspettava alla sosta seguente e dove avrebbero trovato un pane, un tetto e un letto. Si fermavano nel convento di Sant'Isidoro nella città di León, che è attraversata dal fiume Bernesega, la cui acqua è potabile e sana – lì facevano la comunione e si rifocillavano per la prosecuzione del viaggio. Una delle ultime stazioni era la cittadina di Arzúa, circondata da «prati fioriti e limpide sorgenti», dove, accanto alla grande porta d'entrata, veniva offerto il miglior pane della Galizia. A giudicare dalle annotazioni dei testimoni, venivano offerti aiuti e soccorsi generosi anche nella parrocchia di Madeleda e nella chiesa di Santa Maddalena, che era gestita dagli agostiniani. Papa Paolo v soppresse, nel xvii secolo, la benedizione del bastone e delle bisacce. Il pane invece era e restò benedetto, per sempre.
    Il panis peregrinus restituiva la forza agli stanchi e agli affaticati, nelle vicinanze di Santiago de Compostela.
    Il viaggio verso Gerusalemme sulle navi veneziane era scomodo e costoso. Il biscotto era duro e insipido, il companatico monotono e scarso. I corsari assalivano le galee, depredando gli equipaggi e i viaggiatori. Il passaggio attraverso le gole montuose dei Balcani era ancora più arduo e faticoso. I briganti non erano da meno dei pirati, e a essi si univano gli uscocchi. Dopo l'allargamento dell'impero ottomano fino alla Palestina, il rischio divenne ancora maggiore e i pellegrinaggi si ridussero.
    Nelle locande e nelle taverne si poteva trovare del buon pane, ma le località circostanti non erano né sicure né favorevoli per la gente di fede diversa.
    Il viaggio a Roma, nonostante tutto, era più facile. Praticamente in ogni convento e nel suo refettorio si poteva ricevere almeno un pezzo di pane, una scodella di brodo, un bicchiere di vino. In un libro di viaggio della fine del medioevo, leggiamo un consiglio al pellegrino tradotto dal latino: «Bisogna partire verso la metà del mese di agosto [circa medium augustun] quando l'aria è calda e la strada asciutta [.. .], fintantoché i granai sono ancora pieni del nuovo raccolto» – quando c'è più pane e se ne può avere più facilmente. Il percorso del pellegrinaggio a Roma – in particolare la via francigena – diventò famoso. Ha lasciato nella pittura, nella scultura e nella letteratura vari richiami e riferimenti al pane.
    Il Corano chiede al musulmano che abbia conseguito un certo benessere di recarsi durante l'ultimo mese dell'anno dell'Egira in pellegrinaggio alla Mecca e a Medina e di far visita alla Kaaba. Così facendo, il fedele può ottenere un riconoscimento, detto baraka, meritando il perdono dei peccati e guadagnandosi l'appellativo di hadzi. Chi invece non era in grado di andare da solo in pellegrinaggio a causa della cattiva salute, aveva il diritto di scegliersi e pagare un sostituto che lo facesse al suo posto. Ma nemmeno questo viaggio era privo di difficoltà e di ardue prove.
    Anche il passaggio attraverso il deserto non è senza fatica. I beduini più poveri si appostavano lungo il percorso, pronti ad assalire e a derubare la carovana, vegliando e aspettando il momento e il luogo più adatti. Era necessario prendere precauzioni, soprattutto di notte. Dal canto loro, i viaggiatori più ricchi accettavano malvolentieri i panini cotti al momento sullo sterco di cammello.
    Anche il pellegrino musulmano, accedendo al rito, si rifornirà di pane e indosserà un vestiario particolare, di colore bianco, chiamato ihram.
    Gedda è nota come punto di partenza dei pellegrinaggi islamici. L'attraversa infatti la lunga via che collega il Golfo Persico al Mar Rosso. Questo collegamento facilita il viaggio. Dal porto di questa città si va verso la Kaaba, l'enorme cubo di marmo nero detto «la mano di Allah» (jamin Allah) che Dzibril (Gabriele) aveva portato a Ibrahim (Abramo) perché lo trasformasse in un santuario. Il fedele è tenuto a fare sette volte il giro di questa «mano» di Dio, procedendo da sinistra a destra in senso orario. Il rito viene chiamato Tawdt. I pellegrini più giovani sono obbligati a passare altre sette volte fra le due località sopraelevate di al-Safa e al-Marwa. Il rituale si chiama sa y. Dopo aver compiuto il giro del santuario, i pellegrini indossano l'abito che portavano prima della preghiera e s'incamminano in direzione del vicino Monte Arafat. Nella circostanza si raccomanda a tutti di non mangiare cibi pesanti – di limitarsi il più possibile a consumare pagnotte leggere e friabili come la hubsa, la ragifa, la rakika.
    I cronisti arabi hanno creato uno specifico genere letterario chiamato rihla, un racconto di viaggio nel quale venivano spesso illustrati anche i luoghi santi. Ibn Díobair, nato sulle coste spagnole, a Valencia, osservò e descrisse la formicolante calca attorno agli edifici di culto. Al-Harawi restò affascinato dalla bellezza del rituale. Ibn Battuta ha immortalato le scene, sacre e profane, che si svolgevano accanto alla grande moschea di Damasco. Da est e da nord era più facile raggiungere la Kaaba attraversando l'Anatolia e cercando di evitare il deserto. Il pane turco – ekmek – così come la sottile jufka che con qualche goccia d'acqua diventa nuovamente morbida e saporita, nutrivano i pellegrini durante il cammino.
    L'imam di Damasco ci consigliava di cercare il pane nei luoghi e accanto agli oggetti che connotano il passato e la storia dell'islam: là dove si trovano la spada di David, il bastone a cui si appoggiava Mussa, i capelli di Maometto, i resti della mano di Jahija, il manoscritto originale del Corano, le sciabole dei primi quattro califfi, il rivestimento dorato della pietra nera hadzerulesvada, le chiavi della porta della Kaaba. Accanto a questi luoghi e a questi oggetti si può effettivamente trovare pane di altissima qualità. Ma per poterlo gustare, spesso è necessario assaggiare il pane dalle sette croste.

