Verso un ripensamento della pastorale giovanile?

Inserito in NPG annata 2006.



Lettera aperta agli operatori di pastorale giovanile


Antonio Grasso

(NPG 2006-05-04)


Dagli interventi sul rapporto tra immigrazione e pastorale giovanile raccolti nel dossier «Immigrazione e pastorale giovanile» (NPG 2/2006) emergono alcuni punti dai quali voglio partire per una riflessione e una provocazione in vista di un ripensamento della pastorale giovanile nel contesto italiano.

Quando Papa Benedetto XVI nel Messaggio per la giornata mondiale del migrante e del rifugiato del 2006 dice che: «l’emigrazione ha assunto una caratteristica strutturale», non mi sembra un’affermazione da poco. Forse è proprio il non aver ancora accettato questa realtà che ci impedisce di pensare in modo stabile e permanente non solo una pastorale giovanile, ma soprattutto una pastorale globale.
«Il fenomeno migratorio», si afferma in Erga migrantes caritas Christi, 8, «solleva una vera e propria questione etica, quella della ricerca di un nuovo ordine economico internazionale per una più equa distribuzione dei beni della terra, che contribuirebbe non poco, del resto, a ridurre e moderare ì flussi di una numerosa parte delle popolazioni in difficoltà. Di qui la necessità anche di un impegno più incisivo per realizzare sistemi educativi e pastorali, in vista di una formazione alla mondialità, a una nuova visione, cioè, della comunità mondiale, considerata come famiglia di popoli, a cui finalmente sono destinati i beni della terra, in una prospettiva del bene comune universale».
Se alle parole del Papa e dei documenti della Chiesa facciamo seguire i dati citati da Padre Bruno Mioli (NPG 2/2006) in cui viene detto che: «tra minore e maggiore età, gli stranieri al di sotto dei 25 anni si possono calcolare sul milione, al di sotto dei 30 anni sul milione e duecentomila», allora ci sembra che non possiamo più far finta che tutto ciò non sia vero. Occorre pensare, anzi ripensare, una pastorale giovanile che abbia il coraggio di guardare con sano realismo alla realtà e che si metta in discussione non solo nei suoi destinatari, ma anche nei contenuti e metodi.

Non solo assistenzialismo

Parlare di una «pastorale giovanile sensibile alle migrazioni» può lasciare adito ad interpretazioni fuorvianti o comunque ancora proiettate in un’ottica assistenzialistica. Per la serie: siccome siete nel bisogno e noi siamo sensibili, ci occupiamo di voi.
Certo, questo è un punto di partenza, ma ormai la strutturalità delle migrazioni e il suo essere «normalità» e non più eccezionalità, pone noi operatori di pastorale giovanile nella prospettiva di formulare la nostra missione e la nostra azione pastorale in chiave inclusivista e non esclusivista.
Nella parrocchie si sentono ancora espressioni come «i nostri giovani» e «i giovani immigrati»; un linguaggio, questo, che non ci sta permettendo di sognare una pastorale giovanile dove con il termine «giovanile» si includano tutti coloro che rientrano nella fascia d’età definita tale.
Stiamo rischiando di creare esclusioni anche attraverso il nostro linguaggio e sta ancora passando il messaggio che dei giovani «italiani» se ne occupa la pastorale giovanile «ufficiale», mentre dei giovani stranieri se ne occupano i cappellani etnici o i missionari per i migranti.

Il rischio di una pastorale giovanile parallela

Il termine «migrante» viene spesso messo in parallelo con altre categorie sociali definite come «bisognose», tipo: carcerati, tossicodipendenti, senza tetto, anziani, ecc... tanto che gli interventi in merito sembrano essere in parallelo con gli altri per le suddette categorie. Ma chi è il migrante? Non può essere forse il carcerato? Lo studente? Il tossicodipendente? La mamma? Il bambino? Dire «migrante» non è pensare ad una categoria parallela rispetto ad altre ma ad una realtà trasversale, che tocca tutte le categorie sociali.
Allora nel momento in cui parliamo di giovani dobbiamo pensare che il migrante è giovane e che non possiamo creare una pastorale giovanile parallela per loro, ma iniziare a pensare (a «ri-pensare») una pastorale giovanile che abbraccia tutti i giovani presenti sul territorio nazionale.

