Adriana Zarri,

originale personalità del

cattolicesimo postconciliare

Mariangela Maraviglia

Dott.ssa Mariangela Maraviglia, Lei è autrice del libro Semplicemente una che vive. Vita e opere di Adriana Zarri edito dal Mulino: quale importanza riveste la figura di Adriana Zarri per la teologia del Novecento?

Adriana Zarri, quasi dimenticata nella pubblicistica e nella storiografia, è stata la prima donna laica che è riuscita a farsi ascoltare, fin dagli anni Sessanta, in una Chiesa italiana assai restia a riconoscere dignità e valore alla voce dei laici e delle donne. Diceva di sé, con un tocco di ironia, di essere in Italia il «capo storico» della valorosa schiera di teologhe che si andava affermando sulla scena delle Chiese cristiane. Lei, però, a differenza delle donne che studiavano nelle facoltà teologiche e dagli anni settanta iniziavano anche a insegnarvi, non si formò in percorsi accademici, e lontano dall’accademia fu anche il suo modo di essere teologa.
La sua teologia nasceva «per via intuitiva» dalle passioni, dalla storia, dall’esperienza della vita, procedeva dal «frammento» per recuperare una sintesi più vasta, che lei esprimeva in linguaggi diversi: il saggio, la meditazione, la poesia, il racconto di vita, il romanzo. Diceva di trovarsi a suo agio «sia nel pensiero come nella creazione artistica» e che non avrebbe mai scelto tra i due. Fu attraverso questa varietà di lavori che offrì un proprio contributo forte e originale: a partire dal romanzo Giorni feriali (1955); dai saggi Impazienza di Adamo. Ontologia della sessualità (1964); Teologia del probabile. Riflessioni sul postconcilio (1967); fino a È più facile che un cammello… (1975); Nostro Signore del deserto. Teologia e antropologia della preghiera (1978); Erba della mia erba. Resoconto di vita (1981); Dodici lune (1989); Quaestio 98. Nudi senza vergogna (1994); Vita e morte senza miracoli di Celestino VI (2008)
In questi scritti affrontò le grandi tematiche della teologia morale e spirituale e della ecclesiologia novecentesca avvertendole come imprescindibili necessità di vita, e riconducendole a una propria elaborazione di teologia trinitaria e mistica. La sua riflessione non sistematica ma competente le conquistò l’invito a far parte, dal suo sorgere (1967), dell’Associazione Teologica Italiana e le guadagnò l’amicizia di teologi «laureati» come Giannino Piana, Cettina Militello, Piero Coda, che ne conservano la stima e il ricordo affettuoso.

Quali vicende hanno maggiormente segnato la vita di Adriana Zarri?

Il primo evento che segnò indelebilmente la sua vita risale all’infanzia a San Lazzaro di Savena, dove Adriana nacque il 26 aprile 1919. In una quotidianità apparentemente serena ma inquietata da un drammatico sentimento di rifiuto di Dio, Adriana bambina sperimentò una folgorante rivelazione dell’amore divino, vissuta come una vera e propria «conversione», che indirizzò precocemente la sua ricerca religiosa.
Determinante per la sua formazione fu, insieme al liceo classico che frequentò a Bologna dove si trasferì con la famiglia nel 1933, l’adesione alla Gioventù femminile di Azione cattolica che le trasmise una salda armatura culturale e morale e le permise di mettere in pratica le naturali doti intellettuali e dialettiche. Altri studi e approfondimenti di teologia e spiritualità poté compiere nella Compagnia di San Paolo, a cui aderì dai primi anni Quaranta individuandovi la possibilità di realizzare la propria vocazione da «mistica apostolica e attiva contemplativa». La lasciò nel 1949, avendo maturato una personale esigenza di libertà di ricerca che la spingeva a condividere la storia e l’umanità di tutti, al di fuori di qualsiasi status o istituzione religiosa.
Ebbe inizio un lungo capitolo di vita “ordinaria”, che trascorse per lo più a Roma, dove iniziò a collaborare a giornali e riviste che la misero in contatto con voci vive e diverse del cattolicesimo del tempo. Scrisse tra l’altro su «L’Ultima», «Il Gallo», «Il nostro tempo», «Humanitas», «Studi cattolici», «Il Regno», «Politica», «Settegiorni», «Rocca», «L’Osservatore della domenica». Condivise l’entusiasmo per le novità promesse dal Concilio Vaticano II e con i suoi scritti partecipò ai tanti dibattiti che nacquero in quel tempo.
Sulla fine degli anni Sessanta maturò l’esigenza di una vita più raccolta e solitaria e, con il sostegno spirituale del teologo Marie-Dominique Chenu e di padre Benedetto Calati, e l’appoggio concreto del vescovo Luigi Bettazzi, poté realizzarla in luoghi diversi della campagna piemontese: al castello dei vescovi di Ivrea di Albiano (1970-1975); alla cascina Molinasso (1970-1984); a Ca’ Sassino di Crotte di Strambino (1984-2010). Una scelta che non fu per lei un «ritirarsi» come in un «guscio», al riparo delle difficoltà di tutti, e non le impedì di sposare cause di promozione umana e di giustizia sociale, o di esporsi in favore delle leggi sul divorzio e sull’aborto. E non le vietò la partecipazione come singolare editorialista alla seguita trasmissione televisiva Samarcanda. Posizioni e ruoli inusuali e impavidi che le guadagnarono dissensi e ostracismi in gran parte degli ambienti cattolici e consensi e nuove amicizie tra laici illuminati (Sergio Zavoli) e tra militanti politici come Pietro Ingrao e Rossana Rossanda. Da Rossanda, a cui la unì una calda trentennale amicizia, giunse ad Adriana l’invito a collaborare a «Il Manifesto»; con lei e Calati promosse all’eremo camaldolese di Monte Giove «Itinerari e incontri» tra intellettuali di culture diverse, per prime cattolicesimo e marxismo, per ascoltarsi e confrontarsi discutendo di temi come l’immagine di Dio, legge e libertà, povertà e proprietà, morte e resurrezione, potere e lavoro, identità e differenza sessuale. Di argomenti religiosi, etici, politici affini si discusse anche all’ultimo eremo di Adriana, in cui ebbe l’onore di ospitare l’ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, e dove visse una lunga ultima stagione circondata dall’affetto di amici premurosi e amorevoli (tra questi il magistrato Gian Carlo Caselli). Morì il 18 novembre 2010.

