L'anno in corso

A tu per tu con Bakhita

Inserito in NPG annata 2020.

Santi giovani e giovinezza dei Santi /7

Liliana Ugoletti *

(NPG 2020-04-52)

Sì, è proprio lei, Bakhita, la nuova Santa della terra africana del Sudan.
1° ottobre del 2000: Piazza S. Pietro è vestita a festa e gremita di gente di ogni colore. La grande gigantografia di Madre Giuseppina Bakhita troneggia armoniosa sull’elegante cinquecentesca facciata della Basilica: la madre di tutte le chiese.
La sua testimonianza, il suo messaggio, la sua voce, il suo racconto viaggiano in tutto il mondo, non si spengono in sordina, come avrebbe desiderato: “… me ne vado, adagio adagio…”, ma tracciano una scia luminosa di continuità tra passato, presente, futuro.
Una filosofia essenziale ha guidato la vicenda terrena di Bakhita, nonostante la mancata fanciullezza per le ingiustificate malvagità e il ripetersi quotidiano, nell’età adulta, di piccole sofferenze, trampolino di lancio per la sua santità.
“Unico mio desiderio è di far contento il Signore”.
È la Santa “moretta”, come amano chiamarla gli abitanti di Schio, ma lei si definisce la donna semplice, tranquilla, a volte timida. Il suo sorriso dolce, sincero conquista tutti, grandi e piccoli. Con i bambini ha un rapporto particolare: è la suora di cioccolata che li accoglie ogni mattina e loro giocano a toccarla divertiti perché non si sporcano le mani.

Chi è Bakhita?

Giovanni Paolo II l’ha definita “Sorella universale”. Benedetto XVI ampiamente l’ha citata nella “Spe salvi” e Papa Francesco la porta come esempio in più circostanze dedicandole un ampio passaggio nell’enciclica “Gaudete et exsultate”. È la donna forte, simbolo di come Dio trasformi le persone liberandole dalle loro schiavitù.
Bakhita, la neretta, originaria del Darfur, fatta schiava alla fine del secolo scorso, in una terra come il Sudan dove ancora oggi la schiavitù è cosa normale. Liberata, portata in Italia, extracomunitaria… analfabeta, conosce l’amore di Dio per gli uomini e si fa suora. È grande l’amore per la sua Africa e lo consegna a noi: “Ricordatevi del mio Paese, della mia gente … Oh, come volerei laggiù… Una voce interna mi diceva che non l’avrei più riveduta”.
Bakhita è affascinata dal suo Signore, il “Paron”, come bonariamente preferisce chiamarlo nel dialetto veneto, la lingua italiana da lei parlata e non trova altro modo che ricambiarlo facendosi santa, così, semplicemente, senza grandi azioni, senza stupire. In lei, nel suo essere religiosa, la gente vede la santità e avvicinandola si sente coinvolta da quell’affetto di madre che solo una donna può avere per i suoi figli e si sente toccata dall’amore di Dio. “Sono Fortunata… il Signore mi vuole bene”.

