Capitolo 1

I tempi di don Bosco

Pietro Braido

 

La vita di don Bosco si svolge tra il 16 agosto 1815 e il 31 gennaio 1888. La sua nascita coincide con la data che segna il definitivo passaggio dell’Europa dall’ancien régime all’età contemporanea, favorito dalla forte scossa impressa al corso storico dalla rivoluzione francese e dall’impero napoleonico (1789-1814). La svolta poté essere frenata dalle risoluzioni uscite dal Congresso di Vienna (1814-1815), che diede una provvisoria sistemazione alla geografia politica dell’Europa, e dalla Santa Alleanza (26 settembre 1815).

Ma avranno man mano il sopravvento fenomeni storici così profondi, che ne risulterà cambiato, a fine secolo, il volto dell’Europa e, per molti aspetti, del mondo intero. Tra i principali si possono segnalare: le rapide trasformazioni sociali e culturali; la rivoluzione industriale; le insopprimibili aspirazioni all’unità nazionale, che, inizialmente disattese, vennero poi realizzate con particolare risolutezza in Germania e in Italia; l’espansione coloniale dell’Europa e il concomitante imperialismo economico, politico, culturale1.

Risulta, anzitutto, in atto un progressivo diversificato passaggio dal secolare modello di società degli ordini (aristocrazia, clero, terzo stato) alla società borghese fondata sulla divisione in classi. Essa si caratterizzerà per le crescenti tensioni, acuite dal costituirsi di un proletariato industriale, reso consapevole della propria miseria, delle ingiustizie esistenti e insieme del proprio peso, soprattutto grazie alle forze socialiste emergenti.

Di enorme portata storica è la rivoluzione industriale, la più drammatica dopo la rivoluzione neolitica2 con imprevedibili ripercussioni a tutti i livelli della vita umana: tecnico-scientifico, economico, sociale, culturale, politico. La rivoluzione industriale a base capitalistica ebbe la sua patria in Inghilterra nella seconda metà del secolo XVIII; alla metà dell’Ottocento si affermerà in diverse misure in Belgio, in Francia, in Germania, in Svizzera, negli Stati Uniti d’America; per l’Italia si dovrà attenderne gli inizi durante l’ultimo ventennio del secolo: in relazione ai decenni precedenti si può parlare al massimo di fenomeni di pre-industrializzazione di portata locale, per esempio a Torino.

Gradualmente più chiara, estesa e intensa si farà l’aspirazione all’unità politica della nazione, promossa soprattutto dalle forze liberali e democratiche, contrastata dal conservatorismo politico, dai regionalismi, da visioni particolaristiche: tra l’altro, in Italia, dalla speciale condizione dello Stato pontificio. È da tener presente che in seguito al Congresso di Vienna l’Italia, mai pervenuta lungo i secoli all’unità nazionale, risultava divisa nelle seguenti entità politiche: il Regno Lombardo-Veneto assoggettato all’impero austriaco (il Trentino, Trieste e parte dell’Istria erano diventati territori imperiali); il Ducato di Parma e Piacenza assegnato a Maria Luisa d’ Asburgo (1815-1847) ex-imperatrice dei Francesi (alla sua morte sarebbe andato ai Borbone di Parma); il Ducato di Modena e Reggio assegnato a Francesco IV d’ Asburgo-Este (1815-1846); il Ducato di Massa e Carrara attribuito a Maria Beatrice d’Este, madre di Francesco IV (alla sua morte, nel 1831, passerà al figlio); il Ducato di Lucca assegnato ai Borbone di Parma e incorporato poi nel Granducato di Toscana alla morte di Maria Luisa (1847), con il passaggio dei Borbone di Parma al Ducato di Parma e Piacenza; il Granducato di Toscana assegnato a Ferdinando III d’ Asburgo-Lorena (1814-1824), fratello dell’imperatore d’Austria Francesco I d’Asburgo (1806-1832); lo Stato Pontificio restituito, senza Avignone, a Pio VII (1800-1823); il regno delle Due Sicilie assegnato a Ferdinando IV di Borbone (1815-1825); il regno di Sardegna sotto Vittorio Emanuele I di Savoia (1802-1821), formato dalla Savoia, dal Piemonte, da Nizza, dalla Sardegna e accresciuto col territorio della ex-repubblica di Genova3.