La prima e la seconda generazione

Che tipo di pastorale giovanile è maggiormente adatta per i giovani immigrati di prima generazione (coloro che giungono in giovane età nel paese ospitante) e per quelli di seconda (coloro che nascono in Italia)?
Siccome il processo di naturalizzazione non può essere forzato ma è spontaneo, allora la pastorale giovanile dovrebbe fornire dei percorsi sia per quei giovani migranti che hanno ancora bisogno di consolidare la loro identità etnica, sia per coloro che, nati in Italia e ormai pienamente inseriti in un contesto sociale, culturale ed ecclesiale locale, chiedono di non essere esclusi dai progetti pastorali. A noi il compito, dunque, di formulare percorsi, metodologie e strategie pastorali che rispondano alle esigenze di entrambi.

Quale pastorale giovanile per i giovani immigrati di prima generazione?

Martin Lechner, nel suo precedente intervento (NPG 2/2006), sottolineava che «il fine ultimo di una pastorale giovanile sensibile agli immigrati è, attraverso un atteggiamento amorevole verso i giovani migranti e le loro famiglie e attraverso la competenza specifica, testimoniare quel Dio che protegge gli stranieri». L’ottica interculturale presentata nell’articolo propone un cammino verso la conoscenza della cultura altrui come primo passo verso un rispetto e un dialogo.
Un giovane migrante di prima generazione ha un forte bisogno di consolidare la sua cultura, le sue tradizioni, di stare con i suoi connazionali, di pregare nella sua lingua e di «mangiare i suoi piatti tipici».
«In presenza di gruppi particolarmente numerosi e omogenei di immigrati, essi vanno quindi incoraggiati a mantenere la propria specifica tradizione cattolica. In particolare si dovrà cercare di procurare l’assistenza religiosa, in forma organizzata, da parte di sacerdoti della lingua e cultura e rito degli immigrati, con scelta della figura giuridica più confacente, tra quelle previste dal CIC e dal CCEO» (Erga migrantes caritas Christi, 50).
Visti i dati del Dossier Caritas 2005, e considerando che la maggior parte degli immigrati è giovane, ci chiediamo: possiamo pensare e formulare una pastorale giovanile interculturale?
Il termine «interculturale» implica dialogo e confronto tra culture, dunque presuppone che ci siano delle culture ben definite (ma non rigide e stereotipate!). Se da una parte le cappellanie e le comunità etniche mirano a garantire ai migranti quel sostegno culturale e religioso di cui necessitano, dall’altra parte perché non ipotizzare degli «ambiti interculturali» dove i nostri giovani fanno esperienza di intercultura?
Tra giovani italiani e giovani immigrati possono esserci dei momenti d’insieme pur nel rispetto dei cammini propri. È difficile pensare che gli immigrati di prima generazione entrino a far parte dei gruppi giovanili italiani, impostati secondo una tradizione di gruppi, di campi estivi, di formazione, di dinamiche, di giochi, di uscite di gruppo, che forse non sono comuni ad altre esperienze culturali giovanili. Ci siamo mai chiesti come viene gestito un gruppo giovanile in Ghana? E nelle Filippine? E in Romania? Dovremmo porci queste domande per evitare di creare dei «modelli forti» e di imporre implicitamente all’altro che ci sta vicino l’alternativa: o entrare in questo modello (il «mio» modello) o restarne fuori. Questa è la neo-colonizzazione!
Sappiamo dialogare? Sappiamo ripensarci a partire dalla nuova realtà? Non si tratta di «svendere» la nostra tradizione, il nostro stile, la nostra identità, ma di essere «in divenire», cioè di lasciare che questa identità si riformuli continuamente come è giusto che sia. Nessuna identità è fissa; l’identità vera è sempre dinamica. Allora anche l’identità dei nostri gruppi, del nostro «stile» di PG deve sapersi riformulare verso nuove identità e verso nuovi cammini disegnati insieme, dai giovani che oggi fanno parte della nostra società e delle nostre comunità ecclesiali.
L’esperienza di un gruppo multietnico e interculturale può essere una valida esperienza ma non l’unica. I giovani immigrati di prima generazione hanno bisogno di stare con i loro connazionali, ma allo stesso tempo si possono creare insieme degli «spazi», dei «luoghi» formali e informali, dove le diversità entrano in dialogo e si sperimenta ciò che in un futuro prossimo sarà la norma, cioè una nuova identità di «giovane italiano» non più definibile per un colore, una parentela, un documento, ma per un’appartenenza ad un territorio, per la condivisione di una cultura (con tutto ciò che essa comporta: lingua, storia, arte, musica, luoghi, ecc.). Per questi giovani dovremmo creare, dunque, dei «momenti interculturali» (a tale proposito rimando alla presentazione, in questo stesso dossier, dell’esperienza del gruppo giovanile scalabriniano «Piedi a Colori»).

