Li hai fatti uguali a noi!

XXV Domenica nell’anno A


Luciano Manicardi

In quel tempo Gesù disse ai suoi dispepoli questa parabola:" 1 Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all'alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. 2Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. 3Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, 4e disse loro: «Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò». 5Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. 6Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: «Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?». 7Gli risposero: «Perché nessuno ci ha presi a giornata». Ed egli disse loro: «Andate anche voi nella vigna».
8Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: «Chiama i lavoratori e da' loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi». 9Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. 10Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch'essi ricevettero ciascuno un denaro. 11Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone 12dicendo: «Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo». 13Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: «Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? 14Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te: 15non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?». 16Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».
Mt 20,1-16

Il testo evangelico di questa domenica è costituito da una parabola presente solamente nel primo vangelo e che urta la nostra sensibilità e per certi aspetti si presenta come irricevibile. La reazione che chiunque sente nascere spontaneamente in sé alla lettura di questa parabola è: “No, non è giusto”. Non è giusto che lavoratori che hanno faticato un’intera giornata sotto il caldo ricevano la stessa paga di chi ha lavorato un’ora sola, e per giunta la più fresca. Non è giusto che operai che hanno lavorato per tempi diversi impegnati nello stesso lavoro, ricevano la medesima retribuzione. Cerchiamo dunque di introdurci nella comprensione del testo.
La parabola ha conosciuto interpretazioni molto diverse nella storia: è stata letta come allegoria delle età della vita umana e intesa come portatrice del messaggio che anche una conversione in tarda età non pregiudica la salvezza; è stata interpretata come allegoria della storia dell’elezione che va da Adamo a Noè, da Abramo e Mosè fino a Cristo. L’esegesi moderna vi scorge normalmente una parabola che in bocca a Gesù mirava a giustificare il suo comportamento di fronte ai suoi detrattori che lo rimproveravano di prediligere peccatori e pubblicani, di rivolgersi preferenzialmente a loro, ultimi destinati a divenire primi nella logica paradossale del Regno. Tuttavia, si può vedere in questa parabola anche un altro aspetto interno alla comunità dei Dodici e dunque collocarla nel contesto degli eventi della vita comunitaria che Gesù sta vivendo con i suoi discepoli. Un confronto con il vangelo di Marco mostra che questa parabola è un materiale proprio di Matteo inserito a questo punto, spezzando la continuità della trama di Marco, come si trattasse di una ermeneutica matteana degli eventi di cui si parla in quei capitoli. E gli eventi sono la domanda di Pietro che chiede a Gesù che cosa guadagneranno i discepoli dall’aver lasciato tutto e seguito Gesù: (Mt 19,27). C’è una richiesta di ricompensa. Questo il testo che precede la nostra parabola e a cui la parabola è strettamente connessa dal gàr, “infatti”, iniziale, in Mt 20,1. Poi, a seguito del terzo annuncio della passione, morte e resurrezione di Gesù, c’è la richiesta di due discepoli, attraverso la loro madre, di godere dei posti d’onore nel regno di Gesù stesso (Mt 20,20-23). C’è una rivendicazione di merito, o meglio,una pretesa di primo posto. Questa pretesa dei due fratelli, i figli di Zebedeo, che insieme a Pietro e Andrea sono i primi chiamati nel vangelo secondo Matteo (Mt 4,18-22), suscita il malcontento e la protesta degli altri membri della comunità che si sdegnano con loro e litigano (Mt 20,24-28). La nostra parabola è così incorniciata tra le due frasi che parlano degli ultimi che diventano primi e dei primi che diventano ultimi (19,30 e 20,16): questa dinamica vale anche all’interno della comunità cristiana. Ci sono alcuni che ritengono di avere dei diritti di prelazione e di poter godere di una maggiore vicinanza con Gesù e di un onore maggiore di altri, c’è chi pretende di avere un posto privilegiato, e c’è una domanda sul senso del gesto di radicalità cristiana di abbandonare tutto e mettersi a seguire Gesù. C’è qualche guadagno in tutto questo? Insomma una lettura legittima è quella di vedere nella parabola un richiamo che Gesù fa alla sua comunità e alle logiche che devono vivificarla mettendo in guardia dalle dinamiche che sono distruttive.
