Pasqua: un racconto

controcorrente

Giovanni 20,11-18


Paolo Ricca

resurrezione


C
ari fratelli e sorelle, [1] desidero anzitutto ringraziare i tecnici che ci consentono di celebrare insieme questo culto reale e virtuale al tempo stesso: reale perché siamo effettivamente insieme, preghiamo insieme, ci parliamo (come al telefono) e anche ci vediamo (come nella realtà); però virtuale perché lo schermo che ci unisce irrimediabilmente ci separa, siamo insieme, ma lontani, sembriamo a due passi gli uni dagli altri, forse lo siamo davvero, ma lo schermo ci rende lontanissimi, irraggiungibili. Però possiamo, grazie ai tecnici, celebrare insieme il culto, cosa che altrimenti non potremmo fare. Perciò li ringrazio di cuore, anche a nome vostro. Ma devo ringraziare anche l'autore del quarto evangelo, chiunque egli sia – il discepolo che Gesù amava come molti pensano, Giovanni, o un altro discepolo o seguace di Gesù a noi sconosciuto – per il coraggio che ha avuto di darci un racconto di Pasqua così diverso da quello degli altri tre evangelisti, così originale, tanto da sembrare persino un po' controcorrente, comunque fuori dal coro, ma così bello, così profondo, così colmo di evangelo, che più lo leggiamo, più restiamo stupiti, affascinati, quasi stregati da questa sua bellezza, che è certamente la bellezza di una verità più grande di noi, ma è anche, come ho detto, la bellezza del coraggio di questo Giovanni, che non solo osa scostarsi nettamente dal racconto tradizionale della Pasqua, ma soprattutto osa fare di una donna sola la protagonista umana dell'evento della risurrezione, che è l'evento fondante dell'intera religione cristiana.

E qui dobbiamo dire due cose.
La prima è che a quel tempo, come sapete, la testimonianza di una donna non era valida in un processo, non era neppure presa in considerazione, non valeva nulla. Giovanni osa abbattere questo tabù (che era diventato una legge!) affidando proprio a una donna la testimonianza più importante di tutta la Bibbia, quella da cui dipendono la fede, la Chiesa e la religione cristiana. Così facendo Giovanni dice: non è vero che la testimonianza di una donna non vale niente, al contrario vale moltissimo, vale più di tutte le altre. Una donna, dunque, sceglie Gesù, secondo Giovanni, come testimone dell'evento-chiave di tutta la sua missione. Non sceglie Pietro, non Giovanni, non Giacomo, nessuno dei tre più vicini a lui, nessuno dei Dodici che poi divennero apostoli – nessuno dei primi della classe, ma l'ultima ruota del carro, una donna, e che donna! La tradizione, come sapete, l'ha identificata con la prostituta di cui parla Luca al capitolo 7. Non ci sono prove a favore, ma neppure prove contro. Potrebbe essere proprio così, anche perché Gesù aveva detto: «I pubblicani e le prostitute entrano prima di voi nel regno di Dio» (Matteo 21,31). Prima di voi – chi? Prima di noi! Prima di tutti! Ed è proprio quello che accade qui: Maria di Magdala, ex prostituta, entra prima di tutti gli altri nel mondo della risurrezione, che è appunto il Regno di Dio.

La seconda cosa da dire è questa: Giovanni osa affidare questa testimonianza dal valore incomparabile non solo a una donna, ma a una donna sola. Voi sapete che allora (ma anche oggi, in certi Paesi di tradizione musulmana, ma forse anche in altri) una donna sola non si presentava bene, non era ben vista, al contrario era vista con il sospetto che esercitasse il più antico mestiere del mondo; una donna come si deve doveva essere accompagnata da altre donne o, ancora meglio, da un uomo. Avete notato che negli altri evangeli si menzionano molte donne specialmente nei racconti della passione, della crocifissione e della risurrezione, ma mai si parla di una donna sola. Sono sempre almeno due o tre, o anche di più. Qui invece Maria è sola. A lei, proprio a lei, donna sola guardata con sospetto, Giovanni affida il compito più importante di tutta la storia biblica: portare al mondo la notizia più incredibile che ci sia: la risurrezione di un morto, non di un morto apparente, ma di un morto vero, morto e sepolto da tre giorni.
Ma che cos'è la risurrezione? Un grande teologo del secolo scorso, Karl Barth, l'ha definita così: la tangente di Dio che sfiora il nostro mondo. Basta che lo sfiori perché i sepolcri siano scoperchiati e i morti rivivano. Ecco quello che fa Giovanni: mette sulle spalle fragili di questa donna sola tutto il peso, ma anche la benedizione, di portare al mondo questa tangente di Dio che ha sfiorato il nostro mondo. In questo modo Giovanni abbatte quest'altro tabù e dice: non è vero che una donna sola non vada bene, va benissimo, da sola questa Maria diventa la donna più importante di tutta la Bibbia, insieme all'altra Maria, quella di Nazaret, anche lei, in fondo, una donna sola. Così vedete: due donne sole stanno una all'inizio, l'altra alla fine della storia terrena di Gesù: Maria di Nazaret è fondamentale per la nascita di Gesù; Maria di Magdala [2] è fondamentale per l'annuncio della risurrezione di Gesù. Due donne sole, due donne fondamentali per l'evangelo! Davvero l'autore del quarto evangelo va controcorrente! Davvero il suo racconto di Pasqua è unico! Pasqua non sarebbe Pasqua senza questo racconto.

