Percorsi di sviluppo dei "nuovi" ragazzi e giovani. Un approccio psicosociologico

Inserito in NPG annata 2016.


Vincenzo Lucarini

(NPG 2016-07-32)


Il cambiamento vorticoso può essere a ragione considerato uno degli aspetti che, a tutti i livelli, caratterizza la società in cui viviamo. In un arco di tempo brevissimo si sono realizzati i cambiamenti più veloci e per molti versi più radicali rispetto alle altre società nel corso di tutta la storia umana.

Tutto ciò ha di fatto stravolto e modificato scenari sociali, economici e culturali consolidati e stabili. Questi processi non hanno risparmiato prospettive e convinzioni assodate anche in ambito psicologico e psicosociale.
In particolare sono saltati i riferimenti rispetto alla determinazione delle fasi in con cui si era soliti distinguere il processo evolutivo delle persone. L’aumento dell’età di vita, il miglioramento complessivo delle condizioni di salute, l’inizio anticipato della pubertà, l’allungarsi dei tempi di entrata nel mondo del lavoro, la socializzazione precoce e intensiva dei bambini nei primi anni di vita, sono fenomeni che sono comparsi solo negli ultimi decenni. Ciò ha costretto gli studiosi di scienze umane che si occupano di tale tematiche a rinquadrare e riarticolare le classiche fasi dello sviluppo psicologico e psicosociale. La psicologia dell’ètà evolutiva si è occupata per decenni di studiare le caratteristiche delle varie fasi e di indicarne con una certa precisione gli inizi e i passaggi tra le diverse fasi. Al posto delle classiche quattro fasi (infanzia, adolescenza, età adulta e vecchiaia), proprio per i motivi che dicevamo prima, si sono aggiunte: la preadolescenza tra l’infanzia e l’adolescenza, come età con caratteristiche e processi propri (per quanto ancora per molti versi considerata “Età negata”); la giovinezza come fase di ulteriore preparazione all’entrata nel mondo degli adulti. In particolare la giovinezza ha assunto caratteri temporali sfumati e indefiniti, tanto che anche nel linguaggio comune i trentenni e i quarantenni si definiscono più facilmente come ragazzi o giovani. Anche l’età adulta e l’anzianità hanno assunto caratteristiche inedite.
Quindi nel complesso si è modificata la “morfologia” delle fasi della vita come fin qui era conosciuta.
C’è però da aggiungere che contemporaneamente al modificarsi di tale “morfologia” sono entrati in crisi anche i presupposti e i modelli che le scienze umane hanno fin qui utilizzato per studiare il dispiegarsi dello sviluppo umano.
Si pensi, a questo proposito che la denominazione stessa della disciplina che più nello specifico si occupa di studiare tale area di fenomeni , in seguito a quanto accennato, si è modificata. Così la “psicologia dell’età evolutiva” ha lasciato il posto alla “psicologia dello sviluppo”.
Tale cambiamento non è solo terminologico ma va appunto a toccare i fondamenti stesso della disciplina.

Il cambio di paradigma e i presupposti svelati

Le novità emerse sul fronte dell’analisi della realtà, così come oggi appare rispetto alle configurazioni e alle caratteristiche delle diverse fasi di vita, ha avviato una valutazione critica anche di alcuni presupposti di fondo che guidavano i modelli esplicativi su cui venivano formulate le diverse teorie. Tale revisione si configura come un vero e proprio cambio di paradigma. Ciò ha permesso di capire come la visione fin qui dominante, si basava su presupposti che, in realtà, contenevano un’idea della persona e del suo ciclo di vita che si è rivelata non in grado di spiegare adeguatamente le novità emerse nel vissuto reale e rilevate poi attraverso la ricerca.

L’età adulta come punto di arrivo dello sviluppo psicologico

Tale definizione lasciava intendere che lo sviluppo fosse circoscritto ad un preciso periodo (dalla nascita all’adolescenza) dopo il quale si raggiungeva una certa stabilità (età adulta) e infine un declino (nella vecchiaia). L’adulto era dunque considerato il punto d’arrivo dello sviluppo, da prendere come riferimento normativo per gli altri due momenti concepiti come imperfetti. Infatti il bambino e l’adolescente erano considerati come degli adulti non ancora compiuti mentre l’anziano era un adulto che stava perdendo molte capacità e caratteristiche.
I contributi degli ultimi decenni, provenienti non solo dalla psicologia dell’età evolutiva, ma anche da discipline diverse dalla psicologia, hanno rivestito un ruolo determinante nel modificare questo tipo di prospettiva. Innanzitutto cambia la visione dell’età adulta che non può più essere considerata il riferimento normativo obbligato per le altre fasi della vita. Infatti essa non è affatto quel periodo di stabilità che si riteneva in passato: in essa si verificano cambiamenti anche profondi, sono possibili nuovi apprendimenti e nuove evoluzioni del pensiero; inoltre nell’età adulta si possono verificare difficoltà di adattamento, inefficienze, comportamenti inadeguati così come può avvenire anche nelle altre fasi della vita.

