Evangelizzazione e educazione

Inserito in NPG annata 2016.

Voci PG /4


Elementi per pensare e praticare la loro feconda inclusione reciproca

Alberto Martelli – Rossano Sala

(NPG 2016-02-56)


La posta in gioco: la pienezza di vita

L’intenzione ispiratrice di don Bosco, che non può essere mai abbandonata, fu quella di lavorare per la felicità dei suoi giovani nel tempo e nell’eternità. Cioè per una pienezza di senso, ben tradotta dall’espressione evangelica per cui il Figlio di Dio è venuto per portare a noi la vita e la vita in abbondanza (cfr. Gv 10,10).
Tale compito ha avuto nella sua attività instancabile un doppio orientamento: una direzione che possiamo definire “negativa” (liberazione dalla schiavitù del male e del peccato, sia personale che sociale) e una invece “positiva” (inserimento del giovane nella vita buona portata dall’evangelo). Per don Bosco questo significa toccare tutti gli aspetti della vita dei giovani come singoli e come comunità: il loro rapporto con il Dio vivente, con se stessi e con gli altri, in una integralità e integrazione che nulla esclude. Insomma, un impegno a tutto tondo che non si risparmia per poter sviluppare, correggere, implementare tutti i doni e le competenze che ogni giovane possiede.
Ecco perché la pastorale giovanile su cui da sempre puntiamo, come NPG, ha a che fare con l’evangelizzazione e l’educazione, due parole che, nella loro unità e nella loro differenza, dicono totalità della vita di ogni giovane. Nelle sue implicazioni teoriche e nei suoi risvolti pratici, tale linguaggio garantisce un’opera di trasformazione dell’intera vita del giovane. Essa si sforza di ascoltare e conoscere in modo approfondito e competente la realtà in cui viviamo per poterla trasfigurare secondo il disegno divino, perché la pastorale giovanile è da pensare e praticare come coestensiva a tutta la persona del giovane.

La sorgente: il Vangelo, luogo istitutivo dell'incontro tra l'umanità di Dio e la divinità dell'uomo

Educare ed evangelizzare si intrecciano proprio nella loro capacità di generare il giovane alla vita adulta, la quale trova in Cristo, vero Dio e vero uomo, il proprio punto di riferimento ineludibile.
Gesù non è da considerarsi un’aggiunta ad un’umanità in sé potenzialmente compiuta. Egli non viene semplicemente ad aggiustare ciò che noi abbiamo rovinato con il nostro peccato personale e sociale, per poi ritornarsene dal Padre spezzando ogni legame con noi. Gesù, quando si presenta all’inizio del suo ministero missionario, è pienamente consapevole di essere lo “sposo” dell’umanità (cfr. Lc 5,33-39), colui che desidera rimanere eternamente con noi e in noi.
In principio, nel Dio unitrino, c’è pienezza di comunione, legame amorevole, concordia originaria e beatificante. Ora il motivo e il compimento della creazione tutta non può che essere un vero e proprio “allargamento” di questa comunione, di questo legame, di questa relazione. Non esiste né può esistere una creazione ed un’umanità che esista in alternativa a questo progetto, né logicamente una realizzazione di sé che non vada in questa precisa direzione. In questo senso Gesù è lo sposo, non una presenza facoltativa; è l’eternamente insostituibile, non un accessorio; è il compimento desiderato, non un estraneo da evitare. La nostra stessa identità è intrinsecamente relazionale, e non può esistere alcun compimento al di là della comunione. Gesù, in quanto presenza umana della trascendenza divina è figlio, fratello e sposo dell’umanità: tre termini che, in quanto definiscono Gesù vero Dio e vero uomo, definiscono sia Dio che gli uomini nella loro più intima identità.
In questo senso si capisce come l’evangelizzazione, ovvero l’annuncio esplicito di questa verità e l’invito caloroso a farne parte con gioia, non sia opzionale per chi abbia veramente incontrato il compimento della propria esistenza in Cristo. Il mandato missionario è chiaro ed evidente, non riducibile né sostituibile con altro (cfr. Mt 28,16-20).
Ma è importante sottolineare il modo concreto in cui questa “bella notizia”, il Vangelo appunto, si relaziona con l’umanità. Esso non sostituisce, non umilia, non elimina tutto ciò che è bello, vero e buono. Invece lo esalta, gli concede sapore e colore, lo allarga e lo dilata. In una parola, lo porta alla pienezza del compimento. Eloquenti appaiono le immagini usate in tante parabole di Gesù, dove egli cerca di mostrare la qualità e la modalità con cui il Regno viene e si sviluppa: quella del sale, della luce, del seme, della minoranza significativa, dell’invito ad essere amici e non servi, e così via.
L’evangelizzazione poi non è mai astratta, ma è sempre evangelizzazione dell’uomo concretamente esistente, ed è esattamente qui che essa fa tutt’uno con l’educazione. Esattamente allo stesso modo in cui Gesù ha incontrato i suoi discepoli nel punto in cui la loro libertà si trovava e li ha condotti con “dolcezza e violenza” verso la pienezza della conversione e della vita nuova. Qui entra in campo la dimensione educativa, chiaramente evidenziata nelle restituzioni evangeliche: una vera e propria pedagogia della grazia e un accompagnamento graduale; una pazienza a tutta prova; una capacità di sopportazione e di comprensione delle fatiche e dei necessari tempi di maturazione. I Vangeli ci restituiscono, in particolare nella intensa, drammatica e coinvolgente relazione tra Gesù e i dodici, un vero e proprio itinerario educativo di evangelizzazione[1]. Perché, in realtà, non vi è possibilità di entrare nel ritmo della fede per altra via.
In questo itinerario pedagogico resta evidente il fatto, che troppe volte passa inosservato, che i dodici effettivamente appaiono più o meno come adolescenti condotti da Gesù con pazienza e sapienza:

È convinzione condivisa che i discepoli erano teenagers durante il ministero di Gesù. Pertanto, quando si leggono i Vangeli, immaginate un giovane camminare, vivere e condividere con Gesù la vita di ogni giorno. I discepoli mostrano un comportamento violento (Pietro taglia l’orecchio di un soldato in Lc 22,29-51) e minaccioso (suggerendo a Gesù di mandare un “fuoco dal cielo” che incenerisca i Samaritani in Lc 9,54, dopo essere stati rifiutati). Inoltre spesso non ascoltarono, come viene illustrato quando Gesù disse loro che sarebbe morto e tornato in vita (Gv 12,23-34; Mt 17,9, Mc 9,31; Lc 9,22). In Mc 10,32-34 Gesù sottolinea “di nuovo” (v. 32b) la previsione della sua morte. Anche i farisei sapevano che Gesù sarebbe risorto dai morti (Mt 27,63) e così chiedono a Pilato di rendere più sicuro il sepolcro (Mt 27,65). […] Un altro episodio in Lc 9 mette in evidenza la loro immaturità, quando dopo una serie di miracoli e di esperienze soprannaturali troviamo i discepoli a discutere su chi sarebbe stato il più grande (v. 46). Alla luce di tutto ciò che avevano visto, sono stati trovati a discutere su chi sarebbe stato il più famoso, onorato e rispettato tra loro![2].

Gesù è così «il primo e il più grande evangelizzatore»[3]. Ma, per essere veramente tale, non può che essere insieme anche il primo e più grande educatore! Come nell’Antico Testamento assistiamo ad un Dio che conduce il suo popolo in forma educativa verso la terra promessa, così nel Nuovo assistiamo a Gesù che educa tutti coloro che incontra: proprio Lui ci insegna ad essere educatori-pastori secondo il suo cuore, generando delle comunità educativo-pastorali per i ragazzi, gli adolescenti e i giovani.
Così la restituzione biblica rimane il referente per comprendere come evangelizzazione ed educazione si trovano una dentro l’altra, in una chiara ed evidente inclusione reciproca: Gesù si fa accanto, accompagna, rimane in attesa, ripete le stesse cose, gli stessi gesti. Ma d’altra parte non abbassa il livello della sua proposta, non scende a patti con la debolezza dei discepoli, non muta di un millimetro le altezze richieste dal discepolato. Gesù accompagna sempre con pazienza, ma non fa mai sconti di fine stagione (cfr. Gv 6,60-69).

Il compito: “Evangelizzare educando e educare evangelizzando” i giovani, nell'oggi della Chiesa e del mondo

