Uno stile di vita per tutte le età

Inserito in NPG annata 2016.


Domenico Barrilà *

(NPG 2016-07-10)

Un uomo di novantacinque anni si spegne sereno, circondato dall’affetto dei figli e di molti nipoti. Prima di chiudere gli occhi definitivamente sussurra qualcosa che quasi si perde nel bisbiglio che fa da sottofondo alla veglia dei suoi affetti, ma diversi tra di essi odono le parole, anzi l’unica parola pronunciata da quell’anziano uomo che si accommiata dalla sua vita. “Mamma”.
Il medesimo sostantivo che aveva aperto la lunghissima avventura del linguaggio verbale quasi un secolo prima, come se il tempo avesse assunto un percorso circolare ricongiungendo i due lembi del cammino di quella persona. L’inizio e la fine. Nel mezzo, una vita intera, molto estesa in questo caso, che gli studiosi avevano segmentato, come per tutti gli altri uomini, in tanti frammenti indipendenti, iniziati con la prima infanzia e terminati con la vecchiaia, quelle che chiamiamo le età della vita.
Studiare la vita dell’Uomo soffermandosi sulle varie epoche che egli attraversa nel corso del suo cammino, è stato di grande aiuto per migliorarne la conoscenza. Puntare l’obiettivo dei nostri strumenti di osservazione su segmenti temporali specifici, ancora oggi contribuisce ad aprire prospettive di enorme interesse, sia che esso si concentri sull’infanzia sia che scruti la vecchiaia. Le informazioni che possediamo sulle parti, sulle età della vita, aumentano costantemente e ci permettono di avere un’idea sempre più completa della persona. Notevolissime, ad esempio, sono le informazioni che ci arrivano sull’adolescenza dagli studi in atto sul cambiamento del cervello, utili a spiegare quelle manifestazioni del comportamento che disorientano gli educatori, mettendoli spesso di fronte a quadri del tutto differenti rispetto a quelli che erano abituati a osservare appena pochi mesi prima, quando i figli erano dei bambini e la loro temerarietà non creava le apprensioni che ora le turbolenze adolescenziali moltiplicano.
Tuttavia, dal punto di vista della comprensione generale del percorso di una persona, alla lettura per segmenti è necessario affiancarne un’altra, non in contrasto con essa ma complementare, capace di considerare la persona come un’opera originale e dotata di forti elementi di continuità, la stessa che ci consente di attribuire ad ogni singolo individuo un suo codice speciale, impossibile da contraffare, esattamente come il Dna.
Dunque, la necessità di segmentare la vita dell’individuo, giustificabile quando si vogliono reperire delle caratteristiche peculiari delle varie fasi che attraversa, non può trascurare quella coerenza psicologica che si manifesta in tutta la sua potenza quando analizziamo le strategie comportamentali della persona, quando cioè ci soffermiamo sui lineamenti del suo stile di vita.

