Iniziare i giovani alla preghiera. L’esperienza di Taizé

Inserito in NPG annata 2020.

CATECHESI CON I GIOVANI /6

Marcello Scarpa

(NPG 2020-08-50)

Fino a qualche mese fa era esperienza comune: attendere l’arrivo di un treno su una banchina affollata, salire sul vagone, sistemare i bagagli, sedersi e poi… ritrovarsi avvolti dal silenzio. Non per l’assenza di altri viaggiatori, ma perché impegnati in altre attività; chi vede un film sul tablet, chi ascolta musica, chi chatta sui social, chi si diletta con i videogiochi, chi scorre i quotidiani on line. Ognuno immerso nel suo mondo, quasi che si abbia paura di fermarsi un po’, di seguire l’onda dei propri pensieri, gustandosi il paesaggio che scorre dal finestrino o le parole di chi siede di fronte.
Eppure, ciò che nel monotono tran tran della vita quotidiana viene messo da parte, ovvero l’apertura all’altro e all’“Altro”, prima o poi, come un cubetto di ghiaccio per troppo tempo trattenuto sul fondo di un bicchiere, sale a galla, affiora alla coscienza, emergendo come ricerca di senso, desiderio di una maggiore pienezza di vita. Infatti, nonostante l’attuale clima culturale d’indifferenza religiosa e il drastico diminuire della frequenza alla Messa domenicale, i giovani ricercano esperienze di spiritualità, mostrandosi affascinati da santuari, monasteri, luoghi dove poter esprimere la propria interiorità.[1] Fra questi, la collina di Taizé, un piccolo villaggio della Borgogna francese a metà strada tra le abbazie medievali di Cluny e Citeaux dove nel 1940, nel pieno della seconda guerra mondiale, giunse dalla Svizzera il giovane Roger Schutz che da diversi anni coltivava il desiderio di creare una comunità monastica dedicata alla riconciliazione dei cristiani.[2]
A Taizé i giovani iniziarono ad arrivare fin da subito, dapprima in piccoli gruppi, poi dalla fine degli anni ’50 in numero sempre più crescente.[3] I frati della comunità si sono sempre mostrati meravigliati dall’enorme flusso di giovani, affermando di non aver «fatto niente per attirarli […]. Eravamo stupiti: com’è possibile che i giovani vengano, in un periodo in cui non partecipano più tanto alla preghiera nelle chiese? Non potevamo mandarli via, venivano per pregare, per cercare».[4] Sono passati tanti anni, ma cos’è che ancora oggi spinge i giovani, come novelli pellegrini, a inerpicarsi con lo zaino in spalla lungo i sentieri della collina di Taizé?

I giovani a Taizè

Viviamo in un mondo in cui ogni giorno si è bombardati da una miriade di informazioni multimediali, ma a Taizè avviene esattamente il contrario. I giovani raggiungono la collina francese per vivere il silenzio, per meditare, per pregare. «Tu sei venuto a Taizé per andare alle sorgenti di Cristo, attraverso il silenzio e la preghiera. Tu sei venuto per trovare un senso nella tua vita…»: è questa la frase di un testo che da molti anni, in diverse lingue, viene consegnato ai giovani che si recano sulla collina di Taizé.[5]
Nella società di oggi si comunica molto, ma si ascolta poco; viviamo una crisi di paternità, le famiglie hanno rinunciato alla loro responsabilità educativa, si avverte la mancanza di adulti “significativi”, capaci di ascoltare i giovani e aiutarli a scoprire il senso della loro esistenza.[6] A Taizé, invece, i monaci accolgono i visitatori in maniera disinteressata, semplicemente pronti ad ascoltarli. «Noi siamo prima di tutto uomini di ascolto, […] non siamo maestri spirituali»:[7] queste parole, ripetute spesso da frère Roger ai fratelli della comunità, erano un invito più a condividere le domande che a dare risposte, e i giovani sono «molto sensibili a questo. Sono alla ricerca di una paternità spirituale […] di uomini che siano come l’incarnazione del senso e con i quali possano parlare a fondo di se stessi e di ciò che li preoccupa».[8]
A Taizé i giovani, in un mosaico di lingue, colori, culture, fanno esperienza di fratellanza universale, di una comunità che condivide beni materiali e spirituali, di una liturgia semplice, fatta di canti delicati che toccano il cuore, di un’accoglienza gratuita che, ascoltando senza giudicare, è «espressione di una fiducia senza precedenti nelle giovani generazioni».[9] Chi ascolta mette a tacere i suoi pensieri, fa silenzio interiore, e questo silenzio, come una calamita, attrae i giovani che, poco alla volta, imparano a gustarlo, a viverlo; i giovani hanno bisogno di fare esperienza del silenzio per sentire la voce del Signore e a Taizé trovano un silenzio misterioso, come di una luce interiore, che li conquista. Il silenzio è importante per la vita cristiana, perché è nel silenzio che si prega, e i giovani, abituati a vivere in un mondo sovraesposto a rumori e comunicazioni multimediali, hanno bisogno di iniziare dal silenzio, per iniziare a pregare.

