In margine a "Fratelli tutti" /1

Obiettivo e modalità

della «Fratelli tutti»

Mario Toso


È
importante sottolineare, sin dall’inizio, sia l’obiettivo che persegue il pontefice argentino sia la modalità.

Per quanto concerne il primo, egli afferma che intende raccogliere in un’enciclica i molti interventi fatti relativamente alle questioni legate alla fraternità e all’amicizia, ponendoli e sviluppandoli «in un contesto più ampio di riflessione», in un tutto coeso, quasi tasselli di un unico grande mosaico.[1] In effetti, la nuova enciclica rappresenta un testo ove sono esposti organicamente vari pronunciamenti fatti durante il pontificato del papa argentino. Sembra che Francesco intenda offrire un compendio delle sue scelte pastorali per farci capire meglio la sua linea. In tal modo, vengono ripresi i discorsi e le affermazioni attinenti, ad esempio, alla cultura dell’indifferenza e dello scarto, all’ecologia integrale, alle migrazioni, ai rifugiati, alla guerra,[2] alla pena di morte,[3] alla crisi della democrazia rappresentativa e partecipativa, ai populismi, ai sovranismi,[4] ai liberismi,[5] all’urgenza della riforma della finanza e delle istituzioni internazionali, ai movimenti popolari, al dialogo pubblico e interreligioso, tanto per citare i principali problemi ospitati nella FT. E così, il pontefice riconferma l’intrinseco valore etico e la rilevanza magisteriale di alcune sue prese di posizione su alcune questioni cruciali come, ad esempio, la guerra e la pena di morte.[6] Nello stesso tempo intende sottolineare la loro valenza universale, cosa meno evidente quando sono state espresse legandole a questa o a quella contingenza, a questo o a quell’incontro o viaggio. Un conto è se una affermazione è fatta durante un’udienza del mercoledì, un’altra cosa è se la stessa affermazione entra a far parte di un’enciclica, indirizzata a tutti i vescovi, alla cristianità e  a tutti gli uomini del mondo intero. Un’enciclica possiede una valenza magisteriale superiore ad un’omelia o ad un discorso rivolto ad una categoria particolare di professionisti, come le ostetriche, i medici o a un gruppo di imprenditori o di politici.
Per quanto concerne la modalità del suo insegnamento contenuto nell’enciclica, indirizzata anche, come accennato, alle persone non credenti e di buona volontà, papa Francesco afferma esplicitamente: «Pur avendola scritta a partire dalle mie convinzioni cristiane, che mi animano e mi nutrono, ho cercato di farlo in modo che la riflessione si apra al dialogo con tutte le persone di buona volontà».[7] Si tratta di una sottolineatura importante, specie per i credenti, che sono chiamati ad accogliere la FT, ad approfondirla, a celebrarla, ad annunciarla e a testimoniarla nel mondo. Se si parla della fraternità dialogando con le persone che non sono credenti, ma esprimono buona volontà nell’impegno del bene, non vuol dire che si debba dimenticare la propria identità, la peculiarità della propria cultura. La propria fede cristiana non impedisce di intavolare un discorso razionale, ossia un dialogo sulla base della ragione umana. La fede del credente è sempre la fede di una persona razionale, e quindi capace di comunicare e di argomentare razionalmente, come sono in grado di fare tutti gli uomini. In chi crede la ragione non viene meno. Anzi, viene rafforzata, purificata, migliorata nel suo funzionamento dalla Rivelazione. In definitiva, il credente che intende veicolare le encicliche nel dialogo pubblico, nell’incontro con culture diverse dalla propria, non ricava nessun vantaggio dal mettere tra parentesi o dal dimenticare la propria fede cristiana, i contenuti di fede. Metterebbe, piuttosto, a rischio l’efficacia della sua «comunicazione razionale». Non solo. Prescindere dalla radici teologiche delle encicliche significherebbe togliere ad esse le ragioni della loro specificità e della loro novità culturale e sociale. Equivarrebbe a perdere, di fatto, quel principio antropologico ed etico trascendente caratterizzante la cultura cattolica e che è dato dall’Incarnazione di Cristo nell’umanità e nella storia. Senza una tale specificità l’incontro culturale con gli altri sarebbe più povero, meno franco ed  arricchente. Più volte papa Francesco nella FT ripete che il dialogo è fecondo se ognuno mantiene la ricchezza della propria cultura e della propria identità, rimanendo però tutti aperti alla verità.[8] La specificità del messaggio cristiano, dovuta alla «divinizzazione» delle persone, non impoverisce e non ostacola il dialogo, la fioritura dell’umano, della ragione, bensì li sostiene e li promuove. E questo perché  in Cristo viene svelato pienamente l’uomo all’uomo. La Chiesa, posta sul fondamento del Figlio di Dio, Uomo-Dio, possiede in proprio una visione globale dell’uomo e dell’umanità. La carità non esclude il sapere, anzi lo richiede, lo promuove e lo anima dall’interno. Il sapere non è mai solo opera dell’intelligenza umana. Il sapere-sapienza è integrato dall’amore pieno di verità, dalla Rivelazione.[9]
Nel capitolo ottavo, papa Francesco esprime in maniera efficace le sue convinzioni sull’importanza dell’identità cristiana, del Vangelo di Gesù Cristo, quanto alla comunicazione del pensiero sociale, quanto al dialogo con gli uomini di buona volontà, con coloro che professano un’altra fede. Ecco le sue parole, che meritano di essere riportate per esteso: «La Chiesa apprezza l’azione di Dio nelle altre religioni, e “nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che […] non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini”. Tuttavia come cristiani non possiamo nascondere che “se la musica del Vangelo smette di vibrare nelle nostre viscere, avremo perso la gioia che scaturisce dalla compassione, la tenerezza che nasce dalla fiducia, la capacità della riconciliazione che trova la sua fonte nel saperci sempre perdonati-inviati. Se la musica del Vangelo smette di suonare nelle nostre case, nelle nostre piazze, nei luoghi di lavoro, nella politica e nell’economia, avremo spento la melodia che ci provocava a lottare per la dignità di ogni uomo e donna”. Altri bevono ad altre fonti. Per noi, questa sorgente di dignità umana e di fraternità sta nel Vangelo di Gesù Cristo. Da esso “scaturisce per il pensiero cristiano e per l’azione della Chiesa il primato dato alla relazione, all’incontro con il mistero sacro dell’altro, alla comunione universale con l’umanità intera come vocazione di tutti”».[10] 

