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    La dimensione «umana» della prassi di Gesù di Nazaret


    Incontrare Gesù nei Vangeli

    Giuseppe De Virgilio

    (NPG 2016-05-8)


    «Come Gesù ha vissuto la sua umanità nelle relazioni di accoglienza, di aiuto, di comunione e di gratuità verso le persone incontrate?» [1]. I racconti evangelici descrivono l’incontro con le folle, con singoli personaggi e – in modo speciale – con il gruppo dei discepoli/apostoli che ha condiviso l’esperienza comunitaria e intima con il Signore. Cerchiamo di delineare lo «stile» proprio di Cristo, come «modello» per l’incontro profondo dell’uomo del nostro tempo con il Signore. Occorre ricordare che i dati evangelici presuppongono la mediazione della comunità primitiva, che implica la sua prassi comunicativa ed educativa. Per tale ragione, oltre all’approccio sincronico, è auspicabile tenere presente lo sviluppo diacronico del processo di trasmissione dei vangeli e segnatamente della «cristologia del Nuovo Testamento».

    I tratti della cristologia nei vangeli

    È l’evangelista Luca a porre al centro Gesù come protagonista del «cammino della salvezza» e unico mediatore (At 4,12). La presentazione della persona del Cristo è svolta da Luca in una doppia forma: a) gli aspetti umani e trascendenti; b) la designazione dell’identità di Gesù mediante l’uso di titoli cristologici. In primo luogo vengono descritte le fasi della vita, la nascita (Lc 2,4- 7), la ricostruzione genealogica (Lc 1,27; 2,4; 3,24ss.), la sua esperienza familiare a Nazaret (Lc 4,16); vengono sottolineati i tratti umani del suo comportamento, ispirato alla dolcezza e alla misericordia2 e la grandezza del suo animo nella preghiera3 e nell’abbandono fiducioso alla volontà del Padre4.
    L’evangelista evidenzia come l’opera del Cristo (le sue relazioni interpersonali) sia stata segnata da «miracoli, segni e prodigi» (At 2,22), unendo ai tratti umani gli aspetti trascendenti della sua persona: la concezione verginale (Lc 1,34-35), l’influsso dello Spirito Santo dall’infanzia, attraverso il suo ministero pubblico5 fino a culminare nel racconto della risurrezione e della ascensione, espresso mediante un linguaggio ricco e vario, con accenni alla parousía6. Tra i vari titoli che delineano la centralità del Cristo nella storia lucana ne spiccano due in modo evidente: Gesù come «profeta» e Gesù come «Signore e Salvatore». Per Luca Gesù è anzitutto il «servitore della parola», lui solo ne descrive il messaggio come «Parola di Dio» (Lc 5,1; 8,11.21; 11,28) e viene designato con il titolo di «profeta». È Gesù stesso a chiamarsi con questo nome (Lc 4,24; 13,33), ma anche la folla (Lc 7,16.39) e i suoi discepoli (Lc 24,19). L’evangelista applica il titolo di «signore» per designare la persona di Gesù non solo nelle solenni professioni di fede, ma anche nei contesti narrativi7. La definizione di «salvatore» usata da Luca a Gesù nei racconti dell’infanzia (Lc 1,47; 2,11) e in At 5,31; 13,23 mira a presentare il ruolo centrale dell’opera salvifica di Cristo nella storia umana, rilevando l’importanza della dimensione cristologica e la sua connessione con la dimensione soteriologica del suo messaggio.

