Etty Hillesum

Ricongiungersi con la vita

che portavo in me

Catherine Chalier

Come ovunque in Europa, la lunga storia degli ebrei insediatisi in Olanda da molti secoli – ebrei sefarditi in fuga dalle persecuzioni degli spagnoli e dei portoghesi o ebrei ashkenaziti arrivati dalla Germania, dalla Polonia, dalla Lituania o dalla Russia – fu travolta dal baratro terrificante del nazismo e della seconda guerra mondiale. «Nei Paesi Bassi essere ebreo per molto tempo era sembrato scontato» e «la rivendicazione di appartenenza a una particolare comunità, nel corso dei secoli, aveva potuto facilmente attenuarsi». [1] Come molte altre, la famiglia Hillesum manteneva la consapevolezza che erano ebrei senza per questo vivere diversamente dalle altre famiglie olandesi dello stesso livello culturale e sociale, e senza fare dell'ebraismo un elemento centrale della propria vita, malgrado i nomi ebraici dati ai tre figli di questa famiglia: Esther, detta Etty, nata nel 1914, Jacob, detto Jaap, nato nel 1916, e Michael, detto Mischa, nato nel 1920.
Etty Hillesum, del resto, descrive suo padre, Louis Hillesum, professore di greco e di latino, come una persona la cui filosofia di vita «scusa tutto e vede solo l'aspetto aneddotico delle cose senza approfondirle, anche se ha coscienza di quella profondità», il che, sembra, valesse anche per l'ebraismo al quale purtuttavia si interessava. Ella ricorda anche la « voluttà del caos» dietro quella filosofia rassegnata e scettica e l'asprezza della propria lotta per sradicarsene.
Dice di averla ereditata e di ricadervi continuamente poiché i suoi genitori si erano mostrati incapaci di «prendere posizione di fronte alle cose». [2]
Essa parla dell'angoscia di sua madre di origine russa, Rebecca (detta Riva) Bernstein che, in fuga dai pogrom del 1907, si era stabilita ad Amsterdam dove, prima di sposare Louis Hillesum nel 1912, aveva dato lezioni di russo. Malgrado il suo studio mai interrotto della «lingua materna di mia madre», come dice a più riprese Etty Hillesum a proposito del russo, lingua che sperava le sarebbe servita per diventare «un intermediario tra la Russia e l'Occidente», spesso traspare la sua pietà e la sua irritazione nei confronti di Rebecca. In particolare le rimprovera, come a suo padre, la mancanza di impegno e la sua incapacità di osare acconsentire senza riserve ai suoi sentimenti più profondi. Così, quando sua madre confida a una parente, «Sì, in fondo io sono credente», lei commenta: «È quell'"in fondo" che rovina tutto». [3]
Anche se il suo diario descrive i dettagli del montare irreversibile delle persecuzioni degli ebrei olandesi fino alla loro deportazione per essere sterminati, Etty Hillesum non scrive con questo scopo. «L'ondata della storia» che sommerge il suo paese non dà alcuna tregua agli ebrei e lei sa bene che, più tardi, quando i bambini impareranno a scuola «storie di stelle gialle, di ghetto e di terrore» essi «sentiranno i capelli rizzarsi in testa», ma sa soprattutto che «in parallelo alla storia dei manuali scolastici c'è un'altra storia che scorre». Il suo diario parla esattamente di questa «altra storia», una storia che prende in senso contrario la china naturale a condannare la vita a causa delle atrocità commesse o subite dagli esseri umani come lei, e a lasciarsi andare all'odio come risposta indispensabile a quello stesso odio che, impietosamente e in modo terrificante, pesa sempre di più sugli avvenimenti che si svolgono sotto i suoi occhi, schiacciando ogni altro sentimento. «Un'altra storia» che permette di continuare a trovare che «la vita è bella» e «degna di essere vissuta». [4]
Per Etty Hillesum tenere un diario è esattamente rifiutare di rimanere alla superficie delle cose – che si tratti della sua storia personale: i suoi legami amorosi e le sue amicizie, le sue emozioni e i suoi sentimenti, come pure i suoi interessi intellettuali e spirituali; o che si tratti della vita collettiva a Amsterdam prima e poi a Westerbork durante la guerra. E se il suo desiderio di diventare una scrittrice a poco a poco si afferma con chiarezza – «Un giorno io sarò una scrittrice. Le lunghe notti che passerò a scrivere saranno le mie notti più belle» [5] - all'inizio le parole sono per lei un viatico indispensabile per pensare e sentire l'inaudita profondità che scopre grazie ad esse: una profondità diversa dal caos di cui tuttavia constata le minacce malefiche che persistono in lei e intorno a lei, una profondità che chiama «Dio», dapprima in maniera esitante e vaga e poi – man mano che le tenebre si infittiscono e annunciano l'annientamento del popolo ebraico – in maniera sempre più sicura e chiara. Il che, come vedremo, non vuol dire che lei speri da quel «Dio» il minimo soccorso nel destino che, alla fine, l'aspetta.
La parola «conversione» prende in questo caso un senso particolare. Da una parte perché si tratta di una «conversione» in seno al destino collettivo del popolo ebraico con cui Etty Hillesum ha scelto di essere interamente solidale aiutandolo con tutte le sue forze e rifiutando di nascondersi come gli amici la esortavano a fare. Dall'altra parte perché non è legittimo voler forzare il senso di quel percorso e fare di Etty Hillesum una cristiana come certi commentatori hanno fatto adducendo a pretesto che lei leggeva i Vangeli o che ai suoi occhi era assolutamente decisiva la prima Lettera di Paolo ai Corinzi sulla carità. [6] Nel diario la Hillesum non evoca mai la possibilità di una conversione al cristianesimo, anche se ha una innegabile simpatia per ciò che vi scopre, e il nome di Gesù o del «Cristo» è quasi del tutto assente. [7] In ogni caso non è lui che prega, ma si rivolge direttamente a colui che chiama «mio Dio».
Anche se nel suo caso alla parola «conversione» diamo il senso di un rivolgersi verso sé che, passo dopo passo, le fa scoprire una profondità insospettata e segreta che lei chiama Dio e che percepisce come una forza vitale che si traduce per mezzo di opere, quel vocabolo mantiene tuttavia la sua legittimità. Ma non dobbiamo farle violenza saturandolo con l'aggiunta del nome di una religione determinata. Etty Hillesum non si converte ad alcuna religione. È ebrea, lei lo sente e lo esprime molto spesso, ma senza una reale conoscenza dell'ebraismo, anche se legge assiduamente la Bibbia, fa un'allusione a Maimonide e scopre in quello che chiama l'Antico Testamento «un libro terribilmente appassionante [...] rude e tenero, ingenuo e saggio» di cui, dice, molte cose le vanno bruscamente incontro al punto da sentirsi «fortificata al contatto di quella forza tenera e colorata». [8]
Come nei pensatori precedentemente studiati, il Dio di cui si parla nel diario e nelle lettere di Etty Hillesum resta assente dalla storia che, fatale e terrificante, si svolge sotto i suoi occhi. Egli ha trovato rifugio nel sé umano dove spesso resta sconosciuto, sepolto sotto «pietre e sabbia» e indesiderabile quando sembra manifestarSi. Per «riportarlo alla luce» è necessario passare attraverso la potenza delle parole – quelle che uno legge, quelle che uno scrive, quelle che uno ascolta e quelle che uno dice – come se le parole, alcune perlomeno, sapessero su di noi ciò che ignoriamo. Ma Etty Hillesum non è sola con quel Dio perché, contrariamente a Simone Weil, percepisce la natura come Sua creazione, una creazione buona dalla quale non si è ritirato, e una sorgente di grazia nelle tenebre della storia.
Quella grazia improvvisa la meraviglia e allora nessuna parola le sembra esattamente adatta a esprimerla. In quei momenti, non si sente abbandonata dalla natura, la contempla e ne gioisce, anche quando intuisce la sua terribile morte: «Quel gelsomino mi lascia senza parole. È là già da moltissimo tempo, ma è solo ora che mi lascia senza parole». Più avanti scrive: «Esiste anche la realtà del ciclamino rosso-rosa e del grande orizzonte, che si può sempre scoprire dietro il chiasso e la confusione di questo tempo». Ma a volte, come quel giorno in cui si trova prigioniera del filo spinato nella landa desolata del campo di Westerbork, la bellezza della natura le sembra incomprensibile. «Il cielo è pieno di uccelli, i lupini violetti stanno lì così principeschi e così pacifici, su quella cassa si sono sedute a chiacchierare due vecchiette, il sole splende sulla mia faccia e sotto i nostri occhi accade una strage incomprensibile». [9]
Confrontata alla violenza del mondo e al suo disordine interno, Etty Hillesum – come al di là dell'oceano Thomas Merton esattamente nella stessa epoca – dice di aspirare a una cella di monaco, «con un concentrato di saggezza secolare che scorre lungo muri e finestre che si affacciano su campi di grano...» per trovarvi pace e chiarezza. Ma Etty non dà via libera a quel desiderio poiché, dice, «è qui, ora, in questo luogo e in questo mondo che devo trovare chiarezza, e pace ed equilibrio. Devo buttarmi e ributtarmi nella realtà, devo confrontarmi con tutto ciò che incontro sul mio cammino, devo accogliere e nutrire il mondo esterno col mio mondo interno e viceversa, ma è tutto terribilmente difficile e proprio per questo mi sento così oppressa».
Per Etty Hillesum, la conversione non consiste nell'abbracciare questa o quella religione per confrontarsi infine con ciò che incontrerà sul suo cammino e che fu così terrificante, ma per liberare un po' di aria libera per Dio in lei, in piena libertà di fronte ai dogmi e nella piena certezza che il suo destino su questa terra non ne sarà addolcito. Essa vi scoprì una forza spirituale che si manifestò in maniera molto concreta nei confronti del popolo ebraico atrocemente perseguitato. Considerando quella sofferenza smisurata e il modo in cui lei vi faceva fronte, nel suo diario ha scritto: dopo la guerra «vorrei dire anch'io una parolina». [10] La sua conversione la portò a poco a poco verso quella parolina che ascoltava in sé e di cui se ne percepiscono le scintille scorrendo le pagine del suo diario e delle sue lettere, e se i suoi lettori possono tentare di ascoltarla insieme a lei, nessuno può pretendere di sapere cosa sarebbe stata dopo la guerra quella parolina che non ha potuto pronunciare.