NOTE

[1] Cf ib., 5.
[2] La guerra non è un fantasma, bensì una minaccia costante. Viviamo, infatti, in una condizione di «terza guerra mondiale a pezzi», perché i conflitti non sono finiti, ma si moltiplicano. La guerra è negazione di tutti i diritti e una drammatica aggressione all’ambiente, rammenta papa Francesco (cf FT 257). Trattando di un tema delicato e complesso, il pontefice non poteva non affrontare la posizione del Catechismo della Chiesa Cattolica, ove è contemplata la possibilità di una legittima difesa mediante la forza militare, purché si osservino alcune rigorose condizioni di legittimità morale. Rispetto a ciò Francesco osserva che le guerre contemporanee si appellano facilmente al diritto di legittima difesa, cadendo facilmente in un’interpretazione troppo larga dello stesso diritto. Perché? Si dà, infatti, il caso che con lo sviluppo delle armi nucleari, chimiche e biologiche,  si concede «alla guerra un potere distruttivo incontrollabile, che colpisce molti civili innocenti». In verità, «mai l’umanità ha avuto tanto potere su se stessa e niente garantisce che lo utilizzerà bene». «Dunque – ecco la conclusione del pontefice - non possiamo più pensare alla guerra come soluzione, dato che i rischi probabilmente saranno sempre superiori all’ipotetica utilità che le si attribuisce. Davanti a tale realtà, oggi è molto difficile sostenere i criteri razionali maturati in altri secoli per parlare di una possibile “guerra giusta”. Mai più la guerra!» (FT 258).
[3] Sulla pena di morte papa Francesco riprende il pensiero di Giovanni Paolo II, il quale nella sua enciclica Evangelium Vitae ha affermato in maniera chiara che essa è inadeguata sul piano morale e non è più necessaria sul piano penale. Rifacendosi anche ad autori come Lattanzio, Papa Nicola I o sant’Agostino, che sin dai primi secoli della Chiesa si mostravano contrari a tale pena, afferma con chiarezza che «la pena di morte è inammissibile» (FT 263).
[4] Per passare dalla globalizzazione dell’indifferenza alla globalizzazione della fraternità, occorre sconfiggere l’individualismo, da cui nascono il populismo e il sovranismo. Per papa Francesco, il populismo è pericoloso perché finisce, al lato pratico, per cancellare la nozione stessa di popolo e quindi per mettere in discussione la democrazia. Nei populismi di fatto non esiste il popolo, esistono il leader e la massa. Non a caso, il populismo viene anche definito come quell’atteggiamento culturale e politico che mentre da una parte esalta genericamente il popolo, dall’altra parte nutre un forte sospetto nei confronti della democrazia rappresentativa. Al momento delle votazioni si ricerca il consenso della gente. E, tuttavia, una volta giunti nella camera dei bottoni i problemi della gente sono disattesi dagli eletti. Il sovranismo non risponde alla realtà, in quanto la sovranità degli Stati, in un contesto di globalizzazione, è erosa di per sé. Si assiste, infatti a una perdita del potere degli Stati nazionali, soprattutto perché la dimensione economica finanziaria, con caratteri transnazionali, tende a predominare sulla politica (cf FT 172). L’espressione «popolo» come anche la sovranità del popolo sono spesso evocate per giustificare le proprie scelte anche se queste, in ultima analisi, non corrispondono alle vere istanze della gente, bensì agli umori temporanei che assicurano «legittimazione» ai leader più capaci di manipolazione dell’opinione pubblica (cf FT 159). Essi dicono di agire per conto e nell’interesse del popolo ma, in fin dei conti, ascoltano solo alcuni cittadini selezionati e bypassano i rappresentanti dei corpi intermedi.
