Libertà e destino

nei giorni della pandemia

Rileggendo "La peste" di Albert Camus


Bruno Meucci

L'esperienza della pandemia ha rappresentato per noi anche lo scandalo dell'imprevedibile (Petrosino), la crisi dell'idea che l'uomo possa controllare tutto e sia padrone del proprio destino. Approfondiamo il senso di questa esperienza con l'aiuto de La peste di Camus che è stato, non per caso, uno dei libri più letti in questi mesi.

Non più padroni del nostro destino

La diffusione del coronavirus in tutto il mondo, avvenuta in un modo così imprevedibile e inarrestabile, ha messo in crisi la convinzione fondamentale, maturata in Occidente ormai da qualche secolo, di poter prevedere e controllare interamente il nostro destino. Diversi segnali, in verità, ci avevano avvertito che il corso delle cose non era più determinato dalle nostre mani, che non riuscivamo più a governare, ad esempio, fenomeni complessi come la globalizzazione, il cambiamento climatico, i flussi migratori. E, tuttavia, abbiamo continuato ostinatamente a crederlo, se non come comunità politica dotata di una coscienza collettiva, almeno come singoli individui, indaffarati giorno per giorno a costruire caparbiamente le nostre vite.
Così ad esempio annotava Giuliano Zanchi in una lucida riflessione pubblicata, in versione digitale, proprio nei giorni in cui la prima ondata della pandemia investiva l'Italia: «Le sciagure si avvicinano spesso prendendo alle spalle la nostra innata fede nella normalità. Con una lievità simile abbiamo osservato il progressivo montare di questa marea epidemica, partita da lontane sponde cinesi per arrivarci al collo quasi di colpo, dopo settimane di imperturbata spensieratezza, di informazioni minimizzanti e di indicazioni contraddittorie. [...] Nessuno di noi aveva più gli strumenti mentali per immaginare che un evento imprevisto potesse colpirci oltre la nostra acquisita capacità di avere tutto sotto controllo. Stavamo quietamente immersi nella persuasione di abitare in un mondo protetto dall'intrusione dell'imponderabile, messo nel grande caveau del progresso in cui i chiavistelli della scienza e della tecnica sembravano a prova di tutto» (G. Zanchi, I giorni del nemico. Il grande contagio e altre rivelazioni, Vita e pensiero, Milano 2020, pp. 7-8). Poi, a poco a poco, nelle prime settimane della pandemia, quando il bollettino serale della Protezione civile annunciava, come un rito macabro e irritante, il numero crescente dei contagiati e dei defunti; quando si temeva che i reparti di terapia intensiva non riuscissero ad accogliere i pazienti con difficoltà respiratorie trasportati a centinaia dalle ambulanze; quando il sistema sanitario non sembrava in grado di poter fronteggiare il nemico invisibile che si diffondeva tra gli stessi medici e infermieri; quando il nostro Paese, soprattutto nel Nord, pareva messo in ginocchio dall'aggressività di un virus sconosciuto contro cui, a tutt'oggi, non possiamo opporre un vaccino; allora ci siamo sentiti improvvisamente in pericolo e abbiamo misurato, con un'angoscia che forse l'umanità occidentale non provava da secoli, tutta la nostra impotenza, tutta la nostra incapacità di poterci salvare dalla minaccia della distruzione. Abbiamo visto calare su di noi una mano potente contro cui poco o nulla, in certi casi, è stato possibile fare. Una forza anonima e soverchiante che ha tolto spazio alla nostra libertà e ci ha impedito di decidere di noi stessi e delle nostre vite. Il lockdown è stato il simbolo di tutto questo. Insopportabile sensazione per tutti noi, abituati a sentirci padroni della nostra vita e sicuri del nostro destino.
È riemerso con la pandemia ciò che il mondo moderno ha sempre respinto con esuberante arroganza: la fragilità della condizione umana, il suo essere esposta ai colpi della natura e della storia, dal momento che l'uomo non è mai in grado di prevedere con assoluta certezza ciò che lo può minacciare. È vero, ci sforziamo di fare previsioni, esaminiamo tutte le possibilità, tutti i rischi, e pensiamo al modo di evitarli o di contrastarli; ma a volte la realtà, come dice a un certo punto Marcel Proust, «è qualcosa senza alcun rapporto con le possibilità, come una coltellata che ci venga inferta non ha rapporto con i lievi moti delle nuvole sul nostro capo [...]» (M. Proust, Un amore di Swann). E così è avvenuto con la pandemia. Qualcuno di noi fin da subito ha cercato di minimizzare la portata degli eventi, ha criticato l'allarmismo degli scienziati e le misure restrittive del governo, si è inventato oscure trame di un potere medical-fascista intenzionato a mettere fine alle nostre libertà democratiche. Tutto pur di non ammettere che la libertà di cui godiamo non è assoluta, e non perché qualcuno che sta in alto coltiva il recondito desiderio di sottrarcela, ma perché esistono eventi che non dipendono dalla nostra volontà e sui quali non possiamo avere nessun controllo. Allora, che lo vogliamo o no, la pandemia ha provocato una profonda rottura nella coscienza collettiva, nel sentimento di fiducia che avevamo circa il nostro potere di intervento sulle cose. Ricorriamo ancora una volta alle parole di Giuliano Zanchi per rendere più chiaro il senso di ciò di cui stiamo parlando: «Vero, ce la caviamo meglio dei cacciatori del neolitico e anche meglio della sgomenta gente del Medioevo. Ma mi chiedo quanto queste mere valutazioni proporzionalistiche possano alleviare il peso di quanto sta accadendo a noi in pieno dominio della medicina moderna. E cammino umano ha certamente vissuto ere di maggiore vulnerabilità. Ma questo non rimuove un solo grammo della densità tragica in cui subliminalmente ci sentiamo tutti immersi e che da molto tempo non sappiamo nemmeno più verbalizzare. Il sentimento del tragico, quello del male che interroga perché si manifesta come pena irriducibile a ogni giustizia immaginabile, era rimasto innominato e nascosto nella liquidazione sociale delle storie private o baluginava come un'invenzione dei fumetti nei film della fantascienza distopica. Aleggiava disperso nella cortina fumogena del nostro felicismo tecnomercantile, sempre radioso, risolutivo, ottimizzante. Il nemico ora ha portato il tragico a poter essere nuovamente un'esperienza collettiva. [...] Siamo noi, in questo preciso momento e una volta per tutte, a essere presi per la gola da un male che ci tocca senza ragione. È alle sue oscure domande che dobbiamo rispondere, non alla contabilità statistica della storia» (G. Zanchi, op. cit., pp. 10-11). Ed è forse per rispondere a queste «oscure domande» o per cercare almeno di verbalizzare quello che Silvano Petrosino in un suo recente libro ha chiamato «lo scandalo dell'imprevedibile» che molti di noi nei giorni del lockdown hanno sentito l'impulso di riprendere in mano alcuni testi che parlano della ferita del male, di questa «pena irriducibile a ogni giustizia immaginabile». Ad esempio, La peste di Camus (1947) che, insieme a Cecità di Saramago, è stato, durante la prima ondata della pandemia, il libro più letto nel mondo.