Oltre il confine?

A chiarire questo concetto può aiutarci una breve riflessione sull’esperienza del confine.
Abbiamo bisogno del confine? Spesso quando pensiamo ai «confini» immaginiamo barriere, muri, divisioni tra realtà. La globalizzazione ha cercato di abbattere questi confini tra i popoli, tra le culture, tra i mercati, tra le persone. Ma qual è stato il risultato? Più si cerca di abbattere i confini e più si sente il bisogno di delimitarli (nasce così la «riscoperta dell’etnico», come risposta alla globalizzazione!).
Riprendo la domanda: abbiamo bisogno dei confini? Sì. I confini sono importanti e non vanno eliminati. Il confine è ciò che ci identifica, ciò che contribuisce a formulare una identità. I bambini hanno bisogno di confini perché cresca in loro la percezione di sé e degli altri. Nella nostra società i confini si annullano e si riformulano, il tutto in un processo di incontro e di scontro. È questo il dialogo tra identità e alterità, dove l’io è messo davanti ad un tu, e si riscopre io proprio perché esiste un tu.
Il confine è, dunque, il luogo dove le identità s’incontrano scoprendo che non esiste identità senza qualcosa che la contraddice. L’altro va riconosciuto per ciò che è (Lévinas) e non per ciò che io riesco a comprendere (Buber).
Non si può vivere senza confini. Lo stesso concetto di «diversità» è tale proprio perché c’è un confine che delimita una cosa da un’altra, una cultura da un’altra, un’identità da un’altra.
Qual è la sfida? Superare la nostra paura che ciò che consideriamo «nostra identità» venga distrutto, confuso, annullato dall’incontro con un’altra identità. La sfida che le migrazioni ci pongono anche in campo giovanile è quella di riformulare la nostra identità.
Il confine è allora il luogo del rischio, dove scopriamo di aver bisogno degli altri per capire noi stessi. Dobbiamo porre dei confini, ma dobbiamo far sì che questi confini non siano rigidi, che ci separino dalle persone, ma dei confini mobili, capaci di riformularsi un po’ più in là nel momento in cui due entità s’incontrano. Superato un confine se ne riformula un altro, e così via.

La logica dei confini e la pastorale giovanile

Come applicare quanto detto sul confine in un contesto di PG in cui abbiamo a confronto identità multiple? Forse il dialogo, le relazioni, le esperienze, sono ciò che concretamente ci permette di superare i confini come ostacolo, come divisione, e di ripensarci all’interno di essi in una nuova identità.
Chi sono i giovani «italiani»? sono i «figli degli italiani? Sono coloro che vivono in un contesto culturale, sociale, ecclesiale a prescindere dal documento che hanno? Allora, a chi è rivolta la nostra pastorale giovanile?
Non dovremmo parlare di pastorale giovanile «attenta ai migranti», anzi, se è vero che l’emigrazione non è più l’eccezione ma la norma, allora dovremmo parlare solo di «pastorale giovanile».
Questo non vuol dire annullare le differenze, visto che per noi la diversità è una ricchezza e non un pericolo, e ci mette in movimento per creare contesti di dialogo, di confronto (appunto, interculturali) dove le diversità s’incontrano e si riformulano verso nuove forme di identità.
Non possiamo allora creare «pastorali giovanili» parallele, ma dovremmo pensare ad una pastorale giovanile che dialoga con tutti i giovani che sono presenti sul territorio, che, se pensiamo alle prime generazioni, propone attività per gli italiani e per gli stranieri, che sa rispettare il bisogno del giovane migrante di stare con i suoi connazionali, ma sa anche offrire momenti di incontro e di crescita d’insieme, verso quello che tra non molti anni sarà «la norma».

