Il pane quotidiano

un diritto di vita

Enzo Bianchi

In questi giorni autunnali si celebrano le feste del "pane nuovo", il pane fatto con la farina macinata dal grano raccolto in estate. Nelle generazioni passate, che conoscevano la fame, vi era una venerazione nei suoi confronti. A casa mia, prima che io andassi a scuola e mio padre a lavorare, mia madre tornava dal panettiere e deponeva sul tavolo una grande forma di pane, la grissia. Le collocava accanto un fiasco di vino, un orciolo d’olio e una saliera, il tutto ricoperto da una tovaglia da lei ricamata con la scritta "il pane, l’olio, il vino e il sale siano lezione e consolazione". Invito silenzioso a sedersi per mangiare un boccone e bere insieme un po’ di vino. Al centro il pane, che coinvolge l’esperienza di tutti i sensi. Al tatto è duro o molle. Si spezza con un frantumarsi di briciole che attira il nostro sguardo e invita anche l’udito a discernerlo. Appena sfornato riempie l’aria di profumo. Ma la massima epifania del pane si ha quando viene gustato e diventa noi stessi: "Dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei". A livello simbolico è in primo luogo "il pane del bisogno".
Abbiamo bisogno del pane, segno che senza nutrimento non possiamo vivere. Per questo il "pane" è il cibo "quotidiano" per eccellenza ed è "pane nostro", perché esprime la nostra comune condizione e normalmente lo si condivide. Un tempo, quando non esistevano le porzioni individuali, le grandi forme di pane richiedevano di essere spezzate e condivise: un unico pane per tutti i commensali, segno visibile della comunione.
Quando evochiamo il pane dovremmo evocare anche la terribile realtà di chi ha fame e la soffre in terre da cui fugge perché il pane non va verso i poveri ma sono i poveri che corrono verso il pane. Buon segno il Nobel per la pace assegnato al programma Onu per l’alimentazione, ma nel nostro quotidiano è necessaria la consapevolezza del "diritto al pane", diritto che dipende dal nostro comportamento.
La sapienza confluita nelle Scritture ci ricorda però che "non di solo pane vive l’uomo". È necessario qualcosa oltre il pane, qualcosa che come il pane sappia portare vita, ma una vita altra rispetto a quella biologica.
L’uomo si è umanizzato il giorno in cui ha inventato il pane, ma la sua umanizzazione ha bisogno di qualcosa che trascenda il pane, perché egli porta in sé un desiderio, una ricerca ulteriore. Ognuno di noi per istinto vuole vivere e dunque guadagna il pane con il lavoro, ma ciò non gli basta: cerca un senso nella vita, perché è abitato da una fame che lo trascende. Proprio a tavola si impara che non di solo pane vive l’uomo. Da piccoli abbiamo bisogno che qualcuno ci dia da mangiare, da adulti di qualcuno che con il cibo esprima il suo amore; abbiamo bisogno di dire grazie e di capire che ciò che mangiamo è anche dono che ci viene fatto. Per questo la tavola è il luogo della celebrazione della vita, della condivisione, è il luogo in cui invitare altri: la tavola non è mai per uno solo, ma è per la fraternità, l’amore, l’umanizzazione. E il pane troneggia su di essa per essere condiviso: per nutrirci e, insieme, ricordarci che non viviamo di solo pane.

(La Repubblica - 12 ottobre 2020)