Il Signore ci chiede

di accettare i suoi doni,

non di meritarli

XXVIII domenica del tempo Ordinario - A


Enzo Bianchi

In quel tempo, Gesù riprese a parlare con parabole ai capi dei sacerdoti e ai farisei e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire.
Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: “Dite agli invitati: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.
Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali.
Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”.
Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».
(testo dell'evangeliario di Bose)
Mt 22,1-14

Nel tempio di Gerusalemme Gesù espone ai capi religiosi di Israele una terza parabola, più complessa e «sovraccarica» delle precedenti: è una storia attraverso la quale egli evoca il banchetto del Regno (cf. Is 25,6-10; Mt 8,11-12) e il giudizio finale. Nello stesso tempo è evidente in questo brano la mano dell’evangelista Matteo che, scrivendo dopo la distruzione di Gerusalemme avvenuta ad opera dei romani nel 70 d.C., situa nell’orizzonte della storia di salvezza alcuni precisi eventi storici. In questa prospettiva la parabola tratta in modo figurato dell’evento pasquale, ossia delle «nozze dell’Agnello» (Ap 19,7), del rifiuto dei primi missionari cristiani da parte di Israele, della devastazione di Gerusalemme, dell’apertura della missione cristiana alle genti, del giudizio che incombe sulla chiesa stessa e sui nuovi invitati. La chiesa e Israele sono dunque entrambi collocati nell’orizzonte del giudizio.
Nella prima parte della parabola Gesù paragona il Regno alla vicenda di un re che, in occasione delle nozze del figlio, manda i suoi servi a chiamare gli invitati. Egli ha imbandito un banchetto di cibi prelibati e chiede agli invitati solo di accettare il suo dono, di condividere con lui la gioia. Eppure, come già nella parabola dei vignaioli omicidi (cf. Mt 21,33-45), la reazione è sorprendentemente negativa: alcuni, con indifferenza e superficialità, non si curano della chiamata; altri addirittura insultano e uccidono i servi. La risposta del re è immediata e dura: «si adirò e, inviate le sue truppe, uccise quegli assassini e diede alle fiamme la loro città». Gesù fa uso di un linguaggio apocalittico, di immagini «minacciose» che non vogliono incutere paura, ma solo mettere in chiaro le esigenze richieste a chi vuole entrare nel Regno, che in realtà si riducono a una sola: accettare il dono di Dio, pena il misero fallimento della propria vita, magari in nome di nobili occupazioni religiose o della presunta difesa di Dio stesso…
A questo punto la narrazione conosce una sorta di nuovo inizio. Il re invia altri servi a chiamare al banchetto tutti coloro che si trovano ai crocicchi delle strade: l’offerta della salvezza viene rinnovata a beneficio di tutti gli uomini. Ed ecco che la sala si riempie di invitati cattivi e buoni, così come il grano e la zizzania crescono insieme (cf. Mt 13,24-30), come la rete gettata nel mare trae a riva pesci buoni e cattivi (cf. Mt 13,47-50)… Gesù è consapevole che tutti gli uomini sono cattivi (cf. Mt 7,11) e che solo Dio è buono (cf. Mt 19,17); eppure è certo che la salvezza è donata a tutti, perché Dio vuole salvare tutti gli uomini (cf. 1Tm 2,4). E la condizione per essere resi buoni, di nuovo, è una sola: riconoscersi peccatori e accettare di essere giustificati dall’amore di Dio.
È così che va compresa la conclusione della parabola, connessa a un’usanza tradizionale al tempo di Gesù: all’ingresso del banchetto nuziale i commensali ricevevano in dono una veste bianca, segno del comune invito ricevuto dal padrone di casa. Quando il re, figura di Dio, entra per salutare i presenti, ne scorge uno privo dell’abito nuziale. Com’è stato possibile? Quest’uomo ha accettato l’invito ma, fino all’ultimo, ha orgogliosamente rifiutato il dono, ha preteso di contare sulle proprie forze; e così, invece di rispondere con gioia alla gratuità di Dio, ha intrapreso un monologo che al momento decisivo lo rende muto. Dio non lo ha mai conosciuto (cf. Mt 7,23), e ormai è troppo tardi…
«Molti sono chiamati, ma pochi eletti», conclude Gesù. È una parola che costituisce un monito esigente per ciascuno di noi. Tutti gli esseri umani sono chiamati alla salvezza, al banchetto festoso del Regno, ma nessuno è garantito, neppure dall’appartenenza alla chiesa. Occorre cedere alla grazia che sempre ci attira e rimuovere tutto ciò che è di ostacolo all’azione del regnare di Dio su di noi. Occorre, in altre parole, accogliere l’offerta di Dio, Padre del Signore Gesù Cristo e Padre nostro: «A colui che ha sete io darò gratuitamente l’acqua della fonte della vita» (Ap 21,6; cf. Is 55,1).