    Le aspettative degli interlocutori di Cristo

    Dai racconti evangelici possiamo cogliere quali fossero alcune aspettative del popolo in generale e, in particolare, di coloro che hanno personalmente incontrato il Cristo nella sua missione. Esse si possono riassumere in una triplice tipologia: a) ideale; b) spirituale; c) solidaristica. La prima tipologia concerne l’attesa messianica della liberazione di Israele da ogni forma di schiavitù e di controllo da parte di autorità dominanti imperiali (l‘esempio del pagamento del tributo a Cesare: cf. Mc 12,13-17). La seconda tipologia riguarda quanti attendevano la redenzione, che si traduce in diversi profili.
    Alcuni «giovani» aspettano il Signore che sia loro guida, desiderando di mettersi alla sua sequela (cf. Lc 9,57-62; Gv 1,35- 42), altri cercano risposte dottrinali (cf. Mc 10,17-22; Gv 3,1-21) o morali (cf. Lc 12,13-15).
    Spicca anche la figura di alcuni anziani che attendono il compimento del Regno (cf. Lc 2,22-39; Gv 3,1-21). L’ultima tipologia è la più consistente ed estesa. Essa concerne tutte quelle persone bisognose, provate nel corpo e nello spirito, che invocano l’intervento taumaturgico del Cristo8. L’esito della relazione dipende dalla capacità di accoglienza e di affidamento a Cristo e alla sua Parola di salvezza (cf. Lc 10,38-42).

    Gesù e la relazione con le folle: lo stile della «misericordia»

    La missione di Gesù è rivolta anzitutto al popolo che egli va a incontrare a ogni livello sociale, inaugurando uno stile diverso rispetto al mondo circostante. Matteo riassume la missione del Signore affermando: «Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e d’infermità nel popolo» (Mt 4,23; 9,35). L’attività dell’insegnare, posta in primo piano, è rivolta alle folle. In Mt 9,36 Gesù «si commuove»9, di fronte ad un popolo stanco e sfinito, che vede «come pecore senza pastore» (Mc 6,34; cf. Nm 27,17).
    La testimonianza della prassi di Gesù e del suo stile si evidenzia nei molteplici contatti che egli ha avuto lungo la sua missione.
    I vangeli sono concordi nel testimoniare che egli svolge prevalentemente l’attività di insegnare in pubblico e di rivolgersi indistintamente verso tutti: nelle sinagoghe (cf. Mt 9,35; 13,5), nel tempio (cf. Mc 12,35; Lc 21,37; Mt 26,55) o in altri contesti dove le folle potevano ascoltarlo (cf. Mt 5,2; Mc 6,34; Lc 5,3). Gesù porta a compimento la Legge e i Profeti, partendo dal cuore dell’uomo e orientando ogni comportamento, anche piccolo [10].

    Gesù e i peccatori

    Gesù ha incontrato i singoli «peccatori». La predicazione del Regno è accompagnata dal fondamentale invito alla conversione (metánoia) e dall’offerta del perdono. Con la sua venuta si rovescia lo schema legalistico- normativo precedente: è il «perdono» offerto da Dio a chiedere la «conversione» del cuore. Da questo principio nuovo si coglie lo stile relazionale di Cristo. Le parabole della misericordia mettono in luce che più forte del peccato è l’Amore misericordioso del Padre rivelato da Gesù (cf Lc 15; Lc 13, 6-9; Mt 13,24-30; 21,33-46). La santità di Dio s’incontra col peccato dell’uomo e lo supera.
    Dio si avvicina all’uomo peccatore e gli offre la possibilità del perdono e della santità.
    Nella sua vita pubblica il Signore annuncia il Vangelo e allo stesso tempo «guarisce tutti i malati» e scaccia i demoni per adempiere ciò che diceva il profeta Isaia: «Egli ha preso le nostre infermità e si è caricato delle nostre malattie» (Mt 8,17; cf. Is 53,4). È questo il senso teologico dei miracoli di Gesù. Dopo aver chiamato Matteo alla sua sequela, il Signore accetta di sedere a mensa in casa del nuovo discepolo, in compagnia dei suoi amici, pubblici peccatori (cf. Mc 2,15; Lc 15,1- 2; 19,1-10). Gesù, presentandosi come medico (Mt 9,12-13), definisce se stesso come colui che è venuto per guarire le persone malate. In tutte queste relazioni Gesù misericordioso offre il perdono e provoca la profonda conversione dell’uomo [11].