Iniziare i giovani alla preghiera

Iniziare i giovani alla preghiera è qualcosa di totalmente diverso dall’istruire i giovani sulla preghiera fornendo loro una serie di informazioni metodologiche o spirituali; si tratta infatti di considerare il giovane nella sua interezza, facendogli vivere un’esperienza affettiva, del corpo e dello spirito, della parola e del silenzio, delle immagini e dei canti, secondo la logica non del discorso, ma di un «apprendistato per immersione»,[10] ossia di una full immersion nella preghiera di una comunità che si riunisce per lodare il Signore. Infatti, «i giovani vogliono toccare con le loro mani, […] si fidano solo della loro esperienza»[11] personale e, pertanto, questo è il tempo favorevole per far sperimentare e gustare la bellezza della liturgia, del canto, del silenzio, del respiro che ritma i tempi dell’assemblea che prega.
In tutte le culture cantare insieme è un modo efficace per unire le persone;[12] nella liturgia i canti non solo possono suscitare un clima di gioia, di festa, di comunione, ma anche toccare le fibre del cuore risvegliando lo stupore d’esistere, la scoperta del proprio mistero, il desiderio di andare oltre se stessi. Poco alla volta, le parole dei ritornelli liturgici si sedimentano nell’interiorità e, nella logica del seme evangelico, sprigionano la loro forza, pennellando intuizioni, scolpendo decisioni, tracciando percorsi di vita.
I canti liturgici possono essere una prima esperienza di meditazione, di attenzione a parole che suscitano un’eco interiore, una risonanza nell’anima. Nel silenzio si può scoprire che la preghiera è anzitutto ascolto, accoglienza della Parola con cui Dio parla all’interno della nostra coscienza, nel più intimo del nostro cuore, risvegliandoci e illuminandoci.[13] Lasciandosi trasportare dalle note dei canti, si scopre che la preghiera non è il frutto di uno sforzo volontaristico, ma è apertura ad un Altro che ci precede e abita già la nostra intimità, abbandono ad un Dio da lasciar pregare in sé.

Come si prega a Taizè

Tre volte al giorno (al mattino, a mezzogiorno, a sera) sulla collina di Taizé il tempo si ferma, tutte le attività si sospendono: il lavoro, gli studi, l’accoglienza degli ospiti; seguendo i tocchi delle campane tutti si dirigono «in chiesa per pregare. Centinaia, a volte migliaia, di persone, per lo più giovani, da tutto il mondo pregano e cantano insieme ai fratelli della Comunità. Un brano delle Scritture è letto in diverse lingue. Al centro di ogni preghiera comune c’è un lungo periodo di silenzio, un momento unico per incontrare Dio».[14]
Entrare nella Chiesa della Riconciliazione è un’esperienza indimenticabile: l’altare, al centro del presbiterio spoglio, attrae lo sguardo, la luce soffusa riduce le distrazioni, le icone ispirano la meditazione, la quasi «totale assenza di sedie o banchi, invita a sedersi al suolo e contribuisce alla disposizione interiore dell’abbandono»;[15] accolti dal silenzio di chi prega, l’anima si placa, l’interiorità si risveglia, e per i giovani, anche i più distanti da qualsiasi pratica liturgica, è facile essere “trascinati” nel silenzio, “entrare” nel clima di preghiera. Essendo insieme, il silenzio non fa loro paura. Ne è testimonianza la lunga pausa «che segue la proclamazione della Parola […] quando durante la preghiera cala il silenzio, è come se tutti trattenessero il respiro: ci possono essere 5000 persone, e solo il silenzio risuona, senza che nulla intorno si muova, come se ciascuno cercasse di trovare un momento di riposo in Dio».[16]
A Taizé «la ripetitività coinvolgente, ma non ossessiva, di ritornelli e musiche di facile apprendimento, […] la forte focalizzazione su frasi chiave, tradotte in diverse lingue per poter diventare più facilmente leitmotiv della vita»[17] invitano ad andare oltre se stessi, a rendere il cuore più trasparente al Vangelo. Attraverso la ripetizione di uno o due versetti biblici, il canto apre un accesso diretto alla trascendenza e permette ai giovani di interiorizzare e gustare la bellezza della Parola di Dio. Attraverso il silenzio i giovani fanno verità su se stessi e si scoprono capaci di un cuore nuovo, abitati da uno Spirito che prega in loro (cfr. Rm 8,22-27) donando luce, gioia, pienezza di vita. è l’inizio della vita di preghiera, di un dialogo col Signore che parla a quanti gli aprono la porta del proprio cuore (cfr. Ap 3,20).

