Giobbe in Conclave

Gianfranco Ravasi


Il 13 marzo di sette anni fa l'elezione di Papa Francesco

Non l’avevo mai incontrato prima di quei giorni. Ne avevo sentito parlare occasionalmente e conoscevo il suo profilo vagamente. Fu soltanto in quel piovoso pomeriggio di mercoledì 13 marzo 2013 che ci trovammo casualmente insieme da soli. Il cardinale Jorge Mario Bergoglio stava attraversando la sontuosa Sala Ducale con la sua scenografia barocca: fu lì che ci incrociammo e ci fermammo a parlare, procedendo e passeggiando poi nella successiva imponente Sala Regia coi suoi affreschi vasariani non propriamente “ecumenici” (la «Strage degli ugonotti», la «Vittoria di Lepanto», la «Scomunica di Federico ii»). Da lì saremmo entrati nella Cappella Sistina, ove insieme agli altri cardinali elettori partecipavamo al Conclave.
Fu lui stesso a rievocare il filo personale che ci univa e che era per me ignoto. L’incontro implicito era avvenuto proprio a Buenos Aires attraverso le mie pubblicazioni, due in particolare, un «duplice commento» al lezionario domenicale e soprattutto il vasto commentario che nel 1979 avevo elaborato su uno dei libri più sconvolgenti e misteriosi della Bibbia, quello di Giobbe. Erano quasi mille pagine, dedicate alle 8343 parole ebraiche di quel poema, al suo linguaggio rovente e soprattutto al suo enigmatico significato ultimo, non riducibile certo alla «pazienza» tradizionalmente assegnata al protagonista, né al puro e semplice scandalo della sofferenza.
In quell’opera l’interlocutore e attore principale, anche se assente se non nell’irruzione finale, è infatti il Dio indecifrabile, simile più a un trionfatore crudele che a un padre. Un libro per certi versi inafferrabile, come aveva confessato il suo grande traduttore e interprete latino san Girolamo che non esitava a compararlo a «un’anguilla o a una piccola murena: più la stringi, più ti sfugge di mano». Un libro squisitamente teologico, destinato a demolire le false immagini di Dio contrabbandate dagli amici teologi di Giobbe coi loro freddi teoremi speculativi. Questa divagazione su uno dei testi più celebri dell’Antico Testamento — anche a livello culturale oltre che popolare (Giobbe, come san Rocco, fu il protettore di malati infetti e, quindi, si potrebbe affacciare anche nei giorni attuali del coronavirus) — fa già intuire l’interesse e la sintonia tematica dell’allora arcivescovo argentino.
Egli aveva, infatti, tenuto un intero corso su quest’opera così alta, drammatica e teologica, capace di dare voce al respiro di dolore che sale incessantemente dalla terra al cielo e pronta persino a denunciare processualmente Dio: «Ecco qui la mia firma! L’Onnipotente mi risponda! Il protocollo scritto dal mio Avversario me lo assumerei sulle spalle, lo cingerei come un diadema e mi presenterei davanti a lui come un principe» (31,35-37). Nel suo percorso in quelle pagine così roventi Bergoglio riconosceva di aver avuto come compagno di viaggio proprio il mio commento e, quindi, indirettamente anche me, senza che ci fosse stato un incontro esplicito.
Alle 16.30 di quel pomeriggio entrambi entravamo nella Sistina e poche ore dopo quel dialogo, l’arcivescovo di Buenos Aires sarebbe divenuto Papa Francesco. Negli anni successivi, quando il nostro rapporto era divenuto più personale e costante, ho cercato nei molteplici interventi del suo magistero papale la presenza di una figura così provocatoria. Certo, si possono individuare i rimandi diretti, anche su squarci minori dell’incessante preghiera-protesta del sofferente biblico, come accade nell’Amoris laetitia (n. 20), ove affiora «l’amara confessione di Giobbe» che sperimenta «le molteplici difficoltà familiari che solcano» la sua vita: «I miei fratelli si sono allontanati da me, persino i miei familiari mi sono diventati estranei. [...] Il mio fiato è ripugnante per mia moglie e faccio ribrezzo ai figli del mio grembo» (19,13.17).
Altre volte è il grido lacerante di Giobbe, proposto nel Lezionario liturgico, un urlo insonne cristallizzato in parole simili a pietre, segnate persino da un’automaledizione: «Perisca il giorno in cui nacqui e la notte in cui si disse: È stato concepito un maschio» (3,3). Papa Francesco per due volte, nelle sue omelie del 30 settembre 2014 (per puro caso celebravo anch’io con lui quel giorno nella cappella di Santa Marta) e del 27 settembre 2016, ha sostato su questo grido che apre il poema biblico vero e proprio. E giustamente, nonostante i toni a prima vista disperati, egli lo considerava come «una preghiera speciale», nonostante abbia i colori di una maledizione, simile a quella che emetterà un ideale fratello di Giobbe, il profeta Geremia nel rovente c. 20 delle sue «Confessioni». Per il Papa «pregare è diventare verità davanti a Dio perché la vera preghiera viene dal cuore, dal momento in cui uno vive».