Colpiti dallo scandalo dell'imprevedibile

La vicenda è nota: un male incurabile si abbatte su Orano, una città dell'Algeria francese, negli anni '40 del Novecento. Quando comincia a farsi chiaro che si tratta della peste, emergono nella mente del dottor Rieux – il medico a cui si deve, nella finzione letteraria, il resoconto degli eventi di quei giorni – gli orribili fantasmi delle grandi epidemie di peste che hanno colpito l'umanità nel corso dei secoli: le immagini di Atene, contagiata e disertata dagli uccelli, nel racconto di Lucrezio; la peste di Costantinopoli che secondo Procopio aveva fatto diecimila vittime in un solo giorno; la peste di Canton del 1871, quella di Milano, di Londra e molte altre. È come se nell'anima del dottor Rieux la parola peste fosse in grado di resuscitare il terrore provato dalle generazioni passate e mai rimosso dalla coscienza dell'umanità. «Ma una tale vertigine – pensa il dottor Rieux – non reggeva davanti alla ragione. È vero che la parola peste era stata pronunciata, è vero che in quello stesso minuto il flagello scuoteva o abbatteva una o due vittime, ma insomma, lo si poteva fermare. Quello che bisognava fare era riconoscere chiaramente quello che doveva essere riconosciuto, cacciare infine le ombre inutili e prendere le misure necessarie» (A. Camus, La peste, in Opere. Romanzi, racconti, saggi, Classici Bompiani, Milano 1988, p. 403). Sulle prime, la mentalità razionale, scientifica, del dottor Rieux – come è successo da noi quando abbiamo saputo della diffusione del virus in Cina –non si arrende alla notizia di un morbo mortale che si diffonde dappertutto. Rieux rivolge a se stesso parole incoraggianti nell'illusione di avere ancora la situazione in pugno. Più o meno allo stesso modo, quando il Covid-19 era circoscritto in alcune regioni della Cina e in alcuni Paesi del sud est asiatico, quelle parole di Giuseppe Conte, con cui annunciava la sospensione di tutti voli da e per la Cina, parvero sufficienti a rassicurare tutti noi che eravamo al sicuro dal contagio. Diciamolo francamente, nessuno di noi pensava allora che in Italia potesse diffondersi un'epidemia, era un'idea lontana dalla nostra immaginazione, situata al di fuori del nostro orizzonte di pensiero. Noi, un Paese così civile, così moderno, così attrezzato, così predisposto a difenderci da qualsiasi pericolo, noi che non siamo un Paese del Terzo mondo non saremmo mai stati colpiti da nessuna sciagura. Il ritornello che si sentiva ripetere in quei giorni, mentre una certa inquietudine circolava tra la gente che raccoglieva le notizie provenienti dall'Asia, era questo: "tutto è sotto controllo". Poi è stato duro scoprire che il nemico, come disse in quei giorni il virologo Massimo Galli in una puntata di Otto e mezzo, invece di arrivarci di fronte, come lo aspettavamo, ci aveva presi alle spalle, entrando cioè dalla Baviera, come allora era emerso dalla ricostruzione del tragitto che il virus aveva percorso partendo dalla Cina per arrivare infine a contagiare il presunto paziente 1 di Codogno. Niente in effetti era sotto controllo, o almeno non tutto. Di conseguenza, in questi lunghi mesi di pandemia abbiamo dovuto imparare l'amara lezione che le conoscenze dell'homo sapiens sono limitate, che la nostra intelligenza e la nostra capacità di anticipare gli eventi non possono arrivare dappertutto e che la scienza e la tecnologia, strumenti senz'altro utili ed efficaci a cui affidiamo le nostre paure e le nostre speranze, non garantiscono a tal punto della nostra sicurezza da poterci evitare la sofferenza e la morte. Una lezione di umiltà che ha dovuto apprendere anche la comunità scientifica quando le dichiarazioni minimizzanti di certi virologi sono state smentite dai fatti e si è dovuto ammettere che su questo virus non si avevano conoscenze sufficienti, né rimedi per poterlo neutralizzare. E infine, la stessa comunità scientifica si è coperta ín un certo senso dí vergogna quando ai cittadini che chiedevano informazioni sul decorso del male e sulle sue possibili riprese in autunno, non è stata capace di offrire se non dubbi e una babele di opinioni contrastanti.
Ma tornando al romanzo di Camus, una volta che le autorità si sono persuase di avere a che fare con la peste, Orano viene chiusa ai contatti con l'esterno, a eccezione dei rifornimenti di cibo e di materiale sanitario provenienti dalla Francia. Non viene imposta stranamente una chiusura di ciascuno nella propria casa, come è successo da noi, ma siccome è impedita ogni via di fuga, gli abitanti si sentono presi in trappola. «Da questo momento in poi – annota il dottor Rieux nella cronaca di quei giorni – si può dire che la peste fu cosa nostra, di tutti. Sino a qui, nonostante lo stupore e l'inquietudine suscitati da quei singolari avvenimenti, ciascuno dei nostri concittadini aveva proseguito le sue occupazioni, come gli era stato possibile, al suo solito posto. E certamente questo doveva continuare; ma una volta chiuse le porte, si accorsero di essere tutti, e anche lo stesso narratore, presi nel medesimo sacco e che bisognava cavarsela. In tal modo, ad esempio, un sentimento così individuale come la separazione da una persona cara diventò subito, sin dalle prime settimane, lo stesso di tutto un popolo, e, insieme con la paura, la principale sofferenza di quel lungo periodo d'esilio» (A. Camus, op. cit., p. 422). Di fronte alla sventura che colpisce tutta la comunità i sentimenti di ciascuno diventano i sentimenti di tutti. Nasce una specie di solidarietà, di comunanza di vissuti che prima non c'era; si crea in altre parole un senso di comunione e di comunità che trova nella sofferenza di tutti la sua origine e nella lotta comune contro il flagello il suo scopo.