“Stile di vita” è un’espressione che oggi viene utilizzata più che altro per definire i gusti, il modo di vestire e di divertirsi, di apparire. In realtà le cose non stavano così quando Alfred Adler la coniò, rendendo universale questa felice intuizione che, nelle intenzioni del grande psicologo viennese, doveva indicare il modo specifico attraverso il quale ogni singolo individuo persegue i propri obiettivi, consapevoli o inconsapevoli che siano. Qualcosa, dunque, che caratterizza la persona in ogni istante della sua vita, nella propria natura intima e nelle manifestazioni sociali.
Lo stile di vita si organizza molto precocemente e tende a persistere, con notevole coerenza, per tutto il resto della vita, una caratteristica che lega ogni possibile frattura anagrafica conferendo alla personalità movimenti espressivi persistenti, identificabili. Questo tratto di continuità è percepibile da chiunque osservi la persona nel suo manifestarsi, non occorrono particolari competenze scientifiche per cogliere una tale evidenza.
Proprio partendo da simili presupposti, viene da domandarsi se la segmentazione del percorso esistenziale di un individuo, della cui enorme utilità abbiamo detto, possa togliere più di quanto offre a coloro che si occupano dello studio dei comportamenti tenendo in scarsa considerazione i movimenti complessivi dell’individuo. In realtà i due approcci devono andare di pari passo per dare il meglio di sé, né l’uno né l’altro può essere escluso.
Se non si tiene conto della necessità di procedere su entrambe le strade e si privilegia la separazione dell’esperienza umana secondo il criterio anagrafico, studiandone l’evoluzione per fasi, si rischia di creare le condizioni per una perdita della trama che pervade il cammino della persona, rendendone più difficile la comprensione. Una sinfonia o una poesia, divise in tanti minuscoli frammenti, ascoltate separatamente, magari con pause lunghe, perderebbero tutto il loro fascino e il soprattutto il loro significato. Se in tempi differiti introduciamo in una bottiglia delle piccole quantità di acqua, preventivamente colorate in modo diverso, non saremo più in grado di separare i vari contributi, che si mischieranno assumendo un colore omogeneo. Così funziona nella vita interiore degli esseri umani, così è persino nelle vastità dell’universo, dove le temperature su larga scala tendono a essere omogenee.
Tuttavia evocare il concetto di stile di vita e la sua natura continua non significa parlare dell’atomo del ferro, il più stabile che conosciamo, ossia di una struttura quasi perenne e immodificabile, ma semplicemente ricordare che il mondo interiore di ogni persona è attraversato da una trama precisa, individuabile proprio nelle sue manifestazioni, quale che sia l’età dell’individuo.