L’anzianità come fase della decadenza

Parallelamente cambia anche la visione dell’età senile, non necessariamente da considerarsi l’età della perdita e della decadenza. Infatti gli studi neurofisiologici sulla plasticità cerebrale hanno evidenziato che il cervello umano è capace di ristrutturazioni importanti non solo nell’età adulta ma anche nella maturità e nella vecchiaia. Inoltre l’osservazione di quegli anziani che continuano a vivere nel proprio contesto di vita socio-relazionale ha evidenziato che il deterioramento cognitivo non è affatto inevitabile, ma risulta strettamente legato a negative condizioni personali, familiari, lavorative e sociali.

Il bambino, il preadolescente e l’adolescente come adulti imperfetti

Cambia infine anche il modo di concepire l’età evolutiva in senso stretto, ovvero il periodo che va dalla nascita all’adolescenza, periodo in cui innegabilmente si hanno i maggiori cambiamenti ( dato che tale periodo è caratterizzato dalla massima plasticità neuronale). I soggetti che rientrano in tale fascia di età non sono più visti come l’adulti imperfetti. Il loro funzionamento cognitivo ha una sua specificità fin dai primi mesi di vita. Infatti fin dalle prime fasi dello sviluppo il bambino rielabora attivamente le informazioni che gli provengono dall’ambiente, costruisce le proprie originali modalità di rapporto con la realtà esterna, interpreta la realtà e mette in atto comportamenti adattati alle diverse situazioni.
Sia dal punto di vista cognitivo che dal punto di vista sociale il bambino non si limita a rispondere passivamente alle stimolazioni dell’adulto, ma a sua volta stimola l’adulto e costruisce attivamente il proprio mondo di relazioni interpersonali sia con gli adulti che con i coetanei. Tale processo di attiva costruzione delle proprie relazioni con il mondo non è affatto lineare, ma appare ricco di progressioni alternate a pause, digressioni e talvolta regressioni. Anche lo sviluppo, che avviene all’interno di tale contesto, risulta assolutamente discontinuo, proprio per la continua influenza reciproca tra individuo e ambiente, fattori maturativi ed esperienza.

Lo sviluppo come evoluzione progressiva

Nell’insieme la crescita non viene più vista come percorso standard, lineare, di passaggio da una fase all’altra, senza soluzione di continuità. Siamo invece in presenza di processi altamente dinamici, in cui il soggetto è in interazione creativa con il contesto materiale, sociale e culturale. Tale dinamicità prevede percorsi altamente individualizzati con fasi di continuità di crescita che si alterna a fasi di salto o di discontinuità. Le biografie personali sono quindi il risultato complesso di tali processi di costruzione progressiva di sé.

La psicologia del ciclo di vita

Partendo da tutte queste osservazioni si è arrivati alla conclusione che sviluppo e cambiamento non sono confinati nella fase iniziale della vita della persona, detta appunto “evolutiva”, ma caratterizzano l’intera vita umana. Pertanto si è passati dalla psicologia dell’età evolutiva alla psicologia dello sviluppo. Ciò a significare proprio che la crescita, il cambiamento e l’evoluzione accompagnano, pur se con modalità diverse, tutto il percorso di vita delle persone. Proprio per questo si parla oggi di psicologia di tutto l’ “arco della vita”. In altre parole la psicologia dello sviluppo oggi si pone come una disciplina che prende in considerazione l’intero ciclo di vita, poiché ritiene che le funzioni psichiche subiscano dei mutamenti evolutivi incessanti lungo il corso della vita: in una parola che lo sviluppo riguardi tutta l’esistenza.
Nella prospettiva attuale inoltre un altro elemento viene ad assumere un’importanza fondamentale: il tempo. Non che la prospettiva dell’età evolutiva avesse ignorato la variabile tempo, tuttavia aveva dato sicuramente maggiore peso al passato, in particolare alle prime esperienze infantili, rispetto al presente e al futuro. Nella psicologia dello sviluppo il passato si lega al presente e il presente al futuro (presente nelle rappresentazioni dell’individuo) in un flusso continuo e dinamico.
Nella dinamica evolutiva di una persona va quindi considerato non solo il passato, come determinante della sua attuale organizzazione, ma anche il presente, come luogo delle valutazioni e delle scelte e infine il futuro, dove la persona, in qualunque momento della sua storia, dispiega i suoi obiettivi e, i suoi progetti e le sue intenzioni,. Che contribuiscono a creare i propri percorsi di vita.

