Gente di poca fede

Conversazione con Franco Garelli


a cura di Renzo Salvi


Franco Garelli è professore emerito di Sociologia dei processi culturali dell'Università di Torino, dove ha insegnato anche Sociologia delle religioni e nella quale è stato preside della Facoltà di Scienze Politiche dal 2004 al 2010 e successivamente Direttore del Dipartimento di Culture, politica e società.

Nel corso della sua carriera ha svolto studi e ricerche, in ambito nazionale e internazionale, su due tematiche prevalenti: l'analisi degli stili di vita e dei modelli di comportamento dei giovani, nella modernità avanzata, ed i fenomeni religiosi nella società contemporanea, prestando particolare attenzione non soltanto ai cambiamenti che coinvolgono le confessioni religiose storiche ma anche le nuove forme della religiosità e i gruppi spirituali emergenti.
La sua indagine più recente, per II Mulino (2020) ha come titolo Gente di poca fede. Il sentimento religioso nell'Italia incerta di Dio.

Il suo ultimo volume ( «Gente di poca fede», il Mulino, 2020) ci offre un interessante spaccato della situazione religiosa italiana, sulla base di una recente indagine svolta su un ampio campione di popolazione nazionale (dai 18 agli 80 anni). Col valore aggiunto che i dati attuali vengono messi a confronto con quelli rilevati da analoghe ricerche svolte negli ultimi 25 anni. Com'è cambiato il sentimento religioso degli italiani dagli anni '90 ad oggi?

Lo scenario religioso è in grande movimento in un paese che sta diventando via via più multiculturale e multireligioso. Tuttavia, i cambiamenti si producono in un contesto che mantiene alcuni tratti distintivi di fondo, emersi con grande evidenza anche in questo periodo troppo lungo della pandemia. Il sentimento religioso, e il sacro cattolico, non scompaiono, ma si confrontano sempre più con nuove domande spirituali e con altre visioni della realtà. Si tratta dunque di cogliere sia le costanti che si ripropongono nel tempo, sia le molte discontinuità.

Quali sono stati i cambiamenti più rilevanti?

Tra le discontinuità vi è il fatto che di decennio in decennio si modifica il rapporto tra la componente cattolica e quanti — in campo religioso — credono altrimenti; o perché si dichiarano «senza Dio» o «senza religione», o perché si riconoscono in fedi religiose e in forme di spiritualità diverse da quelle della tradizione. Il pluralismo religioso e culturale è ormai un tratto costitutivo della nazione, che si manifesta appunto nella costante crescita sia delle posizioni atee e agnostiche, sia dell'insieme delle persone (che in particolare a seguito dei flussi migratori e del fascino esercitato dalla religioni orientali) si riconoscono in altre fedi e matrici culturali. Negli ultimi 25 anni i «non credenti» sono aumentati del 30% dei casi, e oggi rappresentano ormai un quarto della popolazione. Si tratta perlopiù di persone che ritengono di non aver bisogno di Dio per condurre una vita sensata, o per le quali la negazione di una prospettiva trascendente passa per il dissidio tra fede e ragione, tra fede e scienza, tra religione e progresso. Nello stesso periodo, anche l'area delle minoranze religiose si è fortemente estesa (soprattutto per la presenza dell'islam, dei cristiani ortodossi e dei seguaci di pratiche buddiste), coinvolgendo oggi 1'8% dei residenti in Italia, rispetto al 2% di 25 anni fa.
Queste nuove tendenze hanno portato ad un ridimensionamento della presenza cattolica nella popolazione (e della fede nel Dio del cristianesimo), che tuttavia risultano ancora maggioritarie nel paese. Qui sembra emergere una delle particolarità del caso italiano, rispetto a quanto si registra nella maggior parte dei paesi europei, soprattutto del Centro-Nord (Francia, Germania, Belgio, Olanda ecc.), ove la quota dei «senza Dio» e dei «senza religione» coinvolge ormai circa la metà della popolazione.

Tuttavia, lei parlata di un cattolicesimo italiano ormai stanco, che sta vivendo una stagione autunnale...

