Dall’albero al pranzo:

il significato dei simboli

del Natale

Enzo Bianchi

Nel famoso testo di Antoine de Saint-Exupéry la volpe dice al piccolo principe: “Ci vogliono i riti, ovvero ciò che rende un giorno diverso dagli altri giorni, un’ora dalle altre ore”.
Natale è certamente la festa più ricca di simboli nel nostro occidente: simboli e riti caratterizzano questi giorni e di fatto determinano in noi sentimenti, emozioni, o anche rigetto, ma la loro presenza e la loro frequenza non ci sono indifferenti. Essi, infatti, sono gli ingredienti della festa, riconosciuti come tali da molti, e quindi in qualche modo la organizzano.
Già la data del Natale è simbolica. La cultura pagana celebrava il 25 dicembre, giorno del solstizio d’inverno, la festa del “Sole invincibile”: nel solstizio il sole, dopo aver declinato all’orizzonte, comincia a rialzarsi e le giornate si allungano. Fin dal IV secolo la chiesa trasformò questa ricorrenza nella festa della nascita del nuovo Sole, Gesù il Messia, la luce del mondo. Così nella notte più lunga dell’anno, a mezzanotte i cristiani si radunano nelle chiese per celebrare la nascita di Gesù, il Dio fattosi uomo come noi, per noi, in mezzo a noi.
Ma prima di recarsi in chiesa per la celebrazione, fino a pochi decenni or sono, in molte famiglie delle nostre contrade settentrionali, si accendeva nel camino un grande tronco, “il ceppo di Natale”, che bruciava lentamente e scaldava quanti dopo la messa tornavano nella notte infreddoliti dal cammino e trepidanti per la festa.
Quel ceppo era una gioia per tutti i bambini che, rientrati in casa, trovavano il presepio che avevano preparato con molta cura e arte nei giorni precedenti e deponevano la statuetta del bambino appena nato nella mangiatoia lasciata vuota. Il presepio diceva a tutti cos’era il Natale. Tra muschi raccolti nei boschi, montagne fatte di carta, casette e statuine di pastori, di uomini e donne intenti a vari mestieri, c’era una capanna e in essa Maria, Giuseppe e il piccolo Gesù: tutti andavano verso di lui… L’ideatore del presepio fu Francesco di Assisi che a Greccio nel 1223 volle rappresentare con uomini, donne e bambini in carne e ossa la scena della nascita di Gesù nella povertà e nell’umiltà. Da allora quella nascita cominciò a essere rappresentata in vari modi, fino alle figurine e alle statuine dei nostri giorni. I bambini, e anche gli adulti, erano mescolati in mezzo ai pastori nel guardare a quella grotta, a quell’infante che portava tanta gioia e pace sulla terra. Nel secondo dopoguerra questa raffigurazione era ornata di candeline, poi di lucine elettriche: simboli di luce, piccole stelle o piccoli soli davano gioia, era qualcosa di inedito, che creava in tutti stupore.
Accanto al presepio c’era l’albero di Natale, un abete o un pino cercato nel bosco e issato in un angolo della casa. Anche questo simbolo è antico: risale a san Bonifacio (723) che rese cristiano l’uso di portare nelle case di legno un piccolo abete verde, a significare la resistenza della vita anche nel rigido inverno del nord. Nel dopoguerra, segnato dalla miseria, lo ornavamo con frutta: dai rami pendevano mele, mandarini, arance, pere, datteri, più tardi sostituiti da palle brillanti e da lucine che si illuminavano a intermittenza. L’albero, che restava fino all’Epifania, era ciò che più creava l’atmosfera di festa, che rendeva la casa diversa per qualche settimana, ed era sotto l’albero che si trovavano i regali. Per conservare l’anonimato, affinché nessuno se ne annettesse la paternità (“questo è del papà, questo della mamma, questo della nonna…”), si attribuivano i doni a Gesù bambino, a Babbo Natale, versione italiana del san Nicola nordico, alla Befana. Prima o poi noi bambini scoprivamo che non c’era nessuna discesa nel camino da parte di Babbo Natale, nessuna visita dal cielo di Gesù bambino, nessuna vecchia a cavallo di una scopa: ma in questo modo i doni erano di chi ci amava, senza troppi individualismi. Era un inno alla gratuità, alla non reciprocità – i i bambini non potevano fare doni analoghi), era un accogliere i regali con stupore e meraviglia. Per tutti c’erano doni, più o meno poveri, perché alle famiglie misere si portava qualcosa affinché potessero anche loro fare regali ai figli, altrimenti non sarebbe stato Natale!
Ma la grande festa simbolo dalla convivenza e della gioia condivisa era il pranzo: a quel tempo sì, tutti insieme! Tutti cercavano di essere a casa, e chi tra i parenti era restato solo veniva invitato. A volte le famiglie piccole si mettevano insieme, per non fare Natale da soli, essendo la gioia proporzionata alla condivisione. Sopra la tavola pendeva l’agrifoglio con le bacche rosse o il muschio con le bacche bianche, antichi simboli celtici, che non potevano mancare tra gli addobbi, insieme alla stella cometa, che nessuno aveva mai visto ma che tutti credevano presente nella notte di Natale. A tavola i piatti erano molti, diversi tra le varie regioni, ognuna caratterizzata da un proprio menù natalizio. Io ricordo tanti antipasti, i ravioli e infine il cappone che dominava la tavola ed era portato fumante, tra esclamazioni di approvazione. Ma in molte case c’erano anche un piatto e una sedia vuoti. Quando noi bambini chiedevamo a chi fossero riservati, ci veniva detto: “Quel posto è per un povero, un mendicante che potrebbe arrivare: se viene, sta a tavola con noi”. Così noi aspettavamo, e anche se non sempre arrivava qualcuno, c’era comunque attesa, volontà di accoglienza. Diceva mio padre: “Non deve succedere come a Giuseppe, che non c’era posto per il Natale di suo figlio!”.
acaNessun idealismo in questi riti e simboli: allora come oggi chi festeggiava il Natale soffriva ferite, faceva fatica a vivere, aveva parole inghiottite… Ma, oggi come allora, anche a Natale ridiciamo l’attesa, la speranza e mettiamo un po’ di fiducia nella vita, negli altri.

(“La Stampa” - 24 dicembre 2019)