Questa impronta non nega affatto i cambiamenti, che possono essere anche cospicui, si limita semmai a registrare che essi tendono a verificarsi all’interno di modalità riconoscibili, così come la persistenza del Dna non impedisce all’essere umano di modellarsi in modo originale, sempre però all’interno di coordinate piuttosto familiari. Una donna di sessant’anni racconta di andare soggetta ad attacchi di ansia da circa un anno, poi però precisa: “Mi sono sempre dovuta misurare con la mia ansia e con le mie paure, fin da quando ero bambina, talvolta mi svegliavo di soprassalto. Dormivo sempre con la lucina accesa perché il buio, almeno per me, era popolato di minacce. Anche adesso il mio rapporto con il buio è rimasto quello di allora”. Racconti pervasi da una logica simile sono molto frequenti, è molto raro che un sintomo, anche quando sembra insorgere all’improvviso, sia privo di antecedenti nella vicenda biografica della persona interessata.
Potremmo paragonare lo stile di vita al letto di un antico fiume oramai prosciugatosi, oggi il suo bacino si è ridotto in larghezza ed è meno profondo rispetto al passato, i suoi stessi contorni sfumano sempre più nel territorio che un tempo attraversava con le sue acque maestose e inarrestabili. Tuttavia un occhio allenato coglierebbe ancora oggi i tratti del suo disegno, gli indizi inequivocabili della sua remota presenza, dalle sorgenti sino alla foce. Certo, per facilità di studio, potremmo dividere il tracciato in segmenti, a patto però di non perdere mai di vista lo spettacolo della sua continuità, il solo che può darci indicazioni precise su quella che fu la “personalità” del corso d’acqua, dell’intimo legame che intrattenne con il territorio, dei cambiamenti che l’uno e l’altro subirono a causa degli effetti che proiettarono l’uno sull’altro, reciprocamente.
Possiamo prendere atto di questa peculiarità osservando la nostra stessa esperienza personale o quella di persone a noi vicine. Se ci capitasse di mettere a confronto un ricordo remoto con un sogno recente dello stesso individuo, non potremmo sfuggire alla sensazione di trovarci in un ambiente piuttosto “omogeneo”, una sorta di paesaggio “tipico”, singolare, proprio solo di quella persone, un ambiente che non incontreremo in nessun altro essere umano.
Certi impasti di colore, certi climi, certe sensazioni, potremo ritrovarli sempre nell’animo di quella sola persona. Nel lavoro educativo, prima ancora che in quello clinico, i segni della continuità si manifestano in tutti gli individui di cui ci si occupa, senza eccezione alcuna, anche quando sembra di trovarsi di fronte a comportamenti scollegati tra di loro e persino caotici. Basta avere pazienza e mettersi in attesa, alla lunga la trama delle manifestazioni si comporrà davanti ai nostri occhi.
Proprio tale specificità, che come si diceva rappresenta l’impronta digitale interiore di quel singolo individuo, ciò che lo rende riconoscibile all’osservatore esterno, permette all’educatore, nel caso ci si trovi di fronte ad un bambino oppure ad un ragazzo, di intervenire in maniera ragionata e consapevole, senza tirare a indovinare, atteggiamento che raramente genera conseguenze positive. Se non esistesse una trama, se fosse assente un orientamento, un punto verso cui tendono i movimenti di un bambino o di un ragazzo, il terapeuta o l’educatore brancolerebbero nel buio e i loro interventi sarebbero, specularmente, improvvisati.