Con l’ascesa delle nazioni più forti (Inghilterra, Francia, Germania, Austria, Russia), l’Europa raggiunge nella seconda metà del secolo il suo apogeo. Negli ultimi trent’anni, poi, il consolidarsi del capitalismo e l’intensificarsi della rivoluzione industriale renderanno più aspra la competizione economica e più accelerata la corsa agli armamenti. Cresce contemporaneamente l’esigenza di espansione commerciale, politica, culturale a livello mondiale. Essa trova la manifestazione più vasta e appariscente nel colonialismo e nel conseguente totale sconvolgimento degli spazi extra-europei4. Nello stesso tempo si affacciano alla storia mondiale due nuove grandi potenze: gli Stati Uniti d’America e il Giappone.

Non va dimenticato il massiccio fenomeno dell’emigrazione, che dal 1840 al 1914 porta 30-35 milioni di europei a lasciare il "vecchio continente" e a diffondersi nel mondo intero. Era determinante la forte pressione demografica: intorno al 1800 la popolazione dell’ Europa, compresa la Russia, era di 180 milioni di abitanti; nel 1850 sarà di 274 milioni; nel 1900 di 423.

Insieme alla crescente complicazione della vita economica, sociale, politica e al seppur lento dilatarsi delle libertà si fa strada un più evidente pluralismo delle concezioni del mondo, delle ideologie politiche, dei concetti morali e religiosi. Emergono grandi orientamenti di idee e di azione divergenti nel concepire e organizzare sia i destini individuali che le forme di vita associata. Oltre persistenti forze conservative e, talvolta, retrive, avanzano ideologie nuove: liberali, quasi in continuità con la sostanza borghese della rivoluzione francese; democratiche e radicali, più vicine alle sue espressioni giacobine; nazionali, e poi nazionalistiche, di matrice romantica; più tardi, socialiste, da una parte, e cristiano-sociali, dall’altra5.

Per una comprensione del mondo spirituale italiano, dell’impostazione pastorale, del carattere delle iniziative assistenziali, educative e catechistiche può risultare utile un riferimento storico specifico alla regione guida, il Piemonte, dell’Italia, interessata a avvenimenti decisivi e a notevoli trasformazioni nei diversi campi: politico, religioso, socio-economico, educativo-scolastico.

  1. Elementi di trasformazione in campo politico

L’evento politico principale è costituito dall’unificazione nazionale e dalla fine del potere temporale dei Papi: anche per quest’aspetto la storia politica d’Italia s’intreccia inevitabilmente con quella religiosa6. Al termine del processo evolutivo (1870, presa di Roma) i nove stati in cui la penisola è smembrata sono divenuti un unico organismo politico.

È opportuno fissare la successione dei re sabaudi: Vittorio Emanuele I (1802-1821), Carlo Felice (1821-1831), Carlo Alberto (1831-1849), Vittorio Emanuele II (1849-1878), Umberto I (1878-1900), che hanno avuto parte nella "rivoluzione" nazionale.

Nel periodo 1815-1848 prevale il clima della "restaurazione", che in parte è anche "reazione". Avanzano, insieme, le idee liberali e si diffondono movimenti e società, spesso segrete, intese a promuovere rivolgimenti più radicali in campo politico e sociale di ispirazione "democratica": Carboneria, Federati, Lega studentesca, la "Giovine Italia" e la "Giovine Europa" di G. Mazzini. Periodicamente esplodono moti rivoluzionari: nei bienni 1820-1821 e 1830-1831, nel 1834, nel 1843, 1844, 1845. È il preludio della grande insurrezione, di carattere politico, sociale, nazionale, che da Parigi si propaga nelle principali capitali e città europee nel febbraio-giugno del 1848: Vienna, Budapest, Praga, Berlino, Milano, Venezia, Palermo, Nola nel Napoletano. Vengono concesse spontanee o forzate "Costituzioni", in gran parte ritirate in seguito a repressioni autoritarie. Carlo Alberto concede lo Statuto il 4 marzo e conduce contro l’Austria una prima guerra d’indipendenza (1848-1849), che finisce con la sconfitta e l’abdicazione.

