La lotta delle ideologie

secondo Thomas Piketty

Annamaria Testa, esperta di comunicazione


“L’intero modello economico deve essere ripensato, in modo più equo e sostenibile dopo la pandemia”, dice Thomas Piketty, intervistato dal Manifesto a proposito del suo nuovo, monumentale libro Capitale e ideologia (La Nave di Teseo, traduzione di Lorenzo Matteoli e Andrea Terranova).

“Monumentale” è la parola giusta. Sono 1.200 pagine, stampate su una carta patinata sottile e consistente, simile a quella che si usa per i dizionari.
Appoggio l’edizione di carta sulla bilancia per gli spaghetti. Sono quasi 1.100 grammi. Il corrispondente di una (assai abbondante) spaghettata per dieci persone.
Qui non provo nemmeno a commentarvele, le 1.200 pagine: ne verrebbe fuori un consommé scipito.
Vi offro invece, su un ideale vassoio, una serie di assaggi che provo, per quanto è possibile, a impiattare connettendoli tra loro, e che vi danno conto, anche, del linguaggio limpido usato da Piketty. Poiché si tratta di un libro di economia, di storia e di scienze sociali, la limpidezza è un attributo tutt’altro che scontato.
L’incipit è folgorante. E incrocia strutture socioeconomiche, sovrastrutture ideologiche e narrazioni.

Ogni società umana deve giustificare le sue disuguaglianze: è necessario trovarne le ragioni, perché in caso contrario è tutto l’edificio politico e sociale che rischia di crollare. Ogni epoca produce, quindi, un insieme di narrative e di ideologie contraddittorie finalizzate a legittimare la disuguaglianza, quale è o quale dovrebbe essere…
Nelle società contemporanee, si tratta in particolare della narrativa proprietarista, imprenditoriale e meritocratica: la disuguaglianza moderna è giusta, perché è la conseguenza di un processo liberamente scelto nel quale ognuno ha le stesse opportunità di accesso al mercato e alla proprietà e nel quale ciascuno gode naturalmente del vantaggio derivante dal patrimonio dei più ricchi, che sono anche i più intraprendenti, i più meritevoli e i più utili.

Ma questa narrazione è adesso diventata fragile. Una “favoletta meritocratica”. Cioè

un modo molto comodo, per i privilegiati del sistema economico attuale, di giustificare qualunque livello di disuguaglianza senza nemmeno doverlo analizzare, stigmatizzando allo stesso tempo chi soccombe per le sue mancanze: di merito, di capacità e di diligenza. Questa ‘colpevolizzazione’ dei più poveri non esisteva o, almeno, non era così esplicita nei precedenti regimi basati sulla disuguaglianza, che sottolineavano invece la complementarità funzionale dei diversi gruppi sociali.

La disuguaglianza, insomma, non è “naturale”, e varia nel tempo e nello spazio: ci sono sempre state e sempre ci saranno molte alternative per regolare il sistema della proprietà, il sistema dell’istruzione e il sistema fiscale, le tre maggiori fonti della disuguaglianza.
È tutta questione di scelte, politiche e, prima ancora, ideologiche. In altre parole: a configurare le scelte è la struttura delle idee del mondo, della giustizia e della legittimità (appunto: l’ideologia) che ciascuna società adotta, attraverso un costante, conflittuale processo di sperimentazione storica.
Lo fa scegliendo di volta in volta (e giustificando ideologicamente) l’alternativa più favorevole a chi ha l’effettivo potere di scegliere, e scartando tutte le altre alternative possibili, in un costante, doloroso e conflittuale processo di creazione narrativa.

Il genere umano vive oggi in condizioni di salute mai godute prima nella sua storia: lo stesso vale per l’accesso all’istruzione e alla cultura.
Il reddito, nei limiti della possibilità di misurarlo, è passato da un potere d’acquisto medio (espresso in euro 2020) di 80 euro al mese per abitante del pianeta nel 1700, a circa 1000 euro al mese nel 2020. Questi importanti incrementi quantitativi, che – è bene ricordarlo – corrispondono a ritmi di crescita annuale media di appena lo 0,8%, accumulati in più di tre secoli, rappresentano comunque dei ‘progressi’ incontestabili dello stesso ordine di grandezza di quelli che si sono verificati per la salute e per l’istruzione; e provano che forse non è indispensabile una crescita del 5% annuo per garantire il benessere sul pianeta.