Eros, carità e responsabilità

Nel 1941, Etty Hillesum viene invitata a una seduta di chirologia tenuta da Julius Spier, un ebreo tedesco rifugiato da due anni in Olanda. Prende immediatamente la decisione di iniziare una terapia con lui e gli scrive – è l'inizio del suo diario – che ha provocato in lei «forti sentimenti erotici» e nello stesso tempo «un'avversione» nei suoi confronti. Gli confida anche che è eroticamente «assai raffinata» e che si annovera tra le «buone amanti». La personalità di Spier –«S» nel diario – l'affascina e ha un posto centrale nella sua vita, forse perché, per la prima volta, anche se la sua vita amorosa è già molto intensa, con lui si confronta in una lotta dello spirito e della materia, o con l'espressione di una sensualità «che viene dalle profondità» come scrive a proposito della sua: «Potrei ballare senza fermarmi per notti e notti. Ed è una sensualità che viene dalle profondità, molto più profonda del corpo stesso». «Ritmi sconosciuti» che la abitano ed esigono espressione al di là degli intralci abituali che gli sembrano presenti anche in Spier. Essa legge sul suo volto «questa lotta tra i sensi e lo spirito». [11]
La terapia consiste in conversazioni, letture e studio comuni, ma anche in lotte fisiche il cui carattere erotico è spesso manifesto: «La nostra lotta, iniziata come un esercizio sportivo, si è conclusa in un dolce riposo uno nelle braccia dell'altra». All'inizio di questo incontro, Etty Hillesum si sforza di resistere alla tentazione di una relazione con Spier, nella consapevolezza, scrive, che fino a quel momento «tutte queste avventure e queste relazioni mi hanno resa molto infelice e mi hanno lacerata». Ma acconsentirà presto e Spier avrà un ruolo centrale nella sua vita amorosa e spirituale. In quel periodo vive a casa di Han Wegerif di cui è diventata l'amante e non vuole abbandonarlo malgrado questa nuova relazione poiché dice di amarlo con un «sentimento buono e puro». A modo suo, del resto, resterà fedele a questi due uomini più anziani di lei, malgrado i suoi momenti di gelosia passionale, di bramosia, di dubbio e di cattiveria, malgrado l'essere soggetta a un'improvvisa e pesante malinconia che deve riuscire ad attraversare, o malgrado le sue decisioni impulsive nei confronti dell'uno o dell'altro, soprattutto quando il suo corpo si sente «solo e tradito». La risata di Spier, la sua testa «marcata, appassionante, ma nello stesso tempo tenerissima» l'aiutano a sentirsi bene, ma lo fanno anche «gli occhi chiari e senza nubi di Han». [12] I due uomini le danno il senso della ricchezza della vita e lei non vuole rinunciarvi. Una volta divenuta amante di Spier, la sua passione per Han diventa un grandissimo affetto ma i loro corpi – scrive – «hanno mantenuto la loro intimità in virtù di una bella tradizione». [13]
Etty Hillesum spesso rimpiange di non poter esprimere carnalmente ciò che prova e che descrive nel suo diario, tale è la sua certezza che nessun uomo potrà mai diventare il centro della sua vita. Così, anche se si dice «avvinta» da Spier, nello stesso tempo intravede che deve trovare il suo centro in se stessa per non diventare vuota e spenta in sua assenza e per non mancare la cosa essenziale: l'incontro con la sorgente vitale che, grazie a Spier, del resto, sente essere in lei. Etty denuncia con vigore quella «sfida alla natura» che consiste «per molta gente, soprattutto donne», nell'attingere le loro forze da «un altro essere» e, come vedremo, nel suo diario la constatazione dei misfatti devastanti di questo atteggiamento man mano diverrà più consistente fino ad assumere proporzioni catastrofiche nel campo di Westerbork. [14]
In effetti, è una sfida alla natura cercare il proprio centro nell'altro, poiché questo priva di ogni capacità di scoprire il ritmo della creazione, così come emerge nella profondità spirituale e carnale di se stessi, e di tenersi in sintonia con la sua energia, con i momenti del suo rinnovamento e della sua fatica, della sua dilatazione e della sua piccolezza – spiega, più volte, con accenti dal timbro bergsoniano. Ma come vivere tutto questo e, in particolare, come manifestarlo con l'abbraccio carnale?
La sensualità e la passione all'inizio non sono dissociabili in Etty Hillesum, mentre Spier riserva la seconda per tutto ciò che è di natura intellettuale e spirituale. «Il suo spirito è infiammato da una passione e una ispirazione permanenti che possono arrivare fino all'ossessione. Emana dalle sue mani e dalle sue carezze una tenerezza che viene dall'anima e non dal corpo» scrive rimpiangendo che egli non abbia più granché da dare sul piano del «puro piacere dei sensi, a se stesso e alla sua partner». Lei vorrebbe che la sua «passione si propagasse dal suo spirito al suo corpo e che quel corpo» fosse suo. [15 Non desidera tanto gioire della pura sensualità di Spier quanto ricevere la sua passione e la sua tenerezza attraverso il suo corpo e, contrariamente a ciò che si sforza di pensare, lottando contro la sua esigenza di esclusività, senza condividerle con chicchessia.
Per la passione che lo abita, Spier non è infatti per Etty Hillesum un amante consueto. Le fa scoprire, in profondità sconosciute in se stessa, «sorgenti che non si seccheranno più» e lei sa che è in questo modo che gli resterà legata più intimamente, «attingendo sempre più dalle sue stesse fonti». [16] Dichiara allora il «suo amore senza limiti» per quell'uomo, pur sapendo che deve concedere spazio a molte altre, in particolare alla fidanzata di Spier che si trova a Londra. Ma dirà anche di essere spesso oppressa dalla tristezza, come se le pericolose sirene, nascoste nell'abisso di cui così spesso ha provato in sé l'irresistibile potenza prima dell'incontro con lui, l'attirassero ancora. Malgrado la sofferenza che tali momenti le infliggono, lei non recrimina poiché essi nascondono in sé anche un «nuovo slancio creativo». Ed è esattamente ciò che non si percepisce quando si cerca di scaricare sull'altro la propria malinconia, la propria angoscia, la propria colpevolezza o anche il proprio odio. Che l'abbraccio e la presenza del suo amico l'aiutino a lasciar sciogliere quei momenti di «piccolezza umana», non la dispensa dal lavorare alla loro conversione. Ma per fare questo nessuno può sostituirsi a lei che deve trovare il mezzo, non di distruggere quelle emozioni o quelle passioni, ma di deviare la loro energia dal loro scopo, distruttivo o semplicemente sterile, e alimentare, grazie ad esse, emozioni e passioni positive che spingono alla responsabilità nei confronti del mondo.
Etty Hillesum sa bene che ognuno – lei per prima – è attraversato dalla tristezza, dalla collera, dalla rivolta impotente e dall'odio, soprattutto in spaventosi tempi di guerra, ma rifiuta di asservire ad esse le sue forze. Così, fin dalle prime pagine del suo diario spiega come, se non fa attenzione, l'odio che prova, in modo indifferenziato nei confronti dei tedeschi, la sommerga al punto che non ha esitazioni a riversarlo su un'amica tedesca rifugiata in Olanda, che pur tuttavia descrive «come una seconda madre». Ma si rende anche conto che deve combattere quell'odio in se stessa piuttosto che cercare di «comunicare nell'odio» con i suoi simili. E questa non è né una affermazione moralizzatrice né un vano richiamo all'amore in tempi di barbarie, ma la constatazione molto lucida che «se la barbarie nazista risveglia in noi una identica barbarie [...] noi dobbiamo respingerla interiormente; non abbiamo il diritto di coltivare in noi quell'odio, perché allora il mondo non uscirà di un solo passo dalla melma in cui si trova». [17]
Contrariamente a una lunga tradizione religiosa e filosofica che separa eros e agape, il desiderio amoroso e la carità o la responsabilità, i primi che cercano ciò che li appaga, i secondi inclini al dono, le due forme di amore attingono alla stessa sorgente. Il che tuttavia implica di arrivare a quella sorgente. Leggendo l'inno alla carità di Paolo (1 Cor 13), Etty Hillesum vi vedrà l'espressione di una verità di cui sente di cercarne la forma in se stessa dopo l'inizio delle sue conversazioni con Spier e la sua scoperta della forza insita nella tenerezza e nella compassione. Quando il suo amico scrive alla fidanzata in esilio, crudelmente privata di amore, di «convertire quella privazione in amore per altra gente», Etty Hillesum dapprima resiste a un tale suggerimento. Tuttavia, pagina dopo pagina del suo diario, questa possibilità le si impone, non come rassegnazione alle delusioni e alla sofferenza per la morte di Spier nel settembre del 1942, ma come una realtà irrecusabile, nel cuore della sofferenza, una realtà che le fa trovare in sé ricchezze di cui, a prima vista, si credeva sprovvista.
Del resto, anche quando può soddisfarlo, il desiderio erotico che la anima non è mai riducibile alla prova della mancanza e della ricerca del suo appagamento. L'uomo che ama e il Dio al quale, grazie a quell'uomo, inizia a osare rivolgersi in una intimità più grande, «o quasi», di quella della sessualità, non l'appagano. Piuttosto la nutrono di «nuove fami» [18] spingendola a nutrire quella degli altri.
Questa conversione del desiderio in agape, in carità e in responsabilità nei confronti del prossimo e poi di coloro che incontra nella desolazione crudele di Westerbork non cessa di approfondirsi nel suo diario. Essa non scaturisce dal risentimento o dalla rinuncia, non ha accenti sacrificali e non induce tentazione alcuna di maltrattare se stessa con il pretesto di essere più prossima a coloro che soffrono, come fa Simone Weil nello stesso periodo. Questa conversione scaturisce da un amore esigente, da un amore non fondato sulla colpevolezza – la Hillesum insiste molto su questo punto, in particolare a proposito di Han Wegerif [19] – ma dalla scoperta della fragilità umana come «immagine di Dio» e della tristezza che prova per lo stato in cui versa la creazione di quel Dio.
Molto presto infatti nel suo diario, grazie alla meditazione della Bibbia, si afferma una doppia esigenza: chiedersi cosa significa l'affermazione che Dio creò l'uomo a Sua immagine (Gn 1, 27) e dare corpo a quel pensiero nella sua vita rispondendo al precetto di amare il proprio prossimo come se stessi (Lv 19, 18; Mc 12, 29-31). Precetto che, biblicamente, significa fare tutto ciò che è in nostro potere perché quel prossimo – chiunque si trovi consegnato alla nostra responsabilità – possa vivere. Cosa che, nelle circostanze tragiche della guerra, diventa una sfida di ogni minuto. Nella sua vita quotidiana, Etty Hillesum si lascia orientare da quelle frasi come se il volto umano le parlasse di quell'immagine di Dio. Ma più tardi, nel campo di Westerbork, di fronte «ai volti dei soldati in uniforme verde della scorta armata» che spingevano senza pietà i deportati verso il treno in partenza per Auschwitz, lei scriverà del suo spavento di fronte a loro. «Mi sono posta delle domande su quella parola che è il filo conduttore della mia vita: "E Dio creò l'uomo a sua immagine". Sì, questa parola ha conosciuto in me una mattinata difficile». [20]
Anche prima di provare l'orrore del caricamento dei treni a Westerbork e l'insostenibile carico di odio dei volti dei poliziotti, Etty Hillesum sapeva che l'amore per l'altro è esigente poiché, lungi da essere un semplice slancio naturale, inizia con una attenzione a sé per non lasciarsi corrompere e condurre sulla china del male, per terrore o per odio, ed esige una doppia conversione: la conversione dell'energia dell'eros al fine di metterla a servizio dell'agape; la conversione dell'odio, del panico e della malinconià per evitare di lasciarsi trascinare nella degradazione. Ma come riuscirvi? Secondo lei, lasciare spazio in sé all'indignazione morale e alla tristezza è giusto e anche necessario poiché è un modo per negare qualsiasi spazio all'odio che finisce per invadere chiunque non è vigile. Il male ha infatti un grande potere di contagio, tracima dal criminale per invadere le sue vittime e le trascina ad aggiungere odio o abiezione nel mondo e renderlo ancora più soffocante. «Che ognuno operi un ritorno su se stesso ed estirpi e annienti in sé tutto ciò che crede di dover annientare negli altri» [21] scrive Etty Hillesum a Klaas Smelik, un veterano della lotta di classe, il quale assimila questo proposito a un ritorno al cristianesimo. La sua amica, divertita, glielo concede, senza sapere che quelle sue parole sono anche una definizione della teshuvà ebraica. [22]
L'idea di Etty Hillesum che ognuno ha in sé le stesse passioni distruttive dei propri nemici – piuttosto che rifiutare con veemenza, con terrore, una tale tesi, considerando
i nemici come esseri mostruosi di un'altra specie – si rivela molto lucida: lo verificherà ancora di più nel campo di Westerbork in cui incontrerà ogni sorta di gente degradata da quelle passioni.
Primo Levi, nella prefazione a La notte dei Girondini, a proposito di Cohn che, proprio nel campo di Westerbork viene a patti con i nazisti per restare vivo, ricorda che «solo una retorica manichea» può sostenere che lo spazio che separa le vittime dai carnefici sia vuoto, mentre invece è «costellato di figure turpi, miserevoli o patetiche». «Ogni delitto si irradia, si trapianta intorno a sé, corrompe le coscienze e si circonda di complici sottratti con la paura o la seduzione al campo avverso». E aggiunge che, per evitare che le proprie capacità di giudizio ne siano corrotte, è necessario rifiutare fin dall'inizio di fare un passo in direzione del confine che separa «il debole dall'infame». [23]
È proprio ciò che Etty Hillesum scopre molto presto ed è anche la ragione per cui combatte, nei tormenti della sua vita personale e al centro di una storia che la perseguita sempre di più, affinché odio e terrore non si associno, in lei e intorno a lei, come se si trattasse di una fatalità alla quale si può solo cedere. Le sue considerazioni sull'amore hanno in primo luogo questo senso poiché la fragilità dell'«immagine di Dio» non proviene solo da ciò che si può assassinare, ma deriva anche dalla propria tentazione di sprofondare nel caos morale e spirituale, per paura o per perversione.
Via via che Etty Hillesum scopre la preghiera, sente un impulso, molto insolito per lei, che la porta a inginocchiarsi. Quel gesto, poco familiare per gli ebrei, sfida anche la sua parte razionale, critica e atea. [24] Come la poetessa Nelly Sachs, sente tuttavia che esso viene da più lontano: «Oh dopo quanti anni luce le nostre mani/ si sono giunte in preghiera –/ le nostre ginocchia chinate a terra/ e s'è aperta la nostra anima/ per ringraziare?». [25] Ma a chi si rivolge quella preghiera e perché quel gesto?