Da modelli unicausali e deterministici a modelli complessi

Un altro elemento di rottura con la psicologia dell’età evolutiva è rappresentato senza dubbio dal modello utilizzato per spiegare lo sviluppo, non più in un’ottica unicausale, lineare e deterministica (innatista o ambientalista), ma in una prospettiva olistica. Il presupposto teorico su cui si basa questa concezione riguarda la relazione tra l’individuo e il suo ambiente. Individuo e ambiente sono considerati due elementi inscindibili che formano un sistema integrato e dinamico, all’interno del quale si influenzano reciprocamente.
Individuo e ambiente, dunque, non possono essere studiati separatamente dato che l’uno influenza l’altro in un processo di interazione dinamica. In questa interazione dinamica ciò che ad un dato momento può essere ritenuto causa (o variabile indipendente) nel tempo può divenire esso stesso effetto (o variabile dipendente) di un’altra causa.

Una nuova prospettiva per la persona

L’altro elemento dell’interazione dinamica sopra descritta è la persona. Essa, in tale prospettiva, viene rappresentata come un sistema autonomo, che costruisce il proprio sviluppo e si autoregola, che opera in maniera attiva e finalizzata in interazione con un ambiente, dal quale, come abbiamo visto, non può essere separata. In ultima analisi nell’attuale concezione sistemica, interazionista e costruttivista viene sottolineata l’attività della mente umana che conosce e interpreta la realtà e che, in certa misura, la costruisce. I fattori cognitivi, emotivi, affettivi e sociali sono anch’essi in stretta connessione e reciproca relazione, determinando i valori, le norme, gli scopi, le valutazioni e le percezioni che l’individuo ha di sé, i significati che lo possono guidare nella messa in atto di determinati comportamenti e che nel tempo possono indirizzare il suo stesso sviluppo.

Possiamo cosi sintetizzare i punti salienti di questo nuovo modo di pensare lo sviluppo e l’evoluzione della persona.
1. lo sviluppo e il cambiamento sono presenti e possibili nel corso di tutta la vita, e non più relegato agli anni dell'infanzia o ad altre fasce di età;
2. l'esistenza di una notevole variabilità individuale a proposito degli schemi di evoluzione e cambiamento; l'elevata complessità del processo di sviluppo che trova la propria formalizzazione non tanto e non più in termini di crescita-maturità-declino, bensì in un'organizzazione flessibile di fasi o stadi. Secondo questa impostazione, ciascuna fase è caratterizzata da momenti di crescita e di declino, intesi come processi congiunti, lo sviluppo psicologico è co-determinato da fattori interni, familiari, ambientali, e assume forme diverse in funzione delle varie condizioni di vita storiche, sociali, culturali.
3. È necessario un approccio non settoriale in cui vengono privilegiati gli aspetti processuali e di reciproca interazione delle variabili in gioco. In questa ottica, lo sviluppo è scandito in più fasi evolutive di cui in cui sono presenti sia aspetti di continuità tra l'una e l'altra, sia elementi di discontinuità. Nel primo caso si privilegiano i fattori maturativi e intra-individuali, nel secondo si enfatizza l'incidenza delle cause prossimali sul cambiamento e sullo sviluppo.