Rispetto all’ordine precedente gran parte dei cattolici si sente posta all’improvviso di fronte a situazioni quasi traumatiche: la libertà di stampa e, quindi, anche di propaganda religiosa, la competizione con forze laiche e talora anticlericali, la caduta di privilegi secolari come il foro ecclesiastico e le immunità con la legge Siccardi del 1850, l’espulsione dal Regno sardo dei Gesuiti, delle Dame del Sacro Cuore, dell’arcivescovo di Torino mons. Luigi Fransoni, la soppressione degli Ordini religiosi e l’incameramento dei beni nel 1855, talune limitazioni nel campo scolastico in forza delle leggi Bon Compagni del 1848 e Casati del 1859.

Il decennio 1852-1861 è dominato dal presidente del consiglio Camillo Benso di Cavour (già ministro dall’ottobre del 1850). Appoggiato a una coalizione di liberali moderati e di democratici non estremisti, capeggiati da Urbano Rattazzi, egli porta avanti un’energica politica di liberalizzazione laica dello stato, in base al principio: "libera chiesa in libero stato", insieme a un’intensa riuscita attività finalizzata a internazionalizzare il problema dell’unità d’Italia. Questa si realizza in massima parte nel biennio 1859-1860, con la seconda guerra d’indipendenza (1859), la spedizione dei Mille (1860) capeggiata da Giuseppe Garibaldi e le successive annessioni. Si completa quasi interamente con la terza guerra d’indipendenza (annessione del Veneto nel 1866) e con la presa di Roma (1870).

Già il 17 marzo 1861 Vittorio Emanuele II era stato proclamato "re d’Italia" e Roma dichiarata formalmente capitale: lo diverrà di fatto nel 1871, con il trasferimento in essa della corte e del governo, che si erano stabiliti a Firenze, capitale provvisoria nel periodo 1865-1871.

La Santa Sede non accettò il fatto compiuto, non riconobbe la legge delle guarentigie7 e nel 1874 vietò ai cattolici italiani di partecipare alle elezioni del Parlamento di uno Stato "usurpatore" (non expedit).

Sulla Destra storica (liberali moderati) nel 1876 prevalse nel Parlamento e al governo la Sinistra storica, costituita da liberali di sinistra e appoggiata a forze spesso eterogenee (il "trasformismo"), che diedero vita a successivi ministeri capeggiati da Agostino Depretis, Benedetto Cairoli, Francesco Crispi, con manifestazioni talora laicistiche e radicaleggianti.

  1. Situazioni nel campo religioso

Anche nella vita religiosa è chiaro il passaggio da un primo periodo di accentuata alleanza di "trono e altare" a una crescente separazione, imposta in parte da misure politiche ritenute vessatorie, provocata in larga misura dall’incapacità di rispettare operativamente le necessarie distinzioni tra la sfera del religioso e quella del politico, consumata infine dall’autoemarginazione politica del non expedit.

È, tuttavia, notevole la presenza della Chiesa e dei cattolici nel campo religioso e nel "sociale".

2.1 Nella Chiesa cattolica

Risultano animatori della riconquista cristiana della società i Papi, circondati da nuovo prestigio dopo le misure persecutorie rivoluzionarie (Pio VI) e napoleoniche (Pio VII). Sono Pio VII (1800-1823), eletto a Venezia dopo la morte di Pio VI a Valence (Francia), Leone XII (1823-1829), Pio VIII (1829-1830), Gregorio XVI (1831-1846), Pio IX (1846-1878), Leone XIII (1878-1903).