Tuttavia, pur vivendo gli stessi sentimenti, gli abitanti di Orano reagiscono in modo diverso alla sciagura. Se la tragedia è collettiva, infatti, le scelte sono sempre personali. C'è modo e modo di affrontare il pericolo: lo si può negare, lo si può subire, lo si può addirittura giustificare, lo si può sfidare o combattere. Sembra quindi che alla libertà resti sempre una porta aperta e che l'uomo si misuri appunto proprio dal modo in cui decide di porsi di fronte al destino.
Tra coloro che decidono di affrontare il pericolo c'è il dottor Rieux, che si adopera instancabilmente per visitare í malati e accertare i nuovi casi di peste. Compito terribile, il suo, perché come medico non può salvare la vita degli appestati, può soltanto cercare di alleviare le loro sofferenze, ma se i bubboni non si possono incidere, non può fare neppure quello. Al contrario, dovendo poi denunciare i malati di peste alle autorità sanitarie, il suo ruolo si trasforma in quello del funzionario che deve decidere con impassibilità la separazione dell'ammalato dalla sua famiglia. Rieux deve imparare a svolgere questo compito senza farsi coinvolgere da sentimenti di pietà perché l'unico modo per salvare il maggior numero possibile di vite umane è quello di separare gli appestati dai loro familiari e di condurli in un luogo isolato. A un certo punto, scopre che invece di essere accolto dai suoi concittadini, come avveniva in tempi normali, con il cuore pieno di fiducia e di speranza, adesso il suo arrivo è temuto come una sciagura e la sua persona guardata con sospetto e con risentimento, come se da lui ci si aspettasse una sentenza di condanna. La coscienza di Rieux è travagliata anche dal pensiero che sua moglie, colpita da una grave malattia, si trova in una clinica fuori città e forse avrebbe bisogno del suo aiuto, della sua competenza, o perlomeno della sua compagnia per guarire più velocemente. E invece lui si trova prigioniero della peste, come tutti i suoi concittadini, separato dalla persona che ama e che ha bisogno di lui, impegnato in un compito impossibile: combattere un male da cui sa dí essere vinto in partenza. Ma non ci si può rassegnare e si deve fare tutto ciò che è possibile per salvare il maggior numero di vite umane. Vengono in mente le centinaia di operatori sanitari, medici e infermieri che si sono prodigati nei mesi iniziali della pandemia per salvare la vita dei malati di polmonite, lavorando giorno e notte, concedendosi spesso soltanto una breve pausa per mangiare un panino, e senza strumenti, mascherine e indumenti adeguati per proteggersi, esponendosi al rischio del contagio. Erano considerati dall'opinione pubblica degli eroi, e siccome pareva di essere ín guerra, erano loro i combattenti della prima linea. Molti infatti sono stati contagiati, parecchi sono morti. Rispondere alla domanda sul perché l'hanno fatto è impossibile, bisognerebbe poter entrare all'interno della coscienza di ognuno di loro. La maggior parte però risponderebbe che quello era il loro dovere e che l'hanno svolto nel modo migliore, così come la situazione richiedeva di fare. Il dottor Rieux – personaggio nel quale si riflettono le convinzioni più profonde di Camus – è motivato da una ragione ancora più forte: esercitando la sua professione di medico, egli ha visto degli uomini morire e da quel momento ha deciso di fare tutto il possibile per strappare vite umane alla sofferenza e alla morte.
A un certo punto del racconto, un certo Tarrou, arrivato in città poco prima dell'esplosione della peste, comunica al dottor Rieux l'intenzione di raccogliere dei volontari e di organizzare delle squadre sanitarie con lo scopo di prestare soccorso ai medici quando la peste dilagherà e í medici non basteranno. L'impresa ha successo, tanti volontari si uniscono alle squadre di Tarrou e a questo punto Rieux si domanda che cosa li spinga a mettere a rischio la propria vita. Questi volontari sono da considerare degli eroi? Il dottor Rieux si dà questa semplice e sorprendente spiegazione: «Tutta la questione era d'impedire al maggior numero possibile d'uomini di morire e di conoscere la separazione definitiva. Per questo non c'era che un solo mezzo: combattere la peste. Questa verità non era ammirevole, ma soltanto logica» (A. Camus, op. cit., p. 475). In effetti, talvolta quello che appare come eroismo è in realtà il frutto di un ragionamento logico: se c'è un male che minaccia tutti, è assurdo pensare di cavarsela da soli o stare ad aspettare che ci raggiunga, bisogna affrontarlo, combatterlo. È una scelta che deriva dall'aver ben valutato la forza del nemico e dall'aver capito che, in realtà, l'unica scelta ragionevole è quella di combatterlo. Ricordiamo per inciso che durante la seconda guerra mondiale Camus aveva combattuto nella resistenza. Sapeva bene, quindi, perché si sceglie di combattere un nemico da cui sarebbe illogico pensare di poter fuggire.