Percorsi di sviluppo piuttosto che stadi

Nell’ottica attuale si preferisce parlare di percorsi di sviluppo, abbandonando il concetto di stadio o di fase, tradizionalmente utilizzati per spiegare la continuità e la discontinuità dei comportamenti lungo l’età evolutiva. La concezione stadiale postula una certa uniformità di funzionamento psichico in tutti i bambini o in tutti gli adolescenti che si trovano nello stesso stadio o fase (che corrisponde ad un determinato periodo di maturazione individuato da una certa età cronologica). In tal senso, all’interno dello stesso stadio, ci si attende una scarsa variabilità interindividuale, intesa come insieme delle variazioni che una certa funzione psichica presenta in individui diversi, e allo stesso modo una scarsa variabilità intraindividuale, definita come insieme delle variazioni che, all’interno dell’individuo, riguardano le varie funzioni psichiche. Le eventuali differenze qualitative di funzionamento all’interno dello stesso stadio sono interpretate come deviazioni dalla norma, regressioni o mancate acquisizione e non come normali scarti temporali nello sviluppo delle differenti funzioni. Questi concetti sono stati da tempo messi in discussione sulla base di ricerche empiriche e modelli teorici che sottolineavano, accanto ai fattori maturativi, il ruolo della cultura e dell’ambiente sociale nel determinare lo sviluppo. Si sottolinea che i fattori maturativi definiscono solo l’ambito delle possibilità di sviluppo, ma non la loro concreta realizzazione che è legata alle opportunità offerte dalla cultura e in particolare all’utilizzo degli strumenti che la cultura ha elaborato nel corso della sua storia. Questi concetti hanno fortemente influenzato la psicologia dello sviluppo contemporanea che ha dato sempre maggiore importanza al ruolo dei fattori sociali, storici e culturali nel plasmare lo sviluppo. In quest’ottica lo sviluppo biologico non rappresenta la causa dello sviluppo psicologico o del comportamento, ma rappresenta solo l’insieme delle condizioni e dei vincoli per lo sviluppo e per l’azione umana. Ciò significa che non è possibile individuare una sequenza obbligata e, in quanto biologicamente fondata, uguale per tutti. Infatti ci sono molte evidenze che non tutti i bambini della stessa età ragionano allo stesso modo o usano le stesse modalità di interazione sociale.

Alla luce di queste evidenze oggi si preferisce parlare di percorso di sviluppo ( piuttosto che di stadio o fase) nella considerazione che, tanto per lo sviluppo cognitivo quanto per quello affettivo e sociale, non esistono percorsi obbligati ma percorsi possibili, fortemente individualizzati e differenziati che risultano dalla complessa interazione dinamica, lungo il tempo, tra l’individuo e il suo ambiente. Di fronte a tanta complessità il compito scientifico diviene più difficile ma non impossibile. Infatti le interazioni e le reciproche modificazioni degli elementi del sistema non sono casuali, ma sottoposte a leggi e il compito della psicologia dello sviluppo è appunto quello di comprendere queste regolarità. Per fare ciò è necessario rinunciare ai modelli deterministici unicausali per adottare modelli multicausali e probabilistici.