Indubbiamente, in prospettiva mondiale, la Chiesa cattolica presenta evidenti segni di ripresa, di approfondimento e potenziamento delle proprie strutture e della propria azione evangelizzatrice e pastorale. S’instaurano più vasti rapporti con le varie nazioni mediante l’istituto concordatario. Si determina una vivace ripresa missionaria. Si moltiplicano le prese di posizione dottrinali, differenti nella portata teologica e negli esiti: l’enciclica Mirari vos di Gregorio XVI sul cattolicesimo liberale (1832), la definizione del dogma dell’Immacolata Concezione (1854), la pubblicazione dell’enciclica di Pio IX Quanta cura e delSillabo (1864) contro gli "errori del secolo", la celebrazione del Concilio Vaticano I (1869-1870) con la promulgazione della Costituzione De fide catholica e la proclamazione del dogma dell’infallibilità pontificia. Si assiste a una vasta ondata di conversioni, connesse con l’indirizzo romantico e poi con il "movimento di Oxford", iniziato nel 1833 e illustrato dal passaggio alla Chiesa cattolica di J. H. Newman (1801-1890) nel 1845 e di H. E. Manning (1808-1892) nel 1852.

Con Leone XII nel 1824 si ha una prima restaurazione degli studi universitari. È il punto di partenza per un rinvigorimento della cultura e per una più accurata formazione del clero, che raggiunge l’apogeo con Leone XIII. All’impegno caritativo dei credenti si aggiungono lungo il secolo, con particolare accentuazione in Germania e in Belgio, espressioni di cattolicesimo sociale, che troveranno il loro primo "manifesto" ufficiale nell’enciclica Rerum novarum del 1891. Esse sono precedute da un più esplicito inquadramento organizzativo e apostolico del laicato.

Fenomeno caratteristico dell’Ottocento è, infine, la proliferazione di congregazioni religiose maschili e femminili con finalità caritative, assistenziali, educative, missionarie.

L’incontro con il mondo nuovo che nasce sembra fondamentalmente positivo quando la Chiesa è retta da Pio VII, coadiuvato dal card. E. Consalvi (1757-1824). Subisce sussulti e arresti con Leone XII e Gregorio XVI. Diventa prima incontro entusiasta, poi attesa ambigua, infine conflitto politico-religioso con Pio IX e il card. Antonelli.

L’amnistia concessa da Pio IX un mese dopo l’elezione (1846) suscita sproporzionati entusiasmi, accresciuti da decisioni successive: la risoluzione di costruire ferrovie (manifesto del 7 novembre), l’editto sulla stampa del 15 marzo 1847, l’istituzione della Consulta (19 aprile e 14 ottobre), la creazione del Consiglio dei Ministri (12 giugno), la formazione della Guardia civica (5 luglio), l’istituzione del Consiglio municipale di Roma (3 ottobre) e la cauta introduzione di laici nel Consiglio dei Ministri (29 dicembre). Seguono la celebre e acclamata Allocuzione del 10 febbraio 1848 ("Benedite, gran Dio, l’Italia") e la concessione dello Statuto il 14 marzo 1848. Si moltiplicano, così, le manifestazioni popolari di consenso e si diffonde il grido: "Viva Pio IX", con la crescente pressione dei circoli "democratici"8.

Ma a partire dall’Allocuzione del 29 aprile 1848, nella quale la viva simpatia per la causa dell’unità nazionale italiana è inequivocabilmente accompagnata dalla dichiarazione dell’impossibilità d’intervenire direttamente contro l’Austria, si acuiscono ambiguità e incomprensioni. Arriva quasi fatalmente lo scontro: l’assassinio del Presidente del Consiglio Pellegrino Rossi e la rivoluzione romana (15-16 novembre 1848), che sfocerà, dopo la fuga del Papa a Gaeta (24 novembre), in un governo provvisorio laico e nella proclamazione della Repubblica Romana (5 febbraio 1849).