Dobbiamo ricordare che tra il 1700 e il 2020 la popolazione mondiale è passata da circa 600 milioni di persone a più di sette miliardi. Dobbiamo però anche stare attenti a non lasciarci ingannare dalla”media del pollo”. Il progresso esiste, ma è fragile e iniquo, e in ogni momento può essere cancellato dalle derive identitarie e dalla rinnovata crescita delle disuguaglianze, che si sono enormemente accentuate a partire dagli anni ottanta.
Nei capitoli centrali del suo testo, Piketty interpreta, alla luce delle disuguaglianze e dei sistemi di relazioni che si sono via via prodotti per giustificarle, le strutture sociali che si sono sviluppate non solo nell’Europa cristiana, ma anche “in moltissime società extraeuropee e nella maggior parte delle religioni, in particolare nel caso dell’induismo e dell’islam sciita e sunnita”.
(Immagino che trascuri la breve ma fiorente età comunale proprio perché sta andando in cerca delle disuguaglianze maggiori, mentre – se i miei modesti ricordi di storia non mi tradiscono – la società comunale coinvolge una consistente parte della cittadinanza nel governo, nella difesa e nell’amministrazione cittadina. È socialmente fluida e vede la nascita di un embrione di borghesia artigianale e mercantile).
Piketty si concentra, invece, sulla società trifunzionale, o ternaria, e sul grande sforzo di “astrazione, di concettualizzazione e di formalizzazione giuridica” cha dà luogo a un sistema che lascia tracce importanti nel mondo moderno. È un sistema in cui

due classi distinte per legittimità, funzione e organizzazione – i nobili e il clero – controllano singolarmente una quota importante delle risorse e dei beni (tra un quarto e un terzo circa per ciascun gruppo delle proprietà totali disponibili, ovvero tra metà e due terzi per i due gruppi insieme, e talvolta ancora di più, nel caso del Regno Unito), fatto che permette a queste due classi di svolgere pienamente un ruolo sociale e politico dominante. Come tutte le ideologie basate sulla disuguaglianza, l’ideologia ternaria rappresenta un regime politico e un regime di proprietà e, al tempo stesso, una specifica realtà umana, sociale e materiale.

Per Piketty, la rottura definitiva con la società trifunzionale coincide con la rivoluzione francese del 1789, che tenta di ridefinire radicalmente le relazioni di potere e di proprietà, e consolida il perimetro della proprietà privata traducendolo in un’ideologia proprietarista. La quale abolisce i privilegi di nobiltà e clero e garantisce stabilità sociale, ma non riduce certo le disuguaglianze.

La concentrazione della proprietà privata è rimasta a un livello estremamente elevato tra il 1789 e il 1914. La sacralizzazione della proprietà è in qualche modo una risposta alla fine della religione come ideologia politica esplicita

L’idea di fondo è che il “vaso di Pandora” della redistribuzione della proprietà non dovrebbe mai essere aperto, e che se si comincia a parlare di redistribuzione non si sa dove si può andare a finire. Questo timore dell’instabilità e del caos è ancora ben presente nel dibattito odierno, e sostiene regimi fiscali che hanno poca valenza redistributiva, e offrono condizioni ideali per l’accumulazione e la concentrazione della ricchezza.
Traiettorie analoghe, anche se differite nel tempo, si ritrovano nel Regno Unito (e guidano, per esempio, il risentimento irlandese nei confronti dei proprietari terrieri britannici assenteisti) e in Svezia, dove fino ai primi del novecento è rimasto in vigore un regime proprietarista basato sulla disuguaglianza più estrema.

Alla vigilia della prima guerra mondiale, nel Regno Unito il 10 per cento dei proprietari più ricchi possedeva il 92 per cento del patrimonio privato totale, rispetto al ‘solo’ 88 per cento in Svezia e all’85 per cento in Francia. Dato ancora più significativo, nel Regno Unito l’1 per cento più ricco possedeva il 70 per cento del patrimonio privato totale, rispetto al 60 per cento in Svezia e al 55 per cento in Francia (anche se a Parigi il valore era superiore al 65 per cento).