    Gesù e i giovani

    Il Signore ha incontrato molti giovani lungo il suo ministero pubblico, anche se non sono numericamente molte le figure giovanili che sono ricordate nei vangeli. Ripercorrendo le scene evangeliche, oltre al noto episodio dell’uomo ricco (Mt 19,16-22; Mc 10,17-22) che non accoglie l’invito alla sequela rivoltogli dal Signore, dobbiamo ritenere che ci fosse un nutrito gruppo di giovani tra gli apostoli (cf. Giovanni) e più estesamente tra i discepoli che si erano posti alla sequela del Maestro. Tra i vari personaggi «anonimi», possiamo ricordare i due giovani sposi di Cana di Galilea (Gv 2,1-12), la figlia di Giairo (Mc 5,41-42), il figlio della vedova di Nain (Lc 7,11-17), il giovane che dona i pani della moltiplicazione (Gv 6,1-13) e il giovane che fugge all’arresto (Mc 14,51- 52), mentre il «giovane vestito di una veste bianca» in Mc 16,5 visto dalla donne la mattina di Pasqua è una figura angelica inserita nel contesto della risurrezione di Cristo. È interessante, per quanto ci è dato di investigare sui contesti vitali delineati dai vangeli, riassumere le modalità e le forme con cui Gesù incontrava i giovani ed apriva con loro un «dialogo nuovo». Si possono evidenziare cinque aspetti, nei quali si possono individuare aspetti pedagogici che descrivono la singolarità del rapporto tra Gesù e i giovani: a) lo sguardo amorevole (Gv 1,29.36; Mc 10,21); b) la parola autorevole (Mc 1,22.27; Lc 4,32; 8,25; Gv 6,63); c) la capacità di farsi «prossimo» (Mc 1,41; 5,40; Lc 7,14); d) la scelta di «camminare accanto» (Lc 24,13-35); e) la testimonianza di autenticità (Gv 18,37).

    Gesù i suoi discepoli

    Ampiamente delineata nei racconti evangelici è la relazione tra Gesù e i suoi discepoli.
    Volendo cogliere alcune «espressioni interiori » che sintetizzano le disposizioni spirituali nell’incontrare Gesù, ne segnaliamo sei, a partire da alcune pagine evangeliche: la disponibilità, l’ammirazione, la gioia, la profondità, la compassione, l’umiltà.

    • La disponibilità: Venite e vedrete (Gv 1,39)
    La scena iniziale dell’incontro tra Gesù e i primi due discepoli inaugura lo stile nuovo del discepolato. La prima parte del brano evidenzia come la vocazione dei primi discepoli è collegata alla testimonianza del Battista. I verbi impiegati sono molto significativi: Giovanni «fissa lo sguardo su Gesù Doss i e r che passa» (cf. v. 42). Si indica l’atto di guardare con attenzione, penetrando nell’intimo dell’animo, a cui segue la rivelazione: «ecco l’agnello di Dio» (1,29) che prepara la sequela di Cristo. I due discepoli si mettono «a seguire» Gesù dopo aver sentito la testimonianza dei Giovanni. La domanda che il Signore rivolge loro ha un profondo valore teologico: «che cosa cercate?» (Gv 1,38). Questa prima espressione di Gesù nel Quarto Vangelo possiede un valore programmatico: la narrazione giovannea indica nel lettore la ricerca della persona divina, come suggerisce l’analoga espressione in Gv 18,4.6 (nel contesto del tradimento) e Gv 21,15 (nelle apparizioni pasquali). Alla richiesta dei due discepoli: «Maestro, dove abiti?» segue la risposta del Signore: «venite e vedrete», l’invito a fare esperienza di un incontro personale con Cristo. Si tratta del momento culminante dell’avventura vocazionale dei primi due discepoli, evento che è restato così impresso nella memoria di Andrea e Giovanni da ricordare perfino l’ora (v. 39). L’esperienza di discepolato diventa annuncio dell’incontro: Andrea narra l’esperienza a Simone, suo fratello e lo conduce al Signore. La vocazione di Simone, come quella dei primi due discepoli, nasce anche in questo caso dalla testimonianza dell’esperienza vissuta nella fede. Si evidenzia così il primo aspetto dello stile di Gesù: la capacità di disponibilità e di accoglienza.

