La "Parola" bella

Il racconto della "storia della salvezza"
attraverso l'arte


Intervista a Maria Rattà

Copertina Int

Lei ha appena terminato un ciclo di lavori per la Newsletter e il sito di NPG dal titolo significativo: Storia "artistica" della salvezza, dove ha passato in rassegna (appunto artistica) le grandi pagine della storia sacra. Ogni file pdf pubblicato nel sito - e a disposizione dei lettori/visitatori - è molto corposo, anche più di 150-200 pagine, di illustrazioni pittoriche e scultoree dei vari secoli della storia dell'arte accompagnati da una sintesi (o lettura critica) a volte pubblicata anche nella rivista NPG.
Ecco, questi i dati essenziali... Ma veniamo a una lettura più nel profondo.
Intanto, come Le è venuta questa idea. Si vede la Sua passione per l'arte... ma perché l'infinito soggetto Bibbia? Insomma, cosa "voleva dire"?

Devo ammettere che questo è un lavoro che si è sviluppato molto in itinere. L’idea di partenza (venuta fuori durante una piccola riunione di programmazione di NPG) era molto più semplice. C’era uno spazio da riempire nella Newsletter natalizia e il tema proposto era la “Storia della salvezza”. Avevo suggerito di puntare sull’artistico, visto che raccontare per immagini mi piace e considerando che l’arte mi attira fin da quando ero bambina (a casa dei miei nonni c’erano molte riproduzioni di quadri impressionisti: la mia passione è nata in quegli anni). Ma si pensava a un file unico, un lavoro “chiuso”, insomma. Però, cominciando a prospettarmi mentalmente una ipotesi di lavoro, non ho potuto fare a meno di riflettere sugli “infiniti” spunti che la Bibbia offriva, e che gli artisti, soprattutto nei secoli scorsi, avevano saputo cogliere, raccontandone in lungo e in largo le vicende attraverso miniatura, scultura e pittura. Insomma, si poteva fare molto più di un lavoro “estemporaneo”: si poteva aprire un vero e proprio sipario su un mondo. E questo mondo ci tocca da vicino, perché parla di storie che sono molto più “realistiche”, nel profondo, di quanto magari non possano apparire. Le vicende della Bibbia fanno vedere come la salvezza che Dio ha operato lungo la storia, e che si è definitivamente realizzata in Cristo, ha avuto per protagonisti non uomini perfetti, ma persone con le loro "miserie", con le loro perplessità, i loro dubbi, le loro vicende a volte umanamente fallimentari. Già questo rilancia un messaggio di speranza: Dio per salvarci viene nella storia concreta, di noi che siamo persone “normali”. Attraverso l’arte, che “mostra” direttamente ai nostri occhi queste realtà, è più facile approcciarsi a una rilettura del dato biblico che tenga conto anche di quello psicologico, e anche a volte “sentimentale”, che ci riguarda tutti e che ci può toccare quindi nel profondo.

Certo, lungo la storia della Chiesa la difficoltà di pensare che la Bibbia potesse essere patrimonio per tutti mediante la lettura (oltre alla preghiera) ha portato tanti artisti a lavorare con affreschi e dipinti nelle chiese quasi come una "Bibbia dei poveri", illustrata più che letta. Pensa che anche oggi – al di dentro di tanta "ignoranza" religiosa – questa possa essere una modalità di conoscenza della "Parola di Dio rivolta agli uomini" per i poveri di oggi: non acculturati o distanti dall'aspetto religioso della vita, come ad esempio i giovani?

L’idea da cui partivo nell’articolare le mie riflessioni sul “modo” di organizzare questa rubrica era proprio quella dell’arte come “Bibbia dei poveri”, che aveva aiutato tante generazioni di fedeli, ignare della scrittura (e quindi a rischio di ignorare anche la Scrittura), ad avvicinarsi alla Parola di Dio e al messaggio che essa veicolava attraverso le sue storie. Nella nostra epoca il concetto di bellezza è più che mai relativizzato, l’arte è notevolmente cambiata, e contemporaneamente siamo una società che vive “per immagini”: basta pensare a un social come Instagram, per rendersi conto di quanto questo sia vero, o al fenomeno dei selfie che ormai non lascia “indenne” nessuna fascia d’età.
C’è quindi una profonda discrasia fra l’immagine come mezzo di comunicazione e come veicolo di bellezza, perché non sempre le due cose coincidono, mentre nel passato questo avveniva molto più di frequente, anzi, forse potremmo dire che in fin dei conti era la regola.
Da questo punto di vista credo che l’arte si possa offrire ancora come medium, come mezzo per entrare in una narrazione che è incontro fra umano e divino. L’immagine può catturare ancora, e può aiutare forse anche a recuperare un gusto del bello che spesso si è perso. Ma può anche parlare al mondo di oggi perché in fondo l’umanità, con il suo mix di passioni, cadute e rinascite, spiritualità e materialità, egoismi e slanci generosi, è sempre la stessa, pur nell’avvicendarsi delle epoche. In questo senso il linguaggio artistico ha la fortuna di rimanere un linguaggio “eterno”, un passpartout capace sempre di comunicare, se articolato nella maniera corretta.