Dopo il ritorno a Roma (1850), riconquistata dalle truppe francesi l’anno precedente, Pio IX, coadiuvato dal card. Giacomo Antonelli (1806-1876), perseguirà una politica intransigente, che escluderà ogni possibile patteggiamento con il governo italiano sull’esistenza di Roma papale e dello Stato pontificio.

Non è senza fondamento parlare, in riferimento agli strati più vivi della cattolicità, di un vero "caso di coscienza", che, alle difficoltà di conciliare l’essere "cristiano" e l’essere "cittadino" nel nuovo stato laico, aggiungeva il conflitto tra la passione per l’unità nazionale e la fedeltà al Papa, insieme capo spirituale e sovrano di uno stato, la cui esistenza era incompatibile con tale unità.

2.2 Nella Chiesa a Torino

Il Piemonte, naturalmente, non è estraneo alla complessa problematica religiosa cattolica italiana. Anzi, per la particolare posizione politica, per il livello culturale ed economico (la regione ha il primato nella percentuale degli alfabeti) e la ricchezza delle opere caritative, assume spesso una posizione paradigmatica.

Durante la vita di don Bosco si succedono nel governo della chiesa torinese cinque arcivescovi: Colombano Chiaveroti, camaldolese (1818-1831); Luigi dei conti Fransoni, di nobile famiglia genovese (1832-1862, espulso dal regno Sardo nel 1850, morto a Lione nel 1862); Alessandro dei conti Riccardi di Netro, di nobile famiglia biellese (1867-1870); il torinese Lorenzo Gastaldi (1871-1883); il card. Gaetano Alimonda (1883-1891).

Per la situazione storica e il particolare temperamento esercitarono un influsso più duraturo Chiaveroti, Fransoni e Gastaldi.

Mons. Chiaveroti si distingue per l’intensa cura pastorale in una diocesi provata dal periodo rivoluzionario e napoleonico. Egli riapre il seminario di Bra per gli studenti di filosofia, dà una più netta impronta ecclesiastica a quello di Giaveno e nella casa dei Filippini a Chieri, assegnatagli dalla S. Sede, apre una succursale del seminario filosofico-teologico di Torino (1829): vi percorrerà gli studi di filosofia e di teologia il chierico Giovanni Bosco nel sessennio 1835-1841. Intanto era sorto nella capitale subalpina il Convitto ecclesiastico di S. Francesco d’ Assisi. Ne era iniziatore nel 1817 il teol. Guala, in un clima di dispute accese tra probabilisti e tuzioristi. Veniva approvato dall’arcivescovo il 23 febbraio 18219.

Più decisivo nei confronti della storia della chiesa torinese e italiana risulta il governo di mons. Fransoni. Egli si dedica, anzitutto, alla cura del clero, così distribuito secondo una statistica del 1839: 623 sacerdoti diocesani, 325 sacerdoti religiosi, 216 religiosi laici, 213 monache. Con la Restaurazione la Chiesa nel regno Sardo aveva ricuperato i diritti e privilegi d’ ancien régime, in forza di una legislazione nettamente confessionale d’impronta giurisdizionalista. La censura ecclesiastica è determinante e il sistema scolastico è d’ispirazione clericale, basato sul Regolamento del 1822 di chiara derivazione gesuitica. Predominano tendenze conservatrici, talvolta addirittura reazionarie. Vengono giudicate con sospetto istituzioni e innovazioni ritenute ispirate al liberalismo, al protestantesimo, allo spirito rivoluzionario: opere filantropiche come il Ricovero di Mendicità, le scuole per l’infanzia dell’Aporti, i corsi di metodica (è tipico lo scontro tra Fransoni e Carlo Alberto in occasione del corso tenuto da Aporti dalla fine di agosto al principio di ottobre del 1844), le scuole serali e domenicali, le ferrovie, i Congressi scientifici. La situazione si aggrava insanabilmente a partire dal 1847 con le prime riforme e il licenziamento da parte di Carlo Alberto del reazionario conte Solaro della Margherita, il ridimensionamento della censura, la libertà di stampa e dei culti, l’abolizione del diritto d’asilo e del foro ecclesiastico. Da questo momento la storia religiosa del Piemonte e i conflitti che la caratterizzano s’intrecciano sempre più con la storia d’Italia, dando luogo a risonanze sempre più vaste.

