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    Ecologia e mitezza

    Avere la terra in eredità


    Piero Stefani

    Berthold Brecht, pensando alla sua epoca, uscì con questa esclamazione: «Che tempi sono questi, quando discorrere di alberi è quasi un delitto perché comporta il silenzio su troppe stragi?».
    I suoi anni non sono i nostri. Anche prima degli incendi in Siberia e di quelli sistematici in Amazzonia, eravamo già obbligati a riscrivere la frase in questi termini: «Che tempi sono questi, in cui bisogna discorrere delle stragi degli alberi perché non cada il silenzio su altri delitti?». Le sofferenze dell’ambiente sono pagate innanzitutto dai più deboli. La Bibbia è di aiuto in tutto ciò?*
    L’ormai prolungato interesse da parte del mondo cristiano per la salvaguardia del creato ha prodotto una specie di dossier di passi biblici di riferimento. A svolgere il ruolo chiave sono innanzitutto i primi tre capitoli della Genesi (più raramente prolungati fino a Gen 6-9, la storia del diluvio), qualche regola agricola del Levitico e alcuni Salmi, a iniziare dal 104 e dal 148, vale a dire dal più preciso sottotesto biblico del Canto di frate sole diventato, specie dopo l’enciclica di papa Francesco Laudato si’, punto di riferimento imprescindibile.
    Non mancano richiami evangelici ai gigli del campo (cf. Mt 6,28) e a qualche altro passo neotestamentario che parla dei gemiti del creato (cf. Rm 8,20-21). Non pare in sostanza mai citato: «Beati i miti, perché avranno in eredità la terra» (Mt 5,5). La beatitudine non ha nulla a che fare con la custodia del creato?
    La scelta di coniugare assieme nonviolenza e cura ambientale non è frequente. Fridays for future è diventato, nel volgere di pochi mesi, un imponente movimento planetario. Nel suo ambito è raro sentir parlare di disarmo o ascoltare denunce in relazione alla «terza guerra mondiale a pezzi». Per quali motivi queste due preoccupazioni, fondamentali per l’avvenire del genere umano, sembrano procedere disgiunte? La terra promessa ai miti può essere un motivo di speranza su entrambi fronti?

    Chi eredita?

    Nella beatitudine, tra i tre termini «miti», «ereditare» e «terra», vi è una specie di circolarità: se si parte da un estremo si giunge inevitabilmente agli altri due. In questo contesto l’espressione più insolita è quella legata all’eredità; per noi sarebbe infatti comune solo nell’ambito di una famiglia di proprietari terrieri. Cosa dunque significa ereditare la terra? E di quale terra si tratta?
    In definitiva, richiamandosi alla Bibbia, la risposta è persino semplice: si parla di eredità soltanto perché alle spalle del possesso della terra vi è una promessa. L’affermazione comporta inoltre che ci si stia riferendo a una terra specifica, quella di Canaan. All’inizio del libro del Deuteronomio si legge: «Ecco io ho posto davanti a voi la terra. Entrate e prendete possesso della terra che il Signore aveva giurato ai vostri padri, ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe, di dar loro e alla loro stirpe dopo di loro» (Dt 1,8).
    Ambientato alla fine dei quarant’anni di pellegrinazione desertica, il Deuteronomio si proietta all’indietro quando rievoca le vicende dell’esodo e in avanti allorché si occupa di legislazione. La natura prospettica del discorso lascia intravvedere il carattere ideale di norme legate a un determinato modo d’abitare la terra d’Israele incentrato sul nesso: Legge-giustizia-terra (cf. Dt 12,8). La maniera giusta di risiedere sulla terra è costituita dalla presenza della Legge. Per la comunità d’Israele il nesso «Torah-popolo-terra» è condizionale.
    Ad affermarlo nella maniera più esplicita è il Levitico: «Che la terra non vomiti anche voi per averla resa impura come ha vomitato il popolo prima di voi» (Lv 18,28). Le immagini, per noi inaccettabili, dello sterminio dei sette popoli presenti nella terra di Canaan (cf. Dt 7,1-6), simbolicamente stanno a significare la necessità di comportarsi secondo giustizia sulla terra e, attraverso una «attualizzazione ecologica», anche rispetto alla terra.
    La conclusione ora proposta trova il proprio riscontro nel Salmo 37, il sottotesto biblico più preciso della beatitudine riservata ai miti. Un suo versetto dichiara: «I poveri [‘anawim] (...) avranno in eredità la terra» (Sal 37,11; cf. Is 60,21). Attraverso la mediazione del greco (praeys) si è giunti a rendere in italiano il termine con «miti». Il lungo salmo alfabetico è tutto basato su una contrapposizione tra, da un lato, gli empi e i malvagi e, dall’altro, i giusti, i poveri e i miti. Non mancano immagini forti e violente di punizione: «Quelli che sono benedetti dal Signore avranno in eredità la terra, ma quelli che saranno da lui maledetti saranno eliminati» (Sal 37,22).
    Dov’è andata a finire la mitezza? Una risposta c’è: i poveri sono miti perché non si oppongono direttamente agli empi. Essi non agiscono mai in modo violento; la punizione è lasciata tutta nelle mani del Signore. I miti sono coloro che, lungi dal replicare colpo su colpo, si prendono cura degli altri e ripongono la loro fiducia in Dio.
    L’atteggiamento è espresso dal salmo in una maniera che a qualcuno potrebbe suonare fin troppo ottimistica: «Sono stato fanciullo e ora sono vecchio: non ho mai visto il giusto abbandonato e i suoi figli mendicare il pane; ogni giorno egli ha compassione e dà in prestito, e la sua stirpe sarà benedetta» (Sal 37,25). Prestare ad altri è una forma di mitezza; non si prende infatti l’iniziativa, ma si risponde alla richiesta altrui.
    Nel salmo, la terra è ancora quella d’Israele. In strati biblici più recenti l’orizzonte si allarga. Nel libro del Siracide il riferimento resta rivolto alla promessa antica, tuttavia i confini si dilatano, alla discendenza di Abramo è concessa «un’eredità da mare a mare e dal fiume fino all’estremità della terra» (Sir 44,23). È un’espansione che non comporta però alcun ingresso nella realtà totalmente nuova prospettata dall’apocalittica. Quest’ultima infatti coinvolge sempre, oltre alla terra, anche il cielo: «Ecco io infatti creo nuovi cieli e nuova terra» (Is 65,17; cf. Is 66,22; 2Pt 3,13; Ap 21,1.27).