Raccontaci ancora di te

Nella nuova dimora del cielo ho scoperto di avere tanti amici sulla terra, nonostante abbia lasciato questo mondo nel 1947 a 78 anni, più o meno, poiché non mi è facile concordare la date dopo quel triste evento che mi ha strappato dalla famiglia, dalla mia tribù, dalla mia capanna, dai miei giochi. Ero ancora bambina forse di 6/7 anni. È stata un’esperienza triste, indimenticabile e per lo shock mi si è annebbiata la memoria, non ho più ricordato il mio nome, così i due rapitori mi hanno chiamato “Bakhita”, la Fortunata. Mi è subito piaciuto ed è suonato come un piccolo sollievo tra tanta sofferenza. “Poveretti non sapevano che male mi stavano procurando e ho sempre pregato per loro in tutta la mia vita”.
Qui il collegamento corre a quanto è successo un tempo sull’altura di Gerusalemme: “Padre, perdonali ….”. Sì, ho sofferto molto, fisicamente e psicologicamente per quella costrizione a uscire dalla mia terra. Non avevo zaino a spalla per esplorare nuovi luoghi, nuovi incontri, come va di moda, ma catene al collo e sabbia bollente sotto i piedi. “Come pecora destinata al macello” passavo da un padrone all’altro, che non mettevano al centro l’interesse per la persona, ma la prepotenza e il senso basso del potere che rende tristi, spaventati e infelici. Veramente a me piaceva l’allegria, procurare gioia agli altri era il mio hobby preferito, senza cadere in compromessi o svendere la mia identità.
“Cosa volete che siano i nostri dolori in rapporto a quanto il Signore ha sofferto e a quanto la Madonna ha patito?”.
Bakhita è il ritratto della donna, della femminilità spontanea e moderna. Non ha barriere da abbattere, in lei tutto parla di “pace” come dono, di accoglienza, di valori che avvicinano.

Perché perdonare? Perché consegnarsi totalmente al “Paron?”

Non è un miraggio, una meta impossibile da raggiungersi, ma va preparata, richiede allenamento, questo è il suo messaggio. La vita dello spirito è per lei un’esplorazione giornaliera, nella semplicità. Non ha strumenti particolari a sua disposizione: statistiche, dati web, Instagram, ma una corona e un libretto di preghiere memorizzato. Segue con coraggio quanto le detta il cuore, i suggerimenti dello Spirito, consapevole delle conseguenze.
La storia di Bakhita non è una storia di primati, ma di fedeltà a una persona: “Gesù”. “Se Lui …” e non può tradirlo come fanno spesso i grandi nelle loro scelte di vita.
È ancora un’adolescente quando arriva in Italia e la sua pelle nera attira l’attenzione di molti, e crea in lei non poco imbarazzo, ma è anche un’ondata di aria fresca, innovativa in quelle terre venete troppo spesso avvolte nella nebbia e nel peso del lavoro. Sì, è una bella ragazza, ma il suo color cioccolato non crea distanze.
È affabile, Bakhita, spontanea, intelligente. Non ingenua: unica. Non ha nulla e nulla ha da perdere per questo. Le sue parole, anche da Madre Canossiana, sono misurate, attente alle attese di chi la interpella e sempre con un pizzico di humor. Si esprime in quel dialetto veneto, mal pronunciato, che fa sentire l’altro importante, al centro dell’attenzione, poche parole dette guardando negli occhi le persone, dal suono incoraggiante e cariche di umanità, che penetrano la mente e il cuore. Sono costante invito a ritrovare se stessi per vivere meglio e non diventare giudici: un linguaggio comunicativo che promuove e incoraggia.
Strana coincidenza: da quella terra africana considerata primitiva viene il grande insegnamento di rispetto, stima, collaborazione. Parolone che ripetiamo anche noi oggi con tanta disinvoltura e in diverse circostanze, ma cadono poi nel vuoto e generano distanza, paura, diffidenza.
Bakhita dimostra quanto si possa essere concreti e innovativi anche cambiando paese, lingua, cultura… Il suo stile non cambia anche in età matura; seduta in carrozzella, perché le gambe non reggono, probabilmente tutto non le sta bene, ma le ore passate davanti al tabernacolo rafforzano il suo abbandono paziente e la sua profondità contemplativa.

Bakhita mistica?

Sì, in quel suo sentirsi affascinata da un Padre che tutto provvede. Porta con sé una valigia Bakhita che contiene la sua storia di religiosa feriale, ma illuminata. Ha fatto cose normalissime nei lunghi anni passati a Schio: portinaia, cuciniera, sagrestana, lavori fatti con stile e trasformati in testimonianza. Lei spiega così l’amore, anima delle nostre azioni che le rende uniche, geniali, creative. Questa è la vera novità! Purtroppo, oggi, siamo diventati tutti tuttologi, non testimoni convincenti.