Importante è in questo periodo la riunione a Villanovetta, dal 25 al 29 luglio 1849, dei vescovi della provincia ecclesiastica di Torino, preoccupati di progettare un’azione comune di fronte alla nuova situazione politica e religiosa. In essa, tra l’altro, si esamina il problema della stampa e s’invitano i vescovi di Mondovì e d’Ivrea (Ghilardi e Moreno) "a compiere un disegno di associazione per la stampa e diffusione dei migliori scritti ecclesiastici".

Attenzione particolare dovrebbe essere rivolta agli orientamenti morali e pastorali dominanti. Qualche elemento sarà indicato più avanti in relazione al Convitto ecclesiastico e alle dipendenze dalle dottrine di S. Alfonso Maria de’Liguori e dalla spiritualità giovanile diffusa in particolare dalla rinata Compagnia di Gesù10.

  1. Elementi di trasformazione nel campo socio-economico

In questo arco di tempo l’Italia presenta una mappa economica e sociale molto eterogenea secondo le regioni e le diverse entità politiche. La popolazione passa dai 18 milioni all’inizio del secolo ai 24 del 1850, ai 34 alla fine del secolo. Il Paese è a struttura agricola e artigianale; e tale rimarrà in prevalenza anche dopo la prima industrializzazione di fine secolo11. Grande rimane la disparità tra regione e regione e, soprattutto, tra Nord e Sud, rendendo sempre più grave la successiva cosiddetta "questione meridionale". Ma, seppure in gradi differenziati, la povertà è presente dovunque, più nelle campagne e in montagna che nelle città, pure meta delle migrazioni dei poveri, con l’inevitabile corteggio delle malattie, fisiche e mentali, dei denutriti o malnutriti12.

Parziali fenomeni di ripresa sono segnalati specialmente intorno al 1850; e uno dei centri più interessati è, precisamente, il Piemonte e in particolare Torino. Nel secolo XIX la capitale sabauda registra una notevole espansione demografica, economica, edilizia. La popolazione della città diventa cinque volte maggiore, passando dai 65.000 abitanti del 1808 ai 320.000 del 1891, con un ritmo di crescita particolarmente rapido nel trentennio 1835-1864 (da 117.000 a 218.000) e specialmente dal 1848 al 1864 (da 137.000 a 218.000)13.

Nel periodo più fervido degli inizi dell’Oratorio la città vede aumentare i suoi abitanti di 80.000 unità, di cui 25.000 nel quinquennio 1858-1862.

Non intervengono solo cause socio-politiche, ma anche economiche: carestia nella montagna e nella campagna; aumento delle officine in città: tessitura, arsenale, mulini, alimentari, fabbriche d’armi, carrozzerie, manifattura tabacchi; dilatazione della burocrazia e degli impieghi; espansione edilizia (con altri posti di lavoro); miglioramento delle comunicazioni: nel 1858 il Piemonte possedeva 935 chilometri di ferrovie contro i 100 del regno di Napoli e i 17 dello Stato Pontificio; provvedimenti legislativi straordinari; iniziative dell’amministrazione civica, anche per prevenire una possibile crisi in seguito al trasferimento della capitale a Firenze (1865)14.

Si spiega il tipico fenomeno delle migrazioni interne, che interessò esplicitamente il primo apostolato oratoriano di don Bosco; e che in scala più vasta, in Italia e in Francia, motivò il sorgere di diverse opere dopo il 1870.