    • L’ammirazione: Restò ammirato (Lc 7,9)
    Un’ulteriore espressione interiore di Cristo emerge dal racconto della guarigione «a distanza » del servo del centurione a Cafarnao (cf. Lc 7,1-10). L’evangelista narra dell’ambasciata di alcuni anziani che si recano dal Signore per implorare la guarigione del servo di un centurione, ormai vicino alla morte.
    Gesù acconsente alla richiesta e decide di recarsi al capezzale del malato. Appresa questa decisione l’ufficiale gli manda a dire: ««Signore, non disturbarti! Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto; per questo io stesso non mi sono ritenuto degno di venire da te; ma di’ una parola e il mio servo sarà guarito» (Lc 7,6-7). L’affermazione di fede provoca in Gesù un sentimento di ammirazione talmente grande da produrre una dichiarazione unica per quell’uomo pagano (Lc 7,9-10). Gesù si stupisce della fede del pagano e lo addita come un modello per tutti i credenti. La dinamica pedagogica espressa nel racconto è data non solo dalla fede del centurione, ma dall’ammirazione del Signore. Nell’ammirazione di Gesù si coglie la forza liberante della sua relazione.

    • La gioia: Esultò di gioia (Lc 10,21)
    Nei sinottici si riporta una singolare esperienza di «gioia», resa pubblica mediante una preghiera che Gesù innalza al Padre.
    Tornati i discepoli dalla prima missione evangelizzatrice, Gesù accoglie il loro entusiastico racconto, con i segni che hanno accompagnato la missione. Chi sceglie di seguire Cristo e di spendersi per il vangelo vedrà compiere meraviglie nella sua vita.
    Queste meraviglie producono sentimenti di gioia e di gratitudine (Lc 10,17-20). In quello stesso momento il Signore vive una profonda effusione spirituale che si traduce in un inno di giubilo: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli» (Lc 10,21).
    È la gioia della comunione con il Padre, che conferma la piena obbedienza del Figlio, unico rivelatore dell’amore trinitario che salva il mondo12. Non si tratta di una felicità passeggera, ma di una «gioia» profonda, che rivela la libertà con la quale Cristo ha risposto alla sua missione. È la capacità di gioire per i doni ricevuti, che sono anzitutto le persone che abbiamo accanto e la loro irripetibile identità: ecco l’insegnamento che trapela da questa importante pagina della vita di Cristo. La gioia spirituale è una dimensione costitutiva dello stile evangelico.

    • La profondità: Fissando lo sguardo lo amò (Mc 10,21)
    Un’indimenticabile immagine lasciataci dal racconto evangelico del «giovane ricco» è quella dell’espressione di amore (agápē) che de il Signore comunica mentre fissa il suo sguardo sul giovane interlocutore (cf. Mc 10,17-22). La nota scena sinottica si colloca nel genere dei racconti di vocazione (cf.
    Mc 1,16-20; 2,13-14; Lc 5,1-11). Cogliamo gli effetti psicologici che sono implicitamente contenuti in questa singolare esperienza.
    Chi viene chiamato ad una scelta radicale sperimenta in se stesso timori, emozioni e sentimenti intensissimi. È il caso di un giovane che incrocia sulla sua via Cristo, e lo interroga su come «ereditare» la vita eterna.
    La domanda supera la semplice strategia informativa: emerge dal dialogo la sfera dei sentimenti e delle decisioni che albergano nel cuore del personaggio. Dapprima Gesù risponde come «maestro» (10,18-19) e dopo come «amico» che indirizza verso una felicità che «va oltre» la visione legalistica.
    L’evangelista si concentra su due verbi dell’azione di Gesù: «lo fissò dentro e lo amò» (10,21). È il sentimento della benevolenza, dell’amore oblativo, attrattivo, che Gesù esprime verso il giovane lasciandolo nella sua libertà di scelta. L’incontro con Cristo non ha come conseguenza una costrizione, ma è sempre una conseguenza di un dono liberante, perché liberamente scelto e accolto nella profondità del cuore.

