La giusta laicità

Enzo Bianchi

Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». Queste parole di Gesù hanno attraversato i secoli. A esse sempre si ritorna, convinti della loro verità, ma anche del fatto che la loro interpretazione va incessantemente rinnovata: cosa significano oggi?
Guardando i secoli della cristianità successivi all’epoca delle persecuzioni, a lungo nella collaborazione tra impero e chiesa si è dato a Cesare quello che era di Dio e solo di rado si sono ascoltate voci che profeticamente chiedevano all’impero di non estendere la sua ingerenza là dove solo Dio era Signore. È avendo alle spalle questo scenario plurisecolare che oggi, in particolare nell’Occidente europeo, si affronta nuovamente il dibattito sulla laicità.
Anzitutto la laicità, intesa come principio di distinzione tra stato e religioni, oggi non è solo accettata dai cristiani, ma è divenuta un autentico contributo da essi fornito alla società. Si è così gradualmente passati da una laicità di rifiuto o restrizione, il laicismo, a una laicità di rispetto o neutralità positiva, e tale cambiamento è percepito dalle religioni come un’acquisizione preziosa.
Giovanni Paolo II ha parlato di «giusta laicità», dalla quale tutti i cittadini possano sentirsi rappresentati. All’inizio del 2004, nel discorso agli ambasciatori accreditati presso la Santa Sede, precisava che «si invoca spesso il principio di laicità, in sé legittimo. Ma distinzione tra comunità di credenti e stato non vuol dire ignoranza. La laicità non è il laicismo! Essa è il rispetto di tutte le fedi da parte dello stato, che assicura il libero esercizio delle attività cultuali, spirituali, culturali e caritative delle diverse comunità». Si tratta di accettare il fatto religioso nello spazio pubblico, di non relegarlo al privato, perché le religioni hanno un’innegabile dimensione sociale. In una società pluralista la laicità è un luogo di comunicazione tra le religioni e di garanzia per l’espressione delle diverse componenti sociali, non un luogo che vuole reprimerle. Una «giusta laicità» sarebbe di grande giovamento alla vita ecclesiale dei cristiani, che proprio in essa potrebbero trovare protezione contro un uso strumentale della religione da parte di quanti, in forme aggiornate, misconoscono la distinzione tra Dio e Cesare. Alcune forze politiche vogliono infatti che la chiesa assuma una posizione di rilievo e un ruolo dominante in un determinato contesto storico e, di conseguenza, non mantenga viva la memoria eversiva del Vangelo.
Su questo occorre che i cristiani siano vigilanti, perché quando alcune forze vogliono offrire protezione giuridica o prestazioni finanziarie alle chiese, in realtà operano per il proprio tornaconto. Se la chiesa accettasse di svolgere questo ruolo di «religione civile», forse sarebbe più potente ma rinuncerebbe a far risuonare il Vangelo come «buona notizia»: come parola che chiede conversione e rinuncia agli idoli sociali, profezia liberante per gli uomini e le donne del nostro tempo.

(La Repubblica - 21 settembre 2020)