Il prezzo della

comunione con Cristo

XIII domenica del tempo Ordinario "A"


Enzo Bianchi


In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.
Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».(testo dell'evangeliario di Bose)
Mt 10,37-42

Con il brano evangelico odierno si conclude la lettura del «discorso missionario» indirizzato da Gesù ai Dodici, un discorso che riguarda da vicino tutti i cristiani, chiamati ad annunciare con la loro vita e le loro parole che in Cristo «il Regno si è fatto vicinissimo» (cfr. Mt 10,7).
Per portare Gesù Cristo agli altri occorre prima accoglierlo quale Signore della propria vita. Affinché questo sia chiaro, Gesù rivolge a chi lo segue parole estremamente radicali e rigorose, che spengono entusiasmi troppo facili e sintetizzano bene il caro prezzo della sequela. Nei versetti che precedono immediatamente il testo liturgico egli afferma: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada» (Mt 10,34), la stessa spada della parola di Dio (cfr. Eb 4,12). Certamente il regno di Dio portato da Gesù, Messia mite e disarmato, è un regno di pace (cfr. Mt 21,5), ma di una pace non mondana, bensì dello shalom contenente in sé anche il giudizio di Dio, fattosi presente nella persona stessa di Gesù. Per dirla con le parole usate dall’anziano Simeone di fronte al bambino Gesù, quest’ultimo è sempre «un segno che viene contraddetto» (Lc 2,34), perché di fronte a lui occorre prendere posizione: o lo si accetta o lo si rifiuta, ma non si può rimanere neutrali…
Anche la famiglia viene attraversata, come da una spada, dalla persona di Gesù (cfr. Mt 10,35-36), che dunque può dire con audacia: «Chi ama il padre o la madre più di me, non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me, non è degno di me», ossia, come si legge nel brano parallelo di Luca, «non può essere mio discepolo» (Lc 14,26-27). L’adesione fiduciosa a Gesù, l’amore per lui da parte del discepolo deve prevalere su ogni altra relazione, anche quelle di sangue. Gesù lo ribadirà poco più avanti quando, mandato a chiamare dai suoi famigliari, dirà chiaramente: «Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli», quella volontà che è sempre stata il desiderio profondo di Gesù, «egli è per me fratello, sorella e madre» (Mt 12,50). Ma per vivere con Gesù non basta relativizzare i legami di sangue. Occorre prendere le distanze anche da se stessi, da quell’istinto egoistico che ci spinge a preservare la nostra vita a ogni costo, senza e contro gli altri; in questa libertà propria di chi non ha più nulla da difendere si può «prendere la propria croce», cioè lo strumento della propria condanna a morte, e «seguire Gesù».
A questo punto Gesù pronuncia quelle parole che, con lievi variazioni semantiche, risuonano più volte nei vangeli: «Chi avrà trovato la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà» (cfr. Mt 16,25; Mt 8,35; Lc 9,24; 17,33; cfr. anche Gv 12,25). È un’affermazione che può suonare folle, assurda, soprattutto agli orecchi dei non cristiani, ma che, insieme a quella precedente, va ribadita in tutta la sua salvifica paradossalità: Gesù ha preteso da chi lo seguiva non l’amore del suo messaggio, bensì l’amore per lui; a chiesto a uomini e donne di non fare riserve della loro vita, di perderla per lui, promettendo che in questo modo essi l’avrebbero trovata e salvata…
Chi accoglie veramente Gesù nella propria vita, chi lascia che sia Cristo a vivere in lui (cfr. Gal 2,20), assume sempre più i tratti del suo Signore. Ecco perché se fino a questo punto del discorso Gesù aveva sottolineato soprattutto le ostilità a cui sarebbero andati incontro i suoi inviati (cfr. Mt 10,16-23.28), il suo sguardo conclusivo si posa sul risultato positivo della loro missione, che va oltre ogni aspettativa: «Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato». Sì, il vero discepolo è chiamato a essere «sacramento» di Gesù, il quale a sua volta lo è del Padre (cfr. Gv 1,18). E questa realtà così grande si manifesta nelle relazioni più quotidiane, si esprime e a sua volta suscita uno stile di vita che, nella sua semplicità, rivela la volontà di accogliere in modo premuroso Cristo nei suoi inviati: «Chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca (non solo di acqua!) a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità vi dico: non perderà la sua ricompensa».
La spada e la divisione portate da Gesù contengono dunque in sé la promessa di una grande ricompensa, quella che per noi cristiani ha un solo nome: comunione. Comunione in Gesù Cristo, comunione umanissima attraverso l’amore per lui, che si traduce in amore fraterno, come egli stesso dirà chiaramente: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40).