L'arte per raccontare/illustrare la fede... Mi sembra che il punto di unione tra le due sia il grande tema della bellezza: Arte come bellezza, fede come bellezza. Non per nulla la chiesa parla di "via della bellezza" come strada (di certo almeno ieri) privilegiata per riscoprire e vivere la fede. Lei pensa che sia una via percorribile anche per l'oggi? Pensiamo anche alle tante esperienza in cui le catechesi della bellezza sono tra le più gradite e probabilmente "parlanti" oggi, soprattutto quando le nostre città e anche i nostri paesi sanno proporre le ricchezze artistiche che possiedono (l'esperienza ad esempio di "Pietre vive"...).

Sì, come dicevo prima, penso che la “via della bellezza” sia quella privilegiata, da seguire assolutamente, non solo per riscoprire e vivere la fede, ma anche l’umanità stessa, che spesso si perde dietro a false bellezze, a false chimere. Vorrei ricordare quanto Benedetto XVI disse agli artisti, il 21 novembre 2009: «Una funzione essenziale della vera bellezza, già evidenziata da Platone, consiste nel comunicare all’uomo una salutare “scossa”, che lo fa uscire da se stesso, lo strappa alla rassegnazione, all’accomodamento del quotidiano, lo fa anche soffrire, come un dardo che lo ferisce, ma proprio in questo modo lo “risveglia” aprendogli nuovamente gli occhi del cuore e della mente, mettendogli le ali, sospingendolo verso l’alto. L’espressione di Dostoevskij che sto per citare è senz’altro ardita e paradossale, ma invita a riflettere: “L’umanità può vivere - egli dice - senza la scienza, può vivere senza pane, ma soltanto senza la bellezza non potrebbe più vivere, perché non ci sarebbe più nulla da fare al mondo. Tutto il segreto è qui, tutta la storia è qui”.
Gli fa eco il pittore Georges Braque: “L’arte è fatta per turbare, mentre la scienza rassicura”.
La bellezza colpisce, ma proprio così richiama l’uomo al suo destino ultimo, lo rimette in marcia, lo riempie di nuova speranza, gli dona il coraggio di vivere fino in fondo il dono unico dell’esistenza. La ricerca della bellezza di cui parlo, evidentemente, non consiste in alcuna fuga nell’irrazionale o nel mero estetismo».
Ecco, l’uomo non è insensibile alla bellezza, perché è nato per approdare alla pienezza di cui la bellezza è parte integrante, anzi, a quella pienezza che è anche Bellezza, Amore-Verità che "si dà", che "appare".
D’altronde, la Bibbia comincia proprio con una parola di/sulla bellezza, trova compimento nella Bellezza del Figlio dell’uomo e nell’annuncio della bella/buona notizia, e si conclude nella bellezza della Gerusalemme celeste.
Di PaoloRiprendo qui alcune riflessioni del Card. Ravasi (La bellezza salverà il mondo, Marcianum Press, 2013) che mi hanno colpita e ispirata.
Il momento in cui Dio Creatore contempla nel capitolo primo della Genesi il frutto della sua opera si connota per il vocabolo tôb nell’espressione “Dio vide che era cosa buona”. «Questo aggettivo della lingua ebraica è presente 741 volte nell’Antico testamento e viene tradotto nell’antica versione greca della Bibbia detta dei Settanta in tre diversi modi. Questo rivela che il termine “bellezza” non può essere ricondotto alla sola accezione di “bello”». Il primo aggettivo greco ha il significato di “bello”, poi si trova anche una voce traducibile come “buono” e infine compare un terzo termine che significa “utile”, “prezioso”, “significativo”. Il vocabolo tôb «riassume in sé anche gli altri termini […]. È importante osservare che il primo termine deriva dalla visione che Dio ha del suo capolavoro: la percezione del “buono” avviene tramite la vista, “Dio vide che era cosa buona” […]. Da ciò deriva lo stupore, l’ammirazione verso la bellezza che ciascun uomo nutre dentro di sé. Tutta la grande arte ha la capacità di far convivere insieme il bello, il buono e il vero».
La bellezza dell’arte può essere in un certo senso quindi un trigger point, un punto grilletto capace di innescare una rivoluzione negli uomini, anche nei giovani, anzi, soprattutto nei giovani che più di tutti sono alla ricerca di senso per la loro vita, con una fame e una sete “insuperabili”, proprie della loro età.
Se è vero che «la prima grande bellezza abita nella parola» (è sempre Ravasi, qui, a parlare), è anche vero che «il grande codice della cultura occidentale, cioè la S. Scrittura, ha creato un patrimonio iconografico straordinario per la rappresentazione artistica anche di Dio, sebbene ne abbia sempre proibito qualsiasi raffigurazione pittorica o scolpita». Ma proprio questo permette di far cogliere «la parola come un mezzo epifanico, rivelatore della bellezza divina». La Bellezza della Parola e quella dell’Arte diventano così capaci, in un certo senso, di “illuminarsi” a vicenda nel cuore e nella mente dell’uomo che ascolta e osserva. «L’arte diventa teofania e la bellezza della stessa storia umana può trasformarsi in un’estetica teologica pratica».