Come e quando matura la scelta eremitica?

Fin da giovane Adriana aspirava a una vita contemplativa, coltivava il desiderio di solitudine con Dio, la «nostalgia di una cella nuda». Interiormente fu sempre monaca, anzi «monaco», come preferiva per la coloritura di pietismo e bigottismo che rinveniva nel termine femminile. Anche negli anni romani il suo ritmo di vita era prettamente monastico, con levata alle quattro del mattino per la preghiera e la lettura della Bibbia.
Fu forse la prima donna italiana – di sicuro la prima conosciuta – che scelse l’eremitismo, la vita solitaria scomparsa da secoli che stava rinascendo nel nostro paese a partire dagli anni Sessanta. Fu una scelta dettata da una necessità interiore, non come alcuni pensarono da delusione per il clima ecclesiale «restauratore» del postconcilio. Ne scrisse come di una esigenza «di gioia e di incontro con Dio e con gli uomini», rivendicandone la «normalità» di una vita come tante e difendendone l’assoluta «laicità» e autonomia da qualsiasi struttura ecclesiastica.
Gli eremi di Adriana divennero ben presto oasi di armonia e di bellezza, prefigurazione di un «Eden» promesso e creduto, in cui la fedeltà ai ritmi monastici si intrecciava alla libertà di ricreare antichi riti che rinnovavano quotidianamente, come scriveva, «l’attesa del Signore Gesù» e la partecipazione all’«immenso canto universale» della terra e del cosmo.

Quale originale teologia mistica e trinitaria ha sviluppato Adriana Zarri?

In un Novecento che registrava il «grande ritorno della Trinità» nella riflessione dei teologi, Adriana Zarri ha continuamente riproposto, arricchendola di sempre nuove iridescenze, l’intuizione trinitaria – che scardinava un’immagine «monistica» di Dio – assunta e fatta propria fin dagli anni giovanili. Attraverso diversi linguaggi delle sue opere ha più volte ritracciato la trama trinitaria che, nella sua visione, investiva ogni relazione e ogni piano del vivere illuminandone e spiegandone il dinamismo e l’essenziale armonia. Lo scambio amoroso di Padre, Figlio, Spirito si trasmette per lei, attraverso l’atto della creazione e il dono dell’incarnazione, all’intera realtà umana e cosmica, informandola di sé e coinvolgendola in uno «stesso movimento d’amore».
Il pensiero trinitario – pur espresso in forme non consuete e non accademiche – dava fondamento alla sua esperienza e al suo orizzonte: offriva il suggello definitivo al «pluralismo» dei carismi, dei ministeri, delle teologie, delle scelte «opinabili», da custodire e coltivare nella Chiesa e nell’umanità come ricchezza e valore; rilanciava il movimento del «dare» e del «ricevere» valorizzando qualità «femminili» come l’accoglienza, l’apertura, l’ascolto, a fronte di una cultura dominante tutta protesa all’efficientismo e all’attivismo «maschili». Nutriva l’intima persuasione di una «totale solidarietà» tra Dio, uomo, cosmo, dischiudendo la consapevolezza di «un seme divino sepolto nella nostra mortalità», la capacità di leggere nel proprio contingente «provvisorio» i segni e la pienezza dell’«assoluto».
Alla scuola dei Padri della Chiesa, della Bibbia, della letteratura mistica, di Francesco, di Teilhard De Chardin, Adriana Zarri viveva e restituiva nelle sue pagine temi e motivi che sarebbero stati poi sviluppati da teologi a lei cari, come Jurgen Moltmann e Leonardo Boff: «una nuova mistica della natura»; il rifiuto di un «antropocentrismo» sfruttatore e devastatore; la comprensione della terra come «grembo vitale» di una «comunità fraterno-sororale di esseri». Ma, pur confessando un sentimento di «immersione» nella «comunione cosmica», Adriana non rinunciava alla relazione personale con un «Tu» divino, a cui dedicò versi appassionati in «Tu. Quasi preghiere» (1971). Un «Tu» insieme trascendente e immanente, «altro» dalla natura e dalle cose, ma «un Altro dentro». E la visita a un orto, la grazia di una rosa, il morbido pelo degli animali, potevano aprire all’incontro come la più «sacrale» visita a una cappella.