Tutto questo accade proprio nel momento in cui per lo sviluppo sociale ed economico ci sarebbe bisogno di uguaglianza nell’istruzione, e non di sacralizzazione della proprietà, così iniquamente distribuita da minacciare la stabilità sociale e da “far emergere, alla fine del diciannovesimo secolo e nella prima metà del ventesimo, prima le contronarrazioni e poi i controregimi comunisti e socialdemocratici”.
A proposito di narrazioni: Piketty compie poi un ampio esame delle narrazioni che giustificano la disuguaglianza estrema delle società schiaviste, la distribuzione del potere e le diverse traiettorie seguite dalle società coloniali, fino ad arrivare al Giappone dello shogunato, e alla Cina imperiale, “diseguale e gerarchizzata, percorsa da continui conflitti di élite intellettuali, proprietariste e guerriere”. La sua conclusione è netta.

Tutte queste esperienze storiche hanno tuttavia un tratto comune: dimostrano come la disuguaglianza sociale non abbia mai nulla di ‘naturale’ ma sia, al contrario, sempre profondamente ideologica e politica. Ogni società non ha altra scelta che dare un senso alle proprie disuguaglianze; e le narrazioni che vengono elaborate in merito al bene comune non possono rivelarsi efficaci, se non sono dotate di un minimo di plausibilità e se non si concretizzano in istituzioni durature.

Il ventesimo secolo cambia la struttura delle disuguaglianze, ma le riduce solo per un breve periodo, e in seguito a eventi traumatici.

Nel 1914, alla vigilia della guerra, la prosperità del sistema di proprietà privata sembrava assoluta e inalterabile, esattamente come quella del sistema coloniale. Le potenze europee, al tempo stesso proprietariste e coloniali, sono al culmine del potere. I proprietari britannici e francesi detengono nel resto del mondo portafogli finanziari di dimensioni a tutt’oggi ineguagliate. Poco più di trent’anni dopo, nel 1945, la proprietà privata scompare nel sistema comunista (assurto al potere prima in Unione Sovietica e poco più tardi in Cina e nell’Europa orientale), e perde gran parte del suo potere anche in paesi che sono rimasti nominalmente capitalisti, ma che in realtà stanno diventando società socialdemocratiche, con combinazioni varie di nazionalizzazioni, sistemi pubblici d’istruzione e di assistenza sanitaria, e imposte fortemente progressive sugli alti redditi e sui grandi patrimoni. Gli imperi coloniali saranno di lì a poco smantellati.
Se osserviamo le diverse situazioni all’interno dell’Europa, scopriamo che tutti i paesi per i quali esistono dati disponibili registrano un crollo delle disuguaglianze tra il 1914 e il 1945-1950.

I grandi patrimoni vengono distrutti, espropriati, o subiscono gli effetti dell’inflazione. Vengono attuati prelievi eccezionali e progressivi sui capitali. Inoltre, “per la prima volta nella storia, e quasi negli stessi anni in tutti i paesi, le aliquote applicate ai redditi più alti e alle successioni più importanti raggiunsero livelli consistenti e stabili nel tempo, nell’ordine di alcune decine di punti percentuali”. Ma non solo.

All’inizio degli anni cinquanta del secolo scorso, in Europa, gli elementi fondanti dello Stato sociale erano già in essere, con entrate totali superiori al 30% del reddito nazionale e un programma diversificato di spese sociali e per l’istruzione che assorbivano i due terzi del totale, in sostituzione delle spese sovrane che un tempo avevano la parte del leone. Questa spettacolare evoluzione è stata possibile solo dopo un radicale mutamento dei rapporti di forza politico-ideologici negli anni 1910-1950, in un contesto nel quale guerre, crisi e rivoluzioni denunciavano in modo plateale i limiti del mercato autoregolamentato e la necessità di integrazione nel sociale dell’economia.
Lo stallo degli investimenti in materia di istruzione registrato nei paesi ricchi a partire dagli anni ottanta-novanta del secolo scorso può spiegare non solo l’aumento delle disuguaglianze, ma anche il rallentamento della crescita.