Il percorso da Lei seguito permette anche di accedere alla conoscenza di personaggi, temi, tempi, fatti che fanno parte della storia di un popolo determinante (almeno a livello religioso) e che sono entrati nell'immaginario collettivo, nella cultura e nella lingua di oggi. Dunque arte non solo come espressione di cultura ma anche come possibilità di accesso alla cultura...

Riprendo ancora alcune espressioni del Card. Ravasi (La Bibbia come «il grande codice» dell’occidente, in L’Osservatore Romano, 17 febbraio 2008): «La Parola deve comprimersi nello stampo freddo e limitato dei vocaboli delle regole grammaticali e sintattiche, deve adattarsi alla redazione di autori umani. È l'esperienza che tutti i poeti vivono nella sua drammaticità e tensione. Goethe nel Faust confessa che la parola muore già sotto la penna [...]. Eppure questa rigidità non riesce a raggelare e a spegnere l'incandescenza della Parola».
Anzi, la “vivacità” di questo fuoco si manifesta in fiammate sempre nuove proprio nelle varie forme artistiche che la traducono in linea, colore, forma, aggiungendovi anche il “calore” della dimensione psicologica. Bibbia e arte rappresentano un connubio indissolubile fin dagli inizi delle rappresentazioni artistiche paleocristiane, con episodi della Scrittura narrati nelle catacombe, sui sarcofagi, e poi con uno sviluppo progressivamente sempre più vasto nel tempo, che spazia dal mosaico alla miniatura, passando per le grandi vetrate del Gotico e approdando alle opere pittoriche e scultoree dei grandi maestri dei secoli successivi. Ma, e forse questo testimonia ancor di più la “potenza” comunicativa della Bibbia mediata dall’arte, anche attraverso oggetti apparentemente meno nobili: cuscini, vasi, piatti, piastrelle murali, cassoni sponsali, arazzi… oggetti certamente calati in un contesto prettamente meno artistico (e quasi artigianale), ma non per questo realizzati con minore dispendio di materiali preziosi o privi di messaggio.
I personaggi in essi rappresentati, infatti, vogliono sempre comunicare qualcosa a chi li possiede o a coloro ai quali saranno “esibiti”: così, sui cassoni sponsali viene ad esempio rappresentata la storia di Susanna e i vecchioni, quale modello di castità e di applicazione del retto e buon giudizio, mentre l’imperatore Eraclio avrebbe commissionato, fra il 613 e il 629/30 alcuni piatti in argento decorati con storie del giovane Davide non solo quale simbolo del proprio stato sociale, ma probabilmente anche a scopo autocelebrativo: la figura biblica sarebbe diventata figura simbolica del sovrano temporale, scelto anch’egli da Dio.
Si riesce a comprendere, anche grazie a questa vasta presenza del soggetto biblico negli ambiti più disparati dell’arte, come la Scrittura abbia espletato  – sottolinea sempre Ravasi – una vera e propria «funzione generativa per la cultura occidentale attraverso una presenza tale da renderla una sorta di "lessico" iconografico e di modello ideologico a cui attingere. Non per nulla Chagall affermava che le pagine bibliche sono "l'alfabeto colorato in cui per secoli i pittori hanno intinto il loro pennello"».
Certamente il mondo biblico è per molti versi un mondo distante, sotto tanti punti di vista, dal nostro: tessuto sociale, religiosità, usi, leggi… Ma è diverso e complesso anche il mondo stesso dell’arte del passato, in cui si sapeva comunicare attraverso elementi simbolici che potevano anche consistere nell’uso di un colore piuttosto che di un altro. Dove le opere presentate lo hanno consentito, i vari file offrono allora delle pillole di approfondimento che aiutano a comprendere meglio sia l’aspetto artistico di determinati quadri, miniature e sculture sia la vicenda narrata in qualcuno dei suoi aspetti storici, mitologici, tradizionali. Probabilmente l’associazione all’immagine, che si imprime più facilmente nella mente umana, aiuta in questo modo nella comprensione di alcuni aspetti di epoche, dinamiche e relazioni totalmente diverse dalle nostre.
In altri casi compaiono delle vere e proprie schede, dei “focus” su un determinato tema artistico, come nel caso di soggetti che hanno particolarmente attratto gli artisti dei vari secoli, o su determinate opere che rivestono magari una certa importanza. Spero che siano state viste dai lettori come delle sezioni di “curiosità” fra cui muoversi anche con una certa indipendenza rispetto al testo in sé, per saperne un po’ di più. Sempre mantenendo però il tono non eccessivamente impegnativo di un lavoro che è destinato a un pubblico vasto e disparato, pur nella serietà di ricerca e di stesura che c’è stata dietro.

