Beati i poveri

Matteo Crimella
 

Sul finire del 2015 è stato pubblicato anche in Italia un profondo e complesso saggio di una delle più grandi esperte contemporanee di sociologia ed economia, l’olandese ma ormai statunitense di adozione Saskia Sassen, intitolato non certo casualmente Espulsioni.
Brutalità e complessità nell’economia globale (il Mulino, Bologna). Oltre a un’analisi documentatissima del sistema economico mondiale, la Sassen introduce una categoria la cui attualità è fuori discussione, quella dell’espulso. La sociologa impiega questo termine per descrivere una varietà di situazioni: il numero crescente di poveri in tutti i Paesi del mondo, gli sfollati ammassati nei campi profughi, le minoranze perseguitate, i contadini costretti ad abbandonare le loro terre e i lavoratori i cui corpi vengono consumati sul posto di lavoro già in giovane età, le braccia forti che sarebbero utili al mondo del lavoro stipate in ghetti e baraccopoli. Questa massiccia espulsione è il segnale di una ben più profonda trasformazione del sistema che sta portando in una nuova fase il capitalismo globale. «Gli spazi degli espulsi – conclude Sassen – esigono con forza di essere riconosciuti sul piano concettuale. Sono tanti, stanno crescendo e vanno diversificandosi. Sono realtà concettualmente sotterranee che devono essere portate alla luce. Sono potenzialmente i nuovi spazi in cui agire, in cui creare economie locali, nuove storie, nuovi modi di appartenenza» (ivi, 238).
A fronte di una descrizione così inquietante, fermare l’attenzione su alcune pagine del Vangelo secondo Luca consacrate al tema della povertà e della ricchezza potrebbe apparire un esercizio puramente estetico, una specie di fuga mundi possibile solo a persone che non sono toccate da questi gravi problemi o non vogliono vederli. In realtà così non è: la narrazione biblica è in grado di offrirci una prospettiva, se teniamo fermo il principio che non possiamo cercare nessuna ricetta nelle pagine della Scrittura, né tantomeno possiamo confondere la complessità del mondo contemporaneo con il mondo antico.

La povertà come beatitudine?

Iniziamo questo itinerario sul binomio povertà-ricchezza nel testo lucano dal passaggio sulle beatitudini. Quando vengono evocate, la memoria torna immediatamente al Vangelo secondo Matteo e all’inizio del cosiddetto Discorso della montagna: Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati e così via (Matteo 5,3-12). Ma anche l’evangelista Luca riporta le beatitudini, in quello che viene chiamato il Discorso della pianura (Luca 6,17-49). Matteo elenca nove beatitudini, mentre Luca ne riporta solo quattro e le bilancia con quattro guai (Luca 6,20-26). Matteo, dopo il cosiddetto “macarismo” (beati), definisce una situazione ben precisa: i poveri in spirito, i misericordiosi, ecc.; Luca, invece, attribuisce la beatitudine agli interlocutori di Gesù. Inoltre, nonostante la comunanza del linguaggio, ogni evangelista sottolinea alcuni aspetti molto particolari: laddove Luca parla di poveri (Luca 6,20), Matteo invece di poveri in spirito (Matteo 5,3), mentre Luca si rivolge a quelli che hanno fame ora (Luca 6,21), Matteo si riferisce a quelli che hanno fame e sete di giustizia (Matteo 5,6). In altre parole, le beatitudini di Luca sono meno precise di quelle di Matteo, più sfuggenti, ma per questo più aperte ed evocative.

Luca 6,20-26

20 Ed egli, alzati gli occhi verso i suoi discepoli, diceva: «Beati (voi) poveri, perché vostro è il regno di Dio. 21 Beati (voi) che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati (voi) che ora piangete, perché riderete. 22 Beati quando gli uomini vi odieranno, quando vi escluderanno, vi insulteranno e respingeranno il vostro nome come infame a causa del Figlio dell’uomo. 23 Gioite in quel giorno ed esultate; perché, ecco: la vostra ricompensa è grande nel cielo. In questo modo infatti agivano i loro padri coi profeti».
24 Ma guai a voi ricchi, perché avete la vostra consolazione. 25 Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai (a voi) che ora ridete, perché sarete nel lutto e piangerete.
26 Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi. In questo modo agivano i loro padri verso i falsi profeti».