La preadolescenza e l’adolescenza

Tra i diversi effetti che i cambiamenti caratteristici della odierna società hanno prodotto rispetto alla scansione delle fasi della vita, così come era conosciuta fino a qualche decennio fa, risulta particolarmente evidente e degno di nota, quello relativo al dispiegarsi della fase di passaggio tra la condizione infantile e quella adulta. Ciò in quanto risultano stravolti sia i processi personali che permettono l’acquisizione di una chiara identità adulta e i conseguenti ruoli sociali che collocano le persone in ambito lavorativo e familiare; sia anche quelli relativi alla normale dialettica tra le generazioni, grazie alla quale si può realizzare il ricambio generazionale e la conseguente dinamica culturale di cambiamento dentro la società. Quindi ne risultano interessati quei processi che sono il cuore della crescita personale e dell’evoluzione socio-culturale.
La ricerca L’età negata ha messo in evidenza già dal 1986 la comparsa di una fase con caratteristiche autonome dall’adolescenza, che segnava in maniera precoce, attraverso lo sviluppo puberale e l’investimento sul corpo delle prime significative dinamiche di differenziazione dai genitori attraverso il processo di controdipendenza spazio-motoria; l’altra ricerca, L’età incompiuta, 1995, ha messo in evidenza chiaramente come i processi tipici della costruzione e della definizione della propria identità come ponte rivolto verso la condizione adulta, subiva rallentamenti e tentennamenti che, già all’epoca, rendevano più difficile e complesso il compito evolutivo tipico dell’adolescenza. Per cui tali processi sconfinavano e venivano ricollocati ben oltre i confini dell’adolescenza stessa.
Da allora non sono state effettuate ricerche di ampia portata tendenti ad esplorare lo stato dei processi psicosociali di uscita dall’infanzia e di costruzione dell’identità. Nel frattempo si è verificata l’invasione nelle vite di tutti dei nuovi mezzi di comunicazione (cellulari, tablet, pc) e di nuovi sistemi di interazione (i social media). In questo modo viene potenziata la possibilità di interazione, per lo più virtuale e immateriale, e di ridurre al minimo la comunicazione e l’interazione faccia a faccia. Ciò ha prodotto ulteriori e non sempre facilmente prevedibili effetti sui processi di definizione di sé.
Innanzi tutto possiamo immaginare la creazione di comunità virtuali attraverso cui precocemente i bambini, ma soprattutto i preadolescenti, cominciano ad esercitare i processi di distanziamento dai genitori. Questa volta senza la necessità della distanza fisica, ma creando delle vere e proprie bolle in cui pur stando in casa e vicini ai propri famigliari, si è però connessi e si interagisce con altri mondi reali ma lontani oppure virtuali. Dentro casa ma lontani. I mondi vitali diventano in questo caso mondi virtuali o immateriali. In questo senso la controdipendenza, come passo decisivo nella differenziazione dalle figure genitoriali, viene affidata non più al corpo e allo spazio, ma alla connessione immateriale con comunità virtuali alternative alla famiglia.
Inoltre ciò rende ancor più complicata a genitori ed educatori, la possibilità di accedere e poter minimamente interagire con i preadolescenti. L’uscita dall’infanzia e l’inizio del cammino verso la conquista della condizione adulta diventa quindi fin dall’inizio (la preadolescenza) un cammino lungo, faticoso, complesso e dagli esiti incerti. È quindi l’inizio di un esodo verso una terra promessa lontana e piena di imprevisti e ostacoli. L’adolescenza , con l’affinarsi delle capacità cognitive, con l’allargarsi delle prospettive temporali e con la possibilità di fare il punto su di sé come base per scegliere strade più compiute e personalizzate per realizzarsi come adulto, risulta comunque un ulteriore percorso in cui sono possibile, come evidenziano gli studiosi della formazione dell’identità, blocchi, diffusione, retromarce e stagnazioni in tale processo. Alcuni studiosi mettono in evidenza come i processi, tipici dell’adolescenza, che permettono la definizione di sé (esplorare possibilità e alternative, prendere impegni iniziali, rivedere e riconsiderare gli impegni), configurano oramai tale processo sempre meno come processo lineare e progressivo, ma sempre più come processo dinamico fatto di intuizioni, percorsi intrapresi, ripensamenti, cambi improvvisi di direzione.

Alcune implicazioni educative

Quanto detto, sotto forma di spunti e di suggestioni, richiederebbe analisi e approfondimenti ulteriori. È come se lo studio e la ricerca di tale fenomeni non riesca a stare al passo con i fenomeni che si evolvono e cambiano più velocemente delle nostre capacità di intercettarli e capirli. Questo può portare alla rinuncia da parte di genitori ed educatori a cercare di conoscere e capire. Nonostante la tentazione di gettare la spugna e limitarsi ad accompagnare l’esistente, rinunciando alla possibilità di interagire con tale mondo, appare urgente e necessario proprio il compito di conoscere e capire. La società che abitiamo rende possibile esperienze sicuramente impensabili fino a qualche decennio fa. Ciò riguarda la possibilità di movimento e di viaggio, ma anche di comunicazione e connessione praticamente illimitata con persone e con realtà virtuali. Anche questo potrebbe scoraggiare gli adulti dal tentativo di connettersi e di interagire con gli aspetti vitali del mondo degli adolescenti e dei preadolescenti limitandosi ad assistere al loro moltiplicarsi caleidoscopio delle loro esperienze. Emergono oggi teorie psicologiche educative che legittimano tale realtà. Si parla di molteplici sé potenziali che di volta in volta si attivano in relazione o in risposta a contesti e stimoli diversificati. Il rischio è la rinuncia a stimolare processi di costruzione dell’identità. Tale costruzione prevede non solo la fase dell’allargamento delle esperienze, ma anche quella della loro puntualizzazione, della riflessione e delle scelte progettuali. Prevede anche la costruzione di criteri personali capaci di orientare nelle scelte. Va quindi colta la nuova sfida educativa, perché le nuove generazioni trovino nella generazione adulta la disponibilità a percorrere, pur nelle novità che presenta la attuale situazione socio culturale, nuove strade e creare nuove opportunità di relazione che non si limiti al livello informativo e gestionale ma si allarghi all’ambito dei significati e della ricerca di senso nella cultura.