È «la preghiera del tempo del buio... vissuta da tanta gente che è nella situazione di Giobbe» che si confronta con «grandi tragedie e si domanda: Ma, Signore, io ho creduto in te. Perché credere in te è una maledizione?». È una «preghiera senza speranza», lanciata verso un cielo muto e indifferente. Seguendo un’antica tradizione spirituale, Francesco accosta a Giobbe «Gesù stesso che ha percorso questa strada; dalla sera al monte degli Ulivi fino all’ultima parola dalla croce: Padre, perché mi hai abbandonato?». E continua: «Non sono bestemmie ma sfoghi», che nel libro anticotestamentario raggiungono vette di violenza espressiva estrema, incarnano «uno stato d’anima oscuro, senza speranza, diffidente, senza voglia di vivere, senza vedere la fine del tunnel, con tante agitazioni nel cuore e nelle idee». Paradossalmente Lutero, proprio commentando Giobbe, affermava che «Dio gradisce di più le bestemmie dell’uomo disperato che non le lodi compassate del benpensante la domenica mattina nel culto».
Papa Francesco continua affermando che questo «pregare con autenticità» spazza via la retorica consolatoria degli amici teologi, avvocati difensori d’ufficio di un Dio che alla fine preferisce ai loro asserti l’urlo di Giobbe. Anzi, riduce a «stupidaggini» i loro interventi e ammonisce che «quando una persona soffre ed è nella desolazione spirituale, si deve parlare il meno possibile, aiutando invece con il silenzio, la vicinanza, le carezze». Ma a questo punto la sintonia dei temi giobbici con l’insegnamento e la stessa sensibilità personale di Papa Francesco dovrebbe essere rintracciata anche nell’immenso delta ramificato dei suoi messaggi. In essi, infatti, domina una sorta di filigrana costante: è l’empatia incessante con l’anelito di dolore, di miseria, di amarezza che pervade l’umanità e di cui egli si fa interprete, anche nell’apparente silenzio di Dio.
Eschilo, il grande poeta greco, nella sua tragedia I Persiani, era convinto che nessuna divinità porga orecchio alla voce lancinante del sofferente. Giobbe, alla fine, riceverà invece una risposta, mentre il cristianesimo andrà oltre e vedrà in Cristo il Figlio di un Dio che scende sulla terra e si pone spalla a spalla coi tanti disperati della terra, assumendo in pienezza quella particolare «carta d’identità» dell’umanità che è il dolore e la morte. Di fronte all’Olimpo e al Fato greco “apatici”, il Dio cristiano è “patetico” e di questo «pathos» divino, che è condivisione misteriosa e misericordiosa, Papa Francesco ne è testimone appassionato, come sanno le folle che da sette anni accorrono ad ascoltare la sua parola o che meditano i suoi testi.
Riguardo al settenario di anni del suo pontificato la mia è una piccola e marginale attestazione. Col nostro dialogo, Giobbe, in quelle ore decisive nella storia della Chiesa, era anche lui idealmente entrato in Conclave. Ne è poi uscito con la voce – più pacata e con tonalità minore, ma con altrettanta carica interiore – di Papa Francesco. Egli è consapevole – come scriveva (nella folla degli autori che nei secoli hanno ricreato questa figura biblica) il poeta francese Lamartine – che «quella di Giobbe non è la voce di un uomo ma è la voce di un tempo, è il primo e ultimo vagito dell’anima, anzi, di ogni anima».
A suggello di questa minuscola memoria personale su Papa Francesco, è per me naturale rievocare un autore a lui caro, anche perché ebbe l’occasione di averlo ospite per una settimana a Santa Fe nel 1965 in una scuola superiore dei Gesuiti ove Bergoglio insegnava. Si tratta di Jorge Luis Borges che confessava: «Di tutti i libri della Bibbia quelli che mi hanno appassionato di più sono il libro di Giobbe, l’Ecclesiaste e, evidentemente, i Vangeli». Anzi, a Giobbe egli aveva testimoniato questa sua predilezione sia dedicandogli una conferenza, pubblicata nel 1967 all’«Instituto de Intercambio Cultural Argentino-Israelí», sia approntando una prefazione alla Exposición del Libro de Job di Fray Luis de León (1527-1591), un autore mistico, considerato un classico spagnolo del «Siglo de Oro» di quella letteratura.
Borges era conquistato dallo sfolgorare delle immagini “barocche” con cui la tragedia giobbica è espressa, dal proteiforme procedere del libro e dalla «tenebra luminosa» (un ossimoro presente proprio in Giobbe 10,22) di quest’opera così terrestre-immanente e così divino-trascendente. Ma forse per Papa Francesco è il commento “cristologico” di Georges Bernanos nel Diario di un curato di campagna a esprimere in profondità i suoi stessi sentimenti: «Il buon Dio non ha scritto che dobbiamo essere il miele della terra, ma il sale. Ora il nostro povero mondo somiglia al vecchio padre Giobbe, pieno di piaghe e di ulcere, sul suo letamaio. Il sale, sulla carne viva, brucia. Ma le impedisce anche di putrefarsi».

(L'Osservatore Romano - 12 marzo 2020)