Dovere

Adele Raia

dovere


La gente si dimentica
si scorda in un secondo
anche soltanto che tu possa stare al mondo,
ma come disse un sommo dall'alto del suo intelletto
non puoi fermare il vento
solo fargli perder tempo.
Io volerò via,
come un gabbiano
pure se il petrolio
mi pesa sul dorso
smorzando la scia
(Cranio Randagio, Petrolio)

È da una vita che mi sento in dovere.
“In dovere di che?” tu dirai, ma non c’è un limite a questo dovere. In dovere nei confronti di tutto e soprattutto di tutti. Nasciamo per essere dei bravi amici, figli, nipoti, studenti e guai a sbagliare. Dalla materna, quando accompagnavo i bambini più piccoli di me in bagno, alle elementari, quando ero una “brava bambina, studiosa, dolce, che Gesù vuole tanto bene”. Fin da piccola io potevo, anzi dovevo, essere il cambiamento nel mondo, ma crescendo mi accorsi come il mondo non migliorava affatto e al contrario peggiorava. Entrando al liceo iniziai a vivere e la mia personalità incominciò ad emergere come se ogni vento la plasmasse. Se già dalle medie i difetti erano evidenti, sorpassato il confine della sveglia alle 6 (e dell’autobus pieno di persone che blateravano su tradimenti, calcio, sommatorie e cantiche), i miei errori si moltiplicarono e con loro i sensi di colpa. Mentre iniziavo a star antipatica a qualcuno, trovavo persone che di me si fidavano e, non so come, lo facevano per davvero. Poi, la prima volta che pronunciai in classe il nome di un politico mi guardarono tutti male. Iniziai a lottare, a credere davvero che il mondo potesse cambiare: niente razzismo, niente odio, niente sessismo. Anche qui qualcuno mi detestava e qualcun altro ci credeva insieme a me. Divenni rappresentante d’istituto, credendo in una scuola fatta di cultura, dialogo e partecipazione. Nonostante non tutto andasse come sognavo, avevo al mio fianco persone che mi ricordavano non tanto chi fossi, bensì chi volevo essere. Persone che facevano uscire la parte migliore di me, condividendo i doveri che da una vita rendono ogni ragazzo insicuro e sconfortato. La mia certezza è che crescendo i doveri cambiano, si appesantiscono, ma le spine, che siano quelle di una rosa o di un fico d’India, provocano lo stesso un odioso malessere. “Siamo quelli che non possono stare male, perché abbiamo tutto. Dovremmo imparare ad accettare la sofferenza senza chiederci se quest’ultima sia legittima o meno.” Quando mia sorella pronunciò queste parole qualche mese fa, mi resi conto di cosa dentro di me sembrava girarsi e rigirarsi, e iniziai a piangere per ogni volta in cui il mondo rispondeva alle mie insicurezze ricordandomi che “c’è chi sta peggio” mentre accrescevo il mio senso del dovere e i miei sensi di colpa. “Non puoi piacere a tutti, saresti solo falsa”, mi disse un giorno una di quelle persone che mi hanno reso migliore, ed è vero. Ora mi capita di non credere più a niente, come alla scuola che ti dice di essere una persona vera e di scoprire le tue passioni, e poi ti ricorda sempre di volare basso, che tanto non ce la fai.
Non so nemmeno se credo in me stessa ormai e ho paura di essere una persona da cui non c’è niente da prendere. Così, mentre non so cosa dire, vi rivelo che la mia più grande paura è proprio quella di perdere tutte le speranze, e di farlo definitivamente.