Il fine della politica

nella fine della politica

Salvatore Natoli

In una società in cui nulla sembra definitivo il fine della politica resta quello di provvedere al bene comune. Anticipiamo in parte l'intervento del filosofo Natoli a "Lettura Dossetti 2019"

La politica è da sempre implicata con la salvezza.
Suo compito, infatti, è potenziare e preservare la vita, provvedendo al comune benessere, evitando, nel contempo, che gli uomini s’infliggano reciproco danno. I contrassegni classici della politica sono il proteggere e il provvedere: in termini contemporanei “Stato di diritto” e “welfare”. Questo, in una società discendente e gerarchica, ha permesso di distinguere tra un potere buono e uno cattivo; in una orizzontale, tra una politica inclusiva ed una escludente. Di qui l’idea di buon governo. Di diversa origine è l’idea di redenzione, che è di matrice giudaica ed è direttamente connessa con quella di riscatto da una schiavitù, di liberazione, di uscita: di Esodo. L’uscita realizza una promessa e lega passato e futuro. Ma, una volta che la terra promessa è stata raggiunta, la liberazione è definitiva o e sottoposta a condizioni? Nel giudaismo lo è, perché solo l’osservanza della legge salvaguarda il benessere materiale del popolo e la sua libertà. E tuttavia a fronte del patto violato, Dio non revoca mai la sua promessa, ma ne differisce di continuo l’adempimento chiedendo pentimento. L’eschaton si è perciò venuto sempre di più configurando nella forma del differimento: come attesa della fine dei tempi, del tempo messianico, quando giustizia e pace regneranno per sempre.
Ebbene è il “per sempre”, è la logica del definitivo, che, a fronte dell’inadempienza, esige il differimento. Senza il “per sempre” non sarebbe necessario il differire. La logica dell’Esodo non è di per sé messianica: le benedizioni o le punizioni del Signore sono relative al comportamento del popolo e quindi l’andatura del tempo è più periodica che escatologica. Tuttavia l’istanza escatologica permane, e tanto più cresce a fronte dei fallimenti: di qui l’attesa di un Messia e con lui di un definitivo riscatto. Alla fine tutti i popoli confluiranno a Gerusalemme. Ma tra attesa e realizzazione si dispiega un frattanto che riguarda le vicende del popolo: è il tempo della politica.
Il cristianesimo ha rafforzato questo schema perché in Cristo quanto promesso trova il suo pieno compimento, i tempi la loro pienezza. Ma la gloria di Dio non ha ancora trovato la sua manifestazione che avverrà quando Cristo Signore tornerà. Nota l’espressione: «tra il già e non ancora». Di qui un tempo intermedio, sine die: è il tempo della Chiesa, ossia della comunità di coloro che attendono il ritorno del Signore, che è anche il giorno in cui «tutti risorgeremo». In questo la redenzione differisce radicalmente dalla salvezza: la politica opera ai fini della salvezza, ma sul presente o, tutt’al più, provvede a preparare un futuro migliore; la redenzione eccede invece le possibilità umane perché non solo i morti risorgeranno, ma saranno risarciti di tutto il dolore patito. La redenzione – almeno nella sua configurazione cristiana – riscatta tutto il passato e nel contempo abolisce il futuro perché tutto vien raccolto nel presente di Dio.
Ma nel corso della storia la Chiesa, a fronte del differimento dell’eschaton, da comunità di coloro che attendono la fine dei tempi si è rafforzata sempre più come istituzione. Come tale tende a conservarsi pur se continua a testimoniare che questo tempo deve finire. Ma lo testimonia sempre meno e, pare, che sempre meno ci creda. Il frattanto è, dunque, il tempo della Chiesa, ma anche il tempo della politica per due ragioni: la Chiesa operando nel mondo ha bisogno di una politica; nel contempo la politica per quanto autonoma – come governo delle cose terrene – si inscrive essa stessa nell’eschaton da cui trae misura e che, a suo mondo, la finalizza e la destina. Di qui la constante tensione tra Chiesa e impero – e poteri e politica in genere – che ha caratterizzo il lungo Medioevo e oltre. E ambedue devono fare i conti con il male. Innanzi al non ritorno, a una parousia sempre rinviata e mai adempiuta, il moderno riordina gli assi della temporalità. Il futuro è sempre meno considerato come l’orizzonte in cui Cristo viene incontro, tamquam latro, a liberare il modo dal dolore e dalla morte e per sempre; al contrario diviene l’orizzonte dell’operare umano, ove l’uomo si fa mano a mano garante della propria salvezza.
La politica viene, dunque, a penetrare sempre di più nelle pieghe della vita e il potere lungi dal porsi come limitazione e interdetto, la promuove; al tempo stesso la controlla. Controllo che diviene sempre più esteso e capillare con i progressi della scienza e le relative innovazioni tecnologiche. In questo contesto maturano le filosofie del progresso, ma seppure il progresso abbia un orizzonte temporale illimitato, perché si sviluppi è necessario che vengano eliminate le forze che lo frenano. Ciò comporta antagonismo e lotta, fino all’idea di potere neutralizzare in radice il male. Il male assoluto è il prodotto dell’idea d’instaurare un bene assoluto che ha finito per legittimare ogni delitto. Ma anche se il tempo continua è necessario chiudere la storia perché un nuovo mondo si apra per una futura umanità. Di qui una lotta finale e senza quartiere per poter passare – come dice Marx – dalla preistoria alla storia dell’umanità. In questo quadro la politica assume aspetti demiurgici, tenta l’assalto al cielo, pretende – in un’accezione del tutto profana – di portare l’eschaton a compimento. Di qui la crisi dei parlamenti tradizionali, la nazionalizzazione delle masse, la rivoluzione proletaria, infine i totalitarismi. Ma il tentativo fallisce: quest’esito va sotto il nome di fine delle ideologie.
La storia comunque prosegue e la politica, deposta l’idea di definitività, si determina sempre più come “governo della contingenza”. La società, nella sua storia evolutiva, si è sempre di più differenziata in se stessa ed è divenuta sempre più complessa: per tal via il moderno è uscito fuori da sé e con esso si sono consumate le forme politiche che in esso si sono modellate. I centri di potere si sono moltiplicati e nel contempo si è disarticolato il centro e di qui la crisi delle forme classiche di rappresentanza. In queste condizioni, qual è lo spazio operativo della politica? Di sicuro viviamo in un “continuo transitare” e nulla è più definitivo. Tuttavia, nella caduta del fine ultimo, gli uomini non cessano di perseguire fini e quello della politica resta invariato: provvedere al bene comune che è poi la ragione che ne garantisce la legittimità ad esistere. Ma per quale futuro? Certo, non più quello troppo lontano e astratto dell’utopia, né quello troppo ambizioso e prevaricante delle rivoluzioni, ma quello modellato sulle generazioni. Lasciare a coloro che verranno un mondo migliore da com’era quando ci siamo entrati. Resta da vedere quali siano i modi e le forme per perseguirlo, ma, senza balzi in avanti, è necessaria una fedeltà al presente cercando di individuare in esso le sue latenti possibilità. Meno speranze e più perseveranza, dal momento che la perseveranza è il laboratorio concreto ove sperimentare le vie del possibile. Specie oggi, quando il nostro mondo sporge più che mai sull’imponderabile.

(Avvenire - 15 dicembre 2019)