    Eredità ricevuta, eredità lasciata

    Nella beatitudine evangelica non si parla di cieli; la terra, dal canto suo, è lasciata, per così dire, in una dimensione indeterminata, lo è anche a causa di qualsiasi riferimento alla promessa fatta ai padri. Non c’è dubbio però che si tratti della terra abitata (non del suolo) di cui i discepoli sono sale (Mt 5,13) e del mondo di cui sono la luce (Mt 5,14). La non definizione della terra e il suo accostamento al mondo orientano l’eredità riservata ai miti verso una dimensione universale. Tuttavia, per non lasciare nella vaghezza anche i destinatari della beatitudine, occorre cercare di precisare chi sono i miti.
    Un prezioso apporto per raggiungere la comprensione del termine ci viene dal passo del Discorso della montagna che comanda di porgere l’altra guancia a chi ci ha colpiti con un manrovescio (modo particolarmente offensivo) sulla guancia destra, di subire attivamente (l’ossimoro è d’obbligo) le angherie del potere e, di nuovo, di essere sempre pronti a venir incontro alle richieste altrui: «E a chi desidera da te un prestito non voltargli le spalle» (Mt 5,38-42).
    Anche in questo caso si tratta di modalità di risposta; non si prende mai per primi l’iniziativa. È un agire in seconda battuta che ripone la propria fiducia nell’operare di Dio, assai più che nel buon cuore umano. La terra non precisata è ereditata a opera di Dio. I miti sono coloro che agiscono ma non conquistano; sanno attendere, per questo non operano con violenza. Ha scritto Daniel Marguerat: «La beatitudine proclama che l’avvenire sulla terra appartiene a loro [i miti; nda], che Dio ha destinato loro il mondo. Si potrebbe dire: è con loro che il mondo ha un avvenire, è con loro che la terra sopravvivrà». [1]
    Sia pure in modo indiretto, le considerazioni del biblista riformato svizzero appena trascritte risentono di un clima ecologico. È legittimo attribuire questo senso alla beatitudine? Senza dubbio, esplicitare virtualità contestuali suscita problema soltanto per chi si attiene rigidamente a una lettura storico-critica. Ciò non significa che manchino incertezze. Nella tutela ambientale occorre contrapporsi agli «empi» sia pur metaforicamente intesi. Il Salmo 104, quello dell’armonia universale, si chiude su una nota stridente: «Scompaiano i peccatori dalla terra e i malvagi non esistano più» (Sal 104,35).
    L’essere umano si trova nelle condizioni d’inserirsi nell’ordine universale, ma gli è pure concesso di provocare danni e di cooperare alla distruzione dell’armonia del creato. In chiave attualizzante, si potrebbe trascrivere il «non ci sia domani per i malvagi» con «non ci sia un domani per i violenti, gli speculatori, gli inquinatori, gli sfruttatori»; ciò deve avvenire semplicemente perché ci sia un domani per la terra abitata.
    «I miti avranno in eredità la terra» si pone, anche per altri aspetti, all’opposto della preoccupazione ecologica: quest’ultima infatti non guarda tanto a quel che dovrà ereditare, quanto a ciò che riuscirà a lasciare in eredità alle generazioni future. Vi è il fondato timore che il lascito sia costituito da una terra troppo depauperata e sfruttata.
    In questo cambio di prospettiva è riassunta tutta la diversità esistente tra il senso proprio della beatitudine e i nostri timori per il domani, fermo restando che la mitezza del non sfruttamento costituisce comunque un caposaldo anche della salvaguardia ambientale.

    NOTE

    * Riprendo alcune considerazioni svolte nel corso del XXIV Convegno di teologia della pace: «“La mitezza darà un futuro alla terra?”. Per una ecologia e non violenza integrali», Ferrara 2-3.10.2019.
    1 D. Marguerat, «“Beati i miti perché erediteranno la terra”. Dalle Beatitudini all’Apocalisse», in P. Stefani (a cura di), Per sora nostra madre Terra, Morcelliana, Brescia 2017, 76 (cf. Regno-att. 16,2017,479).

    (Il Regno - Parole delle Religioni, 31 ottobre 2019)


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