Che cosa è una beatitudine? Che significato riveste la proclamazione di qualcuno come beato? Le beatitudini appartengono al linguaggio sapienziale, ovverosia a quel linguaggio biblico che cerca di definire nella fede il senso dell’esistenza. Due sono le caratteristiche della beatitudine: da una parte constata una situazione, dall’altra ammonisce gli ascoltatori. Se infatti essa addita pubblicamente uno stato di gioia, di soddisfazione, di felicità, al contempo indica una determinata condotta da seguire per raggiungere quella condizione. Ma la beatitudine ricorre pure alla dimensione emotiva del linguaggio, sollecitando l’ascoltatore ad accendersi di desiderio per una situazione appetibile, invidiabile. Infine bisogna aggiungere che la beatitudine possiede sempre un carattere spiccatamente religioso, pur rimanendo strettamente legata alla sfera della vita degli uomini: essa riesce a introdurre sentimenti profondamente religiosi anche nel caso di proclamazioni di felicità più terrene.
Le beatitudini in Luca, in netta contrapposizione coi guai, si rivolgono direttamente agli interlocutori e li descrivono come persone povere, in contrasto con coloro che sono ricchi; come gente che ha fame, in opposizione a coloro che sono sazi; come persone che piangono, mentre altri ridono; come un gruppo che è oggetto di persecuzione, contrariamente a coloro che sono lusingati. Non si tratta di condizioni spirituali, ma di situazioni concrete, economiche e sociali assai penose. Sono gli esclusi descritti dalla Sassen. Le prime tre beatitudini, in particolare, non indicano categorie distinte, ma un unico gruppo visto sotto tre angolature diverse: i poveri sono coloro che soffrono la fame e che, a motivo di questa indigenza, piangono. La quarta beatitudine, più estesa delle prime tre, si riferisce chiaramente a coloro che seguono Gesù e sono perseguitati. A tutti costoro è promesso un bene futuro, nel cielo (Luca 6,23), la cui garanzia è offerta già al presente: vostro è il regno di Dio (Luca 6,20). Benché i discepoli a cui Gesù si rivolge siano privi di beni materiali, fragili, emarginati e perseguitati, tuttavia le condizioni attuali di vita saranno capovolte quando Dio li riabiliterà nel Regno. Il capovolgimento dei destini di questi poveri dà concretezza alla promessa del profeta Isaia proclamata da Gesù a Nazareth (Luca 4,18-19).
Il secondo gruppo a cui Gesù si rivolge non è maledetto, ma avvisato a proposito del futuro. Le “beatitudini capovolte” sono introdotte da un efficace guai (in greco ouaí), che fa risuonare il termine hoy dell’Antico Testamento, la tipica interiezione utilizzata dai profeti all’inizio della lamentazione funebre (cfr Amos 5,18; Osea 7,13; Isaia 1,4). In altre parole, Gesù non maledice i ricchi, ma ironicamente intona su di loro un canto funebre, affinché gli uditori comprendano e operino un cambiamento. I guai sono dunque severi ammonimenti che urgono la conversione dei ricchi, dei sazi, di coloro che ridono e che il mondo rispetta. Essi hanno ora la loro consolazione (Luca 6,24), a differenza dei poveri che sono in possesso del regno di Dio (Luca 6,20).
Tale capovolgimento esprime la stessa logica cantata nel Magnificat (Luca 1,51-53) e anticipa quanto sarà detto nella parabola di Lazzaro e del ricco (Luca 16,19-31): la situazione attuale in cui ci si trova a vivere non esaurisce l’esistenza, Dio prepara qualcosa di radicalmente nuovo. Proprio tale concentrazione sul mistero di Dio permetterà di comprendere gli ammonimenti di Gesù a proposito della ricchezza. Ma per far questo bisogna procedere nella lettura del Vangelo di Luca, affrontando la questione del possesso dei beni materiali.

In che cosa rifugiarsi?

La domanda di un anonimo personaggio per dirimere una questione di successione – Maestro, di’ a mio fratello di dividere con me l’eredità (Luca 12,13) – permette a Gesù di affrontare la questione del possesso dei beni materiali e delle necessità fisiche del vivere, con un insegnamento rivolto anzitutto alle folle e poi ai discepoli.
Le leggi che regolavano la spartizione dell’eredità erano state stabilite da Mosè (cfr Numeri 27,1-11 e 36,1-9; Deuteronomio 21,15-17) e si chiedeva a un rabbi come interpretare quelle norme. Gesù tuttavia rifiuta il ruolo di giudice solitamente riservato ai maestri; piuttosto prende la richiesta come occasione per ammonire la folla (Luca 12,15). La risposta data, infatti, non sembra tenere conto della domanda, in quanto non offre la soluzione del conflitto ereditario, ma invita a guardarsi dalla cupidigia. In realtà Gesù va dritto alla radice del problema, mettendo in luce che la vita dell’uomo non ha la sua origine nei beni e dunque non può trovare nelle cose materiali il principio della sua sicurezza. L’affermazione generale è poi spiegata per mezzo di un racconto fittizio.

Luca 12,16-21

16 Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. 17 Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? 18 Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. 19 Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. 20 Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. 21 Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».

