1223 d.C.

Alessandro D’Avenia

"Vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una mangiatoia e giaceva sul fieno".
Era metà dicembre del 1223 quando Francesco d’Assisi, fermandosi a Greccio, paesino vicino Rieti che amava molto, fece questa strana richiesta a Giovanni Velita, suo amico e signore del luogo. Giovanni preparò la mangiatoia (praesepium è la parola latina per la cassa con il fieno per gli animali) in una grotta, dove la notte di Natale i locali si radunarono. Sulla mangiatoia fu celebrata l’Eucarestia: il corpo di Cristo trasformava Greccio in Betlemme (toponimo che significa casa della carne in arabo, casa del pane in ebraico). Il primo presepe non aveva statue o personaggi ma uomini e donne reali con le loro vite piene di fatiche e gioie, radunati per la Messa. Il gesto di Francesco lancia una sfida culturale che riguarda tutti, credenti e non: il nostro rapporto con lo scorrere del tempo. L’uomo, nella storia, ha elaborato due modi di fermare l’orologio: vivere nel passato o nel futuro. Per questo l’antropologo Lévi-Strauss divideva le società in fredde e calde.
Le società fredde, riproducendo il passato con riti e miti, cercano di annullare lo scorrere del tempo e di difendersi dall’irruzione della storia; le società calde amano invece il divenire e, attraverso la tecnica, cercano anzi di accelerare il tempo e l’avvento del futuro. Si tratta di una semplificazione, perché in ogni cultura si mescolano correnti fredde e calde, ma è vero che ciascuna ha delle note dominanti. Quella dell’antica Grecia è ad esempio una cultura prevalentemente fredda: lotta contro il tempo che tutto divora, cercando di riattualizzare l’età dell’oro, quando uomini e dei vivevano in armonia e la terra offriva spontaneamente i suoi frutti. Per una cultura cosiddetta tradizionale il divenire è un male e il nemico dell’uomo è l’oblio: l’immortalità è nella Memoria, che è infatti una dea, sposa di Zeus e madre delle Muse. Esistere significa resistere all’usura del tempo ed essere quindi «memorabili», come Achille. La modernità è invece prevalentemente calda, è nel potere dell’uomo domare il divenire e spronarlo al galoppo per raggiungere il paradiso in terra: non è nel passato che si trova l’energia per affrontare il presente, ma nel futuro. L’età dell’oro va realizzata, con il progresso e la tecnica: l’Azione, non la Memoria, rende immortali. Esistere significa immergersi nella corrente della storia. Queste due visioni del mondo ci guidano nelle scelte che facciamo nella vita di tutti i giorni ma, nonostante la loro spinta creativa, la fatica del vivere e lo scorrere del tempo restano un peso, perché in quel passato o in quel futuro aurei la mia vita così com’è non entra (non c’ero o non ci sarò): perché quindi sono nato così e vivo qui e adesso?
Il presepe di Francesco dà un’altra risposta: «In principio era il Verbo e il Verbo si fece carne, abitando tra noi», adesso, cioè per affrontare la vita non basta credere nel passato o nel futuro, ma serve farsi carne, accettare il peso del tempo, il presente. Cristo fa per 30 anni il carpentiere in un paesino sperduto della Galilea: se l’eterno si fa tempo allora il tempo è anche eternità. Gli uomini inventano divinità (da Prometeo al Progresso) che li liberino dal peso della vita, nel presepe invece - la mangiatoia non lascia spazio a teorie - questo peso viene accettato e riempito di senso: il lavoro, la festa, la fatica, il riposo, il pianto, la gioia, la malattia, il fallimento, la noia, il male, le relazioni, la meraviglia, la paura... tutto, proprio tutto, è occasione di vita. Il presente non è una condanna da scongiurare, mitizzando il passato (era meglio prima) o il futuro (sarà meglio dopo), ma una sfida: la libertà diventa così la chiave dell’esistenza, in quanto capacità di vivere ogni momento nella pienezza di senso che decidiamo di dargli. Per questo amo la frase di Cristo: «Non preoccupatevi del domani: a ogni giorno basta la sua pena» che fa il paio con: «Chi vuol venire dietro a me prenda la sua croce ogni giorno e mi segua». L’unità di misura del tempo è per lui «ogni giorno»; la vita di oggi, con tutto ciò che contiene, diventa l’occasione in cui, essendo sempre e comunque libero di amare Dio e gli altri, si può dare senso a ogni istante: nulla è assurdo e nulla va sprecato. Non è un vivere alla giornata, ma un vivere la giornata: né nostalgici né utopisti ma radicati e radicali nelle 24 ore. Nel presepe di Francesco il presente è tutto, non ci sono statue o personaggi, ma gli uomini e le donne di Greccio del 1223, attorno al Dio che si fa Carne e Pane per loro, lì e in quel momento. Il presepe ci interroga sul nostro essere qui e ora: che cosa ci fa vivere la giornata con gioia, libertà e iniziativa? Per cosa viviamo? Che cosa ci fa rinascere ogni 24 ore? Cercare la risposta è il Natale.

(Corriere - 16 dicembre 2019