Oratorio territoriale interculturale, tante domande

Inserito in NPG annata 2006.


Enrico Cassanelli


(NPG 2006-05-31)


L’altro giorno dico al mio Vescovo durante una consulta diocesana di pastorale giovanile: «Monsignore, fra 10 anni in questa consulta la metà dei ragazzi che le staranno di fronte probabilmente non saranno neanche battezzati e apparteranno al altri credo religiosi». Non mi ricordo se il Vescovo ha sorriso compiaciuto di questa affermazione o è rimasto perplesso.

Sta di fatto che al di là della battuta, fra pochi anni molti incaricati di pastorale giovanile si troveranno davanti ad un bivio: dedicarsi alla porzione di ragazzi «cristiani» presenti nel territorio o ripensare una pastorale giovanile in cui ci sia spazio anche per il ragazzo non cristiano.
Non è che nel frattempo si possa dormire sonni tranquilli. Anzi questo tempo ci è dato per «le prove tecniche di trasmissione», come diceva un tempo uno slogan della nostra mittente televisiva nazionale.
Perché non è facile trovare immediatamente una formula nuova in cui la pastorale giovanile muti insieme obiettivi, destinatari e responsabili.
Per questo mi guardo intorno alla ricerca di esperienze con cui confrontarmi, perché credo che la ricetta meglio riuscita sarà realizzata da coloro che sapranno andare a prendere il meglio delle realtà di integrazione culturale e religiosa realizzate qua e là per l’Italia e all’estero.
Riportando una piccola esperienza realizzata in un oratorio della nostra diocesi, propongo qualche soluzione e almeno altrettanti interrogativi.
L’oratorio di cui intendo parlare è un oratorio cittadino, cioè non legato ad un parrocchia in senso stretto, ma ad un territorio: quello del centro storico della città di Prato.
Circa tre anni fa l’oratorio, snobbato dai ragazzi italiani, è stato preso d’assalto da giovani extracomunitari, in particolare da ragazzi e ragazze cinesi. E subito sono nate le difficoltà.
Prima fra tutte quella della comunicazione: molti di loro erano arrivati da poco in Italia e non sapevano che poche frasi essenziali di italiano.
Ma subito a ruota di questa veniva quella legata al contesto culturale di riferimento dei giovani amici cinesi: così differente da quello italiano.
Per queste due prime difficoltà non è stato difficile individuare una soluzione: pochi giorni dopo l’arrivo di questi ragazzi si è infatti presentato all’oratorio un giovane italiano che era il loro insegnante di appoggio nelle scuola media. Questo bravo giovanotto possedeva una qualità indispensabile per accompagnare educativamente i suoi ragazzi: aveva studiato lingue orientali a Venezia e quindi con il cinese se la cavava egregiamente.
Ecco qui una prima indicazione concreta da ricavare da questo laboratorio multiculturale: la necessità, direi imprescindibile, di un mediatore culturale di madre lingua o che almeno abbia la padronanza della lingua dei ragazzi che si intende avvicinare.
Una terza difficoltà è stata quella di fra integrare questi ragazzi nella normale vita dell’oratorio. A questa richiesta non è stato facile rispondere perché le tradizionali attività sportive oratoriale (calcio, basket, volley) all’inizio non interessavano molto ai nostri amici non italiani.
Anche in questo caso la presenza di un bravo obiettore di coscienza, proveniente dallo scoutismo, ha aiutato lentamente a far partecipare i ragazzi cinesi alle normali attività sportive (particolarmente gradito era il basket).
Il buon rapporto stabilito con il capo scout ha permesso nei mesi seguenti di realizzare anche una esperienza di scambio culturale tra bambini cinesi e bambini italiani legati al mondo scout. Così un sabato pomeriggio ciascuno dei due gruppi ha avuto il tempo di offrire una esperienza di laboratorio manuale legata alla cultura di provenienza con la realizzazione di giocattoli per bambini.
Così un po’ alla volta i ragazzi e le ragazze cinesi si sono sentiti accolti all’interno dell’oratorio.
Ma non è stato tutto facile e l’esperienza sta andando avanti con due punti problematici ancora non risolti.
Il primo riguarda l’integrazione di questo gruppo di ragazzi con altri ragazzi non italiani presenti all’oratorio e provenienti dal Marocco, dall’Albania, dal Brasile, ecc. Questa integrazione fra gruppi etnici diversi stenta a realizzarsi perché ciascuno, più o meno consapevolmente, tende a trovar rifugio nel gruppo di appartenenza. Rimane per me qui un grande punto interrogativo: quale cornice educativa può aiutare la conoscenza, lo scambio e il confronto tra ragazzi di nazionalità e cultura tanto differenti?
Il secondo interrogativo riguarda la cornice religiosa e in particolare la preghiera: quando pronunciamo la parola Dio, escludendo la realtà dei ragazzi non credenti, quale immagine attraversa la mente di un ragazzo cristiano, quella di un ragazzo musulmano, quella di un ragazzo legato al confucianesimo? E come far dialogare tra loro queste immagini?
Qualcuno ha teorizzato la necessità di trovare le basi comuni in una certa spiritualità umana o in una religiosità generica, un moto «naturale» dello spirito, lasciando aperte poi le varie direzioni in cui esso si può esprimere (nominando il proprio Dio secondo le proprie tradizioni e appartenenze religiose). Può bastare questo per un discorso nostro di pastorale giovanile?
Questi interrogativi li ripropongo anche ai lettori, e magari alla redazione della rivista, nella speranza non solo di ricevere (banalmente) qualche indicazione pratica, ma forse di aprire un dibattito sul senso e pratica di pastorale giovanile (cioè con l’obiettivo non troppo remoto dell’educazione alla fede) in situazione multireligiosa, o perlomeno il conforto di sentire che anche qualcun altro si sta scervellando davanti a questo interrogativo.
A risentirci.