L'uomo è migliore delle sue parole

Chi cerca di fuggire è invece Rambert, un giornalista capitato a Orano per motivi di lavoro che, trovandosi improvvisamente intrappolato, non vuole rassegnarsi in nessun modo a essere separato dalla propria donna che a Parigi sta aspettando il suo ritorno. Rambert rappresenta coloro che rivendicano il diritto alla propria felicità e che non si sentono parte dell'umanità colpita dalla sventura. In effetti, Rambert non essendo un cittadino di Orano, apparentemente avrebbe tutto il diritto di non sentirsi coinvolto nel destino comune. Quindi si domanda perché gli sia impedito di raggiungere la donna che ama. Per buona parte del romanzo seguiamo le vicende di questo antieroe, l'opposto del dottor Rieux, che con ogni mezzo, legale e illegale, tenta una via di fuga. Ciò che lo spinge a fuggire non è la paura, ma un principio morale, l'idea che l'uomo non può e non deve rinunciare al proprio desiderio di felicità. Durante un dialogo con il dottor Rieux, egli scopre con sorpresa che il dottore non biasima la sua scelta, ma al contrario la comprende e in un certo senso la giustifica. Ogni uomo – gli dice – ha il diritto di preferire la felicità al dolore e alla solitudine. Rieux riconosce in Rambert quella parte di sé che vorrebbe andare via da Orano, ricongiungersi con la moglie malata e lontana. Alla fine, però, quando tutto sembra ormai pronto e la fuga di Rambert è sul punto di realizzarsi, quest'ultimo annuncia a Rieux che ha deciso di restare. Il dialogo tra i due è estremamente significativo: «Ma Rieux, raddrizzandosi, disse con voce ferma che la cosa era stupida e che non c'era vergogna nel preferire la felicità. "Sì", disse Rambert, "ma ci può essere vergogna nell'esser felici da soli". [...] "Ho sempre pensato di essere estraneo a questa città e di non aver nulla a che fare con voi. Ma adesso che ho veduto quello che ho veduto, so che io sono di qui, che io lo voglia o no. Questa storia riguarda tutti" (A. Camus, op. cit, pp. 534-535). È uno dei dialoghi più belli del romanzo dove Camus riesce a condensare in poche parole tutta una filosofia, tutta una sapienza della vita: l'uomo ha diritto di essere felice ed è giusto che preferisca la felicità al dolore, ma di fronte alla sofferenza degli altri può riconoscere che quella sofferenza lo riguarda, è anche la sua, e può arrivare a fare delle scelte che prima, chiuso nel proprio progetto astratto di felicità, non era in grado neppure di pensare. Non c'è felicità infatti a essere felici da soli, mentre gli altri intorno a noi continuano a soffrire, a meno che non si voglia voltare la faccia dall'altra parte per non vedere il male che c'è nel mondo e non essere costretti a schierarsi contro di esso per combatterlo. La lotta contro il male, simbolicamente rappresentato dalla peste, è una lotta tragica, destinata a non finire mai, a ricominciare sempre daccapo. «"Non avete ancora capito" rispose Rambert alzando le spalle. – "Che cosa?" – "La peste." – "Ah!" fece Rieux. – "No, non avete ancora capito che consiste nel ricominciare"» (A. Camus, op. cit., p. 498). Eppure questo continuo ricominciare da capo nel combattere la sofferenza e la morte sembra essere per Camus l'unico modo autentico di condurre la propria vita che, altrimenti, sarebbe costruita sull'illusione, sull'indifferenza, sulla menzogna.
Un altro personaggio dallo spessore tragico che nel corso del romanzo compie una grande trasformazione e tira fuori il lato migliore di sé è il padre gesuita Paneloux. L'inizio e la fine del suo percorso di trasformazione sono segnati da due prediche, la prima fatta nei primi giorni della pestilenza, la seconda molti mesi dopo. Nello spazio tra le due prediche, Paneloux ha assistito alla morte di diversi malati e in ultimo anche a quella dí un bambino, il figlio del giudice Othon. Il suo cristianesimo "astratto" — così lo definisce il dottor Rieux — che lo porta a giudicare la peste come un castigo mandato da Dio per punire i cittadini di Orano, è scosso profondamente dalle tremende