La grande sfida:

non avere paura!

XII domenica del tempo Ordinario "A"


Enzo Bianchi

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».
(testo dell'evangeliario di Bose)
Mt 10,26-33

Ascoltiamo oggi una parte del discorso che il Signore Gesù rivolge agli apostoli nell’inviarli in missione (cf. Mt 10,5-42): sono parole ispiratrici e normative per i cristiani di ogni tempo, chiamati a testimoniare il Vangelo nella compagnia degli uomini.
Dopo aver promesso ai Dodici la sua autorevolezza, grazie alla quale essi saranno annunciatori affidabili del Regno e compiranno azioni di cura e guarigione nei confronti dei malati, Gesù annuncia loro le persecuzioni che dovranno subire: «Vi mando come pecore in mezzo ai lupi … Gli uomini vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle sinagoghe, e sarete condotti davanti ai governatori e ai re per causa mia» (Mt 10,16-18). Seguire Gesù significa essere totalmente coinvolti con la sua vita, fino a partecipare alla sua passione, passione del giusto perseguitato ingiustamente da quanti non sopportano il suo fare bene (cf. Sap 2). Se Gesù Cristo ha sofferto non può avvenire diversamente per il cristiano, perché «il discepolo non è da più del maestro» (Mt 10,24) e – sono sempre parole di Gesù – «se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Gv 15,20). È una realtà vissuta dai cristiani delle prime generazioni (cf. 1Pt 4,12-19) e ancora oggi, silenziosamente, da numerosi cristiani in tante parti del mondo…
Gesù però non si limita a prospettare agli apostoli l’ostilità violenta che essi dovranno subire ma li esorta ripetutamente a non temere, a non avere paura, e infonde loro la parrhesia, quella coraggiosa franchezza che nasce da una fede salda. Tale fiducia riposa innanzitutto sulla potenza della parola del Signore Gesù: l’insegnamento che egli ha rivelato ai suoi in disparte, «nel segreto», è dotato dell’efficacia della parola di Dio; è una parola che non può essere incatenata (cf. 2Tm 2,9) e dunque prima o poi sarà rivelata, manifestata, predicata sui tetti. A noi è chiesto solo di non ostacolare la sua corsa (cf. 2Ts 3,1), ovvero di essere suoi annunciatori fedeli e credibili, costi quel che costi, senza indietreggiare né scendere a compromessi basati su calcoli umani…
È in questo senso che Gesù incoraggia noi suoi discepoli, chiedendoci di non temere neppure di essere uccisi a causa sua: gli uomini potranno darci la morte ma non potranno mai toglierci la vera vita, quella che ci è donata dal Padre. Gesù ci invita così a dimorare saldi in quell’abbandono fiducioso al Padre che è stato la vera forza della sua vita, quell’abbandono che nell’imminenza della sua fine lo ha portato a pregare: «Padre, non come voglio io, ma come vuoi tu!» (Mt 26,39). E qui lo fa con parole che non abbisognano di commento ma vanno impresse in profondità nel nostro cuore: «Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza il Padre vostro … Non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri!».
È dalla coscienza di questa nostra condizione di figli che può nascere la confessione, il riconoscimento di Gesù quale Signore e Figlio di Dio davanti a tutti gli uomini. Un riconoscimento fatto non solo a parole (cf. Mt 7,21) ma con tutta la nostra persona, mostrando con la nostra condotta di vita che vale la pena di morire e dunque di vivere per lui. Nel giudizio finale, infatti, ci sarà chiesto conto della nostra adesione a Gesù e del nostro amore per lui: ma questo giudizio comincia già oggi e dipende dalla nostra capacità di «rinnegare noi stessi» (cf. Mt 16,24), di smettere di considerare la nostra vita quale misura di ogni cosa per lasciare invece che sia Cristo a vivere in noi. Solo se ci eserciteremo a fare questo potremo conoscere e amare veramente il Signore Gesù; in caso contrario finiremo per rinnegarlo davanti agli uomini (cf. Mt 26,69-75) e allora anch’egli, davanti al Padre, dovrà ammettere di non averci mai conosciuti…
Sì, il mondo può perseguitarci e scatenare contro di noi la sua ostilità, ma non può minacciare la nostra condizione di cristiani, di persone che amano Gesù Cristo al di sopra di tutto, perché dipende sempre da noi, in ogni condizione, vivere con Cristo, vivere il suo Vangelo: niente e nessuno ce lo potrà mai impedire, e qui sta la fonte della nostra straordinaria libertà.