Un Dio che aiuta, un Dio da aiutare

Come quasi tutti gli esseri umani che osano pregare, Etty Hillesum dapprima chiede a Dio che le venga in aiuto, non tuttavia per colmarla dei beni la cui assenza la fa soffrire o per risparmiarle la sua «sorte», ma agendo in lei, dandole la forza di «partecipare a ogni minuto di questa vita» nel mondo così com'è, senza distogliersene con il pretesto del male che esso contiene e che infligge mentre ciononostante la vita continua a essere bella. Il Dio a cui si rivolge questa preghiera non è esterno a colei che la pronuncia, Egli si trova in lei, in uno strato estremamente profondo, celato alla semplice riflessione intellettuale, uno strato di cui lei comincia a intravedere che può avervi accesso: «Ritrovavo il contatto con me stessa, con ciò che c'è di più profondo e di migliore in me e che io chiamo Dio e anche con te» [26] scrive rivolgendosi a Spier. Quel «più profondo» la collega agli altri esseri umani e a tutto ciò che è vivente poiché è la sorgente del «grande flusso della vita» di cui, come Bergson, Etty Hillesum, nei giorni in cui si tiene nella sua prossimità, sente la forza creatrice in se stessa. È anche per questa ragione che si meraviglia così spesso di ciò che rimane bello e imprevisto nella natura, ciò che continua a crescere malgrado il male spaventoso che imperversa ovunque, come se, in quegli istanti preziosi, il Dio interno al «sé» dell'essere umano e la natura all'esterno entrassero in una fine consonanza.
L'attenzione a quelle pause intense e sconvolgenti non è spontanea poiché richiede uno sforzo grande e costante che se talvolta è coronato da un sentimento di «dilatazione» scoprendo che Dio è presente in lei come in tutto ciò che cresce intorno a lei, tuttavia non fa mai scomparire la prova della tristezza e della sofferenza, tutte quelle ore in cui sembra che la gioia di quella rivelazione sia fuggita come un sogno futile rispetto alle costrizioni quotidiane e al dilagare inesorabile della persecuzione.
Tuttavia, malgrado tutto ciò che, anche in lei, sembra dimostrare il contrario, Etty Hillesum sa che la «bella armonia» che prova in quei «momenti migliori» non è un sogno ma una realtà, e quell'esperienza la spinge a ringraziare Colui che gliel'ha procurata. Infatti, per quanto siano soprattutto quei «momenti» di contatto intimo con la vita in lei e intorno a lei che fanno affiorare la parola «Dio» dalla sua penna, imponendosi sempre di più, Etty Hillesum non è né panteista, né pagana. Per lei, «Dio» non è il nome di una forza naturale ovunque presente, ma quello di Qualcuno che lei ascolta e al quale parla come farebbe con una persona amica. Qualcuno al quale, dunque, lei vuole rendere grazie. [27] Ora, il richiamo e la risposta, l'ascolto e la parola, caratterizzano una relazione – e non una fusione o una comunione panteista – ed è per eccellenza la Bibbia che propone questo modo di pensare il significato di Dio per gli esseri umani e di loro per Lui.
Etty Hillesum inizia a leggere la Bibbia ebraica e cristiana quasi subito dopo il suo incontro con Spier, diffidando all'inizio della sua tendenza a voler «sondare le intenzioni di quel libro in maniera ancora troppo cerebrale» per potervisi immergere veramente. Ma, a poco a poco, impara ad ascoltare ciò che ha di reale da dirle, che lei oppone all'odio e che la rende ugualmente reale. Convertirsi corrisponde infatti a una ricerca di realtà per lei che ha sentito la minaccia del suo proprio disordine e la vertigine dell'irrealtà che in quei momenti l'afferrava, rendendole la vita intollerabile. Lo vediamo nell'episodio dell'inizio del suo diario in cui racconta la decisione di abortire piuttosto che far nascere un bambino destinato a subire i «germi morbosi» che circolano nella sua famiglia. L'intenso lavoro che fa su se stessa per continuare a vedere la vita bella e degna di essere vissuta, con il sentimento che la realtà che la abita ha una forza che si oppone alla disperazione suscitata dai mali ricevuti in eredità e da quelli, spaventosi, che la aspettano, lei non si sente autorizzata a esigerlo da un altro. Non vuole che un bambino, nato da lei, affronti una «valle di lacrime», la confusione familiare e disturbi psichici come quelli di suo fratello Mischa. [28]
Che Dio si presenti alla sua mente, che spinga il suo corpo a inginocchiarsi, non significa assolutamente che Etty abbia scoperto un «calmante» per le sue angosce personali e, evidentemente, ancora meno per quelle degli altri. Lei Gli chiede piuttosto di guidarla e di darle la forza nel suo dedalo interiore, nella complessità della sua vita privata e nei suoi impegni nei confronti degli altri. Fino alla fine della sua vita, insieme alle altre letture, soprattutto quella di Rilke – «L'oggetto della mia passione, scrive, è leggere l'intero Rilke, leggere tutto di lui...», «Mi occupo di Rilke con una crescente intensità» [29] -, la sosterrà la lettura della Bibbia. Ne ricopia parecchi passi, come pure molti scritti del poeta. Ne ricerca la linfa vivificante, quella che fa credere ancora alla realtà, alla sua bontà e alla sua bellezza, mentre sembra dover soccombere alla cappa di piombo delle notizie che riceve, una più terrificante dell'altra. Forse che una poesia non è altrettanto reale – chiede – di quelle spaventose informazioni che porterebbero a credere che la vita è condannata a causa loro? [30]