Nella tradizione salesiana è noto l’assioma pastorale per cui bisogna mantenere in sapiente e difficile equilibrio l’integralità dell’annuncio e la gradualità della proposta: ciò significa che, da una parte, non si può venir meno alla “misura alta della vita cristiana”, che è la “santità”, nominazione sintetica dell’umanità pienamente riuscita; e che dall’altra bisogna tenere conto della reale situazione dei giovani, senza forzarne le tappe, ma rispettando e accompagnando la loro persona, incontrandola dove realmente si trova. La giusta accordatura tra queste due “esigenze” o “fedeltà” farà scaturire un progetto concreto di pastorale giovanile che deve adattarsi al contesto sociale, politico, economico, culturale senza però perdere le esigenze del Vangelo, che punta sempre in alto, in piena lealtà alla «vocazione ultima dell’uomo [che] è effettivamente una sola, quella divina»[4]. Ha così ragione Benedetto XVI quando dice che «l’evangelizzazione propone all’educazione un modello di umanità pienamente riuscita e che l’educazione, quando giunge a toccare il cuore dei giovani e sviluppa il senso religioso della vita, favorisce e accompagna il processo di evangelizzazione: “senza educazione, in effetti, non c’è evangelizzazione duratura e profonda, non c’è crescita e maturazione, non si dà cambio di mentalità e di cultura”[5]».
Una volta stabilito il necessario intreccio tra educare ed evangelizzare, si apre la questione di come questo intreccio debba essere confermato, mantenuto ed implementato. È proprio in questo dibattito che NPG ha sempre fatto la sua parte e si propone di continuare a farla, riflettendo teoricamente e insieme offrendo piste realistiche di attuazione.
Ci sembra sempre opportuno, a questo proposito, rilanciare questa inclusione reciproca, ma asimmetrica, tra evangelizzazione ed educazione attraverso la formula azzeccata di “evangelizzare educando ed educare evangelizzando”, perché l’annuncio del Vangelo ai giovani non può andare disgiunto dalla preoccupazione per la loro crescita umana, per la loro crescita dunque anche nella capacità di una decisione di fede adulta. Eppure, occorre distinguere senza separare tra il servizio educativo che deve essere rivolto al minore, e il servizio ecclesiale di annuncio della fede e di evangelizzazione. Solo in questo modo possono essere garantite la gratuità del servizio educativo e la libertà della fede, contro l’integralismo del rapporto fede/cultura e contro il secolarismo della coscienza umana.
In primo luogo dunque la pastorale giovanile di NPG è evangelizzazione, perché la Chiesa stessa è in primo luogo evangelizzazione. Non vi sono altri obiettivi che possono superare questo perché questo non è propriamente un obiettivo, ma la vita stessa della comunità ecclesiale e l’essenza stessa della cura della vita piena dei giovani. Evangelizzare implica una pluralità di aspetti: presenza, testimonianza, predicazione, annunzio esplicito, appello alla conversione personale, formazione della Chiesa, catechesi; ma anche, inculturazione, integrazione ed inclusione sociale, dialogo ecumenico ed interreligioso, opzione preferenziale dei poveri, trasformazione della società. In una parola riassuntiva l’evangelizzazione è la proposta fatta ai giovani di poter vivere la propria vita nella stessa forma in cui Cristo ha vissuto la propria.
Per il suo carattere integrale, la pastorale giovanile dunque non può evitare di interessarsi anche della promozione della vita umana del giovane, che si chiama educazione. L’educazione, mediazione privilegiata a servizio delle persone per favorire la loro nascita al mondo, è il compimento della generazione dell’io: essa attiva tutte le potenzialità del giovane, dalle capacità intellettuali, a quelle emotive fino alla libera volontà accompagnando tutta la sua crescita.
La preoccupazione educativa dell’azione pastorale vuole lasciarsi raggiungere dalla storia di vita del giovane e dal contesto sociale-storico in cui vive, riconoscendo che l’azione di Dio passa per la nostra mediazione umana: non a distanza di sicurezza e nemmeno accanto, ma attraverso la storia personale di ciascuno e di tutti.
L’evangelizzazione stessa, in questo modo, è l’accompagnamento alla nuova nascita dell’io, al pieno compimento della persona in Cristo. Essa si misura sul terreno umano che incontra, assume e rigenera la vita quotidiana dei giovani e la loro esigenza di senso e pienezza a quanto accade nel loro mondo. L’evangelizzazione, liberando tutte le potenzialità educative del messaggio di Cristo, orienta alla maturazione in umanità, illumina, propone, interpella la libertà. L’educazione, aiutando le persone a raggiungere la pienezza della loro vita, risulta fondamentale per la costruzione della persona; interessa tutti coloro ai quali sta a cuore il bene dell’uomo. Il messaggio cristiano si colloca così in ottica educativa, si offre nella logica di un progetto capace di favorire una crescita integrata ed integrale.


NOTE

[1] Cfr., a questo proposito, almeno: J.J. Bartolomé, Gesù di Nazareth formatore di discepoli. La pedagogia di Gesù secondo il racconto di Marco (Nuova biblioteca di scienze religiose 38), LAS, Roma 2013; C.M. Martini, L’itinerario spirituale dei dodici (Letture bibliche), Borla, Roma 19934; M. Rossetti, Il Vangelo di Gesù, Cristo e figlio di Dio, in Mc 3,13-19 e 8,31-33, in A. Bozzolo - R. Carelli (ed.), Evangelizzazione e educazione, LAS, Roma 2011, 173-188.
[2] S. Nash (ed.), Youth ministry. A multi-faceted approach, Society of Promotion Christian Knowledge, London 2011, 71 (traduzione nostra).
[3] Paolo VI, Evangelii nuntiandi, n. 9; Francesco, Evangelii gaudium, n. 12.
[4] Gaudium et spes, n. 22.
[5] Benedetto XVI, Lettera a don Pascual Chávez Villanueva, Rettor Maggiore dei Salesiani, in occasione del Capitolo generale XXVI, 1 marzo 2008.