sofferenze del figlio di Othon, un ragazzino innocente che non può aver commesso colpe così gravi da meritare il castigo di Dío. La fede di Paneloux, così sicuro di conoscere la spiegazione del male — la colpa dell'uomo e il giusto castigo di Dio per indurlo a ritornare a Lui — vacilla di fronte alla vista del dolore di esseri umani concreti, della loro agonia e della sofferenza straziante dei loro familiari. Qualche giorno dopo il suo primo terribile sermone, Paneloux stupisce Tarrou quando gli chiede di entrare a far parte delle sue squadre sanitarie: inizialmente aveva detto che di fronte al flagello bisognava soltanto mettersi in ginocchio e pregare, adesso invece capisce che bisogna dare concretamente una mano per aiutare i malati. Rieux commenta che gli uomini sono sempre migliori di quello che sembrano. E Paneloux è senz'altro migliore della sua predica. Ed è vero. Gli uomini non vanno mai giudicati da quello che dicono, ma dalle scelte che fanno. Questo, aggiungiamo noi, sia nel bene che nel male.
Verso la fine del romanzo, Paneloux, riunito insieme ad altri intorno al capezzale del figlioletto di Othon, assiste alla sua agonia. Il povero bambino è sul letto dell'ospedale, scosso da una febbre violenta, e sta gridando: «Paneloux guardò quella bocca infantile, insozzata dalla malattia, piena d'un grido di tutti gli evi; si lasciò scivolare in ginocchio e tutti trovarono naturale sentirlo dire con voce un po' soffocata ma distinta dietro il pianto anonimo che non cessava: "Mio Dio, salva questo ragazzo"». La preghiera del padre gesuita non viene ascoltata. Di fronte al silenzio di Dio, Camus ci presenta due alternative: da un lato, sta l'uomo di fede (padre Paneloux) che dice: «forse dobbiamo amare quello che non possiamo capire». Dall'altro, l'uomo che si ribella all'assurdità del male (il dottor Rieux), che replica: «No, Padre [...] io mi faccio un'altra idea dell'amore; e mi rifiuterò sino alla morte di amare questa creazione dove i bambini sono torturati» (A. Camus, op. cit., p. 542). Sappiamo che Camus sta dalla parte dell'uomo che si ribella, che non può accettare un mondo dove sia presente l'insensatezza del male. Di conseguenza, non può fare propria neppure la fede in un Dio che ha creato un mondo in cui le creature soffrono e muoiono. Sappiamo che su questo moto di rivolta Camus ha costruito un'intera filosofia: «La rivolta metafisica — leggiamo nel suo celebre saggio L'uomo in rivolta (1951) — è il movimento per il quale un uomo si erge contro la propria condizione e contro l'intera creazione. [...] Lo schiavo ribelle afferma che c'è qualche cosa in lui che non accetta il modo in cui lo tratta il suo signore; l'insorto metafisico si dichiara frustrato dalla creazione. [...] In ambedue i casi, troviamo infatti un giudizio di valore in nome del quale l'insorto rifiuta la sua approvazione alla condizione che gli è propria» (A. Camus, L'uomo in rivolta, in Opere. Romanzi, racconti, saggi, op. cit., p. 647). L'impossibilità di amare la creazione nasce dal rifiuto di giustificare lo scandalo del male: posizione identica a quella di Ivan Karamazov e di molti altri ribelli metafisici che Camus analizza approfonditamente nel suo saggio. Da un lato, quindi, abbiamo la possibilità di continuare a credere in un Dio che è amore, nonostante il suo incomprensibile silenzio di fronte al dolore innocente; dall'altro, la ribellione contro l'assurdità della sofferenza inutile e quindi l'impossibilità di credere in Dio. Eterno dramma della coscienza umana che ogni uomo sensibile e consapevole vive dentro di sé. E, tuttavia, l'ateo Rieux riconosce che il credente Paneloux gli è vicino, che entrambi, benché così distanti rispetto alla fede, sono alleati nella lotta contro il male: «Paneloux gli tese la mano dicendo con tristezza: "E tuttavia non sono riuscito a persuaderla!" — "Che importa?" disse Rieux. "Quello che odio, è la morte e il male, lei lo sa. E che lei lo voglia o no, noi siamo insieme per sopportarli e combatterli. "» (A. Camus, op. cit., p. 543).