Tuttavia è una «prodezza» essere felici nel mondo di Dio così com'è, di accettarlo senza chiederGli di cambiarlo affinché sia più conforme ai nostri desideri, soprattutto quando alle delusioni personali si aggiungono le minacce sempre più spaventose rivolte al popolo ebraico che, anche quelle, fanno «parte della sorte». Ma Etty Hillesum non chiede a Dio di risparmiarle la sua «sorte» o di liberarla, non Lo prega di trasformare questo mondo e di esercitarvi la sua provvidenza in modo tale che lei non debba più soffrire.
Il vocabolario della necessità le si impone e diverrà presto centrale – l'eredità, la sorte, il destino – ma, contrariamente alla visione dei tragici greci, non ne deduce che l'uomo è un giocattolo nelle mani delle potenze divine né che è votato a perdersi. E non pensa neppure, come Simone Weil, che quella necessità è il segno stesso del ritrarsi di Dio poiché lei vi scopre isole di grazia e di bellezza e che la loro realtà ha altrettanta forza di quella della necessità. Quel mondo è la creazione di Dio, ma è anche opera degli uomini che lo hanno avvilito e dilaniato, e Dio non può cambiare quella situazione. È dunque in mezzo a quelle ferite che lei vive e cerca di entrare in contatto con Lui, grazie al suo incontro con Spier, grazie alla compagnia dei libri amati, ognuno dei quali, alla sua maniera, «ha qualcosa di reale» da dirle. [31]
Fin dai primi mesi del suo diario, Etty Hillesum cerca di mantenere la rotta malgrado il peso tenebroso e opprimente della storia – bombardamenti, arresti, sparizioni, campi di concentramento – che sembra voler dimostrare l'assurdità di quella vita. Anche se non vuol cedere alla disperazione, all'inanità e al sentimento di una terribile impotenza, non si sente indenne di fronte a tutto ciò. La vita ha un senso, ripete, ma non è una affermazione dogmatica o una formula incantatoria destinate a rassicurare coloro che sono smarriti o sul punto di perdersi. Quel senso, dice, coincide con un'esperienza personale, se ne decide «da soli con Dio». Non si impone come una evidenza naturale un dato ideologico ricevuto in eredità, è il sentimento del destino individuale e collettivo che l'assilla a renderne il pensiero urgente, del resto non esente da momenti in cui si eclissa.
Etty Hillesum non ritiene, come l'esistenzialismo ateo, che quel «senso» derivi da una decisione personale riguardo alla scelta della propria vita – imporre un senso alla vita se non lo ha già gli sembra contraddittorio – e sostiene dunque che ognuno prende quella decisione con Dio. L'orientamento e il significato della sua vita non derivano dalla sua determinazione a non cedere alla disperazione, ma dalla sua risposta a quel Dio che scopre in sé. Così Gli chiede di «guidarla» (orientamento) e aiutarla a trovare come «confrontarsi» con il suo tempo trovando una risposta alle «questioni della vita e della morte» che esso le pone (senso). [32]
Se dà una tale importanza al fatto di inginocchiarsi, è perché quella postura contribuisce a permetterle di avvicinarsi a quel Dio nascosto nell'intimità più profonda del «sé», quel Dio che talvolta emerge quando i tormenti che infliggono alla vita un'aura di angoscia, di cenere e di derisione lasciano un po' di respiro.
Ma come contribuire a quella venuta che non è mai descritta come una visitazione improvvisa e sorprendente? È necessaria una ricerca perseverante e questo in un contesto sempre più oscuro. Etty Hillesum va all'incontro con Dio, con le parole, liberando dai detriti il pozzo in cui Egli è prigioniero, un pozzo di cui troppo spesso dimentichiamo che contiene ancora dell'acqua – un'acqua buona che dà un sentimento di pace e l'energia di vivere, qui e ora – poiché vediamo solo i blocchi di sofferenza che lo hanno riempito. Ma come attingere un po' di quell'acqua? E per farne cosa?
Oltre alla preghiera e alla lettura, la sua relazione con Spier ha un ruolo fondamentale su questo punto. Egli le fa scoprire a poco a poco che una psicoterapia non porta solo a risvegliare aspetti nascosti e dolorosi del sé, la presenza sempre viva di ricordi tragici e pulsioni tenebrose, ma talvolta, più in profondità, attraversando ancora e ancora quella «notte di inconscio» che tormenta ognuno, fa arrivare anche a una sorgente che è incistata, incapace, con le sue sole forze di manifestarsi, di aprirsi una strada fino alla coscienza; quella sorgente a molti sembra inesistente, ma attende nel più intimo di sé la sua liberazione. La terapia, la relazione amorosa che innesca, le numerose conversazioni con Spier e i suoi amici, la scrittura del diario e le sue letture contribuiranno al risveglio di quella sorgente in Etty Hillesum. Vi contribuisce pienamente anche l'amore erotico poiché per lei mantiene una forza di redenzione. Spier la orienta nel suo labirinto e le insegna che, per colui che la ama, lei è «depositaria di un prezioso frammento di vita» e che quel «frammento» è chiamato a grandi responsabilità: quelle che competono alla persona nella sua unicità.
A questi mezzi per liberare quel pozzo ostruito che ognuno è per se stesso, affinché Colui che vi è nascosto respiri un po' – cioè ispiri la vita e il pensiero del suo ospite –, Etty aggiungerà il fatto di inginocchiarsi e di pregare, ossia di rivolgersi a Lui chiamandolo «mio Dio». Dopo la morte di Spier, dirà che è stato lui a insegnarle a pronunciare quel nome senza vergogna. [33]
Il suo diario è caratterizzato da una attenzione estrema ai dettagli, alle manifestazioni naturali e spirituali della vita, alle espressione dei volti e dalla capacità di descriverli con acutezza e un inalterabile ardore, soprattutto quando sente che la morsa si stringe. Essa percepisce come «da tutte le parti si profilino i segni precursori del nostro annientamento», ne annota ogni dettaglio e, più tardi, nel campo di Westerbork, scrive per poter credere in seguito alla realtà di ciò che ha visto. [34] Ma nello stesso tempo, quella stessa attenzione – che se crediamo a Malebranche è già una forma di preghiera – si rivolge anche a ciò che custodisce in se stessa, le sue emozioni e i suoi sentimenti, l'ombra di un pensiero che la attraversa, un fuggitivo bagliore di gioia o di tristezza. Non lascia che alcunché scompaia nell'insignificanza, trattiene tutto grazie alle parole che ne captano la scintilla di realtà poiché, contrariamente a coloro che, sommersi dall'orrore e dalla paura, assimilano questi ultimi a «la» realtà, Etty scrive a Osias Korman: «anche le mie realtà sono realtà». [35]
Senza mai alimentare illusioni consolanti sulla propria sorte e su quella dei suoi, è il rapporto con Dio che suscita in Etty Hillesum quella stupefacente capacità di percepire che la realtà non si identifica unicamente con l'orrore estremo. Ma quel Dio al quale chiede di guidarla e di dare agli altri la forza di attraversare le loro prove, molto presto si rivela un Dio incapace di aiutarla, se per aiuto si intende salvarla dal pericolo. Dio non deve rendere conto agli uomini dello stato deplorevole del mondo poiché sono loro ad averlo reso tale e, soprattutto, Egli non può intervenirvi come una potenza giusta e soccorrevole. Sono gli uomini che, come profetizza Isaia, sono stati incaricati di «sciogliere i legami di tutti i gioghi», di rimandare liberi gli oppressi, di spezzare infine ogni schiavitù (Is 58, 6). Ma essi si accaniscono a fare esattamente il contrario e Etty Hillesum non si illude facendo affidamento sulla sua fede così profonda: dagli uomini non arriverà alcuna liberazione e neppure Dio le risparmierà la morte penosa che l'attende.
Tocca soprattutto a lei, sostiene, aiutare Dio a non scomparire nel disastroso tohu-bohu di odio che prevale in quel momento: «E se Dio cessa di aiutarmi, toccherà a me aiutare Dio»; «Assumerò come principio quello di aiutare Dio quanto più possibile e, se ci riesco, ebbene sarò là anche per gli altri»; «Ti aiuterò, mio Dio, a non spegnerTi in me, ma non posso garantire niente in anticipo». La Hillesum spera che resti qualcuno, dopo la guerra, per testimoniare che Dio ha vissuto anche nella sua epoca, e per un momento spera di essere lei quel testimone. [36]
Ben al di là della sua morte crudele, il diario risponde a quella speranza effimera: ancora arriva a noi una scintilla di quel Dio a cui ha dato ricovero in sé, in quei tempi di annientamento metodico di tutti i testimoni ebrei del Nome di Dio, anche divenuti cristiani o atei. Grazie alle sue parole abbeverate a quella sorgente che sentiva costituire ciò che aveva in sé di più prezioso, Etty Hillesum obbliga a interrogarsi su quel Dio così vivo in lei e nello stesso tempo impotente, che incita all'amore ma è incapace di risparmiarle di essere «divorata dai pidocchi in Polonia». È quel Dio, scrive, che dovremmo pregare incessantemente. [37]
Pregare quel Dio nel momento stesso in cui lo sterminio è ineluttabile, ascoltarLo e parlarGli malgrado tutto, fa accadere nella vita di Etty Hillesum ciò che lei non esita a chiamare un certo «miracolo». Quando, infatti, la sofferenza toglie ogni via di scampo a un sé in preda al panico e vinto, la preghiera accresce in lei la sua capacità di amare e di soccorrere, anche se, come Rilke le insegna, Dio non le offre tutto il tempo «i Suoi grandi momenti». Anche se le sue preghiere talvolta diventano «disperatissime e poverissime», colui che lei chiama Dio, una parola che a volte le dà l'impressione di un «suono originario e primitivo», vive nella sua anima. Ma allora non spetta a lei la responsabilità di lasciarLo respirare in se stessa? Per fare questo, non bisogna ritenere che la propria vita non meriti alcuna considerazione particolare. Contrariamente a Simone Weil, Etty Hillesum deve lottare contro la propria impazienza quando si ammala, fa grandi sforzi per recuperare la salute per poter tornare a Westerbork ed essere un aiuto reale per i prigionieri; e nel diario scrive: «Non giocare con la tua vita, essa è preziosa». [38]
La compassione che dimostra a tutti coloro che, aspettando la deportazione, si trovano confinati in quel campo di transito in condizioni materiali terribili, spesso stremati e completamente sperduti, trova sostegno nell'evidenza che aggiungere un atomo di odio o di «si salvi chi può» a quel mondo lo renderà ancora più intollerabile. Nel momento in cui sono braccati, perseguitati, oppressi, in preda all'arbitrio e al sadismo, lei vorrebbe dunque tentare di mettere a nudo, anche in loro, un altro «frammento» di «realtà». Etty Hillesum vuole essere lucida, la realtà che li stritola non sarà vinta da forze esterne e la speranza politica le sembra vana. È necessario piuttosto tentare di trasmettere a quelle persone smarrite qualche cosa di quella «parte indistruttibile» che lei ha scoperto in se stessa e che resta nascosta agli altri. Spiega a Dio che vorrebbe «sbloccare negli altri la strada che porta a Te». Ma come insegnare agli altri ad ascoltare dentro di sé?
Ovviamente non si tratta di predicare loro una qualunque fede o di cercare di alleviare il loro strazio con promesse di consolazione. Piuttosto che volerli convertire, è opportuno lasciare che Dio che è in sé ascolti Dio che è nell'altro. «In realtà è piuttosto Dio in me che "è in ascolto". Ciò che vi è di più essenziale e di più profondo in me ascolta l'essenza e la profondità dell'altro. Dio ascolta Dio». Etty Hillesum indubbiamente ha scoperto questo pensiero o questa intuizione, comune a molti mistici, nella sua relazione con Spier. Infatti scrive: «È necessario sbloccare negli altri la strada che porta a te e, per farlo, è necessario essere un grande conoscitore dell'anima umana. È necessario avere una formazione da psicologo». [39]
Se è vero che, durante la terapia, l'inconscio dell'uno perviene ad ascoltare quello dell'altro, suggerendogli talvolta parole che lo illuminano, perché dunque Dio nascosto nell'intimità più profonda della psiche dell'uno – la nostra parte migliore, dice lei – non potrebbe entrare in consonanza con Dio nella psiche dell'altro? La sorgente della vita è unica, dunque attraversa entrambi, anche se in ciascuno assume un volto particolare e anche se in uno dei due essa sembra inghiottita dalla disperazione. L'uomo che amava ha risvegliato in lei quella sorgente, le ha insegnato a raggiungere quello strato profondo della vita che custodiva in sé e che ignorava. Quella fu la sua conversione prima di «essere gettata senza transizione in un centro di sofferenze umane». [40] È dunque là che a sua volta deve ora sforzarsi di risvegliare quella vita nell'altro, lasciando che Dio in lei ascolti Dio in coloro che incontra. Probabilmente aiutare Dio è soprattutto questo.
Ma come riuscirvi quando su di sé pesa un destino di massa?