I sussidi

La proposta di un cammino giovanile interculturale necessita anche di strumenti validi e di sussidi aggiornati. Nelle nostre librerie cattoliche non si vedono ancora sugli scaffali libri e strumenti per una PG che si legge in ottica interculturale. Gli strumenti sono ancora pensati per gruppi giovanili «tradizionali» e se anche viene trattata la tematica dell’accoglienza, dell’apertura verso lo straniero, del migrante, si immagina di avere davanti un gruppo di giovani italiani che devono essere sensibilizzati sul tema. Ma come trattare questa stessa tematica con davanti giovani di diverse culture? Possiamo ancora parlare del migrante in ottica assistenzialistica e considerandolo solo il «bisognoso da accogliere e aiutare»? Come reagiranno i giovani immigrati presenti all’incontro? Quanto interessa loro sentir parlare di loro stessi? Forse queste cose le sanno già...
Allora anche nelle nostre riflessioni e pubblicazioni di PG dovremmo iniziare a creare strumenti che aiutino a conoscere e a valorizzare le diversità culturali presenti nel gruppo; letture di fede con l’ottica interculturale, esperienze e percorsi di crescita umana ed ecclesiale che partano dalla valorizzazione delle diversità culturali; campi estivi interculturali, e così via.
Per il momento per supplire alla mancanza di strumenti adeguati bisogna rifarsi alle numerose pubblicazioni interculturali in campo pedagogico, per esempio, una fra tutte, le pubblicazioni della EMI sulla Mondialità e Intercultura.

I destinatari

Chi sono i destinatari di questa «pastorale giovanile interculturale»? La risposta sembra scontata: tutti i giovani presenti nel territorio locale con i quali una chiesa locale entra in dialogo.
Meno scontata è l’attuazione. Il giovane migrante non solo differisce per cultura, ma in alcuni casi anche per religione. Dal Dossier Caritas 2005 risulta che sul totale degli stranieri presenti in Italia il 33% sia musulmano. Se a questo dato aggiungiamo che l’80% degli stranieri non ha ancora 40 anni, capiamo che operare in pastorale giovanile vuol dire non solo essere aperti ad un dialogo interculturale ma anche interreligioso.
Da una parte, dunque, dobbiamo pensare ad un’azione pastorale che crei «ambiti interculturali» verso quei giovani immigrati cristiani, dall’altra essere disposti ad aprire le porte della nostra comunità e dei nostri gruppi per avviare dialoghi interreligiosi tra giovani che hanno di certo una cosa in comune: l’essere giovani, con i loro sogni e le loro paure.

Che tipo di pastorale fare con i giovani immigrati non cattolici?

Anche in questo caso penso la nostra PG ha qualcosa da dire. P. Bruno Mioli ricordava nel suo precedente intervento che «lo spirito autenticamente evangelico tiene lontano da ogni forma di proselitismo» e dunque più si punta su uno scambio vero d’amicizia, più si punta a creare relazioni valide e profonde, meno si giungerà allo scontro. La PG ha qualcosa da dire anche ai giovani non cattolici puntando su un dialogo a 360°, investendo le sue risorse umane favorendo scambi culturali e momenti di crescita umana, base e fondamento di una spiritualità.
È il mistero dell’Incarnazione che ci ricorda quanto sia importante la nostra umanità, e per questo ogni spiritualità non può essere «teorica», ma incarnata in un uomo concreto con una cultura concreta. L’impegno per attività culturali e sociali non è un perdere di vista l’obiettivo della pastorale giovanile, ma è il creare le condizioni giuste per una confronto e una testimonianza di fede che insiste più che sulle parole, su uno stile di vita.
Le occasioni possono essere varie: dalle attività socio-caritative agli scambi culturali, dai cineforum ai concerti etnici, dal Sinodo dei giovani alle preghiere interreligiose, da una visita alla Moschea alla Giornata per la Pace.