In che modo Adriana Zarri ha partecipato alle stagioni riformatrici prima e dopo il Concilio Vaticano II?

Adriana Zarri fu la donna più presente nella stampa cattolica negli anni in cui il Concilio Vaticano II in preparazione e in svolgimento favoriva una grande vivacità di confronto. Nello spazio più contenuto di un articolo, nella estensione più ampia del saggio o del romanzo assunse come proprio un «dovere di critica» che la portava a denunciare, «integrismo», «clericalismo», «immobilismo», «patologie» presenti in una Chiesa che, scriveva, era generata da Cristo, ma anche da ogni credente (La Chiesa nostra figlia, La Locusta, 1962).
Dopo il Concilio impiegò la sua penna competente e implacabile perché le speranze conciliari non venissero disattese o tradite, senza timore di compromettersi sui temi più scomodi e scottanti. Caldeggiò il superamento dell’autoritarismo nella Chiesa e un ruolo dei laici non subalterno al potere clericale, rivendicò la fine di compromessi e collusioni con la politica, discusse su celibato, sessualità e contraccezione, difese le leggi di divorzio e aborto in nome dell’«autonomia della legge civile rispetto alla legge religiosa».
Denunciò arbitri e allontanamenti subiti da preti e religiosi, per primo il critico della modernità e teologo della convivialità Ivan Illich, facendosi paladina di un «cattolicesimo adulto» e pensante.
Fu oggetto di reprimende pubbliche e private inviate alle riviste su cui scriveva, di richieste di sua espulsione all’Associazione Teologica Italiana, guadagnò sprezzanti titoli di «papessa» e «teologhessa, ma anche l’attenzione di protagonisti di quella stagione come Giorgio La Pira, Ernesto Balducci, David Maria Turoldo, di vescovi come Michele Pellegrino e Carlo Maria Martini, di figure di intensa spiritualità come don Michele Do.
La sua riabilitazione della dimensione sessuale alla luce di una lunga tradizione biblica e mistica che aveva nel Cantico dei Cantici il suo capostipite, le conquistò un lettore insospettato come lo scrittore Pier Vittorio Tondelli che aveva rifiutato un cattolicesimo «accomodante», «borghese», «ipocrita» e nei suoi ultimi anni ne apprezzò il riscatto delle passioni, della sensualità, della densità della vita come componenti costitutive della preghiera e dell’attesa di Dio.

Qual è l’eredita culturale e spirituale di Adriana Zarri?

In uno dei suoi libri più noti, ripubblicato in Un eremo non è un guscio di lumaca (Einaudi, 2011), scriveva di voler essere ricordata semplicemente come «una persona che vive».
Credo anch’io che l’eredità più vera di Adriana Zarri sia l’intensità e la persuasione della sua stessa vita, intrecciata con la necessità, per lei imprescindibile, della scrittura, del pensiero, della preghiera, in cui si possono rintracciare una gran varietà di trame culturali, spirituali, teologiche.
Al fondo si riconosce una concentrazione sulla ricerca di Dio che non diventa mai fuga dal mondo ma si fa alimento critico, potenziale di opposizione e di resistenza contro le sue storture; si individua uno sguardo contemplativo capace di prendersi cura della terra e delle sue creature, praticando con stile inconfondibile il linguaggio della bellezza e l’armonia di un’esistenza “ecologica”; si apprezza l’attitudine ad accogliere e rileggere il mistero cristiano con una libertà e una radicalità che fanno di lei una delle donne «assolute», «imperdonabili» che hanno attraversato la storia del Novecento.
Il teologo tedesco Karl Rahner, che Adriana amava e seguiva, in uno dei suoi detti più noti affermava: «Il cristianesimo del futuro o sarà mistico non sarà». Adriana è un esempio di questo «cristianesimo mistico» e, credo, una possibile fonte di ispirazione e confronto per i nostri tempi appiattiti sul materiale e l’esteriore ma animati da una silenziosa esigenza di spiritualità e di senso profondo delle cose.

(http://www.letture.org del 14 ottobre 2020)