Lei è venuta a contatto con tantissimi artisti, noti e meno noti (a noi), ciascuno con la sua propria visione/interpretazione dei personaggi e fatti e con la propria tecnica rappresentativa. Ha scoperto grandi differenze negli artisti lungo i secoli? Nel senso ad esempio di maggior attenzione al sacro o al profano, alla santità o al peccato, allo spirito e alla carne... così da esprimere anche lo spirito dell'epoca, della civiltà dell'uomo attraverso i dipinti relativi alla Bibbia?

Ci sono tre cose che, penso, possono destare la meraviglia e la curiosità (in senso buono) nel lettore, così come hanno destato le mie.
Da un lato, alcuni temi che nei primi secoli dell’arte cristiana sono sviluppati senza alcuna malizia (uno su tutti: Susanna e i vecchioni) assumono poi, nella stragrande maggioranza degli artisti, dei forti connotati sensuali, erotici, ed “esplodono” sulla scena del panorama artistico proprio per approfondire questo aspetto. Cito non a caso Susanna perché la sua vicenda è quanto mai attuale, dopo la campagna del “# MeToo” che ha fatto luce sulle molestie sessuali in vari ambiti del mondo artistico. L’arte biblica è stata inizialmente un modo di “istruire” sui temi della Bibbia, di dare insegnamenti morali, di fare catechesi, insomma; poi però è stata utilizzata anche quale espediente “lecito” per fare entrare nelle case dei committenti delle opere dal sapore ambiguo, che andavano a soddisfare più il voyeurismo della committenza stessa che il desiderio di confrontarsi con un soggetto della Scrittura.
Un altro caso, in tal senso, è quello della storia di Lot e delle sue figlie, che nell’interpretazione biblico-teologica non è animata da intento lussurioso, mentre questa rilettura diventa poi la vera motivazione che sta dietro il “boom” artistico del soggetto.
L’altro aspetto che mi ha molto meravigliata, cammin facendo, è aver scoperto che spesso l’arte colma delle lacune, per così dire, presenti nella narrazione biblica. Dove cioè la Bibbia lascia solo intravedere, o non lo fa affatto, sentimenti, stati d’animo, aspetti psicologici, le immagini artistiche riescono a “interpretare” il vissuto dei personaggi, e attraverso espressioni del volto, gesti, pose, permettono una riflessione articolata sull’umanità di queste figure, facendole sentire, in un certo senso, meno lontane da noi, perché umane come noi.
Infine, degno di nota è il percorso che alcuni artisti (penso a James Tissot, che si converte al cattolicesimo intorno ai 50 anni, o anche all'ebreo Marc Chagall) hanno deciso di seguire, recandosi nei luoghi in cui si sono svolte le vicende bibliche, per poter ritrarre in maniera più fedele personaggi e contesti, ma in questo modo compiendo anche un viaggio “personale” nella fede (non solo in quella cristiana) come esperienza che affonda le sue radici bibliche in un preciso ambito geografico, storico e quindi anche antropologico e culturale.

EvaIn questo lungo percorso quale tema o artista Le sono piaciuti di più e di meno? Quali "curiosità" ci può raccontare? E in cosa possiamo trovare anche delle peculiari caratteristiche moderne che ci sorprendono?