Silenzio di Dio e dramma della fede

Assistiamo poi allo sforzo di Paneloux di conservare la propria fede nonostante il crollo delle giustificazioni astratte che aveva dato al male (il castigo di Dio) durante il suo primo, terribile sermone. Infatti, dopo l'esperienza straziante della morte del figlioletto di Othon, il gesuita intraprende un tormentato cammino di ripensamento delle proprie convinzioni religiose che lo porta a confrontarsi faccia a faccia con lo scandalo del male e della sofferenza degli innocenti: scopre allora il significato della croce di Cristo, simbolo di tutto il dolore e l'ingiustizia che vi sono nel mondo. È sorprendente osservare come Camus, che sappiamo essere ben lontano dal professarsi cristiano, nel descrivere il mutamento che avviene nell'animo di Paneloux, è più vicino di tanti cristiani a intuire il mistero della Croce, dinnanzi al quale bisogna stare in silenzio, senza lasciarsi tentare da alcuna retorica consolatrice. Infatti, nella sua seconda e ultima predica nella cattedrale di Orano, padre Paneloux rinuncia a qualsiasi spiegazione razionale o moralistica del male e presenta la sua fede non come una serie di granitiche certezze, come aveva fatto nella sua prima predica, ma come un cammino travagliato, come una sofferta e rischiosa scommessa. «Gli sarebbe stato facile dire che l'eternità di delizie che aspettavano il bambino potevano compensarlo della sofferenza, ma, in verità, lui non ne sapeva niente. Chi poteva affermare, infatti, che l'eternità d'una gioia possa compensare un attimo del dolore umano? Non sarebbe sicuramente un cristiano, il cui Maestro ha conosciuto il dolore nelle membra e nell'anima. No, il Padre sarebbe rimasto ai piedi del muro, fedele al supplizio di cui la croce è il simbolo, di fronte alla sofferenza di un bambino. E avrebbe detto senza paura a coloro che in quel giorno lo ascoltavano: "Fratelli miei, il momento è venuto. Bisogna tutto credere o tutto negare. E chi mai, tra di voi, oserebbe negare?"» (A. Camus, op. cit., p. 547). Nel suo sforzo di amare anche il dolore innocente, simbolizzato dalla croce di Cristo, senza poterne dare una giustificazione razionale, Paneloux è sempre più tormentato da questo pensiero che lo divora, nell'anima e nel corpo. Quasi per una volontà inconscia di martirio, di identificazione radicale con la condizione della vittima, si ammalerà di uno strano male non riconducibile alla peste e, dopo aver respinto ogni cura, morirà in solitudine in una casa di Orano.
Che ha a che vedere il personaggio di Paneloux con l'esperienza della pandemia che abbiamo fatto in questi ultimi mesi? La sua prima predica ha un sapore quasi medievale, sembra quindi lontana dal modo di pensare dei cristiani di oggi. Ma non è affatto così, perché nei primi mesi della pandemia circolavano sui social discorsi apocalittici molto simili alla prima predica di Paneloux, nei quali si diceva che il coronavirus era una conseguenza dei nostri peccati e che soltanto conversione e preghiera avrebbero potuto salvarci. È proprio vero che un certo tipo di cristiani ha una mentalità di tipo medievale ma, per non far torto al Medioevo, sarebbe meglio dire che certi cristiani, privi di amore per l'umanità, sono animati da un forte spirito di risentimento, specialmente contro il mondo moderno, ateo e libertino, e approfittano quindi di questi momenti difficili per prendersi la rivincita sui loro nemici, cioè sugli uomini che non credono in Dio. E si ha l'impressione che siano contenti delle disgrazie che capitano agli altri, e ne gioiscano, perché dimostrano il fallimento di tutti i progetti umani e, di riflesso, la vittoria del loro concetto moralistico di Dio. Probabilmente però ha ragione Albert Camus nel dire che gli uomini sono migliori delle loro prediche e che forse questi stessi cristiani se vedessero, come vede padre Paneloux nel romanzo, qualcuno che soffre e che muore per davvero, sotto i loro occhi, smetterebbero di essere così sicuri nei loro giudizi, così duri e spietati, e invece di compiacersi del male, comincerebbero a odiarlo e a combatterlo.