Lo Stile di Vita possiede numerose qualità che lo caratterizzano, innanzi tutto la precocità. Le sue linee di indirizzo fondamentali si abbozzano molto presto e già intorno ai 5/6 anni mostrano tratti piuttosto definiti e riconoscibili.
Ciò non significa che la sua trama è scritta in modo definitivo, sarebbe una notizia sconfortante, come lo sarebbe assistere ad una gara sapendo in anticipo il risultato, semmai ci avvisa che ci troviamo di fronte ad una creatura che inclina già a muoversi all’interno di alcuni sentieri individuabili. Del resto basterebbe chiedere a qualsiasi insegnante della scuola dell’infanzia e delle elementari, se riconosce i bambini sulla base del nome e del cognome o piuttosto dal loro modo di agire all’interno del gruppo sociale, uno sfondo rivelatore di notevole utilità per chi desideri approfondire la conoscenza degli esseri umani. Lo stesso criterio, ovviamente, varrebbe se applicassimo il ragionamento a persone adulte, con l’avvertenza che i bambini si manifestano con minori artifici rispetto ai grandi.
Il riferimento al gruppo non è casuale, giacché il comportamento sociale di ogni individuo è in qualche modo la drammatizzazione dell’opinione che egli possiede di se stesso, infatti il posto che ognuno tenderà a ritagliarsi all’interno della struttura sociale di riferimento è la conseguenza di tale giudizio. Per questa ragione, un educatore deve considerare un suo potente alleato la vita sociale del bambino e del ragazzo. Un insegnante, il responsabile di un gruppo educativo qualsiasi, possiede un vantaggio enorme, persino sugli stessi genitori, che vedono il figlio tutti i giorni ma non in situazioni di vita sociale allargata. Questo spiega, ad esempio, le frequenti disparità di vedute che si verificato tra un insegnante e un genitore durante i periodici colloqui scolastici, talvolta sembra che parlino addirittura di persone diverse, soprattutto i genitori pensano di essere certi delle loro opinioni, non solo per il naturale orgoglio della mamma e del papà, che non sempre rende obiettivi, ma semplicemente perché, avendo passato una quantità di tempo enorme col proprio figlio, credono di conoscerlo alla perfezione. Una pretesa comprensibile, ma non necessariamente fondata, la stessa che potrebbe accampare il gestore di un garage, presso il quale le macchine passano gran parte del loro tempo. Egli di certo le conosce una ad una, gli sono noti il modello, il colore, la cilindrata, ma le guida solo per metterle a posto quando gli vengono consegnate o quando i proprietari vengono a ritirarle. Non ha mai avuto la possibilità di condurle su strade cittadine, extraurbane, autostrade.
Il modo in cui il minore nuoterà nel proprio liquido di Archimede parla di lui, racconta all’osservatore quello che egli pensa di stesso, il giudizio definitivo che sembra avere dato di sé. Ovviamente si tratta di un giudizio spesso carente di obiettività, influenzato in modo notevole dal naturale sentimento di inadeguatezza di cui egli è portatore, il medesimo che lo spingerà nel corso della sua vita a commettere errori di valutazione e a emettere risposte incongrue.
In questo senso possiamo attribuire quasi un valore diagnostico ai movimenti che un individuo compie all’interno di un gruppo sociale. Più o meno ciò che accade quando cerchiamo di rappresentare un suono attraverso un’immagine pittorica, rendendolo in qualche modo visibile.
Tale opinione che il bambino si è costruita di sé, è frutto di impressioni prese nelle fasi iniziali del percorso, quando sperimenta una serie infinita di “prime volte” e, non avendo modo di comparare con esperienze precedenti quanto gli accade, tenderà a sovrastimare il significato dei primi passi incorporandoli nella propria opinione come un riferimento assai credibile.
Nella vita sociale, dunque, noi vediamo all’opera persone che recitano quella che credono sia la loro parte, ispirate da convinzioni arbitrarie e talvolta dannose che generano molte delle turbolenze che noi vediamo in azione nelle loro manifestazioni comportamentali.
Se le cose stanno in questi termini, sarà soprattutto nella sua collocazione all’interno del gruppo sociale che noi dovremo cercare le tracce dell’idea che una persona conserva di sé. Se vogliamo conoscere gli orientamenti profondi di ogni individuo dobbiamo considerarlo nel suo rapporto con gli altri, segnatamente nella sua capacità di dare e di ricevere. Da qui la difficoltà di valutare un individuo isolandolo dal suo rapporto con la società. Dobbiamo ad Alfred Adler queste intuizioni, che ci aprono un campo di indagine potenzialmente sconfinato, quello delle interazioni, spostando l’attenzione della psicologia dall’uomo isolato all’uomo situato.
Chiudo queste note sulla precocità della formazione dello stile di vita, ricordando che il periodo in cui si gettano le fondamenta del nostro modo di essere, il bambino lo trascorre per la maggior parte all’interno del proprio nucleo familiare di appartenenza. Sarà quello il primo spaccato di vita sociale che egli vedrà in azione, dunque il luogo in cui prenderà la maggior parte delle impressioni che modelleranno i suoi pensieri e le sue azioni. La famiglia rappresenta tutti i giorni al bambino un modo di intendere i rapporti sociali e i valori su cui dovrebbero essere fondati, è ovvio che tali comunicazioni non possono estinguersi a comando.