La parabola è divisa in due parti, una che inizia all’alba, al mattino presto (vv. 1-7), la seconda che inizia una volta venuta la sera (vv. 8-15). Nella prima parte, alle diverse ore del giorno, partendo dalle sei del mattino fino alle 17 (l’ora undicesima), il padrone di casa esce a prendere a giornata dei lavoratori per la sua vigna, probabilmente per la vendemmia. Con i primi si accorda per un denaro al giorno. Ad altri che chiama più tardi dice che darà loro ciò che è giusto. E il lettore comincia a pensare a cosa potrà essere questo “giusto”. Certamente, egli pensa, sarà una paga che tiene conto del fatto che questi hanno lavorato meno dei primi. Colpisce nella parabola il comportamento del padrone della vigna che continua a cercare operai anche quando ormai il lavoro della giornata sta terminando. Anche alla fine del pomeriggio, quando è insensato ingaggiare ancora operai (che senso ha ingaggiare qualcuno che lavorerà a mala pena un’ora?), egli dà un lavoro a chi non ne ha: “Perché state qui tutto il giorno senza far niente?” (20,7). Questo padrone in cerca di operai è immagine di un Dio che desidera l’incontro con gli uomini, che va in cerca degli uomini e si coinvolge con loro. La motivazione di questa ricerca non è in urgenze lavorative che il testo non dice, ma solo e unicamente nella volontà del padrone. Se dunque la prima parte della parabola è incentrata sull’arruolamento di chi dovrà andare a lavorare, la seconda parte (vv. 8-15) riguarda il momento del pagamento. Dice il Deuteronomio: “Darai all’operaio il suo salario il giorno stesso, prima che tramonti il sole” (Dt 24,15).
Il pagamento inizia dagli ultimi, ed è questo che consente che i primi diano vita alla loro contestazione. Che il pagamento inizi dagli ultimi - fatto non spiegato nel testo - è forse un’allusione alla scelta preferenziale degli ultimi che caratterizza il Dio biblico? Non sappiamo. Sappiamo però che così i primi vedono il pagamento accordato agli ultimi. Vedono e vengono a sapere. Il vedere che agli ultimi è data la paga promessa a loro, suscita un’aspettativa nel cuore dei primi: noi avremo un salario maggiore. A cui segue la delusione perché viene data loro la stessa paga che agli ultimi. Hanno cambiato l’attesa del cuore: non si attendono più di ricevere ciò che hanno pattuito, ma si attendono di ricevere più degli altri che hanno lavorato meno. E mormorano. Il padrone allora mostra la sua giustizia: egli è irreprensibile dal punto di vista del diritto, perché ha rispettato il contratto di pagamento con i primi, e perché diritto inalienabile del padrone è di dare agli ultimi una misura analoga a quella dei primi. Il diritto non è stato offeso. “Amico, io non ti faccio torto”. Ma forse il problema è un altro: “Sei tu invidioso perché io sono buono?”. Il testo greco gioca con l’espressione occhio cattivo (poneròs) che contrasta con l’essere buono (agathòs) del padrone. Ciò che risulta insopportabile ai primi è l’uguaglianza dei salari, anzi in profondità, delle persone: loro avevano tutti i diritti, secondo la loro logica, di aspettarsi di più. Ma tu, rimproverano al padrone, “li hai fatti uguali a noi” (fecisti illos pares nobis; cioè, li hai trattati come noi). Ciò che la parabola ha di mira è la degenerazione del diritto in privilegio, in pretesa. Il gesto del padrone è sentito come scandaloso, anomalo, ingiusto, contrario agli usi, inammissibile, irricevibile. E qui emerge il proprio di questa parabola che intravede la fuoriuscita dalle logiche ferree di corrispondenza tra lavoro e paga, prestazione e retribuzione, e lascia scorgere un mondo segnato da gratuità, liberalità, generosità, da rapporti segnati non solo dal diritto, ma anche dalla grazia, dalla gratuità; non solo dal rigore del dovuto, ma anche dall’inatteso del gratuito. In cui non il merito è l’elemento che deve decidere della gerarchia delle persone, ma la bontà di Dio. La punta della parabola è evidentemente in quella rivelazione: “Io sono buono”. E poiché in Mt 19,17, pochi versetti prima, si diceva che “uno solo è buono”, in riferimento a Dio, è evidente l’allusione teologica della nostra parabola.
Esprime bene questo primato della misericordia e della grazia sulle logiche giuridiche un brano della Catechesi sulla santa Pasqua dello Pseudo-Giovanni Crisostomo: “Chi ha lavorato fin dalla prima ora, riceva oggi il giusto salario; chi è venuto dopo la terza, renda grazie e sia in festa; chi è giunto dopo la sesta, non esiti: non subirà alcun danno; chi ha tardato fino alla nona, venga senza esitare; chi è giunto soltanto all’undicesima, non tema per il suo ritardo. Il Signore è generoso, accoglie l’ultimo come il primo, accorda il riposo a chi è giunto all’undicesima ora come a chi ha lavorato dalla prima. Fa misericordia all’ultimo come al primo, accorda il riposo a chi è giunto all’undicesima ora come a chi ha lavorato fin dalla prima”.
Il testo ci interpella su ciò che è al cuore della nostra vita con Dio: la relazione o la prestazione? Concepire il proprio servizio a Dio come prestazione conduce a misurarlo e a confrontarlo con il servizio degli altri entrando in un rapporto di competizione. Se invece c’è la relazione con il Signore allora anche il peso della giornata di lavoro è “giogo soave e leggero” (cf. Mt 11,30) e la bontà del Signore verso tutti è motivo di ringraziamento, non di contestazione. E nemmeno di invidia. Gli operai della prima ora sono smascherati come invidiosi. E l’invidia è definita come avere “l’occhio cattivo” (Mt 20,15). L’etimologia è illuminante: in-videre, significa “vedere contro”, ed esprime lo sguardo torvo di chi si chiede: “perché lui sì e io no?”; “perché a lui come a me che meritavo di più?”. L’invidia ci acceca. Se essa è l’insofferenza verso i propri limiti che ci impediscono di raggiungere quello status che vediamo realizzato in altri da noi, essa chiede di essere corretta imparando a desiderare il possibile. Nell’invidia non solo non si vede più il Dio misericordioso, ma non si vedono neppure più i fratelli e si esce dalla solidarietà con gli altri, uguali a noi.