Ma ora vediamolo un po' più da vicino questo racconto stupefacente. Non potremo certo dire tutto ciò che esso contiene e suggerisce, ma almeno le cose principali non le possiamo tacere. Lo faremo in sei tappe.

1. Prima tappa. Maria dunque, da sola, «se ne stava fuori vicino al sepolcro a piangere» (v. 11). Aveva visto che la tomba era scoperchiata e che il sepolcro era vuoto. Non immaginava neppure da lontano che Gesù fosse risorto, credeva che il suo corpo fosse stato trafugato. Perciò piangeva. Che cosa avrebbe dovuto fare? Che cosa ti resta quando hai perso tutto? Ti testano solo le lacrime. Se ne hai ancora. Ci sono dei dolori, nella vita umana, così grandi che ne restiamo come pietrificati e non riusciamo neppure più a piangere. Oppure abbiamo già pianto tanto che non abbiamo più lacrime. Ho letto qualche tempo fa la preghiera di uno che chiedeva a Dio il dono delle lacrime: nella disgrazia le lacrime possono essere una grazia. Maria dunque piange. Piange due volte: perché Gesù è morto e perché non lo può vedere ancora una volta, l'ultima, non può accarezzare il suo volto tanto amato, forse baciarlo sulla fronte, restare ancora un po' con lui, dargli un ultimo saluto. Doppio dolore, doppio motivo per piangere. La stessa esperienza la fanno in molti in questo tempo infausto del coronavirus: se un loro caro muore in ospedale o in una casa per anziani, provano anche loro un doppio dolore e quindi piangono due volte: per la separazione dalle persone amate, che la morte inevitabilmente crea, e per non poterle assistere, accompagnare, salutare. A motivo del virus i nostri cari devono morire da soli, senza di noi, e noi senza di loro, come se fossero morti prima di morire. Che crudeltà! Ma non è una crudeltà, è solo una dura, amarissima necessità. Doppio dolore, quindi, per Maria di Magdala e, se siamo nel lutto, anche per noi. Questa è la prima tappa.

2. Seconda tappa. Maria piange due volte, e per due volte risuona la domanda: «Perché piangi?». Prima glielo chiedono due angeli che stanno nel sepolcro, là dov'era deposto il corpo di Gesù. Questi angeli dentro il sepolcro, e non sopra o accanto come di solito sono raffigurati nei dipinti della risurrezione, hanno un chiaro significato simbolico: la tomba, dimora dei morti, diventa dimora di angeli, cioè di creature immortali, che appartengono al mondo divino; dove ti aspetteresti di trovare la morte, trovi l'immortalità! La tomba dunque non è veramente vuota: è abitata da angeli! Comprendiamo allora, o almeno intuiamo, perché chiedano a Maria: «Perché piangi?», che è un po' come se volessero dire: «Perché piangi ancora?». Ma Maria continua a piangere. Perché? Per una ragione molto semplice: perché non sa che Gesù è risuscitato. Gesù è risuscitato, ma lei non lo sa ancora. Se lo sapesse, le sue lacrime si fermerebbero subito. La risurrezione è già avvenuta, ma per lei è come se non fosse ancora avvenuta. Succede facilmente anche a noi la stessa cosa: vivere come se la risurrezione non fosse ancora avvenuta, come se la tangente di Dio fosse passata molto sopra il nostro mondo senza neppure sfiorarlo e senza sfiorare la nostra vita. Succede facilmente anche a noi di dimenticare la risurrezione, come sembra che succedesse addirittura già nel primo secolo (il secolo apostolico!), se l'apostolo Paolo ha dovuto fare al suo discepolo prediletto Timoteo questa singolare esortazione: «Ricordati di Gesù Cristo, risorto dai morti» (2 Timoteo 2,8). Persino Timoteo correva il rischio non di dimenticare Gesù, ma di dimenticare Gesù risorto! È, questo, senza alcun dubbio, il più grande pericolo che corre fin dall'inizio la fede cristiana. Il nostro mondo e la nostra vita sarebbero diversi se ci ricordassimo ogni giorno che la risurrezione è già avvenuta, che quella luce, la luce di Pasqua, splende per sempre nel buio della notte. Questa è la seconda tappa.