A questa prima caratteristica dello stile di vita, la precocità, se ne affiancano altre che contribuiscono a restituirci un’immagine definita e riconoscibile della persona, quale che sia la situazione in cui noi la osserviamo. La continuità e coerenza, che già abbiamo in parte accennato, sono fondamentali.
Lo stile di vita tende alla continuità e alla coerenza, caratteristiche che ci forniscono notevoli indizi per la sua comprensione, quale che sia il segmento del percorso esistenziale che prendiamo in considerazione. Una ragazza che aveva lasciato la scuola in quarta superiore perché condizionata da fortissimi attacchi di ansia, racconta di avere provato le medesime difficoltà durante la scuola dell’infanzia, anche in quel caso prevaleva l’atteggiamento astensionistico, ed erano più le mattine che trascorreva con la nonna materna che con i bambini della sua classe.
Certi tratti tendono a prendere il sopravvento soprattutto se nelle fasi di esordio non vengono contrastati dagli educatori. Tali omissioni creano le condizioni che consentono al bambino di percepire un vantaggio nel suo comportamento. Come si diceva in precedenza, ciò non significa fissità, ma semplicemente riconoscibilità, con tutta la messe di opportunità che questo comporta, giova ripeterlo, per chi svolge compiti genitoriali, educativi, terapeutici.
A queste note caratteristiche fa da cornice quella che certamente è la qualità più nobile dello stile di vita, ossia la sua unicità, che si struttura principalmente con il contributo di 3 ingredienti. Il primo è neurologico. Durante la gestazione nel nostro cervello vengono generate circa 250 mila cellule nervose al minuto, alla fine del processo produttivo saranno circa 100 miliardi, queste, attraverso i loro filamenti, stabiliranno un numero impressionante di connessioni. Saranno questi diagrammi di cablaggio, ossia il tipo di connessioni che saranno gettate, a decidere in parte come saremo. Ma il segreto della diversità tra un cervello e l’altro è nel numero di connessioni possibili, che sono, secondo Gerard Edelman, pari al numero uno seguito da 36 mila zeri. Un numero infinito di combinazioni possibili all’interno delle quali ogni cervello sceglierà le proprie. Non può accadere, neppure per caso, che due cervelli “peschino” le stesse connessioni, ragione per la quale possono esistere due diagrammi di cablaggio perfettamente uguali, e dunque nemmeno due cervelli identici. Il secondo contributore dell’unicità è l’ambiente, che funziona su di noi come uno scalpello affilato. L’ultimo, forse decisivo, è la nostra capacità di prendere impressioni soggettive dalla realtà circostante, interpretandola in modo originale. Anche questa parte è più facile da verificare, basta entrare in una classe e chiedere ai presenti di dare un giudizio scritto sull’insegnante che si è appena allontanato dalla cattedra, dopo avere finito la lezione.
La caratteristica dell’unicità è fondamentale per impostare qualsiasi intervento educativo. Noi alleviamo sempre individui non gruppi sociali, l’influenza che ogni individuo proietta sull’ambiente sociale in cui è calato, è un effetto secondario della sua formazione.
Ma vi sono ulteriori caratteristiche dello stile di vita che vale la pena tenere in considerazione. Importante è la sua fedeltà all’orientamento finalistico della nostra psiche. Quando siamo di fronte ad un bambino o un ragazzo, nel suo comportamento possiamo percepire che le loro linee di movimento sono orientare “in avanti”, verso uno scopo, che in genere è rappresentato dal raggiungimento di una condizione di sicurezza e di un aumento della considerazione da parte dei propri simili. Sono scopi che tutti gli essere umani condividono, ciò è che diverso è il modo in cui tali scopi vengono perseguiti. In questa ricerca possono prevalere modalità pro o anti sociali. Ciò che siamo disposti a fare per raggiungere i nostri obiettivi, rende chiaro se dentro di noi prevale il sentimento sociale (ossia, un genuino interesse per i nostri simili) oppure la volontà di potenza (la propensione a elevarsi a tutti i costi, in dispregio degli interessi collettivi).
L’educazione è lo strumento, preziosissimo e insostituibile, attraverso il quale si può rendere il dosaggio delle due istanze funzionale allo sviluppo dell’educando e agli interessi della collettività. Per vincere una gara, si può lavorare duramente su di sé, sviluppando dei talenti, che comunque diventeranno patrimonio comune, oppure si possono danneggiare i propri avversari minandone la capacità di competere. Nel primo caso ci sarà stato un guadagno collettivo, nel secondo avremo perso tutti.
Alfred Adler sosteneva che la psicologia non è in grado di dare significato ad alcuna esperienza se prima non la fa passare attraverso il filtro della vita sociale. Difficile contraddirlo. Troppo spesso dimentichiamo questo principio basilare, in grado di darci conto della nostra natura interiore. Se non potessimo contare sullo sfondo rivelatore della vita sociale, le manifestazioni della nostra personalità risulterebbero neutre, prive di sostanza, si disperderebbero nell’aria, come accadrebbe ad una pellicola proiettata nel vuoto, senza uno schermo pronto ad accogliere lo scorrere dei suoi fotogrammi. Persino quelle fasi della nostra esistenza che chiamiamo età della vita, passerebbero come fantasmi, se non vi fosse lo scenario sociale a ospitarle e lo stile di vita a renderle riconoscibili.

* Analista adleriano e scrittore.