  1. Trasformazioni in campo culturale, educativo, scolastico

Alla stasi dei primi decenni del secolo, soprattutto dopo il 1830 sottentra un graduale interesse per la cultura e la scuola popolare. L’azione catechistica si colloca in un contesto di notevole espansione pedagogica e scolastica sul piano europeo e, in qualche misura, italiano e piemontese15. È della prima parte del secolo la fioritura del movimento romantico, con Froebel, Pestalozzi, p. Girard e altri, della scuola realistica herbartiana, dell’indirizzo spiritualista; più tardi della pedagogia e della didattica positivistica. In Piemonte è sensibile, a partire dagli anni ‘30, la contrastata simpatia per gli asili d’infanzia di Ferrante Aporti, iniziati a Cremona nel novembre 1828.

Si accennerà più avanti a reali o a ipotetici contatti tra le nuove iniziative ottocentesche nel campo dell’educazione e le istituzioni giovanili di don Bosco16.

Sul piano dell’organizzazione scolastica, dopo il reazionario Regolamento di Carlo Felice (1822), si nota una prima decisa rottura con il passato provocata nel 1848 dalla legge Bon Compagni, la quale consacra un certo monopolio statalista che capovolge la situazione precedente, accentrando l’istruzione pubblica nelle mani del ministro Segretario di Stato per la Pubblica Istruzione17.

Un riordinamento generale della Pubblica Istruzione viene sancito dalla legge Casati del 13 novembre 1859. Il maggior respiro, concesso alla scuola non statale, viene di anno in anno limitato dall’esecutivo, come ha potuto sperimentare don Bosco stesso nella conduzione delle sue scuole, in modi peraltro non sempre legalmente ineccepibili.

Anche il cammino della scuola pubblica italiana, tuttavia, restava lungo l’intero secolo lento e difficile, in particolare a livello di istruzione elementare e popolare18.


NOTE

1Cfr. J. Godechot, L’epoca delle rivoluzioni. Torino, Utet 1981, 929 p. 

2Cfr. C. M. Cipolla, La rivoluzione industriale, in: Storia delle idee politiche, economiche e sociali, a cura di L. Firpo. Torino, Utet 1972, vol. V, p. 11.

3La repubblica di San Marino conserverà la secolare indipendenza.

4Su imperialismo e colonialismo del sec. XIX, cfr. A. Desideri, Storia e storiografia, vol. II Dall’ illuminismo all’ età dell’ imperialismo. Messina-Firenze, G. D’Anna 1997, 1337 p.; R. Marx - R. Poidevin, Dalla rivoluzione francese all’imperialismo. Milano, CDE 1990, 410 p.; P. Cinanni, Emigrazione e imperialismo. Roma, Editori Riuniti 1975, 258 p.; F. Boiardi, Storia delle dottrine politiche, vol. V Colonialismo e imperialismo (1875-1945). Milano, Nuova CEI 1982, 911 p.; G. Balandier et al., Le religioni nell’età del colonialismo e del neocolonialismo. Bari - Roma, Laterza 1990, XXIV-307 p.

5R. Albrecht-Carrié, Le rivoluzioni nazionali. Torino, Utet 1981, 543 p.

6 Da una parte l’esistenza dello stato pontificio è vista come problema territoriale e politico italiano; dall’ altra, invece, è considerata problema teologico vitale, che interessa la Chiesa universale e coinvolge la politica internazionale.

7 Era la legge del 13 maggio 1871, mediante la quale lo stato italiano intendeva legittimare l’occupazione di Roma del 20 settembre 1870, l’acquisizione al regno d’ Italia dell’ex-stato pontificio e regolare i rapporti con il Vaticano. Essa non venne mai riconosciuta dalla S. Sede.

8 Durante una visita a Roma nel 1846 il conte Solaro della Margherita "osservava che nessuno gridava "Viva il Papa", ma solo "Viva Pio IX" (...)": P. Pirri, Visita del Solaro della Margherita a Pio IX nel 1846, in: "La Civiltà Cattolica" 1928, III, p. 509 (lett. al re del 5 settembre 1846).

9Cfr. G. Tunitetti, Lorenzo Gastaldi (1815-1883), vol. I. Teologo, pubblicista, rosminiano, vescovo di Saluzzo 1815-1871. Casale Monferrato, Edizioni Piemme 1983, pp. 35-37.