3. Terza tappa. Mentre Maria piange, uno sconosciuto appare dietro di lei, e anche lui, come gli angeli, le chiede: «Perché piangi?», anche lui come se dicesse: «Perché piangi ancora?», ma poi aggiunge una seconda domanda: «Chi cerchi?». Chi cerca Maria? Cerca il Gesù che non c'è più, che c'era, che lei aveva incontrato e conosciuto, che l'aveva perdonata, liberata, accolta tra i suoi discepoli, che lei aveva amato come non aveva amato nessun altro uomo, forse il primo uomo che lei aveva veramente amato, ma ora quel Gesù che lei cercava non c'era più, neanche nella tomba dov'era stato deposto, non c'era proprio più in assoluto. Perciò vorremmo poter dire a quella donna in lacrime: «Maria, non cercare il Gesù che non c'è più: se cerchi lui, non lo troverai mai!». «Chi cerchi?» è una buona domanda anche per noi, perché questo è il rischio che corriamo un po' tutti: cercare il Dio che non c'è, e quindi non trovarlo, e dire: «Dio non c'è», e di non cercare, invece, il Dio che c'è. Ci capita, ad esempio, di cercare da grandi il Dio infantile del catechismo che abbiamo imparato a memoria senza capire quello che dicevamo, e non lo troviamo, perché non c'è proprio più, e non cerchiamo il Dio vivente e vero che invece c'è, e le due cose sono collegate: non cerchiamo il Dio che c'è, il Dio vivo e vero, perché continuiamo a cercare il Dio che non c'è.
Ma forse il Dio che c'è, il Dio vero che non è la proiezione dei nostri desideri o delle nostre frustrazioni, non possiamo essere noi a trovarlo, bisogna che sia lui a trovare noi, a chiamarci, a rivelarsi a noi, come succede qui a Maria di Magdala. Mentre tu cerchi e non trovi, c'è qualcuno dietro di te che appare. Uno sconosciuto. Dio è sempre il grande sconosciuto. Per questo nella Bibbia non c'è comandamento o invito più spesso ripetuto che: «Cercate il mio volto» dice il Signore; «Io cerco il tuo volto, Signore!»; «Cercatemi mentre mi si può trovare, mentre sono vicino!». Quanto è vicino, Gesù, a Maria; più vicino che mai! Eppure è sconosciuto! Lo è fin dall'inizio. Ricordate quel che dice Giovanni nel prologo del suo evangelo: «Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l'ha conosciuto. È venuto in casa sua e i suoi non l'hanno ricevuto»
A questo punto però ci si potrebbe chiedere: ma questo sconosciuto che Maria vede non potrebbe essere una sua visione, e non una apparizione di Gesù? Visione e apparizione sono due fenomeni simili perché in entrambi si vede qualcosa o qualcuno, ma sono completamente diversi.
Che differenza c'è tra loro? Questa: che la visione è soggettiva, l'apparizione è oggettiva. La visione è frutto di immaginazione o suggestione, l'apparizione giunge improvvisa e inattesa, e mi coglie di sorpresa. La visione viene da me, l'apparizione viene a me. La visione viene da dentro, l'apparizione viene da fuori. E da che cosa si vede che questa è un'apparizione, e non una visione? Si vede dal fatto che se Maria avesse «visto» un Gesù che in realtà non c'era e che lei immaginava di vedere, lo avrebbe «visto» com'era prima, quando era in vita, l'avrebbe «visto» così come l'aveva conosciuto e l'aveva amato, e non certo come un completo sconosciuto! Se fosse stata una visione, Maria l'avrebbe «visto» così come voleva e intensamente desiderava vederlo. E invece Gesù appare non com'era prima, ma come è adesso: è ancora lui, ma non è più lui; è sempre Gesù, ma non più lo stesso Gesù; è sempre un uomo come prima, non è diventato un angelo, ma un uomo nuovo, diverso, come saremo anche noi e non siamo ancora, come dice lo stesso Giovanni in una sua lettera: «Non è ancora reso manifesto quel che saremo» (1 Giovanni 3,2). Appare un Gesù inedito, che non si era mai visto e che Maria non poteva né immaginare né riconoscere, un Gesù mai immaginato da mente umana, e quindi irriconoscibile, un vero straniero, come risorto, in questo mondo in cui imperversa ancora la morte. Così c'è questa scena quasi grottesca di Maria che, confondendo Gesù con l'ortolano, chiede a Gesù se per favore le dice dove ha messo il corpo di Gesù! Fine della terza tappa.