A partire dagli anni ottanta, la speranza in un mondo più giusto e i progetti di trasformazione anche radicale si sono di fatto dovuti scontrare con il triste bilancio del comunismo sovietico (e le sue disuguaglianze fondate non sul patrimonio, ma su status e conseguenti privilegi) e con il disincanto.
A partire dagli anni novanta, un mondo iperconnesso e legato da un’infinità di relazioni fa da riscontro a una società ipercapitalista. Le disuguaglianze assumono forme anche nuove: per esempio, la disparità nelle emissioni di anidride carbonica. Gli stati competono anche in termini di concorrenza fiscale. I patrimoni non sono solo più concentrati, sono anche più opachi.
Le strutture sociali continuano ad avere una forte impostazione patriarcale, e le disuguaglianze di genere non si sono certo risolte. “L’ideologia meritocratica dell’attuale narrazione sociale si accompagna a una glorificazione di imprenditori e miliardari”, che sono “così presenti nell’immaginario contemporaneo da essere anche entrati con ruoli di spicco nel romanzo e nella finzione”.
Infine: le classi popolari, che in precedenza si riconoscevano nei partiti comunisti, socialisti, laburisti, socialdemocratici che componevano la sinistra elettorale, si sono ritrovate deluse dall’incapacità di quei partiti di promuovere programmi convincenti a proposito di istruzione, fisco, politiche internazionali.
Oggi “i partiti e i movimenti politici della sinistra sono diventati quelli maggiormente votati dagli elettori più istruiti e – in alcuni contesti – stanno per diventare i partiti con gli elettori più ricchi in termini di reddito e di patrimonio”.
Se il conflitto politico degli anni 1950-1980 era “classista”, ora siamo in uno spazio politico complesso, e in un sistema di “élite multiple”, distinte per istruzione, o per reddito e patrimonio.
È una trasformazione radicale, che ricorre in tutte le democrazie, e che porta a ridefinire le categorie stesse di “sinistra” e “destra”, e a trascurare il tema cruciale della redistribuzione del reddito.
“La sinistra, che era il ‘partito dei lavoratori’, si è trasformata nel ‘partito dei laureati’ (che propongo di chiamare la ‘sinistra intellettuale benestante’), senza averlo di fatto voluto e senza che nessuno l’abbia veramente deciso”.
In sostanza, sembra essere “il partito dei vincitori della globalizzazione”. E le classi popolari? Be’, quelle si ritirano dalla competizione politica e non vanno a votare.

‘Sinistra intellettuale benestante’ e ‘destra mercantile‘ incarnano valori ed esperienze in qualche modo complementari. E condividono anche non pochi tratti comuni, a cominciare da una certa dose di ‘conservatorismo’ di fronte all’odierna situazione di disuguaglianza. La sinistra crede nell’impegno e nel merito nello studio; la destra, nell’impegno e nel merito negli affari. La sinistra si prefigge l’acquisizione di titoli di studio, di sapere e di capitale umano; la destra, l’accumulazione di capitale monetario e finanziario. Possono anche presentare delle divergenze su alcuni punti. La ‘sinistra intellettuale benestante’ può volere più imposte, rispetto alla ‘destra mercantile’, per esempio al fine di finanziare i licei, le grandes écoles e le istituzioni culturali e artistiche a cui è legata. Ma entrambe le parti condividono una netta adesione al sistema economico attuale e alla globalizzazione nel suo assetto attuale, che di fatto avvantaggiano sia le élite intellettuali sia quelle economiche e finanziarie.

Se alla sinistra intellettuale e alla destra pro-mercato si affiancano una sinistra più “radicale” e una destra nativista e nazionalista, ecco che abbiamo l’attuale sistema del confronto politico, che si identifica secondo le due discriminanti principali della tutela della proprietà e dei confini: sono quattro blocchi ideologici, ciascuno dei quali è contraddistinto da una propria narrativa, a cui si aggiunge il quinto di chi non va a votare.
Le traiettorie di sviluppo, a partire da questa situazione instabile, sono numerose, e comprendono il possibile, ed “enormemente dannoso”