Assumere su di sé un destino di massa

Le umiliazioni, poi le persecuzioni degli ebrei di Amsterdam sono indirizzate a un popolo con cui Etty Hillesum si sente interamente solidale. L'espressione «noi ebrei» ricorre in tutto il diario e in nessun momento si dissocia dal suo popolo con il pretesto che ne vede questa o quella piccolezza o perché ha scoperto un suo percorso spirituale, indipendentemente dalla religione dei suoi antenati, che del resto le è stata trasmessa in frammenti poco significativi. Ogni nuova misura antiebraica l'affligge e cerca immediatamente di non abbandonarsi alla malinconia. «Ci è stato proibito di passeggiare sulla Zuijdelik Wandelwek, ogni misero gruppetto di due o tre alberi è dichiarato "bosco" e c'è un cartello: "Vietato agli ebrei". Questi cartelli li vediamo fiorire ovunque. Tuttavia resta abbastanza spazio per vivere nella gioia, fare musica insieme e amarsi» scrive in uno dei suoi primi quaderni. Poi, via via che la persecuzione non lascia alcun dubbio riguardo al suo esito, scrive: «Questa nuova certezza: si vuole il nostro completo sterminio. Questa certezza nuova, io la accetto. Io ora lo so. Non imporrò agli altri le mie angosce e mi guarderò dal provare qualsiasi rancore se essi non capiscono cosa accade a noi, gli ebrei». A proposito di Spier, confida al diario: «Sono così contenta che sia ebreo e di essere ebrea io stessa». Poco prima, senza illusioni sulla loro sorte, aveva ipotizzato la loro deportazione in Polonia: «Forse andremo in Polonia insieme». [41]
Quel sentimento di appartenenza al popolo ebraico non si eclissa mai, è un fatto innegabile quanto lo è il destino; un fatto che, quando se ne prende coscienza, imprime il sigillo della necessità su una vita che, fino a quel momento, aveva potuto credere di essere fortuita. «Matura per assumere un "destino". È questo il grande cambiamento dell'anno trascorso» scrive paragonando quel destino a un processo organico che avviene in lei per arrivare ben presto alla maturità, non lasciando più altra scelta che di «sopportarlo e farlo fruttificare» piuttosto che voler vanamente sfuggirgli o pensare a un'altra vita. [42]
Il sentimento di essere «costretto all'ebraismo», espresso da Lévinas nei suoi scritti dello stesso periodo, [43] la orienta a pensare al senso del destino singolare del popolo ebraico tra le nazioni e a considerare l'elezione come una responsabilità che incombe irrimediabilmente su di esso.
Etty Hillesum sente questo in maniera diretta, e dice a Dio: «io sono una delle Tue elette», e, lungi dal vedervi uno status privilegiato, giustifica la scelta di quel vocabolo biblico associandolo al fatto di aver toccato da molto vicino «tutti gli aspetti di questa vita» e di aver ricevuto da Lui la forza di «assumerli» su di sé. Quel sentimento di essere una eletta da Dio è inscindibile dalla necessità in cui si trova di imparare insieme agli altri «il peso di un "destino di massa" eliminando tutte le futilità personali». [44]
La grande compassione di Etty Hillesum si arresta di fronte a coloro che tentano di sottrarsi a quel destino e denuncia come «irreparabili» gli atti di collaborazionismo di certi ebrei. Quello, dice, è un grande tradimento che la storia dovrà giudicare. Nel campo di Westerbork scopre quanto l'ascendente di quel destino sugli ebrei è irriducibile alla loro fede religiosa. Constata infatti come gli ebrei convertiti da lungo tempo al cristianesimo per fede profonda non siano risparmiati dalla persecuzione e i persecutori siano andati a cercarli perfino nei conventi. A proposito del suo incontro con «due religiose di una famiglia di Breslavia, ricca, intellettualmente brillante, e molto ortodossa, che portavano la stella sui loro abiti conventuali» così commenta: «Esse se ne ritornavano verso i loro ricordi di giovinezza». In una delle sue lettere descrive anche lo spettacolo «stupefacente» di quei religiosi che camminavano tra due oscure baracche «dicendo il loro rosario, altrettanto imperturbabili che se avessero passeggiato nel chiostro della loro abbazia». [45]
Se la sua conversione fu, come dice, «raggiungere la vita che portavo in me», e non l'adesione a una religione costituita, non appena l'attuò, si trovò «gettata senza transizione in un centro di sofferenze umane» non assumibili a misura umana e inconcepibili per la ragione. Tuttavia non sentì che la sua vita era ormai compiuta. [46] Al contrario, la sua conversione le dette la forza di restare con il popolo ebraico e di assumere quel destino di massa irrevocabile.
Come Franz Rosenzweig nel momento della sua conversione, come Henri Bergson nel suo testamento, Etty Hillesum sente che la sua sorte è legata a quella del popolo ebraico: quel popolo non si abbandona. Ciò non significa che esso sia particolarmente amabile né che l'ebraismo sia interiormente la sua religione, ma semplicemente tradirlo è assolutamente impossibile. Ora, colui o colei che prendesse in considerazione l'eventualità di disertare avrebbe già tradito. È perché accade che si nasca «con un'anima di mille anni», un'anima che sa su se stessa molto più della coscienza? Un'anima che sa per esempio che l'appartenenza al popolo non è riducibile a un fatto biologico, anche se la catena delle generazioni è fondamentale, ma è anche un fatto spirituale che dà lo slancio per vivere, uno slancio che non si può desiderare di arrestare senza che la propria vita precipiti nell'odio e in un risentimento senza fine?
Forse il punto più segreto dell'anima di Etty Hillesum, di Bergson e di Rosenzweig aveva un'età così avanzata? Sappiamo del resto che nel caso di conversione al cristianesimo, per convinzione o attrazione, e non per opportunismo, molti ebrei mantengono questo sentimento di appartenenza al loro popolo. Per parte sua, Etty Hillesum dirà a Klaas Smelik il quale non voleva che lei andasse a Westerbork e la esortava a nascondersi: «Voglio condividere il destino del mio popolo». [47]
Si tratta, come è stato suggerito, di un'offerta sacrificale, perfino cristica? Ai suoi amici che le rimproveravano il suo atteggiamento Etty rispondeva: «Non è vero che io voglia andare incontro al mio annientamento con un sorriso di sottomissione sulle labbra. Non è questo. È il sentimento dell'ineluttabile, la sua accettazione e nello stesso tempo la convinzione che di fatto niente può più esserci preso. Non è che io voglia partire a ogni costo, per una sorta di masochismo, o che desideri essere strappata via dal fondamento stesso della mia esistenza, ma sarei veramente molto felice di potermi sottrarre alla sorte imposta a tanti altri?».
Resta il fatto che quella «accettazione» non si identifica assolutamente con una sottomissione dell'anima. Etty Hillesum non prende in considerazione la lotta armata per tentare, per quanto disperatamente, di opporsi a quel destino, come fecero nobilmente i combattenti del ghetto di Varsavia, ma la sua resistenza alle atrocità sempre più terrificanti che vede quotidianamente è assolutamente reale. È una resistenza spirituale che consiste nel rifiutare con tutta l'anima di cedere alla disperazione, al panico e all'odio e nel non permettere che la pervadano. Mentre vive nella «miseria indescrivibile» del campo di Westerbork, dietro il filo spinato, scrive ai suoi amici: «Dopo la guerra, noi dovremo costruire un mondo completamente nuovo e, a ogni nuovo crimine o orrore, dovremo opporre un nuovo pezzetto di amore e di bontà che avremo conquistato in noi stessi». [48] Ma da dove prende una tale forza e da dove le viene una tale idea?
La resistenza spirituale che, fin dentro ai campi di sterminio, certi ebrei hanno tentato di oppone ai loro carnefici, alzandosi un momento prima per recitare la preghiera del mattino, tentando di meditare su qualche frase biblica o perfino digiunando nel giorno di Kippur, non è una virtù di anime deboli. [49] È piuttosto la virtù di anime il cui segreto ultimo si radica nel terreno fertile di parole creatrici, come dice la tradizione chassidica affermando che il segreto di ogni anima si trova in una lettera della Torà.
Alla sua maniera, Etty Hillesum si esercita quotidianamente a quella resistenza con la lettura della Bibbia e di Rilke, sforzandosi di studiare il russo e, soprattutto, con la preghiera, una preghiera che vorrebbe che fosse «ininterrotta». Lungi dall'essere «inappropriate», scrive, quelle letture e quella preghiera sono «modi di restare in vita» e non di sopravvivere o di mortificarsi aspettando il peggio. Mentre il presente degli ebrei sprofonda sotto i suoi occhi atterriti in una atroce derelizione, tenta di andare a cercare in un passato molto lontano una forza che niente e nessuno nel presente sembra in grado di comunicarle. Una forza che abbia una affinità con la sua anima. Mantiene vive le parole del passato di cui sono testimoni gli scritti che legge e medita, ma in cambio quel passato mantiene viva lei.