4. Quarta tappa. Gesù è sconosciuto, ma non vuole restare sconosciuto, non vuole cioè che l'unico Gesù conosciuto sia quello che c'era, ma non c'è più. Il Gesù che c'è vuole affiancarsi al ricordo del Gesù che non c'è più. Il Gesù risorto vuole affiancarsi al Gesù storico. Il Gesù vivente vuole affiancarsi al Gesù crocifisso, non perché lo si dimentichi, ma perché non ci si fermi lì. Così pure, il Gesù storico, guai a dimenticarlo: il Maestro di Nazaret, il predicatore del Regno di Dio, il guaritore dei corpi e delle anime, le sue parabole, il Sermone sul Monte, la sua Passione, guai a dimenticare tutto questo: Gesù si trasformerebbe in un fantasma, o in un'idea, o in un mito. Il Gesù risorto non vuole in alcun modo sostituirsi al Gesù storico, ma vuole far comprendere a Maria e a noiche non basta conoscere il Gesù storico per conoscere veramente chi è stato ed è Gesù di Nazaret. Se il Gesù risorto resta sconosciuto, anche il Gesù storico resta, in fondo, sconosciuto.
Ma il risorto, dicevo, non vuole restare sconosciuto. Perciò si rivela a Maria, si fa conoscere e riconoscere. Ma è straordinario il modo in cui si fa riconoscere. Non dice, come avremmo detto noi: «Guarda, Maria, che io sono Gesù!», cioè non parla di sé, ma parla di Maria, pronunciando il suo nome: «Maria!». Maria si riconosce immediatamente nel suo nome e, riconoscendo se stessa, riconosce anche Gesù. È una cosa davvero bellissima: rivelando a Maria chi è lei, Gesù le rivela anche chi è lui. Così assistiamo qui a una doppia rivelazione: rivelazione di Gesù a Maria e rivelazione di Maria a se stessa. Che cosa significa? Significa che è conoscendo Dio che conosciamo anche noi stessi. Perciò le due domande: «Chi sono io?» e «Chi è Dio?» vanno insieme, così come vanno insieme le due risposte: Dio è Colui che conosce il mio nome e mi chiama; io sono chiamato, interpellato: io sono la mia vocazione! E come Maria, posso rispondere. Così nasce, o rinasce, il dialogo tra l'uomo e Dio.
E qui, allora, dobbiamo sottolineare due cose. La prima è che la conoscenza di sé e la conoscenza di Dio sono intimamente collegate, come dice Giovanni Calvino proprio all'inizio della sua opera fondamentale, l'Istituzione della religione cristiana
L'intera somma, quasi, della nostra sapienza, che alla fine merita di essere reputata vera e completa sapienza, consiste in due parti: che conoscendo Dio, ciascuno di noi conosca anche se stesso. [3]
La seconda cosa è che il nostro rapporto con Gesù risorto è possibile, ma solo attraverso la Parola. Non però attraverso una parola qualunque, ma attraverso una parola unica: il tuo nome. Avete infatti notato che non è la voce di Gesù che permette a Maria di riconoscerlo, ma solo il suo nome. Gesù aveva già parlato, quando le aveva chiesto: «Perché piangi? Chi cerchi?», ma Maria non lo aveva riconosciuto. L'ha invece riconosciuto quando ha detto: «Maria!». Ci sono tante Marie, ma ciascuna è unica: Maria di Magdala è unica anche lei, è quella Parola unica che le apre gli occhi, e finalmente vede, finalmente capisce, finalmente crede, ed è inondata da una gioia incontenibile. È una specie di risurrezione anche per lei. Non dunque una parola qualunque, ma la Parola che ti cerca, ti trova, ti chiama, ti afferra, tu afferri lei e lei afferra te, non sei più solo, c'è lei con te, lei che non viene da te, ma viene a te, lei che non sale dal tuo cuore, ma entra nel tuo cuore, e ci resta per sempre. La sera di quello stesso giorno, a Emmaus, Gesù sarà riconosciuto attraverso il gesto del pane spezzato e distribuito. La Parola e il pane condiviso sono, da quel giorno, i due modi più tipici in cui Gesù risorto è presente in mezzo ai suoi. Qui termina la quarta tappa.