La parabola del ricco stolto è introdotta da un’affermazione del narratore circa un abbondante raccolto. Subito però il narratore lascia spazio al personaggio che, per mezzo di un lungo monologo interiore, esprime la sua gioia per i successi presenti e immagina il futuro. In primo luogo, egli intende costruire nuovi magazzini per raccogliere l’abbondante messe. Un tale progetto sembra essere una decisione prudente e intelligente in ordine alla conservazione delle ricchezze. La seconda affermazione, invece, utilizzando una ben nota formula edonista, anticipa la modalità con cui l’uomo vuole utilizzare i suoi beni. L’attenzione è interamente concentrata su di sé nell’esclusione programmatica degli altri: Dirò a me stesso: hai molti beni per molti anni; riposati, mangia, bevi e festeggia! (Luca 12,19). Ricordando tutta una serie d’insegnamenti anticotestamentari, soprattutto sapienziali (cfr Siracide 11,18-19), non si tarda ad accorgersi che il progetto del ricco non è accorto né intelligente: l’inevitabilità della morte e la sua imprevedibilità sono patrimonio dell’umana esperienza. Il lettore dunque può specchiarsi nel personaggio della parabola e riconoscere le sue false certezze circa il futuro, fondate sul possesso di molti beni. Ne consegue che l’intervento di Dio non deve essere considerato come un castigo: esso semplicemente dà voce alla consapevolezza avvertita da ogni uomo dell’insufficienza del puro orizzonte materiale. L’appellativo stolto, con cui Dio definisce il ricco, richiama un altro tema sapienziale: il Siracide (31,5-11) pone in contrasto il ricco stolto, infatuato, prigioniero del possesso dell’oro e il ricco saggio che, proprio coi suoi beni, compie meraviglie in mezzo al suo popolo (31,9).
Rivolgendosi poi ai discepoli e non più alle folle (Luca 12,22), Gesù approfondisce il tema della sicurezza che gli uomini ricercano nei beni materiali, svelandone la radice profonda, ovverosia la preoccupazione (il verbo greco merimnáo ritorna nei vv. 22, 25 e 26). Egli indirizza al gruppo più ristretto una solenne esortazione a non preoccuparsi delle necessità elementari dell’esistenza. A fondamento di questa ingiunzione v’è l’affermazione del valore più grande della persona e della vita (Luca 12,23): l’esistenza personale è un dono sul quale l’essere umano non può mettere le mani. La riflessione prende le mosse dal funzionamento della realtà naturale e dall’esperienza quotidiana del vivere. Gli esempi dei corvi (Considerate i corvi: non seminano né mietono, non hanno né dispensa né granaio, ma Dio li nutre, Luca 12,24) e dei gigli (Osservate i gigli come crescono: non si affaticano né filano, ma io vi dico che nemmeno Salomone in tutta la sua gloria vestiva come uno di loro, Luca 12,27) mettono in campo la dualità dell’uomo e la donna: l’attività che i corvi non praticano è tipicamente maschile (seminare, mietere, ammassare nei granai), mentre quanto i gigli non fanno è tipicamente femminile (filare). Non è stigmatizzato l’agire in quanto tale, piuttosto la preoccupazione angosciata per il domani. Gesù poi ribadisce l’assoluta inefficacia della preoccupazione per modificare il proprio destino; nessuno può prolungare i suoi giorni: Chi tra voi, per quanto si preoccupi, può prolungare un poco la sua vita? (Luca 12,25).
Il ragionamento lo possiamo sintetizzare in questo modo: considerato che la preoccupazione per il domani non allunga la vita dell’uomo e che Dio si prende cura anche delle sue creature più piccole, ne consegue che Dio stesso custodirà la vita dei suoi figli. Il rimprovero di avere una fede insufficiente – Gente di poca fede (Luca 12,28) – non giustifica l’inattività o la rassegnazione di fronte al proprio destino, ma invita a porre ogni fiducia nella bontà provvidente di Dio. A partire da questa fiducia la ricerca dei discepoli riceve un nuovo orientamento: è da abbandonare la preoccupazione per il minimo vitale (il cibo e il vestito), che qualifica la ricerca dei pagani e dunque la loro esistenza. Gli increduli non dispongono di una fede nel Dio provvidente; al contrario, afferma Gesù, il Padre sa che gli uomini hanno bisogno di quelle cose per vivere (Luca 12,30). In altre parole, il lettore constata che i bisogni vitali non sono negati; liberato dall’inquietudine per il domani, il credente è invitato a mobilizzare le sue energie e il suo desiderio nella ricerca del Regno: Cercate piuttosto il suo Regno e queste cose vi saranno date in aggiunta (Luca 12,31). Il Regno, e non altro, è pienezza di vita, ma al contempo resta un dono gratuito di Dio (Non temere, piccolo gregge, poiché il Padre vostro si è compiaciuto di darvi il Regno, Luca 12,32). In questo passo ritroviamo il capovolgimento della logica umana già riscontrato nella pagina delle beatitudini. È un invito forte a mutare lo sguardo con cui guardiamo la nostra condizione e quella di chi ci è vicino, in particolare di quanti sono esclusi, oltre a riconsiderare il modo con cui ci relazioniamo ai beni che possediamo. Ma la riflessione lucana su questi temi non si esaurisce certo in questi passaggi, come vedremo in un successivo articolo.