Qualche episodio curioso da raccontare?

Il momento del rapimento, quelle prime notti lontano dalla mia famiglia, dalle mie sorelle. Pensavo alla mamma, al papà, a come avrebbero immaginato il mio futuro. Sognavo ogni attimo di rincontrare mia sorella, la più grande e già mamma, anche lei rapita, per cui i miei occhi erano sempre spalancati e alla ricerca di volti conosciuti, pur con le catene al collo e ai piedi. Neppure quando il sole tramontava all’improvviso e tutto si faceva più buio riuscivo a non pensare, allora guardavo estasiata il cielo blu con quelle migliaia di piccole luci sfavillanti e mi dicevo con un sentire consolante: “Chi sarà mai il padrone di queste belle cose? E provavo una voglia grande di vederlo, di conoscerlo e di prestargli omaggio”, poi venivo però colpita da tanta nostalgia e cresceva l’ansia e il bisogno di continuare a cercare e di trovare una via di scampo per tornare a casa. Per due volte ho tentato la fuga con la mia amichetta, ma senza successo e peggiorando le nostre condizioni.

Quali sono stati i luoghi che nel tuo pellegrinare ti hanno colpito di più?

Schio, la mia terra promessa. L’appartenere alla comunità canossiana, a quella città contraddistinta da gente aperta al diverso e laboriosa, ricca di senso morale, religioso e civile. Non solo mi ha accolta come dono inaspettato, ma mi ha reso parte della grande famiglia scledense.
Per loro ero la giovane suora color cioccolata, che ogni passante si fermava a salutare, a chiedere consigli per figli in partenza per la guerra, per mariti stressati da dura fatica per sostenere la famiglia… tutti, dopo il breve incontro, se ne andavano rasserenati, certi che ogni loro ansia e aspettativa diventavano oggetto della mia offerta al Signore. “Lui ci pensa, ne sono sempre stata certa”. Oggi Schio continua a essere luogo visitato e meta ambita da pellegrini di tutto il mondo, di ogni età e appartenenza sociale. Il suo valore religioso, culturale vale più di ogni altro interesse artistico.

Sei stata esigente con te stessa?

Sì, ho cercato di far bene tutte le cose, con impegno, passione e curiosità. Ho sempre pensato, anche nei momenti di dura schiavitù, che il lavoro è un ottimo nutrimento per lo spirito, un tempo privilegiato in cui ti liberi da pensieri pesanti, dagli stessi mali fisici. E come si sentivano i 114 tagli sul corpo, strofinati con il sale per lasciare il segno, bruciavano come fuoco! Ti sembrerà strano, ma mentre lavoravo mi nasceva anche un grande sentimento di riconoscenza verso quei padroni che ti distribuivano gratuitamente scudisciate, ceffoni, parolacce e ben altro. “Sono stata in mezzo al fango, ma non mi sono imbrattata. Per grazia di Dio sono sempre stata preservata”.

Dunque si può coltivare un sogno?

Il sogno è la vita delle persone con i suoi miraggi e le sue delusioni. Sognavano anche quelle persone che avvicinandosi mi dicevano: “Madre Bakhita, scusi… mi dica una preghiera, mi dia una benedizione…” Vi sembreranno espressioni fuori tempo, che fanno sorridere, eppure la semplicità delle richieste sottintendeva un’idea positiva, di “donna-religiosa”, “salda nella fede”, con il coraggio di fare scelte tanto diverse da quelle “proprie” del mondo.
Bakhita, altro che “donna con la testa fasciata”, non ha bisogno di gridare per convincere o di rincorrere a titoli super professionali per essere compagna di strada degli ultimi, dei più poveri tra i poveri. Samaritana discreta che non delega ad altri l’aiuto a chi vaga in ricerca di una propria identità, di un’anima per amare la vita. È Teologa del cuore che non detta ricette per risolvere il mistero del dolore, ma si offre per affrontarlo insieme, per renderlo meno disperato, per aprire spiragli di speranza.