5. Quinta tappa. Appena Maria riconosce Gesù chiamandolo Rabbunì, «che in ebraico vuol dire Maestro» (v. 16), si butta quasi su di lui per abbracciarlo. Chi non lo avrebbe fatto allora e chi non lo farebbe in una situazione simile? Faremmo tutti quello che qui fa Maria, ma Gesù glielo impedisce con una parola severa che certamente non le ha fatto piacere, ma a dire il vero non fa piacere neanche a noi, anzi ci dispiace che Gesù l'abbia detta. Avremmo preferito che si lasciasse abbracciare! Che male ci sarebbe stato? Nessun male, solo una prova ulteriore di un amore indimenticabile. Se fossimo stati al posto di Gesù ci saremmo senza dubbio lasciati abbracciare e avremmo a nostra volta abbracciato Maria! E invece no, quell'abbraccio non è stato possibile, come se fosse vietato. Eppure non c'era il coronavirus, nessun motivo di mantenere la distanza detta (con un'espressione discutibile) «sociale», non c'era alcun pericolo di contagio. E allora perché Gesù è così duro con questa donna esemplare? Perché la rattrista e umilia allontanandola da sé nel momento più bello? Perché questa doccia fredda? «Non mi toccare!» (si può anche tradurre: «Non mi trattenere!», ma il significato è sostanzialmente lo stesso). È vero, questa parola suona dura, ma non vuole esserlo; Gesù non vuole né vietare né umiliare, vuole però che Maria capisca, e noi con lei, che la distanza che c'è tra lei e Gesù non è la «distanza sociale» di almeno un metro, ma è una distanza completamente diversa, la distanza infinita, incolmabile che c'è tra questo mondo e il mondo di Dio, tra ciò che è terreno e ciò che è celeste, tra ciò che è creduto, cioè promesso, sperato e atteso, e ciò che è realizzato, raggiunto e posseduto; tra il provvisorio e il definitivo, tra il penultimo e l'ultimo, tra il caduco e l'eterno, tra noi e Dio, che è vicino e non lontano, vicinissimo come Gesù a Maria, ma è anche irriducibilmente altro, è appunto Dio, ciò che noi non siamo.
No, tra Gesù e Maria non c'è il coronavirus a mantenere la distanza, c'è la risurrezione, cioè l'inedito assoluto, l'inimmaginabile, ciò che non era mai salito nel cuore dell'uomo, che nessun filosofo aveva mai osato pensare, che nessun teologo aveva mai saputo prevedere, che nessun poeta aveva mai potuto immaginare: la risurrezione dei morti non come immortalità delle anime, ma come restituzione alla vita dei corpi, non però dei corpi com'erano, ma di corpi nuovi, diversi, «spirituali» li chiama l'apostolo Paolo, corpi di luce, potremmo chiamarli, con i quali non si entra più in rapporto alla vecchia maniera. Gesù non vieta nulla, ma vuole che Maria capisca, e noi con lei, che i rapporti che noi abbiamo in questa vita, con questi corpi, in questo mondo, non sono gli stessi di quelli che avremo nella vita futura, con altri corpi, nel mondo di Dio. Non è ancora il tempo di abbracciare Gesù risorto: questo accadrà nel Regno. Qui e ora è il tempo di andare ad annunciare che Gesù è risorto. Perciò Gesù fa di Maria una missionaria, la prima missionaria del Risorto. Fine della quinta tappa.