E per i giovani di seconda generazione?

Forse diversa è la realtà per quei giovani di seconda generazione che sono nati in Italia. Sono giovani che non sono immigrati, che vivono fianco a fianco dei giovani italiani e che, nonostante tutte le difficoltà di identità (chi si sentono veramente?) e di relazione tra la cultura d’origine e quella nella quale sono nati e sono inseriti, stanno facendo un cammino di sintesi. Forse per questi giovani la proposta della pastorale giovanile non può essere la stessa che per i giovani immigrati di prima generazione.
Premesso che ci vuole da parte di tutti uno sforzo nel considerare questi giovani «i nostri» giovani, che tipo di proposta potremmo fare ad un gruppo giovanile che ha nel suo interno la bellezza di due, tre o quattro culture? Nelle parrocchie si sta verificando lentamente una «selezione dei giovani». Si vedono pochi giovani stranieri o figli di stranieri, e questo non perché non ci siano sul territorio, ma perché loro dovrebbero crescere nel senso di appartenenza ad un territorio-comunità e noi, operatori pastorali, dovremmo estendere il raggio della nostra pastorale a tutti coloro che sono nel nostro territorio locale.
Se con la crescita dei bambini figli d’immigrati (il Dossier Caritas 2005 dice che «i minori sono sul mezzo milione») i gruppi di adolescenti si arricchiranno di culture diverse, come valorizzare queste culture senza appiattirle, senza annullarle?
Da quanto abbiamo detto precedentemente parlando dei confini, in questo secondo caso, abbiamo non un melting pot [1] o un salad bowl [2] di identità, ma una formulazione di una nuova identità nata dall’incontro tra le precedenti. Sappiamo proporre una pastorale giovanile che le valorizzi? È la metafora utilizzata da Gesù quando dice che «non possiamo versare vino nuovo in otri vecchi» (Mt 9, 17); allo stesso modo anche noi non possiamo incastrare una «realtà nuova» in «schemi vecchi».
La nuova fisionomia dei giovani in Italia interpella noi operatori di pastorale giovanile nel disegnare nuove strade adatte ai tempi. E se vogliamo renderci conto di chi sono i giovani in Italia dobbiamo andare nelle scuole, nelle piazze, nelle società sportive, nei centri culturali, nelle università. Questi nuovi volti sono «i giovani italiani» e per costoro dobbiamo ipotizzare percorsi formativi e di crescita umana, sociale e di fede.
Mentre la precedente proposta interculturale è già attuabile, quest’ultima non può essere ancora sostenibile per il presente ma solo ipotizzata per il futuro, vista la bassa percentuale di figli di immigrati (seconde generazioni) che sono presenti in Italia. Diverso è l’ambito scolastico, dove si stanno affrontando queste tematiche già da alcuni anni, o ad alcuni nostri ambienti ecclesiali, come il catechismo e l’oratorio, che sono già chiamati in causa da questa riflessione in quanto il numero dei bambini figli di stranieri è molto più elevato rispetto al numero dei giovani.
In ogni modo è bene iniziare delle riflessioni, proporre dei modelli, avviare delle proposte e provocarci continuamente per non dover «rincorrere i tempi», ma per essere «segno dei tempi».
A tale proposito, propongo un’esperienza che nasce in Italia ma che sta assumendo una dimensione Europea. Presenterò di seguito la proposta dello ScaYM, Scalabrini Youth Movement, come modello di un cammino di pastorale giovanile interculturale.

«... il cammino delle idee è di una lentezza
disperante, massime quando urtano interessi e passioni, ma è continuo quando le idee proposte sono giuste e di vera utilità.
Insistiamo adunque, poiché ogni lentezza
giunge alla meta,
a condizione che la stanchezza non vinca
chi se ne è fatto banditore».
(G. B. Scalabrini, II Conferenza sull’emigrazione, Torino 1898)


NOTE

[1] Melting Pot = «crogiolo». È un modello di società concepita come un grande recipiente in cui diversi elementi etnici si fondono in un tutto omogeneo (effetto «marmellata»).
[2] Salad Bowl = «insalatiera». È un modello di società dove ogni componente mantiene la sua separata identità (effetto «macedonia»).