L'ultimo personaggio di cui vorremmo parlare in questo articolo – che pur nella sua lunghezza non ha certo la pretesa di esaurire tutti i significati de La peste di Camus né di analizzare tutti i personaggi che vi compaiono – è quello del già ricordato Tarrou, colui che ha l'idea di creare le squadre sanitarie. E lo vogliamo fare perché Tarrou all'inizio della vicenda ci viene presentato come un personaggio strano, di cui non si sa nulla, a parte il fatto che tiene un taccuino sul quale annota – secondo l'opinione di Rieux – osservazioni stravaganti sugli abitanti di Orano e sui loro comportamenti. Nel corso del romanzo, però, Tarrou cresce di importanza, anzi, quando chiede a Rieux il permesso di organizzare le squadre di volontari, assume una dimensione da gigante, da vero e proprio eroe. Tuttavia, nel romanzo non c'è nessuna enfasi retorica, nessuna volontà di celebrare imprese straordinarie né di trasformare in epopea l'eterna, tragica lotta dell'uomo contro il male. Il male fa parte della condizione umana, bisogna prenderne atto, riguarda tutti, ed è soltanto logico mettersi insieme per combatterlo. Illogico è pensare che il male non ci riguardi, di poter costituire un'eccezione. Destini individuali, eccezioni, non sono date. Nella misura in cui Tarrou è convinto di tutto questo non è un eroe, però nasconde anche un passato doloroso di violenza e di colpa da cui vorrebbe redimersi. Un pomeriggio racconta a Rieux che da giovane si era rifiutato di seguire la carriera di magistrato del padre, quando questi lo aveva portato con sé ad assistere a un processo durante il quale non aveva esitato a chiedere la condanna a morte dell'imputato con enfasi retorica («frasi immense»), autocompiacimento e massima indifferenza. Tarrou invece, guardando negli occhi l'uomo che veniva processato e scorgendo in essi tutto il suo smarrimento, tutta la sua paura, si era identificato con lui, con la vittima, e da quel giorno aveva provato disgusto per il mestiere di magistrato e per suo padre. Scappato di casa, aveva girato il mondo facendo ora un mestiere ora un altro. Sentiva però dentro di sé che doveva regolare un conto con quell'uomo inerme e impaurito con cui si era identificato. Si mise allora a fare politica. Trovati alcuni compagni, si era imbarcato nella lotta armata dicendo a sé stesso che una società così ingiusta e disumana era da combattere ad ogni costo. Ma si accorse ben presto che anche i rivoluzionari pronunciano condanne, anche loro compiono omicidi, con la giustificazione che siano necessari per raggiungere lo scopo finale, il mondo giusto dove non si uccida più nessuno. Si rese conto allora che aveva pensato di lottare contro la peste e che aveva finito per essere anche lui un appestato. La tendenza dell'uomo, infatti, è di vedere bene il male che sta fuori di sé, mentre non si accorge del male che è dentro di lui: «Io so di scienza certa (tutto so della vita, lei lo vede bene) che ciascuno la porta in sé la peste, e che nessuno, no, nessuno al mondo ne è immune. E che bisogna sorvegliarsi senza tregua per non essere spinti, in un minuto di distrazione, a respirare sulla faccia di un altro e a trasmettergli il contagio» (A. Camus, op. cit., pp. 570-571).
Il personaggio di Tarrou rappresenta certamente le tentazioni dell'azione rivoluzionaria che in nome di grandi principi di giustizia e di umanità, non esita a firmare la condanna a morte di altri esseri umani, i propri avversari politici. Ma il personaggio di Tarrou rappresenta anche l'impossibilità, da parte dell'uomo, di potersi liberare da solo dal male che porta dentro di sé. Potremmo dire che il dramma di Tarrou è quello dell'uomo che si sforza di essere buono, di essere santo, ma non ha la grazia di Dio. A un uomo come Tarrou, che non vuole compromissioni col male, ma non crede in Dio, non resta altro che astenersi dall'agire, giacché ogni azione si intraprenda, essa conduce inevitabilmente, per una via o per un'altra, a fare del male a qualcuno. Astenersi dall'agire significa, per esprimersi con le parole di Tarrou, lasciare agli altri il compito di «fare la storia». Perché la storia non si fa senza macchiarsi le mani di sangue innocente. Adesso che Tarrou vuole costituire le squadre sanitarie per soccorrere i malati, le sue pretese sono più modeste di quelle che aveva un tempo, quando voleva cambiare il mondo ed estirpare il male: «Dico soltanto che cí sono sulla terra flagelli e vittime, e che bisogna, per quanto è possibile, rifiutarsi di essere col flagello» (p. 571). 0 si sta dalla parte del male o si sta dalla parte delle vittime e Tarrou ha scelto di stare dalla parte delle vittime. Ciò che vorrebbe Tarrou, in realtà, è la liberazione dal male. Egli ha sete di redenzione. Ma non la può ottenere: la redenzione dal male è qualcosa che l'uomo non può ottenere da solo, senza la grazia di Dio. Per eliminare da sé il male non resta altra via che l'autoannullamento, andare a cercare la propria morte. Essa rappresenta al tempo stesso l'identificazione totale con la vittima e la vittoria definitiva sulla peste che l'uomo porta dentro di sé.