Attinge dalla fonte più antica per far fronte all'orrore piuttosto che esserne disgregata. Questo le dà anche la forza per resistere tra le angosce e lo smarrimento dei prigionieri di Westerbork e questa è la cosa più difficile. Incapaci di accettare la loro sorte orribile da soli, spesso costoro vorrebbero scaricare su di lei quel peso e Etty Hillesum sa di rischiare di soccombere sotto di esso. «Mi sento la forza di affrontare il mio [destino], ma non quello dei miei parenti». È anche il motivo per cui vorrebbe incoraggiare coloro che la circondano ad accettare che ci siano momenti in cui non si può più agire e che è necessario allora solamente essere. Ma sa anche che «lo si può fare solo per sé, mai per gli altri» e l'attivismo di sua madre che tenta di smuovere cielo e terra la fa disperare. [50]
La stupefacente forza spirituale e morale di cui dà prova Etty Hillesum trova le sue risorse in quel passato che fa suo e nella preghiera che, per eccellenza, la tiene in prossimità di quella «parte indistruttibile» di se stessa che vorrebbe trasmettere e in cui vede anche il «solo modo di preparare tempi nuovi» poiché se quei tempi non sono dapprima preparati in se stessi non verranno mai. Per lei non si tratta di combattere il male con le sue stesse armi, lottando con la violenza, lasciandosi incancrenire dall'odio per quanto ampiamente giustificato, ma di cambiare se stessi per «recidere il male alla base» svelando che esso usurpa il primo posto nell'anima umana. [51] La sua conversione spirituale è dunque indissociabilmente una conversione morale, poiché, quando quella «parte indistruttibile» emerge in sé, è anche l'alleanza
immemoriale dell'anima con il bene che si apre un timido cammino nella storia degli uomini. Quel bene, o quell'amore e quella bontà come lei preferisce scrivere, si trova quasi sempre soffocato dal male, dalle sue seduzioni e tentazioni, dalla sua vertigine e falsificazioni, al punto che non si sa più che ciò è il male, che si vede solo lui e a partire da lui. Etty Hillesum, invece, continua a vedere altre cose e soprattutto, senza dubbio, al di là della loro sparizione, continua a far vedere altre cose come ha già fatto per i suoi amici e per coloro che la circondavano.
Di fronte al tradimento spirituale, morale e materiale di tante persone nel cuore di una civiltà contrassegnata dagli ideali cristiani e da quelli dell'Illuminismo, Etty Hillesum poteva solo constatare l'abbandono del popolo ebraico al suo destino, e in nessun momento lei volle abbandonare il suo posto in seno a quel popolo: un posto di custode che rende il suo significato profondo anche a quei testi di cui la civiltà occidentale si avvaleva pur rinnegandoli milioni di volte, ma, contrariamente all'apostolo Pietro, sembra senza grandi tormenti interiori (Mc 14, 68-72). Lei non può salvare quel popolo, ma gli resta fedele fino alla morte e, facendo ciò, testimonia anche l'estrema forza del Libro fondamentale di quella civiltà, proprio nel momento in cui la grande maggioranza delle persone, pur abituate a leggerlo e ad appellarvisi, si sono affrettate a ridurlo a qualche frase che non esige niente da nessuno.
Si tratta quindi di un sacrificio? Senza dubbio, se si intende alla maniera ebraica la parola «sacrificio» (korban), e cioè come una maniera di avvicinarsi a Dio offrendoGli ciò che si ha di meglio. In questo caso, ciò che Etty Hillesum ha di meglio si identifica con la sua vita e con la compassione di cui dà prova nei confronti dei perseguitati. Se vuole restare in prossimità di Colui che ha scoperto in sé – «lo strato più profondo di sé» – semplicemente non può tradire il suo popolo e cercare di mettersi al sicuro. L'amore del Dio biblico si coniuga in ogni momento con la responsabilità nei confronti degli uomini. Questa certezza l'ha obbligata a non rifugiarsi nei luoghi di protezione in cui, forse, avrebbe potuto salvarsi. Ma cosa avrebbe esattamente significato per lei quella vita salvata? Il prezzo da pagare – l'abbandono degli ebrei al loro destino di massa – le era insopportabile: dal suo punto di vista, non avrebbe avuto la vita salvata, sarebbe sopravvissuta avendo tradito il Dio che viveva in lei e il suo popolo.
Nell'ultima pagina che ci è pervenuta del suo diario parla di Rilke, un'ultima volta, esprimendo una immensa riconoscenza per la chiarezza che le dona mentre lo legge in tempi foschi che inaridiscono e di cui lui non poteva sospettare la nefandezza. Si dice contenta che Rilke abbia potuto scrivere la sua opera protetto «tra le mura dei castelli» mentre lei si troverà presto senza riparo, esposta a ciò che potrebbe rendere malinconici fino alla fine dei giorni. Il suo sacrificio, tuttavia, non ha niente di morboso poiché eleva al più alto grado lo stendardo di una vita in alleanza con Dio che la invia verso il suo popolo che Egli non può soccorrere. Nella stessa ultima pagina del diario, parla della sua sensazione di assorbire «un po' della infinita sofferenza che, disseminata nel mondo, deve essere presa su di sé» da qualcuno perché Dio non se ne incarica direttamente. La Hillesum pensa anche che soffrire per coloro che sono «disarmati» è soffrire per ciò che è «disarmato» in lei stessa e aggiunge: «Ho spezzato il mio corpo come il pane e l'ho condiviso fra gli uomini. E perché no? "Perché erano affamati e venivano da lunghe privazioni"». Un po' dopo conclude: «Si vorrebbe essere un balsamo versato su tante piaghe».
L'allusione al suo corpo spezzato come pane per essere condiviso tra gli uomini fa riferimento evidentemente alla cena pasquale che precede la Passione di Gesù. Questa breve identificazione di Etty Hillesum con Gesù mentre si prepara a ritornare a Westerbork dove la aspetta una «catastrofe completa» [52] è chiara. Tuttavia questo non la trasforma necessariamente in cristiana, salvo voler interpretare la passione ebraica nel tempo della Shoah con categorie cristiane quando invece il popolo ebraico è stato perseguitato per la sua esistenza di testimone del Nome di Dio, ribelle alla conversione cristiana o malgrado la conversione cristiana. E del resto Etty Hillesum non parla in questi termini, anche se la lettura dei Vangeli e dell'apostolo Paolo gli apre innegabilmente un cammino di chiarezza per pensare il suo rapporto con la sorgente di vita che ha scoperto in sé.
La descrizione minuziosa che fa della vita quotidiana a Westerbork in cui dice che «è assolutamente incomprensibile che tutti quanti non diventino pazzi da legare» e, soprattutto, la sua attenzione per coloro che ogni settimana sono designati per la deportazione e di cui, quando i treni partono, si vedono «le mani agitarsi dai vagoni» hanno la crudezza della sciagura senza speranza. Anche in questo caso è necessario perdonare a Dio che «le cose sono ciò che evidentemente devono essere»? [53]
Nella lunga lettera in cui descrive la preparazione dei bambini, dei malati, dei vecchi e di famiglie intere per la deportazione, e poi lo spettacolo terrificante del loro caricamento sui treni, scrive come una constatazione oggettiva: «Quella notte sono stata all'inferno». Nessuno sa niente della sorte dei deportati, ma lei sa che presto ne saprà di più poiché non dubita neppure per un istante che è la stessa sorte che l'aspetta insieme a tutti i prigionieri di Westerbork. Nella sua ultima lettera, gettata dal treno che la portava ad Auschwitz, scriverà ancora: «Apro a caso la Bibbia e trovo questo: «Il Signore è il mio alto ricetto». [54]
«Perché il Signore, tuo Dio, sarà al tuo fianco in tutte le tue vie...» ricorda il rabbino Hirsch, il cui destino fu simile A quello di Etty Hillesum.55 Tuttavia l'uno e l'altra, nello stesso momento vivevano nella loro carne e nella loro anima il salmo 22, 17-20: «Un branco di cani mi circonda, mi assedia una banda di malvagi, hanno forato le mie mani e i miei piedi, posso contare tutte le mie ossa. Essi mi guardano, mi osservano: si dividono le mie vesti, sul mio vestito gettano la sorte. Ma tu, Signore, non stare lontano, mia forza accorri in aiuto».
Né Etty Hillesum né coloro che erano con lei hanno ricevuto l'aiuto che avrebbe potuto sottrarli alla loro derelizione. A noi non è dato sapere come lei abbia potuto mantenere vivo il pensiero di Dio in sé, nel suo «ricetto in alto», fino al suo ultimo respiro, perdonandoGli di non aver potuto cambiare la realtà.