È l'impressione che si ha guardando ai principali grafici della religiosità, che da tempo sono rivolti all'ingiù. A metà degli anni '90, i praticanti regolari (quelli che vanno in chiesa almeno una volta la settimana) erano oltre il 31% della popolazione, mentre oggi si attestano al 22%. Nello stesso arco di tempo, le persone assidue nella preghiera personale (ogni giorno o più volte alla settimana) sono calate dal 60 al 40%. Inoltre, il rapporto con la Chiesa di molti cattolici risulta difficile e complicato, nonostante la presenza a Roma di un pontefice aperto e amato come Francesco.
Ma il segno maggiore della stanchezza del cattolicesimo si coglie nella presenza negli ambienti ecclesiali (nei riti, nell'associazionismo, tra i cattolici impegnati) più di teste bianche o calve che di teste folti o rasate; un cattolicesimo dunque che appare in sintonia più con gli adagi della vita che con gli allegri. C'è un gap generazionale e sociale che pesa oggi sulle sorti dell'Italia cattolica: da un lato gli indici di religiosità si riducono sensibilmente man mano che si passa dalla condizione dei 'nonni' a quella dei loro 'figli' e alla situazione dei nipoti; dall'altro, la chiesa attrae assai di più le persone con un livello medio-basso di istruzione e quanti vivono nelle aree del paese meno dinamiche rispetto a quanti manifestano altri profili.

Nel suo libro, lei non usa mai il termine «mondo cattolico». Ciò significa che l'appartenenza cattolica è ormai un «cartello» sotto cui collocano le identità/sensibilità religiose più diverse?

Noi sociologi diffidiamo di 'etichette' generiche, sotto cui possono nascondersi adesioni e interpretazioni troppo diverse. E in effetti, l'adesione al cattolicesimo è nel nostro paese un brand troppo diffuso per essere socialmente e religiosamente significativo.
Nella mia ultima indagine colgo - tra le varie «anime» cattoliche - due profili prevalenti.
Da un lato vi è una minoranza di credenti-cattolici 'convinti e attivi', i più vicini agli ambienti ecclesiali, che frequentano con maggior assiduità, che più interpretano la fede come un principio vitale, accomunati da una particolare sensibilità sui temi della famiglia, della bioetica, della solidarietà, dell'educazione; parte dei quali alimenta il tessuto delle varie parrocchie, comunità, reti di volontariato. Si tratta della cosiddetta «sub-cultura cattolica», in cui rientra il 20% circa della popolazione, che non sembra subire particolari variazioni col passare degli anni.
Dall'altro, vi è il folto insieme di italiani che si definiscono cattolici più per ragioni 'culturali' e 'ambientali' (per essere nati e cresciuti in un contesto cristiano) che per specifiche convinzioni religiose e spirituali. E' questo lo stile cattolico oggi più diffuso, quello che più è cresciuto negli ultimi decenni, proprio in un periodo in cui l'Italia ha conosciuto un più accentuato pluralismo religioso. Come a dire che in un paese che diventa sempre più multiculturale e multi-religioso, una quota consistente di popolazione sembra spinta da questa alterità religiosa a riaffermare i valori della tradizione. Questo cattolicesimo cultural-anagrafico non si segnala per grandi slanci spirituali, anche se non è privo di domande di senso. Ma ciò non impedisce che chi lo esprime ritenga che la fede cristiana sia un valore di fondo della propria famiglia; o che sia utile dare ai figli un'educazione cristiana; o che sia importante servirsi della chiesa per solennizzare i riti di passaggio.

Non c'è il rischio di trasformare la fede cattolica in un baluardo identitario della tradizione? «Cattolicesimo culturale», lei lo definisce..

Il rischio c'è indubbiamente. Perché si tratta di un profilo cattolico che sembra ancorarsi ai valori e alla fede della tradizione più per motivi esterni che interiori, più per la paura del nuovo che avanza che per specifiche convinzioni. Un cattolicesimo, dunque, che oggi accentua la sua matrice identitaria (etnico-culturale), connessa al fatto che «le identità religiose altrui sollecitano le proprie». Quello inoltre che guarda con maggior favore ai simboli cristiani che tornano alla ribalta della cronaca politica; quindi più sensibile ai messaggi oggi lanciati dalle forze sovraniste.

Ha scritto che «viviamo in un'epoca che coltiva un'idea debole e plurale della verità e la religione non fa eccezione». Cosa significa concretamente? Il pluralismo religioso è una chance per la fede cristiana o è un pericolo?