A dire il vero sono più d’uno i temi e gli artisti che mi hanno maggiormente impressionata. In un certo senso, per ogni capitolo di questa “saga” c’è stata una scoperta che ha lasciato in me un segno, una o più opere che mi hanno "mozzato" il fiato o su cui mi sono fermata a riflettere con più insistenza.
Fare nomi significherebbe quindi creare un vero e proprio… elenco! Però, se proprio dovessi scegliere, concederei una “menzione d’onore” alla scultura, che ha saputo trasporre con grande intensità scene e personaggi, senza far per nulla rimpiangere l’assenza di policromia, ma anzi, raggiungendo vette di lirismo e potenza veramente elevate. Si potrebbero citare le opere di Rodin (Eva dopo la caduta), Carl Röder (Adamo ed Eva), Hendrick Frans Verbruggen, (Adamo ed Eva scacciati dall’Eden, superbo pulpito in legno), Louis Ernest Barrias, (Il primo funerale), Henri Vidal (Caino dopo l’uccisione di Abele), Donatello, Michelangelo e Bernini (con le loro diverse versioni del David), William Wetmore Story (Dalila), Giovan Battista Lombardi (Susanna).

Come ne esce personalmente da questo "ciclo"?

La prima quasi ovvia parola che mi viene in mente è: arricchita. Sotto tanti aspetti, però: sul piano biblico ho avuto modo di riconfrontarmi con alcune storie e di approfondirne altre in modo nuovo, perché l’arte mi ha aiutata a staccarmi dalla visione “idealizzata” di certe figure della Scrittura, magari fino a prima collocate mentalmente solo in una nicchia. Adesso “vedo” in esse delle storie molto più complesse rispetto a quelle che a una prima lettura possono apparire. Sono storie che riflettono quelle dell’umanità, quindi anche la mia, fatta di fede, paure, fiducia, rischi, cadute e risalite. Sono storie che adesso, ascoltate anche durante le Celebrazioni Eucaristiche, mi parlano in modo nuovo, perché si proiettano in me come narrazione “vive”, che assumono di volta in volta le fattezze fisiche che quel determinato artista ha dato a ciascun personaggio, ma anche i sentimenti, i moti interiori che proprio gli artisti sono stati in grado di estrapolare ragionevolmente dalle loro vicende.
Sul piano artistico ho avuto modo di ampliare le mie conoscenze e di affinare, se così posso dire, anche l’occhio, per cogliere più sfumature e dettagli che possono sembrare insignificanti… ma magari si rilevano poi elementi chiave per comprendere meglio il tutto.

Diciamo che i suoi riferimenti principali sono stati pittori e scultori (o affini, come i miniaturisti, persino i mastri vetrai!). Pensiamo che la storia della fede della gente lungo i secoli potrebbe essere raccontata allo stesso modo attraverso le cattedrali, che sono anche un assoluto di bellezza, di sintesi tra vita, fede, aspirazioni, speranze del popolo, della borghesia, della Chiesa. Non Le viene l'acquolina in bocca... e magari non ci farà un altro regalo in futuro?

Ripenso alle tristi immagini dell’incendio che ha “colpito” la cattedrale di Notre Dame a Parigi, e allo sgomento con cui vi abbiamo assistito. Quello che si è perso non è stato semplicemente del “materiale”, ma proprio una storia e una sintesi di elementi diversi che erano dietro e dentro quei materiali, quelle opere, quei manufatti andati perduti.
In generale, andando con il pensiero alle grandi cattedrali del passato, sopratuttto quelle gotiche, ancora una volta cito quanto detto dal papa emerito: «Le cattedrali gotiche mostravano una sintesi di fede e di arte armoniosamente espressa attraverso il linguaggio universale e affascinante della bellezza, che ancor oggi suscita stupore […]. Un altro pregio delle cattedrali gotiche è costituito dal fatto che alla loro costruzione e alla loro decorazione, in modo differente ma corale, partecipava tutta la comunità cristiana e civile; partecipavano gli umili e i potenti, gli analfabeti e i dotti, perché in questa casa comune tutti i credenti erano istruiti nella fede. La scultura gotica ha fatto delle cattedrali una “Bibbia di pietra”, rappresentando gli episodi del Vangelo e illustrando i contenuti dell’anno liturgico, dalla Natività alla Glorificazione del Signore» (Udienza generale, 18 novembre 2019).
E quindi non posso che concludere: rimanete sintonizzati su questo canale. Il futuro potrebbe rivelare delle sorprese!

L'intervista si riferisce alla rubrica NPG «Storia "artistica" della salvezza», di cui qui offriamo il link:
http://notedipastoralegiovanile.it/index.php?option=com_content&view=article&id=12046:storia-qartisticaq-della-salvezza&catid=482:questioni-artistiche&Itemid=101