    • La compassione: Si commosse… scoppiò in pianto (Gv 11,33.35)
    Tra le varie esperienze d’incontro, colpisce il legame di affetto che Gesù ha sperimentato nei riguardi di Lazzaro e delle sorelle, Marta e Maria13. Soprattutto il quarto evangelista evidenzia la dimensione affettiva e confidenziale espressa nell’amicizia con Lazzaro (cf. Gv 11,11), al punto che Maria durante una cena «cosparge i piedi di Gesù di un profumo e li asciuga con i suoi capelli» (Gv 12,3). Questo episodio altamente simbolico segue il racconto della risurrezione di Lazzaro (Gv 11,1-44), che va compreso all’interno della relazione affettiva che lega Gesù a Lazzaro. La morte dell’amico, l’arrivo del Signore, il dialogo con Marta e Maria culminano con la profonda emozione del Signore di fronte alla tomba di Lazzaro.
    L’emozione si trasforma in pianto (Gv 11,35), a testimonianza di come Gesù ha intensamente vissuto le emozioni e i sentimenti (cf. Gv 11,36). La compassione di Cristo non rimanda solo all’ambito teologico che evoca questa categoria, ma rivela la dinamica amicale e lo stile di Gesù. La compassione misericordiosa si esprime nella capacità di fare amicizia e rimanere fedeli. A Betania i discepoli hanno imparato la «via della compassione» prima della «passione» del Signore, che avrebbe rivelato loro nel gesto supremo della sua consegna il senso della compassione salvifica: «non più servi, ma amici» (cf. Gv 15,9-17).

    • L’umiltà: Si mise a lavare loro i piedi (Gv 13,1-20)
    Tra i gesti più suggestivi che il Signore compie nei riguardi dei suoi discepoli vi è la lavanda dei piedi (cf. Gv 13,1-20). Nel compimento dell’«ora», Gesù sceglie di amare i suoi «fino alla fine» (Gv 13,1: eis télos). L’amore di Gesù si compie nel servizio estremo nei riguardi dei suoi discepoli.
    Nel gesto della lavanda dei piedi il Maestro- Signore mostra l’«esempio» di una vita comunitaria centrata sullo stile del servizio. Siamo di fronte ad un atto simbolico dall’efficace valenza educativa. Gesù sceglie di compiere il segno del «servizio» unito al Padre. I gesti descritti ricordano l’opera dei servi nella casa: alzarsi, deporre le vesti, cingersi di un asciugatoio. Il ruolo narrativo della figura di Pietro esprime la difficoltà a comprendere e accogliere quel gesto (cf. Mc 8,31-33). Deporre le vesti e diventare servo di tutti è il messaggio che anticipa la Pasqua, compimento delle profezie del «servo sofferente di Yhwh» (cf. Is 52,13-53,12). Il gesto è profetico, dichiaratamente cristologico (cf. Fil 2,6-11) e intenzionalmente pedagogico: Gesù è l’umile servo che dona l’esempio supremo, insegnando a donare la vita. Nello stile dell’umiltà e del servizio, i credenti sono chiamati a incontrare Cristo e a seguire la sua strada.

    Conclusione

    La «novità» dello stile di Gesù non va cercata nella pedagogia, nella comunicazione o in altri ambiti che coinvolgono «tecniche umane», ma è data dalla presenza della sua persona14. Nel corso della sua esistenza terrena Egli ha intensamente vissuto nella volontà del Padre relazioni di guarigione, di liberazione, di rassicurazione, di autenticità e di misericordia. L’esito conclusivo della sua missione culmina nell’evento pasquale, che illumina l’intero messaggio cristiano per tradurlo in uno stile ecclesiale fondato sull’amore inclusivo e sulla misericordia salvifica e universale. Ripercorrendo i Vangeli alla ricerca dell’incontro con Gesù, abbiamo potuto constatare l’intreccio delle prospettive teologiche e pedagogiche che caratterizza la dinamica dell’«incontrare Gesù».
    Lo «stile relazionale» coinvolge anzitutto la dimensione cristologica del messaggio dei Vangeli. In secondo luogo la cristologia è direttamente rivolta alla soteriologia: la prassi educativa è in vista della salvezza integrale dell’uomo. Tuttavia l’annuncio della salvezza si realizza in una comunità credente, il popolo di Dio che vive nella forma comunionale della Chiesa e che educa secondo questo stile. Un’accentuazione specifica è costituita dalla connotazione «vocazionale» dell’incontro con Cristo. La dimensione ecclesiologica rappresenta il contesto vitale del processo formativo e il luogo dell’accoglienza e della trasmissione della fede. Seguendo Cristo «unico Signore e Maestro» (Mt 23,8), la comunità cristiana vive e interpreta nel suo cammino la sapienza di Dio che educa il suo popolo in Cristo.


