La moglie di Pilato (Mt 27,19)

José Miguel García

Nella storia della Passione secondo Marco vi sono quattro racconti la cui storicità viene attualmente negata da tutti gli studiosi. Il primo di tali racconti parla della richiesta e dell'informazione che la moglie di Pilato fa recapitare a suo marito, mentre egli sedeva in tribunale. Uno dei motivi per cui la storicità di questo racconto viene negata riguarda il fatto che i legati e i prefetti delle province non erano autorizzati a portare con sé le proprie mogli. La possibilità che la moglie di Pilato abbia accompagnato il marito in Palestina, durante il suo governo, è testimoniata in modo eccelso dallo storico Tacito. Costui racconta che, nell'anno ottavo di Tiberio, corrispondente all'anno 21 d.C., in occasione di una seduta del senato, Severo Cecina propose di votare il divieto, per ogni magistrato incaricato di governare una provincia, di farsi accompagnare dalla moglie, dopo però aver ribadito con forza l'armonia esistente con la propria moglie, che gli aveva dato ben sei figli, e dopo aver già attuato, in casa sua, quanto intendeva stabilire per tutti: aveva infatti imposto alla sua donna di restare in Italia, benché avesse compiuto missioni nelle più diverse province per quarant'anni. Sosteneva:
«Non senza ragione si era un tempo decretato che le donne non andassero in paesi alleati o stranieri: esse intralciavano le opere di pace col lusso, la guerra con la paura e facevano assomigliare l'esercito romano a una avanzata di barbari: deboli e inadatte per natura alle fatiche, sono anche crudeli, intriganti e avide di potere, se si presenta a esse l'occasione; si mescolano tra i soldati e tengono ai loro ordini i centurioni: non molto tempo prima una donna aveva addirittura presieduto alle esercitazioni delle coorti e alle manovre delle legioni». [1]
La proposta di Cecina trovò ben pochi consensi tra gli uditori; i più protestavano che la discussione non era all'ordine del giorno, né Cecina il censore adatto per un argomento così rilevante. A quel punto, Valerio Messalino rispose dicendo che molte intransigenze del passato avevano subito accomodamenti e attenuazioni; in effetti, Roma non era più attanagliata dalle guerre come un tempo, né esisteva l'ostilità delle province; poche peraltro erano le concessioni alle necessità delle donne, e non pesavano sulle sostanze dei mariti e tanto meno degli alleati; il resto l'avevano in comune con il marito, senza che ciò compromettesse la pace.
«Alla guerra, certo, bisogna andarci senza impacci; ma quale conforto più onesto di quello della moglie per chi ritorna dalle fatiche? Ma alcune, si dice, si lasciarono prendere dall'ambizione e dalla cupidigia; e non vi sono forse molti dei magistrati che soggiacciono a queste stesse passioni? Eppure si mandano a governare le province.» [2]
Druso aggiunse poche parole, con riferimento al suo matrimonio: molto spesso infatti i principi dovevano portarsi nelle più lontane regioni dell'impero.
«Quante volte il divo Augusto non si era recato in Oriente e in Occidente, facendosi accompagnare da Livia! Anch'egli era andato in Illiria e, se occorresse, si sarebbe recato in altri luoghi, ma non sempre con animo sereno, se lo dovessero allontanare dalla diletta consorte, madre dei loro figli.» [3] E così la proposta di Cecina venne accantonata, cosicché, aggiungiamo noi, i magistrati delle province poterono continuare a godere della compagnia delle proprie mogli. Passiamo ora ad analizzare il testo greco del versetto che contiene il messaggio della moglie di Pilato per poi cercare una soluzione alle difficoltà che troveremo nell'originale aramaico. Secondo la versione corrente, il testo greco dice così:
Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: «Non avere a che fare con quel giusto; perché oggi fui molto turbata in sogno, per causa sua». 
Questo versetto presenta due anomalie. In primo luogo è strano che la moglie di Pilato dica di aver sofferto molto quella notte a causa del giusto Gesù; di certo tale affermazione ha un carattere leggendario. Secondariamente, se la moglie di Pilato aveva torso una nottata pessima, per ragioni naturali o soprannaturali, la cosa più ovvia sarebbe stata quella di riferirlo al marito prima che costui uscisse di casa per recarsi al pretorio; e ciò risulta forzato e inammissibile in un'aggiunta leggendaria dell'autore della versione greca del vangelo di Matteo, che, a quanto si dice, scrisse il suo libro dopo l'anno 80: anche in un brano di finzione letteraria è di rigore un minimo di verosimiglianza storica. Ora, la causa di queste due incongruenze è dovuta al fatto di aver tradotto erroneamente due parole e una breve espressone  dell'originale aramaico.
In primo luogo, nel perfetto aramaico, il verbo «fui turbata» non era riferito alla prima persona comune, bensì alla terza persona singolare femminile; dal momento che queste due persone del verbo aramaico hanno la stessa grafia consonantica, il traduttore avrebbe potuto confonderle facilmente, qualora il contesto non fosse stato sufficientemente esplicito. E cosi avvenne.