successo elettorale dei ‘nazionalisti’, soprattutto se questi riusciranno a sviluppare una forma di socialnativismo, vale a dire un’ideologia che abbina obiettivi sociali ed egualitari, ma riservati ai soli ‘nativi’, a forme violente di esclusione nei confronti dei ‘non nativi’.
Solo con la riapertura del dibattito sulla giustizia e sul modello economico conseguente si potrà fare in modo che il tema fondamentale della proprietà e della disuguaglianza prenda il sopravvento sulle questioni dei confini e dell’identità.
Il punto essenziale consiste nell’istituire uno spazio di deliberazione e di decisione democratica che consenta di adottare a livello europeo dispositivi efficaci di giustizia fiscale, sociale e climatica.
Il caso di Israele offre probabilmente l’esempio più estremo di democrazia elettorale in cui il conflitto identitario ha preso il sopravvento su tutte le altre dimensioni.
Il problema delle relazioni con il popolo palestinese e con gli arabi israeliani è diventato quasi l’unica questione politica significativa.
Nel periodo 1950-1980, il partito laburista israeliano aveva un ruolo centrale nel sistema dei partiti e promuoveva la riduzione delle disuguaglianze socioeconomiche e lo sviluppo di forme cooperative originali. Ma, non avendo saputo elaborare in tempo una soluzione politica praticabile e adatta alle comunità umane in gioco – soluzione che avrebbe implicato la creazione di uno Stato palestinese o lo sviluppo di una forma originale di Stato federale binazionale –, il partito laburista oggi è quasi scomparso dal panorama elettorale israeliano, e ha lasciato il campo a lotte senza fine tra fazioni interessate solo alle questioni securitarie.

Piketty sostiene che oggi la disuguaglianza estrema deprime lo sviluppo, e delinea un nuovo “socialismo partecipativo”: bisogna tornare a usare la leva fiscale (reddito, patrimonio o successioni) secondo una regolamentazione al livello sovranazionale.
Le imprese devono essere cogestite (esistono già diversi esempi europei). Un fisco più equo deve finanziare la riconversione ecologica, un reddito universale di base e una dotazione universale di capitale, che ogni cittadino riceve al compimento dei 25 anni. L’accesso universale e paritario all’istruzione, che è cruciale, deve essere non solo promosso, ma garantito. Insomma: la proprietà privata rimane (e deve rimanere) ma il suo impatto viene mitigato dalla presenza di forti meccanismi redistributivi. E, soprattutto, non è un diritto permanente ed ereditario. Tutto ciò sembra essere, tra l’altro, una condizione necessaria, anche se non ancora sufficiente, per poter contrastare con efficacia il cambiamento climatico.

Si tratta di proposte che potrebbero sembrare radicali, ma in realtà sono in linea con un’evoluzione iniziata alla fine del diciannovesimo secolo e all’inizio del ventesimo, per quanto riguarda sia la condivisione del potere nelle imprese, sia l’aumento della tassazione progressiva. Questa dinamica evolutiva si è interrotta negli ultimi decenni, da un lato perché la socialdemocrazia non è stata in grado di rinnovare e internazionalizzare il suo progetto; dall’altro perché il drammatico fallimento del comunismo di stile sovietico ha inaugurato in tutto il mondo, a partire dagli anni ottanta e novanta del secolo scorso, una fase di deregolamentazione incontrollata e di rinuncia a ogni ambizione egualitaria (della quale la Russia attuale e i suoi oligarchi costituiscono senza dubbio il caso più estremo).

Come ci si arriva, senza che il mondo esploda? Piketty non è troppo esplicito su questo punto ma, nelle conclusioni, riformula l’affermazione che Marx ed Engels fanno nel Manifesto (la storia di ogni società è stata fino a oggi solo la storia della lotta di classe) in questi termini: “La storia di ogni società è stata fino a oggi solo la storia della lotta delle ideologie e della ricerca di giustizia”.
Ha ripetuto mille volte che molteplici traiettorie, segnate da infinite biforcazioni, sono sempre possibili. E ora invita i mezzi d’informazione e i cittadini a formarsi un’opinione indipendente, senza dar troppo retta agli economisti.

Questa sintesi è il mio contributo per voi.
In questi tempi di somma incertezza politica, economica e sociale, speriamo solo, tutti quanti, di saper capire in tempo quali sono la traiettoria e la biforcazione giusta. Forse non sono esattamente quelle indicate da Piketty, ma vale di sicuro la pena di parlarne e di cominciare, proprio a partire da cambiamento climatico e contrasto alle disuguaglianze, a farsi qualche domanda.