Una proposta per gli ambienti ecclesiali

Non è certo possibile riproporre tout court l’esperienza di Taizé nei propri ambienti. L’ideale sarebbe parteciparvi, una buona occasione potrebbe essere l’incontro annuale europeo che quest’anno a causa della pandemia del Covid-19 è stato rinviato di un anno (pertanto, si svolgerà l’anno prossimo a Torino dal 28 dicembre 2021 al primo gennaio 2022). Di seguito qualche idea:
● Perché non invitare i giovani del gruppo musicale ad essere protagonisti attivi della vita di comunità elaborando dei semplici ritornelli pensati in loco, adatti non solo alla liturgia ma anche ai momenti aggregativi comunitari?
● Educare all’ascolto e al silenzio non è certo facile. Durante gli incontri di gruppo con i giovani, perché non provare a intervallare domande, riflessioni, proposte, con una pausa di silenzio per andare in “profondità”, in ascolto dello Spirito che già prega nei nostri cuori?
● Molte attività (di gruppo, formative, ricreative) prevedono spesso dei brevi momenti introduttivi. Una chitarra, un pensiero, una pausa di silenzio, dei ritornelli da cantare insieme. Non potrebbe essere un modo per iniziare dalla e alla preghiera?

NOTE

[1] Ad esempio, nel 2019 quasi trentamila giovani sotto i 30 anni hanno percorso il Cammino di Santiago di Compostela, con motivazioni spirituali (48%) e religiose (40%), cfr. https://www.camminosantiagodecompostela.it/cammino-di-santiago-dati-e-statistiche-di-tutto-il-2019/
[2] Sull’esperienza ecumenica iniziata dal giovane pastore calvinista R. Schutz, cfr. Frère Roger, Amore di ogni amore, Morcelliana – LDC, Brescia – Leumann 1991, 109-110.
[3] Frère Roger, Amore di ogni amore, 115.
[4] Frère Alois, Frère Roger di Taizé, LDC – Velar, Leumann – Gorle 2008, 26.
[5] C. Monge, Una liturgia giovane: il caso Taizé, in: “Rivista di Pastorale Liturgica” 56 (2018) 1, 117.
[6] Cfr. A. Matteo, L’adulto che ci manca. Perché è diventato difficile educare e trasmettere la fede, Cittadella, Assisi 2014.
[7] C. Monge, Taizé. La speranza condivisa, EDB, Bologna 2016, 19.
[8] O. Clèment, Taizé. Un senso alla vita, Edizione Paoline, Milano 1998, 25.
[9] C. Monge, Una liturgia giovane: il caso Taizé, 81.
[10] F. Prost, Nel sud della Borgogna, primi passi d’un modello iniziatico, in: H. Derroitte (ed.), Catechesi e iniziazione cristiana, LDC, Leumann (TO) 2006, 174.
[11] A. Castegnaro, C’è campo?, in: Osservatorio Socio-Religioso Triveneto, C’è campo? Giovani, spiritualità, religione (a cura di A. Castegnaro et Alii), Marcianum Press, Venezia 2010, 602.
[12] J. Polfiet, La liturgia, luogo d’iniziazione alla fede, in: H. Derroitte (ed.), Catechesi e iniziazione cristiana, 146.
[13] Cfr. B. Descuoleurs, Pastorale dei giovani e iniziazione alla vita spirituale, in: H. Derroitte (ed.), Catechesi e iniziazione cristiana, 152.
[14] Comunità di Taizé, Il valore del silenzio, in: https://www.taize.fr/it_article958.html
[15] C. Monge, Una liturgia giovane: il caso Taizé, 23.
[16] Idem, Taizé. La speranza condivisa, 57.
[17] Idem, Una liturgia giovane: il caso Taizé, 22.