In secondo luogo, l'avverbio «molto, profondamente», in aramaico si dice rabbá', come accusativo avverbiale dell'aggettivo rab, che significa «grande, principale». Ora, questo stesso vocabolo con tale terminazione poteva essere il femminile dell'aggettivo sostantivato, e avrebbe significato «donna principale», nel senso di sposa di un alto dignitario pubblico. Senza dubbio questo singolare femminile qui aveva un valore collettivo, per cui la sua traduzione dovrebbe essere: «donne più importanti».
In terzo luogo, l'espressione greca «in sogno» è il frutto di un'interpretazione sbagliata della preposizione aramaica kaf; che può anche essere una particella enfatica che armonizza il sostantivo che accompagna, in questo caso «sogno». Ma la parola aramaica che designa il «sogno» significa anche «incubo»; e un incubo può tormentare non solo durante il sonno, bensì anche dà svegli. Di conseguenza, l'espressione aramaica dev'essere tradotta con «un incubo angoscioso», il complemento diretto del verbo «soffrire».
Attenendoci a tutti questi dati, il significato delle parole che la moglie di Pilato rivolge a suo marito è il seguente:
Nulla esca da te che sia contro quel giusto, perché donne più importanti oggi sono state tormentate da un incubo angoscioso a causa sua.
Le donne principali di cui parla potevano benissimo essere la sposa di Giuseppe d'Arimatea, la sposa di Nicodemo, o le sorelle di quest'ultimo, oppure alcune di quelle donne che, secondo Luca, assistevano Gesù e i suoi discepoli con i loro beni (Lc 8,1-3). Non crediamo di forzare l'immaginazione, dicendo che questo gruppo di seguaci di Gesù, che appresero la notizia del suo arresto al Getsemani grazie ai discepoli fuggiti, pensarono di rivolgersi a Pilato per scongiurare la condanna di Gesù. Tuttavia, agendo con grande saggezza, decisero di non rivolgersi a lui personalmente, bensì a sua moglie. Così, quel venerdì mattina, di buon'ora, non appena Pilato uscì di casa per recarsi al pretorio, esse si presentarono a sua moglie e le esposero ciò che era successo a Gesù; ed essa, come racconta Matteo, acconsentì a far pervenire la loro supplica come se fosse sua.
A rigor di logica si dovrebbe supporre che Pilato avesse capito che dietro queste donne c'erano i loro mariti, un ristretto gruppo di aristocratici molto decisi che appoggiavano Gesù e che stavano vivendo un incubo angoscioso per colpa del comportamento dei sinedriti. Le parole della moglie di Pilato spiegano e giustificano innegabilmente il suo desiderio di far rimettere Gesù in libertà, non solo di non farlo condannare a morte. Ecco perché aveva bisogno di poter contare sul consenso dei sommi sacerdoti che avevano fatto arrestare Gesù. Analogamente, anche la scena dell'«Ecce Homo» in Giovanni potrebbe essere interpretata come un nuovo tentativo di ottenere la piena libertà di Gesù. Così, infine, si spiegherebbe perché Pilato, al termine del processo, si lava le mani davanti alla folla: agendo in tal modo, servendosi di un gesto decisamente simbolico, avrebbe fatto vedere alle donne più importanti, e ai loro rispettivi mariti, che aveva fatto tutto ciò che era in suo potere per aiutare Gesù.

NOTE

1 Cornelio Tacito, Annali III, 33, a cura di A. Resta Barrile, Bologna 1981, p. 249.
2 Cornelio Tacito, Annali III, 34, ibidem, p. 251.
3 Ibidem, pp. 251-252.

(La vita di Gesù nel testo aramaico dei Vangeli, BUR 2005, pp. 240-244)