NOTE

1 Liliane Hillesum, Prefazione al libro di C. Juliet, D. Sterckx e C. Vigée Etty Hillesum, «Histoire de la file qui ne savait pas s'agenouiller», Arfuyen, Paris-Orbey 2007, pp. 13-14.
2 Les Écrits d'Etty Hillesum, Journaux et lettres 1941-1943, Seuil, Paris 2008, Cahier III, diario in data 30 novembre 1941, pp. 237-238 (da ora in poi E). (Vedi Diario 1941-1942, Adelphi, Milano 2012, e Lettere 1941-1943, Adelphi, Milano 2013).
3 E, Cahier IV, diario in data 30 dicembre 1941, p. 304. Per lo studio del russo, vedi Cahier IX, diario in data 15 giugno 1942, p. 586: «Sono già le 11 e mezzo e tutto il resto della giornata sarà dedicato allo studio della lingua materna di mia madre». In una delle ultime lettere, a Maria Tuinzing, in data 2 settembre 1943, p. 920, essa scrive ancora. «Ho ricominciato a fare ogni giorno un'ora di russo». Etty Hillesum portò con sé una bibbia e una grammatica russa al momento della sua deportazione ad Auschwitz il 7 settembre 1943.
4 E, Cahier 1, diario in data 15 giugno 1941, p. 109, e Cahier VI, diario in data 30 aprile 1942, p. 502.