Di per sé dovrebbe costituire una sfida feconda per la fede cristiana, perché il confronto più diffuso con chi non crede, o con chi crede altrimenti, rappresenta un'occasione sia per approfondire le proprie convinzioni religiose, sia per meglio purificare la propria espressione di fede. Tuttavia, una società religiosamente più plurale favorisce anche un diverso approccio alla 'verità'. A fianco di quanti continuano a riconoscersi nell'idea di una «fede esclusiva» (come unica via di salvezza), si diffonde un «credere relativo» che tende ad assegnare pari valore a tutte le grandi religioni, che sottolinea la rilevanza 'ambientale' di ogni messaggio/confessione religiosa, senza la pretesa di operare distinzioni o graduatore 'salvifiche'. In parallelo, è ormai consistente la quota di popolazione che sembra auspicare la nascita di una religione 'universale' (unica, globale, ecumenica, pacificata), che si fondi su ciò che accomuna le principali fedi mondiali, sia a livello di credenze che di etica. Una tendenza questa che allarma gli esponenti di molte confessioni religiose, perché prefigura una fede standardizzata e 'disincarnata'.

Quali posizioni assumono i cristiani di oggi di fronte alle sfide etiche?

Molti italiani, e anche una parte consistente dei credenti-cattolici più impegnati, accusano la Chiesa (e non da oggi) di essere troppo rigida nel campo della morale personale e famigliare, riconoscendosi in particolare nello slogan «si può essere dei cattolici doc pur senza seguire le indicazioni del magistero sui temi etici». Tale divario emerge in particolare sulla questione dell'eutanasia, un'opzione poco considerata nel Paese sino a qualche anno fa, a cui tuttavia sembrano oggi dar credito circa i 2/3 della popolazione. Questo strappo culturale dagli indirizzi della Chiesa, già registrato nel passato sui temi del divorzio, dell'aborto, delle convivenze, non sembra però estendersi alla sfera della bioetica, a quell'ingegneria genetica su cui prevale invece nel paese un'apertura prudente e vigilante.

Cambiano anche le modalità del credere?

La fede in Dio, in un essere superiore, comunque lo si identifichi, appare ancora diffusa, anche se assume oggi dei tratti diversi rispetto al passato. Anzitutto perché si tratta di una credenza che - col passare del tempo - ha un maggior movimento nella vita delle persone, viene sempre meno data per scontata, è al centro di molti interrogativi, dubbi, riflessioni; per cui i credenti «incerti» (dubbiosi o intermittenti) oggi prevalgono su quanti affermano in modo 'certo' o 'granitico' le loro convinzioni religiose. I più continuano a credere in un Essere che va oltre le attese umane, ma riflettendo anche in questo campo la precarietà del vivere. Di qui un sentimento che tende a variare a seconda degli stati d'animo, delle circostanze, del vissuto, perlopiù connesso alle vicende altalenanti dell'esistenza. Ecco un tratto del credere contemporaneo, meno roccioso di quello prevalente nel passato, ma forse più umano.

Queste ultime riflessioni ci introducono al curioso sottotitolo del suo volume: «Il sentimento religioso nell'Italia incerta di Dio».

È un sottotitolo che coglie una costante della nazione. Diminuisce, come s'è detto, la pratica religiosa, si indebolisce il rapporto con la Chiesa, ma per contro il sentimento religioso non arretra col passare degli anni, anzi per certi aspetti sembra più vivace.
Oltre la metà degli italiani riconosce ancor oggi di vivere in un mondo di mistero, che si manifesta nell'avvertire di tanto in tanto che c'è un Dio che vigila sulla propria vita e la protegge; o nella sensazione che alcune vicende personali contengano dei messaggi che giungono dall'Alto. Oltre a ciò, poco meno del 30% dichiara di aver ricevuto nella propria esistenza una grazia o dei benefici straordinari di origine divina. Ecco i principali segni di una tonalità religiosa che sembra scaturire più da un rapporto diretto e personale col sacro che dalla mediazione della religione di chiesa; e che può essere ricondotto ai tempi non facili che stiamo vivendo, alle tensioni di un'epoca carente di certezze, densa di inquietudini e paure. Si tratta di pensieri non coltivati soltanto dalla religiosità popolare (che nel nostro paese è assai vivace), ma che coinvolgono anche soggetti inseriti a pieno titolo nella società avanzata, che risiedono nelle regioni più dinamiche e sviluppate.
Quella descritta non è l'unica apertura al senso del mistero che si coglie nelle ricerche più recenti. Circa 1'80% degli italiani ritiene oggi che «credere in Dio sia un bisogno dell'uomo», e quasi il 70% che «non sia anacronistico avere una fede religiosa nella modernità avanzata». Si tratta di convinzioni assai diffuse tra i credenti, ma espresse anche da circa la metà delle persone «non credenti», le quali dunque ammettono la legittimità di un'opzione ultima (per l'uomo contemporaneo) anche se la cosa non li riguarda.

(Rocca 6/2021, pp. 42-44)