La parabola

delle due case

Lidia Maggi

La scorsa settimana, con Abramo, siamo stati invitati ad alzare lo sguardo per riaccendere la luce della speranza.
Oggi, la parola biblica ci chiede di guardare a terra, nel luogo dove è radicata la nostra esistenza per domandarci: chi sono? Cosa conta davvero per me? Per poter andare avanti, devo sapere quali sono le fondamenta che sostengono la mia vita. La parabola delle due case vuole interrogarci su questo. Essa è la parola conclusiva del discorso più importante che Gesù pronuncia, il suo manifesto programmatico. Una parola esigente, ma tutt’altro che utopica. Ci viene insegnato uno stile di vita. Per essere felici veniamo istruiti nell’arte delle relazioni, con noi stessi, con l’altro, persino il nemico, con Dio. Ogni aspetto della vita viene illuminato: l’uso del denaro, il tempo, la preghiera, le ansie, i conflitti. Alla fine di questo lungo discorso, Gesù ci consegna un’immagine che riassume questa grammatica di libertà: la parabola delle due case. Da una parte, un uomo che costruisce sulla roccia; dall’altra, chi costruisce sulla sabbia. Prima ancora che sui materiali l’attenzione è posta sulle fondamenta. Quali sono le fondamenta che tengono su l’edificio della nostra esistenza?
È solo alla fine che Gesù ci esorta a fare i conti con le fondamenta. Ma di fondamenta bisognerebbe parlare all’inizio di una costruzione, non certo alla fine. La vita, raffigurata come una casa, non segue la sapienza dell’edilizia. Perché è solo con uno sguardo retrospettivo che possiamo verificare la solidità di quanto abbiamo costruito. Durante i giorni della pandemia abbiamo imparato a conoscere meglio la casa. Per alcuni si è rivelata un luogo sicuro; per altri uno spazio faticoso.
Certo, molto è dipeso dal tipo di casa. Ma non tutto dipende dall’edificio. Ci si può sentire soli e insicuri anche in una bellissima casa immersa nel verde. Perché quando diciamo “casa” entrano in gioco i nostri affetti, le relazioni più intime, le persone con cui stiamo bene o male. Casa è il luogo dove ci mettiamo a nudo, dove è più facile svestire le diverse maschere sociali per provare a essere noi stessi. E quando siamo noi stessi non è detto che siamo persone migliori. Come per le due case arriva il momento della verità: la grande pioggia, la crisi. Può essere una malattia, la perdita di un lavoro, un fallimento scolastico, affettivo... Per tutti è stata la pandemia. Nella crisi, le case si differenziano. L’una rimane in piedi e resiste, l’altra crolla. Il crollo di un’esistenza, non avviene, necessariamente, a causa della crisi; più spesso è già inscritto nell’instabilità delle fondamenta. È questo che prova ad insegnarci Gesù. Le crisi accelerano il processo, più che esserne le responsabili La pandemia ha ingrandito punti di fragilità sociale e esistenziale che erano già presenti. Per essere felici e avere un solido fondamento per le nostre esistenze, Gesù ci chiede di ascoltare e mettere in pratica il suo stile di vita, ecco perché ci dice: «Chi ascolta la mia parola e la mette in pratica». Non si tratta di aderire a una dottrina, ma di apprendere una sapienza delle relazioni che possa offrire uno stabile supporto alle case delle nostre esistenze. Quando visito le fondamenta delle mie relazioni in famiglia, vedo la solidità di momenti in cui la diversità e i tempi dell’altro vengono rispettati; ma, accanto a queste immagini serene, scorgo anche lo sguardo smarrito dei miei figli per i miei malumori a tavola. Basta un mio silenzio per tenere in ostaggio un’intera famiglia, per creare un clima pesante e avvelenare l’aria. È successo solo a me?
Oggi siamo chiamati a guardare in retrospettiva alle fondamenta della nostra costruzione. Siamo invitati a riconoscere gli insuccessi nel tentativo di fare nostro lo stile di vita di Gesù. Non per prendere atto del fallimento ma per ripartire. L’evangelo della parabola è racchiuso nel fatto che Gesù non dice: chi ha ascoltato le mie parole e le ha messe in pratica... Non siamo schiacciati sul nostro passato. La parola di Gesù ci interpella nel presente: chi ascolta oggi. La speranza che riapre il futuro abita il nostro presente. È scoprire con Gesù che, nelle tempeste della vita, non siamo dei geometri chiamati a verificare i danni nelle fondamenta della casa; piuttosto, siamo apprendisti muratori, che provano a eseguire il progetto di quel sapiente architetto di relazioni che è Gesù. Un architetto che continua a formarci e, se abbiamo il coraggio di rimetterci in ascolto e mettere in pratica, giorno dopo giorno, la sua Parola di vita ci indica dove e come costruire. Amen.

dal vangelo di Matteo (7,24-27)
Perciò vi dico: non siate in ansia 24 Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica sarà paragonato a un uomo avveduto che ha costruito la sua casa sopra la roccia. 25 La pioggia è caduta, sono venuti i torrenti, i venti hanno soffiato e hanno investito quella casa; ma essa non è caduta, perché era fondata sulla roccia. 26 E chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica sarà paragonato a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. 27 La pioggia è caduta, sono venuti i torrenti, i venti hanno soffiato e hanno fatto impeto contro quella casa, ed essa è caduta e la sua rovina è stata grande.

Preghiera
Il Signore benedica la tua casa,
le persone che la abitano,
così come benedice la tua vita.
Ti conceda di avere buona cura dei tuoi cari,
del tempo che trascorri con loro.
Ci siano davanti a te giorni sereni
con ritmi di vita giusti.
Ci sia il tempo del riposo e il tempo del lavoro,
lo spazio per gli affetti e quello del silenzio e della preghiera.
Il Signore benedica la tua vita.
Sia per la tua casa le fondamenta che la sostengono.
Amen

(“Riforma” - 31 luglio 2020)