6. Sesta e ultima tappa. È la conclusione del racconto. Gesù incarica Maria di andare ad annunziare la risurrezione. Anche se Gesù non l'avesse incaricata, l'avrebbe annunciata lo stesso. Non aveva bisogno che Gesù glielo dicesse, l'avrebbe fatto comunque. Non avrebbe certamente tenuto per sé un'esperienza come quella che ha cambiato una seconda volta la sua vita. Due conversioni l'hanno segnata per sempre: la prima quando ha conosciuto il Gesù storico, che l'ha fatta sua discepola; la seconda quando, accanto alla tomba vuota, ha incontrato il Cristo risorto che l'ha trasformata in apostola, apostola degli apostoli, come è stato detto giustamente, prima missionaria del Risorto, evangelizzatrice dei futuri evangelizzatori del mondo. Anche noi abbiamo bisogno di almeno due conversioni, ma anche di più: la prima davanti alla figura storica di Gesù per diventare suoi discepoli; la seconda davanti a Gesù risorto per diventare, come Maria di Magdala, testimoni della risurrezione, uomini e donne che vivono e operano nella luce di Pasqua.
Gesù dunque incarica Maria di annunciare ai discepoli che lei «aveva veduto il Signore» (v. 18), e se lo aveva veduto, voleva dire che era risorto. Gesù però le aveva affidato un altro messaggio, e cioè questo: «Io salgo al Padre mio e Padre vostro...» – è chiaramente il messaggio dell'ascensione più che della risurrezione! Come si spiega? Si spiega così: Giovanni interpreta la croce, cioè la morte e la risurrezione di Gesù, come prima e fondamentale tappa dell'ascensione, che rappresenta il compimento di tutta la sua missione, che da Dio comincia (prologo, capitolo I) e in Dio finisce (capitolo 20). Giovanni infatti non ha il racconto dell'ascensione, o meglio lo include nel racconto della risurrezione.
Maria dunque va a evangelizzare i discepoli e qui – ultima sorpresa di questo racconto che è tutto una sorpresa – Gesù per la prima volta in tutto il suo ministero li chiama «miei fratelli». Egli dice a Maria: «Va' dai miei fratelli e di' loro: "Io salgo al Padre mio e Padre vostro, al Dio mio e Dio vostro"» (v. 17). Nei «Discorsi di addio» – vi ricordate –Gesù aveva detto ai suoi discepoli: «Voi vi ho chiamati amici» e non più servi (15,14-15), una parola bellissima. Ma qui Gesù va oltre, e – ripeto, per la prima volta – li chiama «fratelli»: non solo fratelli tra loro, come in Matteo 23,8, ma fratelli di Gesù. Perché questo titolo, che è il più alto che sia mai stato dato ai discepoli di Gesù, di allora e di oggi e di tutti i tempi? Gesù lo spiega molto bene quando dice: «Io salgo al Padre mio e Padre vostro, al Dio mio e al Dio vostro», cioè: mio Padre è anche vostro Padre, abbiamo lo stesso Padre, ecco perché siamo fratelli; il mio Dio è il vostro Dio, ecco perché siamo tutti figli, io in un modo, voi in un altro, ma tutti figli, e perciò tutti fratelli.
Così si chiude il cerchio della rivelazione: nella risurrezione si è pienamente manifestata l'identità di Gesù, che è, sì, il Maestro di Nazaret, come lo chiama ancora Maria, ma è anche qualcosa d'altro e di più: è il Figlio di Dio beneamato, il Figlio nel quale Dio si è compiaciuto; e si è pienamente manifestata la nostra identità: Gesù ci chiama «suoi fratelli», e questo siamo: fratelli suoi e fratelli gli uni degli altri. Ed è Maria di Magdala che, oggi come allora, ci reca la buona notizia di Pasqua: che Gesù e noi abbiamo lo stesso Padre, abbiamo lo stesso Dio e la stessa comunione con Dio. Che cosa potevamo sperare di più? Come vedete, dire «Buona Pasqua» è un po' poco! Bisognerebbe dire: «Eccellente, eccelsa Pasqua»! Amen.

NOTE

1 Predicazione videotrasmessa il giorno di Pasqua 12 aprile 2020.
2 Magdala era un villaggio in riva al Lago di Gennezaret (chiamato anche Mare della Galilea e Lago di Tiberiade), che sembra debba essere identificata (ma la cosa non è sicura) con la Magadan di Matteo 15,39 e con la Dalmanuta di Marco 8,10.
3 G. CALVINO, Istituzione della religione cristiana, vol. I,1,1.

(FONTE: Sermoni, EDB 2020, pp. 115-131)