Il dies natalis di Stefano

fratel Valerio - Bose


26 dicembre 2019

In quel tempo, Gesù inviò i dodici discepoli dopo averli così istruiti:"17Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; 18e sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. 19Ma, quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte, perché vi sarà dato in quell'ora ciò che dovrete dire: 20infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi.
21Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno. 22Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato".
Mt 10,17-22

“Carissimi, non meravigliatevi della persecuzione che, come un incendio, è scoppiata in mezzo a voi per mettervi alla prova, come se vi accadesse qualcosa di strano. Ma, nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi…” (1Pt 4,12-13). Pietro si fa chiara eco della parola di Gesù ascoltata nel vangelo: la persecuzione non è “qualcosa di strano” per il discepolo del Signore, ma sta nello spazio delle possibilità reali. E Pietro ne farà l’esperienza diretta. Il cristiano, infatti, non è solo chiamato a rinnegare se stesso, cioè a mettere a morte il proprio io egoistico, e a prendere la propria croce per seguire il Signore, ma può essere chiamato anche alla testimonianza suprema del martirio.
Nel testo evangelico odierno possiamo individuare, dalle parole stesse di Gesù, almeno tre elementi che caratterizzano il martire cristiano:
“per causa mia”: il martire non è un eroe, è un discepolo di Gesù che vive la fedeltà al suo Signore fino all’estremo, perché ha una ragione per cui vivere e per cui morire;
“per dare testimonianza”: il martirio non è gesto “contro”, bensì “per”. Testimonia che per amore si è disposti anche a perdere la vita, perché l’amore è più forte della morte;
“è lo Spirito che parla in voi”: è dallo Spirito che il martire riceve forza di parola e coraggio nel sostenere la prova. È grazia a caro prezzo, certo, ma è anzitutto grazia.
La figura del testimone/martire trova un esempio quanto mai eloquente in Stefano, il primo martire cristiano, di cui si celebra oggi la festa, all’indomani del dies natalis di Cristo Gesù. Non è una bizzarria tale accostamento: la chiesa, con grande sapienza, ha voluto porre la memoria del martire il giorno successivo al Natale per sottolineare lo stretto legame che esiste tra incarnazione e martirio. Nel martirio di Stefano, infatti, la liturgia celebra il paradosso cristiano del Figlio di Dio che nasce e muore per dare al mondo la vita, e ricorda così che chi si mette alla sequela di Cristo si dispone liberamente al dono di sé, anche fino al martirio.
Luca, che negli Atti degli apostoli ci ha consegnato i tratti della prima comunità cristiana, nei capitoli 6 e 7 dedica ampio spazio alla figura di Stefano. Colpisce soprattutto il finale del capitolo 7, in cui Luca descrive la morte del martire mettendo in evidenza la forte somiglianza tra la sua morte e quella di Gesù descritta nel terzo vangelo.
Stefano, infatti, muore invocando il perdono per chi gli toglie la vita (At 7,60; cf. Lc 23,34) e facendo totale consegna di sé al Signore (At 7,59; cf. Lc 23,46). Con una differenza di rilievo: Gesù si rivolgeva al Padre, Stefano si rivolge al “Signore Gesù”, che egli contempla quale “Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio” (At 7,56). Sì, Gesù è ormai definitivamente il Signore glorificato, che sta in piedi alla destra di Dio nel gesto dell’intercessore. E anche Stefano, discepolo fatto somigliante al suo Maestro, conclude la propria vicenda terrena con un grido di intercessione: “Signore, non imputare loro questo peccato!” (At 7,60).
È con questo grido che Stefano muore. Anzi, nasce. È il suo dies natalis, la sua nascita alla vita piena. “Chi avrà perduto la propria vita per causa mia – ha detto Gesù –, la troverà” (Mt 10,39).