    NOTE

    1 L’interesse verso la prospettiva antropologica e relazionale del «Gesù terreno» è notevolmente cresciuto in questi ultimi decenni, sia sul versante della ricerca colta (cf. «La terza ricerca del Gesù storico» [Third Quest]), che su quello pastorale e pedagogico: cf. Aa. Vv. La pédagogie de Jésus, Desclée, Paris 1992; M. Goldsmith, Le relazioni interpersonali di Gesù, GBU, Torino 2003; B. Maggioni, Era veramente uomo. Rivisitando la figura di Gesù nei vangeli, Ancora, Milano 2009; R. Penna, I profili di Gesù, Dehoniane, Bologna 2011; R. Repole, Gesù e si suoi discepoliEducare con stile, Messaggero, Padova 2013; G. Lohfink, Gesù di Nazareth. Cosa volle – Chi fu?, Queriniana, Brescia 2014; Gesù Cristo, signore delle relazioni. Numero monografico di «Credere Oggi» 1 (2016) 3-133.
    2 Cf. Lc 5,13; 6,10; 7,36-50; 15,1-2; 18,16; 19,1-10; 23,34.43; At 10,38.
    3 Tema cristologico caro al terzo evangelista: cf. Lc 3,21; 5,16; 6,12; 9,18.28; 11,1; 22,31.39s.; 23,34; cf. At 4,24-31.
    4 Cf. Lc 2,49; 10,21-2; 2,42; 23,46.
    5 Cf. Lc 1,15.41.67; 3,21-22; 4,1.14.18; 10,21; At 10,38.
    6 Cf. Lc 21,27.36; At 1,11; 3,20-21.
    7 Cf. Lc 7,19; 10,1; 11,39; 12,42; 17,5-6.
    8 Cf. B. Kollmann, Storie di miracoli nel Nuovo Testamento, Queriniana, Brescia 2005.
    9 Cf. G. Tanzella-Nitti, La psicologia umana di Gesù di Nazaret e il suo ruolo in una contemporanea teologia della credibilità, «Annales Teologici» 27 (2013) 267-292.
    10 Mediante l’uso assoluto del verbo didàskein si qualifica sinteticamente l’attività della predicazione del Signore: cf. Mc 2,13; 6,6; 10,1; 12,35; 14,49; Lc 4,15; 13,22.26; 1,47; Mt 4,23; 9,35; 11,1.
    11 Sono stati individuati «dieci avverbi» suggestivi, tesi a descrivere lo «stile» di Gesù nei vangeli: • umilmente: cf Mt 11,29; • liberamente: cf, Gv 10,18; • gratuitamente: cf Mt 10,8; • abbondantemente: cf Lc 6,38; • cordialmente: cf Gv 19,34; • ardentemente: cf Gv 13,1; Lc 12,49-50; • prontamente: cf Mt 18,27; • fiduciosamente: cf Gv 15,16; • rispettosamente: cf Gv 6,10-11; • gioiosamente: cf Gv 15,11.
    12 Un’ulteriore dimensione educativa presente nella missione del Cristo va individuata nell’insegnamento delle preghiera del Padre Nostro (cf. Lc 11,1-4; Mt 6,9-13).
    13 Cf. Lc 10,38-42; Mt 26,6-13; Mc 14,3-9; Gv 11,1-44; 12,1-11.
    14 Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Rizzoli, Milano 2007, 129-131.


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