[5] Nell’enciclica FT, Francesco critica il neoliberismo e le politiche neoliberiste. Molti confondono il liberalismo, che è una particolare filosofia politica, con il liberismo, che invece è una teoria economica. Si può essere liberali, ma non liberisti. Il Papa sa bene la differenza tra liberalismo e liberismo, per questo critica il neoliberismo – come aveva già fatto nell’Evangelii gaudium – perché basato sulle teorie della “ricaduta favorevole”. Queste presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggior equità e inclusione sociale nel mondo. Qusta opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante (cf Evangelii Gaudium 54). Su questo si legga anche M. Toso, Il Vangelo della Gioia. Implicazioni pastorali, pedagogiche e progettuali per l’impegno sociale e politico dei cattolici, Società Cooperativa Sociale Frate Jacopa, Roma 2014, pp. 30-36.
[6] Cf FT 255-270.
[7] Ib., 6.
[8] Cf  ad es. FT 199-203. «Alcuni – scrive papa Francesco - provano a fuggire dalla realtà rifugiandosi in mondi privati, e altri la affrontano con violenza distruttiva, ma “tra l’indifferenza egoista e la protesta violenta c’è un’opzione sempre possibile: il dialogo. Il dialogo tra le generazioni, il dialogo nel popolo, perché tutti siamo popolo, la capacità di dare e ricevere, rimanendo aperti alla verità. Un Paese cresce quando dialogano in modo costruttivo le sue diverse ricchezze culturali: la cultura popolare, la cultura universitaria, la cultura giovanile, la cultura artistica e la cultura tecnologica, la cultura economica e la cultura della famiglia, e la cultura dei media”» (FT 199). «L’autentico dialogo sociale – afferma il pontefice argentino qualche paragrafo dopo - presuppone la capacità di rispettare il punto di vista dell’altro, accettando la possibilità che contenga delle convinzioni o degli interessi legittimi. A partire dalla sua identità, l’altro ha qualcosa da dare ed è auspicabile che approfondisca ed esponga la sua posizione perché il dibattito pubblico sia ancora più completo. È vero che quando una persona o un gruppo è coerente con quello che pensa, aderisce saldamente a valori e convinzioni, e sviluppa un pensiero, ciò in un modo o nell’altro andrà a beneficio della società. Ma questo avviene effettivamente solo nella misura in cui tale sviluppo si realizza nel dialogo e nell’apertura agli altri. Infatti, “in un vero spirito di dialogo si alimenta la capacità di comprendere il significato di ciò che l’altro dice e fa, pur non potendo assumerlo come una propria convinzione. Così diventa possibile essere sinceri, non dissimulare ciò in cui crediamo, senza smettere di dialogare, di cercare punti di contatto, e soprattutto di lavorare e impegnarsi insieme”. La discussione pubblica, se veramente dà spazio a tutti e non manipola né nasconde l’informazione, è uno stimolo costante che permette di raggiungere più adeguatamente la verità, o almeno di esprimerla meglio. Impedisce che i vari settori si posizionino comodi e autosufficienti nel loro modo di vedere le cose e nei loro interessi limitati. Pensiamo che “le differenze sono creative, creano tensione e nella risoluzione di una tensione consiste il progresso dell’umanità”» (FT 203).
[9] Cf Benedetto XVI, Caritas in veritate (=CIV), Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2009, 19.
[10] FT 277.