10Cfr. P. Stella, Don Bosco nella storia della religiosità cattolica, 2 vol., Roma, LAS 1979/1981; Id., Don Bosco nella storia economica e sociale (1815-1870), Roma, LAS 1980. Può essere orientativa la seguente rapida notazione: "Non reca meraviglia se al santuario di Lanzo e nel Convitto Ecclesiastico dominasse lo spirito della Compagnia di Gesù e le sue caratteristiche contraddistinguessero i cenacoli spirituali diretti dal Guala: ascetica ignaziana, lotta decisa contro il giansenismo e il regalismo, sincera e tenera devozione al S. Cuore, alla Madonna, al Papa, frequenza dei Sacramenti, la teologia morale secondo lo spirito di S. Alfonso": F. Bauducco, S.I., San Giuseppe Cafasso e la Compagnia di Gesù, in "La Scuola Cattolica" 88 (1960) 289.

11 Cfr. l’opera fondamentale in collaborazione, a cura di G. Mori, L’industrializzazione in Italia (1861-1900). Bologna, Il Mulino 1981, II ed., 509 p.

12 Cfr. F. Della Peruta, Aspetti della società italiana nell’ Italia della Restaurazione, in "Studi storici" 17 (1976) n. 2, pp. 27-68; Timore e carità. I poveri nell’Italia moderna. Atti del convegno Pauperismo e assistenza negli antichi stati italiani, Cremona, 28-30 marzo 1980, a cura di G. Politi, M. Rosa e F. Della Peruta. Cremona, Ediz. del Convegno 1982, XIV-500 p.; A. Monticone (Ed.), Poveri in cammino. Mobilità e assistenza tra Umbria e Roma in età moderna. Milano. F. Angeli 1993, XIV-417 p.; F. Della Peruta (Ed.), Malattia e medicina, vol. 7˚ degli Annali della Storia d’Italia. Torino, Einaudi 1984, XX-1293.

13 Una precisa immagine di Torino si trova nel volume del sac. Pietro Baricco, per parecchi anni vicesindaco della città: Torino descritta. Torino, tip. di G. B. Paravia e comp. 1869, 972 p.

14G. M. Bravo, Torino operaia: mondo del lavoro e idee sociali nell’età di Carlo Alberto. Torino, Fondazione Luigi Einaudi 1968, 300 p.

15 Ancora a metà secolo l’Italia soffre, come la maggioranza della popolazione europea, della piaga dell’analfabetismo. Don Bosco, però, inizia la sua opera in Piemonte, che è la regione più alfabetizzata e tra le meno povere.

16Cfr. A. Gambaro, La pedagogia italiana nell’età del Risorgimento, in Nuove questioni di storia della pedagogia, vol. II. Brescia. La Scuola 1977, pp. 535-796; D. Bertoni Jovine, Storia della scuola popolare in Italia. Torino, Einaudi 1954, 511 p.

17 Cfr. V. Sinistero, La legge Boncompagni del 4 ottobre 1848 e la libertà della scuola, in "Salesianum" 10 (1948) 369-423.

18 Cfr. G. Gozzer e al., Cenni di storia della scuola italiana dalla legge Casati al 1982. Roma, Armando 1982, 147 p.; D. Ragazzini (Ed.), Storia della scuola e storia d’Italia dall’Unità ad oggi. Bari, De Donato 1982, 276 p.; D. Ragazzini, Storia della scuola italiana. Linee generali e problemi di ricerca. Firenze, Le Monnier 1983, 132 p. Sulla situazione negli anni immediatamente successivi alla legge Casati fornisce significative documentazioni G. Talamo, La scuola dalla legge Casati alla inchiesta del 1864. Milano, Giuffrè 1960, VII-420 p.; alla legge Casati del 13 nov. 1859, diventata la legge organica della scuola italiana fino alla riforma Gentile del 1923, è dedicato un numero speciale della rivista "I Problemi della pedagogia" 5 (1959) n. 1, genn.-febbr.