    Sul Baltico e sull'Atlantico, così come nel loro entroterra, crescevano città dove il pane è più recente di quello diffuso sul Mediterraneo, ma non più scarso.
    Amburgo, Stoccolma, Copenaghen, Oslo, Helsinki, Vilnius, che fu chiamata «la seconda Gerusalemme», Bordeaux e, più lontano dalla costa, Parigi e Lione, Berlino e Bruxelles, e poi, nel centro Europa, Vienna, Monaco, Francoforte, Ginevra, Cracovia e Varsavia, la «dorata Praga», Zagabria e Lubiana e ancora, andando verso est, Budapest, Bucarest, Belgrado, Sofia, Skopje, Tirana: questa sequenza è ripresa da un calendario pubblicato cent'anni fa ad Amsterdam. L'elenco ha certamente tralasciato qualche nome importante, e tuttavia è lungo lo stesso. In tutte queste città, riportate nei protocolli, ci sono stati periodi di carestia e di abbondanza, svariate specie di pane, bianco e nero, migliore e peggiore, da qualche parte anche con più di sette croste.
    Il deserto a sud e il ghiaccio a nord delimitano i confini del grano. I popoli in Europa, in Asia, in Africa, nelle due Americhe e altrove, trasferivano gli uni agli altri le loro esperienze. La migrazione dei cereali faceva crescere il numero degli abitanti nel Vecchio Continente. Prima di scontrarsi con i romani e d'incontrare il cristianesimo, i germani ne sapevano poco di pane. Cesare annotò che erano «poco portati all'agricoltura» (agri culturae non student). Nell'Alto medioevo si conquistarono anch'essi la loro dea della fertilità e la «madre del frumento»: la chiamarono Freya. Diventarono ben presto dei buoni fornai. In Russia invece giungevano dai territori germanici più settentrionali, in particolare dalla Prussia, dove la terra non è particolarmente fertile e il pane è per lo più nero. Vennero accolti con rispetto nella pianura russa e in quella ucraina, vaste ma, in tempi difficili, scarsamente coltivate.
    I «vecchi credenti» seguaci della «fede antica» in Russia, chiamati appunto starovierzi oppure raskoljniki, onoravano il pane e lo consideravano pegno tangibile della fede. Del passato della Russia sono noti i «cercatori di Dio» – bogoiskatelji– per i quali il pane non era solo un alimento, ma anche oggetto di culto. Erano affini a loro anche gli «scalzi» (bosjaki), eremiti e «redentori», che non appartenevano alle comunità monastiche. Molti di loro vivevano solo di pane e acqua.
    Pietro il Grande, volendo – come disse il grande poeta russo Pugkin – «aprire una finestra verso l'Europa», recuperò dai vicini tutto quanto gli pareva migliore e più valido. Caterina la Grande era di origine tedesca. L'incontro fra i popoli russo e germanico su quello spazio avrebbe potuto avere un esito più felice, se la storia lo avesse consentito. I fornai tedeschi a occidente, i monaci greci a oriente fecero da valenti e affidabili maestri. A Pietrogrado, sul fiume Neva, alla vigilia delle due rivoluzioni, veniva preparato forse il miglior si, chiamati «bianchi». Diventati emigranti mangiavano il pane nero, con chissà quante croste.
    I secoli, uno dopo l'altro, hanno introdotto e attivato nuove mete di pellegrinaggio, consacrando al tempo stesso e confermandone alcune di quelle più antiche: Lourdes, Fatima, Benares, Chartres, Assisi, il monte Athos... Meritano di essere ricordati anche numerosi altri santuari, per quanto meno noti: quello della Madonna di Czestochowa sulla Jasna Góra in Polonia, quello della Madonna di Bistrizza e quello di Trsat in Croazia, quello di San Nicola a Bari, protettore dei viaggiatori, e molti altri ancora. Alcuni di essi si trovano lontano dalle rive del Mediterraneo, come il monastero «della grotta di Kiev» e le infelici isole Solovetsk, dette «Solovki», dove l'antico monastero venne trasformato in uno dei più efferati luoghi di tortura. Ci sono molti luoghi e percorsi di pellegrinaggio andando verso nord e verso est, anche nell'estremo Oriente, in India, Tibet, Cina, Corea, Giappone. L'elenco sarebbe troppo lungo e inappropriato. I loro pani, tanto desiderati, sono diventati memorabili.

    (da: Pane nostro, Garzanti 2010, pp. 146-154)


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