Di nuovo artefici del nostro destino

Durante i giorni del primo lockdown, tutti noi, in un modo o nell'altro, siamo stati costretti, come i personaggi del romanzo di Camus, a lasciare che la nostra vita fosse sconvolta da un destino più grande e più forte di noi, contro il quale occorreva solo difendersi, per quanto possibile. Abbiamo riscoperto come gli abitanti di Orano, il sentimento di essere un solo popolo, una comunità nazionale, perché tutti, sebbene in modo diverso gli uni dagli altri, ci siamo sentiti colpiti dalla stessa sciagura. Ciascuno di noi – a parte alcune eccezioni marginali – ha capito di dover dare il proprio contributo perché il nemico fosse combattuto, arginato, se non completamente sconfitto: i medici e gli infermieri restando al loro posto giorno e notte negli ospedali; gli operai continuando a lavorare nelle fabbriche per non interrompere la produzione e i servizi essenziali; i giovani e i bambini restando a casa con i propri genitori per evitare il rischio del contagio; gli insegnanti facendo didattica a distanza per non lasciare i propri alunni senza istruzione; i nostri governanti prendendo decisioni per il bene di tutti. Impossibile nominare qui tutte le parti della società che hanno svolto il proprio compito con senso di responsabilità e del dovere, spesso davvero in modo eroico, generoso, al di là di quanto richiesto in una situazione ordinaria, anche a rischio della propria vita. Non più padroni del nostro destino, abbiamo vissuto una specie di parentesi temporale nella quale potevano benissimo risuonare come un severo ammonimento le seguenti parole del filosofo Epitteto: «Ricordati che sei un attore che interpreta una parte in un dramma che è come lo vuole il drammaturgo. Una parte breve, se vuole che sia breve, lunga, se vuole che sia lunga. Se vuole che tu interpreti la parte del mendicante, bada di interpretare con bravura questo ruolo: oppure quella diuno zoppo, o di un magistrato, o di un privato cittadino. Infatti il tuo compito è questo: interpretare bene il ruolo che ti è stato assegnato. Ma scegliere questo ruolo spetta a qualcun altro» (Epitteto, Manuale, 17). Ciascuno di noi, lo ripetiamo, a parte le ben note eccezioni – pensiamo agli escapisti o a chi si è dato alla speculazione – ha rinunciato, volente o nolente, a quello che aveva progettato, abdicando, seppure momentaneamente, ad alcune delle libertà garantite dalla Costituzione. Molti di noi, i più generosi, hanno accettato addirittura con gioia di interpretare al meglio quel ruolo che qualcun altro aveva scelto per noi (e non penso qui che questo qualcun altro sia il governo che ci ha costretti al lockdown, ma la pandemia che, perdonate l'intreccio di parole, ha costretto il governo a costringerci al lockdown), mostrando così di comprendere che vi sono circostanze in cui bisogna seguire il copione scritto da altri e mettere il bene comune al di sopra del bene personale.
Durante la seconda ondata della pandemia, la fiducia della popolazione nell'azione del governo si è incrinata. Probabilmente non tutto quello che si poteva fare durante i mesi estivi è stato fatto. Ma soprattutto sono emersi i grandi problemi di confusione e disorganizzazione che caratterizzano da tempo il nostro paese. Il bisticcio continuo tra regioni e governo, tra maggioranza e opposizione, tra partito e partito all'interno della stessa maggioranza dí governo, ha messo in luce la mancanza di progettualità e di spirito di collaborazione, facendo sì che la fugace esperienza di unità nazionale vissuta bene o male durante la prima ondata sia andata in frantumi nella seconda. Ritornano in mente le sagge parole di Niccolò Machiavelli quando scriveva, nel Principe, che la virtù di chi governa consiste nel saper sfruttare a proprio vantaggio anche gli eventi imprevedibili della Fortuna. Parole che si potrebbero applicare in generale a ogni uomo poiché ciascuno di noi nel suo piccolo può trarre insegnamento e indicazioni dalle disgrazie che gli capitano. Ma per i cittadini di una grande democrazia come la nostra, per noi che siamo popolo sovrano, ciò significa saper trasformare la tragedia che abbiamo vissuto, e che ancora non è finita, in una opportunità, riuscendo innanzitutto a impiegare l'enorme quantità di denaro che arriverà dall'Unione europea, sotto forma di prestiti e di aiuti a fondo perduto, per risollevare l'economia e ricostruire il nostro Paese in un modo nuovo e migliore. Non possiamo fermare il capriccio della Fortuna, ma una parte del nostro destino resta pur sempre nelle nostre mani. Durante i mesi estivi non l'abbiamo capito e forse non lo capiamo neppure adesso. Ma il futuro delle prossime generazioni dipenderà dalle scelte che faremo e dal modo in cui impiegheremo le risorse a nostra disposizione per cercare di cambiare qualcosa nel nostro paese. E allora sì che il nostro destino è nelle nostre mani, ora sì che il futuro delle prossime generazioni dipenderà dalle scelte che faremo e dal modo in cui impiegheremo questi fondi. Ora sì che potremo tornare a dire in senso nobile homo faber fortunae suae, pensando non a noi stessi o al nostro partito, ma alla comunità in cui viviamo, alle diverse
generazioni che la compongono, anche a quelle che devono ancora venire. Senza dimenticare quello che la pandemia ci sta insegnando, che il destino dell'uomo non è mai completamente nelle sue mani, abbiamo davvero il compito e l'occasione unica di imprimere un cambiamento al corso delle cose, creando i presupposti per una nuova alleanza tra uomo e natura, sviluppo e ambiente, individuo e comunità. La pandemia ci ha messi di fronte alle fragilità personali e del sistema. Umiliandoci, ha dato a tutti una grande lezione di umiltà. Speriamo di averla appresa e di non dimenticarla quando tutto sarà finito.

(FEERIA, 2020/1 - n. 57 - pp. 29-39)