5 E, Cahier VIII, diario in data 26 maggio 1942, p. 527.
6 Vedi per esempio Paul Lebau, Etty Hillesum. Un intinéraire spirituel. Amsterdam 1941-1943 - Auschwitz 1943, Albin Michel, Paris 2001. L'autore commenta a più riprese espressioni di Etty Hillesum associandole a parole del Cristo, degli apostoli o di teologi cristiani, parole che Etty Hillesum non cita affatto, con formule come «avrebbe sottoscritto d'istinto...» difficile non avvicinarsi a...» o «come Gesù...» (vedi pp. 138, 197, 264).
7 Vedi una occorrenza in E, Cahier III, diario in data 30 novembre 141, p. 236: «Venerdì sera, dialogo fra S. e L.: Cristo e gli ebrei. Due visioni del mondo, entrambe ben delineate, superbamente documentate, sufficienti a se stesse e difese con mordente e passione». Ma, aggiunge, vi è qui una parte di impostura. Pur riconoscendo il suo desiderio di avere una sfera personale ben delineata, afferma allo stesso tempo che appropriarsela e difenderla con «passione» significa «mutilare la vita». Essa cerca dunque come sfuggire a questa insidia senza tuttavia sprofondare nell'«indeterminazione e nel caos».
8 E, Cahier VI. diario in data 16 aprile 1942. p. 470 per l'allusione a Maimonide e Cahier X, diario in data 5 luglio 1942, pp. 658-659.
9 E, Cahier II, diario in data 26 agosto 1941, p. 149; Cahier IX, diario in data 1° luglio 1942, p. 640; Cahier XI, diario in data 24 settembre 1942, p. 736 e lettera verosimilmente indirizzata a Han Wegerif e altri, 8 giugno 1943, p. 845.
10 E, Cahier II, diario in data 26 agosto 1941, p. 149; Cahier IX, diario in data 1° luglio 1942, p. 640 e Cahier XI, diario in data 24 settembre 1942, p. 736. E lettera a Westerbork del 3 luglio 1943 a Johanna e Klaas Smelik e altri, p. 864.
11 E, Cahier I, diario in data 8 marzo 1941, p. 33, e del 9 marzo 1941, p. 34; Cahier V, in data 16 marzo 1942, pp. 403-404 e 20 marzo 1942, p. 412.
12 E, Cahier I, diario in data 19 marzo 1941, pp. 72, 75; 22 marzo 1941, p. 82; 24 marzo 1941, p. 87 e 1° marzo 1942, p. 372.
13 E, Cahier V, diario in data 27 febbraio 1942, pp. 365-366.
14 Vedi E, Cahier VI, diario in data 24 aprile 1942, p. 484: «Non si può esprimere carnalmente ciò che si prova per l'altro». E Cahier I, diario in data 18 giugno 1941, p. 114: «La sorgente vitale deve sempre essere la vita stessa, non un'altra persona».
15 E, Cahier IX, diario in data 15 giugno 1941, p. 584.
16 E, Cahier IV, diario in data 24 gennaio 1942, p. 343.
17 E, Cahier I, diario in data 15 marzo 1941, p. 57, e Cahier VI, diario in data 28 marzo 1942, dopo il bombardamento di Rotterdam, p. 434.
18 Vedi Emmanuel Lévinas, Humanisme de l'autre homme, Fata Morgana, Montpellier 1972 p. 46 (Umanesimo dell'altro uomo, Il Nuovo Melangolo, Genova 1998). E E, Cahier III, diario in data 22 novembre 1941, p. 222: «Quelle cose sono ancora più intime, o quasi, della sessualità».
19 Vedi E, Cahier V, diario in data 21 marzo 1942, p. 413: «Amare, ma non in virtù di un senso di colpa. Amare in virtù di una inclinazione sincera e che si fonda su tutto ciò che c'è stato di buono. E intanto vivere la mia vita secondo la mia natura 1...] E soprattutto non le imporre esigenze».
20 E, lettera a Han Wegerif del 24 agosto 1943, p. 903.
21 E, lettera a due sorelle dell'Aia, Amsterdam, fine dicembre 1942, p. 829, e Cahier XI, diario in data 23 settembre 1942, p. 733.
22 Vedi supra cap. 2 della prima parte.
23 Prefazione di Primo Levi a La notte dei Girondini di Jacob Presser, Adelphi, Milano 1976, p. 14.
24 Vedi E, Cahier II, diario in data 20 settembre 1941, p. 164. Il gesto di inginocchiarsi è riservato nell'ebraismo alla liturgia di Kippur. Gli ebrei pregano Dio restando in piedi, come durante la preghiera centrale detta Amidà (stare immobile e in piedi), o seduti.
25 Nella raccolta Sternverdunkelung, in Fahrt ins Staublose. Die Gedichte von Nelly Sachs, Suhrkamp, Frankfurt am Main 1961, p. 143.
26 Vedi E, Cahier I, diario in data 17 marzo 1941, p. 72; 24 marzo 1941, p. 87; Cahier IV, diario in data 11 dicembre 1941, p. 256; Cahier Il, diario in data 10 agosto, p. 138.
27 E, Cahier IV, diario in data 11 dicembre 1941, p. 258.
28 E, Cahier III, diario in data 6 dicembre 1941, p. 249: «Non ti posso certo trasmettere forze sufficienti, troppi germi di malattie ereditarie si aggirano per la mia famiglia. Ho assistito poco tempo fa alla scena di Mischa, che in uno stato di totale confusione era stato portato a forza in una casa di cura, ho giurato allora che dal mio grembo non nascerà mai un essere altrettanto infelice». Contrariamente a D. Sterckx, Etty Hillesum, «Histoire de la fille qui ne savait pas s'agenouiller», cit., p. 57, nota 12, che vi vede una misteriosa lotta in colei che, poco prima, diceva per se stessa «la vita vale di essere vissuta», e che in seguito sceglierà di andare in questa direzione, sembra che questa decisione si imponga a Etty Hillesum senza alcuna lotta interiore, come una evidenza che non lascia alcuna opzione. Evidenza che attesta il suo sentimento che il lungo cammino che segue per vincere l'angoscia e raggiungere la realtà che presentisce, in lei e intorno a lei, non la dispensa da una sofferenza, duramente combattuta per quanto la riguarda, ma che non vuole in nessun caso infliggere a un bambino nato da lei. Questo giuramento che fa a se stessa è una parte di questo destino familiare. Una vita, anche se amata e amante, di cui non se ne libera mai completamente?
29 E, Cahier VI, diario in data 3 aprile 1942, p. 454 e del 22 aprile 1942, p. 473.
30 Vedi E, Cahier II, diario in data 13 agosto 1941, p. 142: «Una poesia di Rilke è tanto reale, tanto importante quanto un ragazzo che cade da un aereo, mettitelo bene nella testa. Tutto ciò è la realtà del mondo...».
31 E, Cahier I, diario in data 24 marzo 1941, p. 87; Cahier VIII, diario in data 29 maggio 1942, p. 537, dove Etty menziona Michelangelo e Leonardo da Vinci e, fra le letture del momento, Dostoevskij, Rilke, sant'Agostino e i Vangeli.
32 E, Cahier I, diario in data 14 giugno 1941, p. 109; Cahier II, diario in data 13 agosto 1941, p. 141.
33 E, Cahier II, diario in data 29 settembre 1941, p. 172; Cahier X, diario in data 21 luglio 1942, p. 692; Cahier XI, diario in data 15 settembre 1942, p. 714, quando Spier è appena morto. Traggo l'espressione «una notte d'inconscio» da Emmanuel Lévinas, Autrement qu'être ou au-delà de l'essence, LGF, «Biblio Essais», Paris 1990 [1974], p. 195, nota 1 (Altrimenti che essere, Jaca Book, Milano 1983).
34 E, Cahier X, diario in data 6 luglio 1942, p. 663; lettera da Westerbork a Han Wegerif del 24 agosto 1943, p. 904: «Devo affrettarmi a notare tutto, anche in disordine, dopo non potrò credere alla realtà di ciò che è accaduto». Parla del trasferimento dei neonati nei treni con destinazione Ausch witz.
35 E, lettera a Osias Kormann probabilmente primavera 1943 p. 836. (Lettera scritta da Amsterdam dopo un primo soggiorno a Westerbork dove si trovava il suo corrispondente).
36 E, Cahier X, diario in data 11 luglio 1942, pp. 674-675; Cahier X, diario in data 12 luglio 1942, p. 679; Cahier X, diario in data 27 luglio 1942, p. 703.
37 E, Cahier IX, diario in data l° luglio 1942, p. 640; Cahier X, diario in data 14 luglio 1942, p. 685: «Non si dovrebbe chiudere occhio questa notte, si dovrebbe soltanto pregare».
38 E, Cahier IX, diario in data 17 giugno 1942, p. 592 e Cahier IX, diario in data 21 giugno 1942, p. 614; Cahier XI, diario in data 2 ottobre 1942, p. 745.
39 E, Cahier X, diario in data 11 luglio 1942, p. 679; Cahier XI, diario in data 17 settembre 1942, pp. 719-720.
40 E, diario in data 22 settembre 1942, p. 729.
41 E , Cahier V, diario in data 22 marzo 1942, p. 417; Cahier IX, diario in data 3 luglio 1942, pp. 643-644; Cahier VI, diario in data 29 aprile 1942, p. 498 e Cahier V, diario in data 16 marzo 1942, p. 406.
42 E, Cahier VI, diario in data 30 aprile 1942, p. 504.
43 Vedi E. Lévinas, Carnets de captivité et autres inédits, in Oeuvres I, Grasset, Paris 2009, p. 210. E «Être juif», uscito nella rivista Confluence nel 1947, ripreso in Cahiers d'études lévinasiennes, n. 1, 2002, p. 103: «Il ricorso al mito razziale ha fatto ricordare all'ebreo l'irremissibilità del suo essere». (vedi Quaderni di prigionia e altri inediti, Bompiani, Milano 2011.
44 E, Cahier X, diario in data 19 luglio 1942, p. 690, e del 10 luglio 1942, p. 673.
45 E, Cahier X, in data 28 luglio 1942, p. 709; Cahier XI, diario in data 20 settembre 1942, p. 725. Si tratta di Edith Stein (Breslavia 1891 - Auschwitz 1942) e di sua sorella Rosa (Lubliniec 1883 - Auschwitz 1942); lettera a due sorelle dell'Aia, Amsterdam, fine dicembre 1942, p. 822.
46 E, Cahier XI, diario in data 22 settembre 1942, p. 729.
47 E, Cahier XI, diario in data 12 ottobre 1942, p. 758; nota 833, p. 1039.
48 E, Cahier X, diario in data 11 luglio 1942, p. 678; lettera da Westerbork a Johanna e Klaas Smelik e altri, in data 3 luglio 1943, p. 864.
49 Vedi su questo argomento Cèlebrations dans la tourmente. La résistance spirituale dans le ghettos et le camps de concentrations. Témoignages, Verdier, Lagrasse 1993.
50 E, lettera da Westerbork a Hes Hijmans e altri corrispondenti, in data 24 agosto 1942, p. 791; Cahier XI, diario in data 3 ottobre 1942, p. 749; lettera da Westerbork a Maria Tuinzing, in data 10 luglio 1943, pp. 881-882.
51 E, Cahier X, diario in data 20 luglio 1942, p. 691. Sylvie Germain, Etty Hillesum, Pygmalion, Paris 1999, p. 168 (Etty Hillesum. Una coscienza ispirata, Edizioni Lavoro, Roma 2000).
52 E, Cahier XI, diario in data 10 ottobre 1942, pp. 760-761; l'espressione «catastrofe completa» si trova in una lettera da Westerbork a Christine van Nooten, in data 21 giugno 1943, p. 848.
53 E, lettera da Westerbork a Christine van Nooten (senza data), p. 850; lettera verosimilmente indirizzata a Han Wegerif e altri in data 8 giugno 1943, p. 845; lettera a Julius Spier, probabilmente nel luglio 1942, p. 785.
54 E, lettera da Westerbork a Han Wegerif e altri, in data 24 agosto 1943, p. 906 e lettera a Christine van Nooten, nei pressi di Glimmen, in data 7 settembre 1943. Immagine che proviene dai salmi.
55 Jacob Presser, La notte dei Girondini, cit., p. 69. La lettera di Etty Hillesum del 24 agosto 1943 gli ha ispirato questo racconto.

(FONTE: Catherine Chalier, Il desiderio di conversione. Rosenzweig, Bergson, Weil, Merton, Hillesum, Giuntina 2015, pp. 209-242)