(Internazionale 24 giugno 2020)

ALTRA RECENSIONE

Thomas Piketty, il socialismo partecipativo è uno scenario aperto per la crisi che verrà

L’economista, autore del libro «Capitale e ideologia» (La Nave di Teseo), inaugurerà domani la Milanesiana. «Da tempo abbiamo smesso di immaginare un altro sistema. Ora è diventato essenziale tornare a farlo». «L’intero modello economico deve essere ripensato, in modo più equo e sostenibile dopo la pandemia»

Roberto Ciccarelli
Il manifesto 09.06.2020

I grandi sconvolgimenti politico-ideologici sono appena iniziati. Nel suo ultimo, monumentale, libro Capitale e ideologia (La Nave di Teseo, pp. 1200, euro 25, traduzione di Lorenzo Matteoli e Andrea Terranova), Thomas Piketty li osserva a partire da un’idea-guida contro le vecchie e le nuove disuguaglianze che saranno prodotte dalla crisi innescata dalla pandemia del Covid-19. L’economista francese parla di un «socialismo partecipativo» il cui obiettivo è realizzare una trasformazione radicale del modo di produzione capitalistico e del suo regime della proprietà che andrebbe trasformato in una «proprietà sociale e temporale che può richiedere anche una riforma costituzionale». In questa prospettiva il ritorno molto chiacchierato dello Stato sulla scena assume una precisa connotazione politica.
Ad avviso di Piketty si tratta di trasformare il vecchio stato sociale ristabilendo una tassazione equa e un regime finanziario internazionale affinché i più ricchi e le grandi imprese possano contribuire quanto necessario. A questo ripensamento è collegata anche una nuova regolamentazione globale per garantire la sostenibilità sociale ed ecologica. «Va da sé – precisa Piketty – che una simile trasformazione richiede molti ripensamenti. Ad esempio, il presidente francese Macron e quello americano Trump sono pronti ad annullare le donazioni fiscali ai più ricchi decise all’inizio del loro mandato?».
Nei primi mesi della nuova crisi lo Stato è stato usato in tutto il mondo come un assicuratore contro i danni della pandemia alla salute, alle imprese e ai lavoratori anche autonomi. È sufficiente per ridurre le disuguaglianze del passato e altre che si verificheranno domani?
La crisi sociale ed economica innescata dall’emergenza sanitaria mondiale dimostra la violenza delle disuguaglianze sociali e la necessità di cambiare il sistema economico. Le assicurazioni sociali possono contribuire ad attutire lo shock, e la loro assenza può esacerbare la crisi, come sta accadendo oggi negli Stati Uniti. Ma non basteranno: l’intero modello economico deve essere ripensato, in modo più equo e sostenibile.
Perché ritiene necessaria una riforma fiscale progressiva delle imposte sul reddito e sul patrimonio?
La tassazione progressiva è una delle istituzioni che hanno contribuito a ridurre le disuguaglianze nelle società ricche nel corso del XX secolo, garantendo al contempo la loro prosperità. Negli Stati Uniti, l’aliquota fiscale applicata ai redditi più alti è stata in media dell’82% tra il 1930 e il 1980, e questo non ha impedito la prosperità, anzi. Negli anni Ottanta, Reagan ha aumentato il tasso a oltre il 28% nella speranza di stimolare l’innovazione e la crescita. Di conseguenza, la disuguaglianza è esplosa, i miliardari hanno prosperato. E la crescita si è dimezzata: 1,1% all’anno di crescita del reddito nazionale pro capite tra il 1990 e il 2020, contro il 2,2% tra il 1950 e il 1990 e il 2,1% tra il 1910 e il 1950. Storicamente, la prosperità è venuta dall’istruzione e dall’uguaglianza, non da una ricerca sfrenata di disuguaglianza e di esaurimento delle risorse. Nel mio libro propongo di fare un bilancio della storia della progressività fiscale e di andare in questa direzione, sia a livello nazionale che europeo, permettendo ai paesi che lo desiderano di votare a maggioranza per un supplemento di progressività fiscale europea su redditi e ricchezze molto elevati.