Cos’è per te la felicità?

Aver scoperto che il modello scelto dalla Fondatrice, S. Maddalena di Canossa, a guida di tutta la sua vita e la sua opera, il Crocifisso, era lo stesso testimone che inconsciamente cercavo. Solo quando il sig. Checchini, il manager della famiglia che mi aveva adottata al mio arrivo nel porto di Genova, me lo ha appoggiato sul palmo della mano, era il suo regalo, la felicità ha invaso tutta me stessa. Lo guardavo con passione, Gesù non mi chiedeva successi da conquistare, ma un percorso di piccoli passaggi giornalieri di pazienza, generosità, amabilità: una missione in cui si ricomincia sempre per costruire qualcosa che faccia bene a te e all’intera comunità. È stata gioia vera appartenere all’Istituto Canossiano, una storia con profonde radici e piena di vitalità. La comunità è stata per me lo spazio dove ho condiviso esperienze e lavoro, mi sono lasciata coinvolgere dall’entusiasmo e dalla creatività delle sorelle più giovani, ma soprattutto dalla loro bellezza interiore e dalla loro generosità. Oggi il limite che disorienta i giovani è una cultura che sembra non avere più radici.

Che messaggio vuoi trasmettere ai giovani in ricerca?

Le nuove generazioni si trovano in una situazione abbastanza difficile, con modelli proposti, soprattutto dai social, troppo studiati e virtuali, finti. Ai giovani suggerisco invece di farsi ispirare da figure sane, vere, penso a quei volontari che nelle varie parti del mondo sono impegnati con le realtà meno riuscite della civiltà dei consumi, che dimostrano come cuore e mente possono andare oltre. Non possono essere solo scienza e tecnica a governare, ma la speranza, la fede che generano coraggio, ma non sono delegabili ad altri. Ci vogliono persone disposte a lasciare tutto per unirsi al gruppo di quanti accompagnano Gesù, stemperando quell’istintiva diffidenza che fa mantenere distanze e impedisce legami profondi, disinteressati con chi è diverso da te, per rendere caldo il suo affetto, per rivestire di dolcezza materna i suoi gesti, trasmettendo pace, conquistando gli animi e rispettando i sentimenti.
Abbiano i giovani il coraggio di interrogarsi sui significati di fedeltà, coerenza, solidarietà al progetto di Dio e su come recuperare atteggiamenti: mitezza e umiltà, compassione e misericordia, virtù troppo accantonate o considerate di poco rilievo. Bandiscano dal vocabolario la parola “odio”, “ingiustizia”, “invidia” per lasciare spazio al perdono, non dimenticando certi orrori che hanno inflitto sofferenze e discriminazioni, perché potrebbero ancora accadere.
“Dobbiamo pregare, essere buoni, non fare peccati, se vogliamo che il mondo cambi…”.

Grazie, Bakhita!
Il nostro tempo non è più il tuo, ma non possiamo perdere il tuo grande desiderio di accendere una piccola luce di speranza nel cuore di ogni fratello e sorella. La parola “speranza” che ci hai lasciato in dono, è spinta a costruire qualcosa di diverso, di bello per una vita migliore. “Se non si spera in questo mondo nel Signore, cosa faremo?”. Non ti sei fermata alle apparenze, non hai conosciuto la durezza della presunzione, né dell’autosufficienza, né del potere, hai accettato la “sfida” di fidarti ciecamente di quel Dio che sempre rinnova.

Carissimi giovani...
Si può anche non essere d’accordo, ma senza donne che accettino di amare Dio e null’altro chiedere alla vita, penso che ci si senta orfani di qualcosa.
“Ricordati! Tu conti i giorni a modo tuo, Dio li conta a modo suo”.

* Religiosa Canossiana