Lei parla anche di «un’eredità per tutti di 120mila euro» e dell’istituzione di un reddito di base. Come costruire un’alleanza capace di sostenere la lotta politica che sarà necessaria per costruire il «socialismo partecipativo»?
Per cominciare, penso che sia importante parlare del sistema economico che vogliamo. Dopo la caduta del comunismo, abbiamo smesso di pensare a un altro sistema. Ma questo è essenziale oggi se vogliamo uscire dalle diseguaglianze sociali e climatiche prodotte dall’ipercapitalismo. Il «socialismo partecipativo» che sostengo poggia su tre pilastri essenziali: la giustizia educativa, che è reale e verificabile; la condivisione del potere attraverso nuovi diritti di voto per i dipendenti delle imprese; e la circolazione permanente della ricchezza, con la tassa progressiva sul patrimonio e sulle successioni. Attualmente, in Italia o in Francia, il 50% più povero detiene appena il 5% del patrimonio immobiliare, finanziario e professionale totale, contro quasi il 60% per il 10% più ricco e quasi il 25% per l’1% più ricco.
Dopo il crollo drammatico di tutte le economie, dovremo aspettare la crescita e la ripresa delle forze di mercato per realizzare una riforma fiscale davvero equa?
Se fosse stato sufficiente questo approccio, l’avremmo visto molto tempo fa. Bisogna agire subito. Non c’è nulla di radicale nel sistema che propongo: chi non eredita nulla (attualmente il 50% più povero) riceverebbe 120mila euro, e chi eredita un milione di euro riceverebbe comunque 600mila euro.
Considerando il livello dell’ingiustizia sociale, ritiene che sia sufficiente?
Se vuole la mia opinione, potremmo andare anche oltre. I partiti socialdemocratici hanno perso l’elettorato popolare perché hanno abbandonato ogni ambizione di ridistribuzione.
Ha criticato il piano di ripresa di Angela Merkel ed Emmanuel Macron perché è sottofinanziato e perché non prevede una democratizzazione della politica europea. Questi problemi sono stati risolti dal «Recovery Fund» proposto dalla Commissione Europea?
No, perché resta il problema democratico di fondo. Dobbiamo allontanarci dalla regola dell’unanimità e dall’opacità. Continuiamo ad operare con i Consigli europei che decidono a porte chiuse e spesso attraverso negoziazioni segrete. Ciò causerà enormi problemi nel concordare l’ammontare dei prestiti, la natura delle spese autorizzate e le tasse comuni da mettere in atto. Dobbiamo creare un’assemblea europea, come l’assemblea parlamentare franco-tedesca creata l’anno scorso, in cui si possano prendere decisioni a maggioranza per decidere il livello del piano di risanamento, il suo utilizzo, le tasse comuni sui più ricchi.
Esiste una maggioranza nei governi che può sostenere questa ipotesi?
Con Italia, Francia e Spagna, c’è ora una maggioranza per un piano di ripresa molto più ambizioso. Se questi tre paesi dovessero proporre una simile assemblea, la Germania finirebbe per accettare questa prospettiva, e gli altri paesi si unirebbero gradualmente. Se invece restiamo bloccati alla regola dell’unanimità, c’è il grande rischio di aumentare la sfiducia e la frustrazione. È tempo che l’Europa abbia fiducia nella democrazia.
La trasformazione da lei auspicata non ha avuto luogo dopo la crisi del 2008. Perché dovrebbe avvenire nel 2020?
La crisi del 2008 è stata risolta stampando un sacco di soldi per salvare banche e banchieri. Il bilancio della Banca Centrale Europea è passato dal 10% del Pil prima della crisi a oltre il 40% del Pil. Questa politica ha evitato una depressione generalizzata, ma ha anche portato ad un aumento dei prezzi delle proprietà e delle borse e all’arricchimento dei più ricchi, senza risolvere i problemi fondamentali dell’economia reale (mancanza di investimenti, aumento delle disuguaglianze, cambiamento climatico). Se oggi non siamo in grado di dimostrare all’opinione pubblica europea che possiamo mobilitare almeno altrettante risorse per combattere il Covid-19 e mettere in piedi un altro modello di sviluppo, allora corriamo il rischio di un divorzio drammatico e potenzialmente fatale per la costruzione dell’Europa.