Il sistema preventivo

di don Bosco

Appendice 

 

I. Il SISTEMA PREVENTIVO NELLA EDUCAZIONE DELLA GIOVENTÙ

Pubblicato per la prima volta in appendice all’opuscolo sull’inaugurazione del Patronato di S. Pietro in Nizza (Francia) nell’agosto 1877, per esporre al pubblico gli orientamenti generali del proprio “sistema”, venne però nello stesso anno inserito nel “Regolamento per le case della società di S. Francesco di Sales”, diventando così testo “normativo” per gli educatori salesiani. Benché non sia stata reperita nessuna redazione autografa di don Bosco - neppure in abbozzo - da testimonianze esterne e dalla stessa analisi lessicale, sintattica e stilistica, non esiste però dubbio sulla paternità donboschiana dello scritto. E’ evidente che tale Trattatello ha tutti i limiti di un sistema pensato per un collegio, come quello di Valdocco a Torino o di S. Pietro di Nizza e anche quelli di essere, per onesta ammissione del redattore un semplice “indice di un futuro lavoro organico”, invero mai scritto. Testo edito in Don Bosco educatore..., pp.363-271.

Più volte fui richiesto di esprimere verbalmente o per iscritto alcuni pensieri intorno al così detto sistema preventivo, che si suole usare nelle nostre case. Per mancanza di tempo non ho potuto finora appagare questo desiderio, e presentemente volendo stampar il regolamento che finora si è quasi sempre usato tradizionalmente, credo opportuno darne qui un cenno che però sarà come l'indice di un'operetta che vo preparando se Dio mi darà tanto di vita da poterlo terminare, e ciò unicamente per giovare alla difficile arte della giovanile educazione. Dirò adunque: In che cosa consista il Sistema Preventivo, e perché debbasi preferire: Sua pratica applicazione, e suoi vantaggi.

I. In che cosa consista il Sistema Preventivo perché debbasi preferire.

Due sono i sistemi in ogni tempo usati nella educazione della gioventù: Preventivo e Repressivo. Il sistema Repressivo consiste nel far conoscere la legge ai sudditi, poscia sorvegliare per conoscerne i trasgressori ed infliggere, ove sia d'uopo, il meritato castigo. Su questo sistema le parole e l'aspetto del Superiore debbono sempre essere severe, e piuttosto minaccevoli, ed egli stesso deve evitare ogni famigliarità coi dipendenti.
Il Direttore per accrescere valore alla sua autorità dovrà trovarsi di rado tra i suoi soggetti e per lo più solo quando si tratta di punire o di minacciare. Questo sistema è facile, meno faticoso e giova specialmente nella milizia e in generale tra le persone adulte ed assennate, che devono da se stesse essere in grado di sapere e ricordare ciò che è conforme alle leggi e alle altre prescrizioni.
Diverso, e direi, opposto è il sistema Preventivo. Esso consiste nel far conoscere le prescrizioni e i regolamenti di un Istituto e poi sorvegliare in guisa, che gli allievi abbiano sempre sopra di loro l'occhio vigile del Direttore o degli assistenti, che come padri amorosi parlino, servano di guida ad ogni evento, diano consigli ed amorevolmente correggano, che è quanto dire: mettere gli allievi nella impossibilità di commettere mancanze.
Questo sistema si appoggia tutto sopra la ragione, la religione, e sopra l'amorevolezza; perciò esclude ogni castigo violento e cerca di tenere lontano gli stessi leggeri castighi. Sembra che questo sia preferibile per le seguenti ragioni: /

I. L'allievo preventivamente avvisato non resta avvilito per le mancanze commesse, come avviene quando esse vengono deferite al Superiore. Né mai si adira per la correzione fatta o pel castigo minacciato oppure inflitto, perché in esso vi è sempre un avviso amichevole e preventivo che lo ragiona, e per lo più riesce a guadagnare il cuore, cosicché l'allievo conosce la necessità del castigo e quasi lo desidera.
II. La ragione più essenziale è la mobilità giovanile, che in un momento dimentica le regole disciplinari, i castighi che quelle minacciano. Perciò spesso un fanciullo si rende colpevole e meritevole di una pena, cui egli non ha mai badato, che niente affatto ricordava nell'atto del fallo commesso e che avrebbe per certo evitato se una voce amica l'avesse ammonito.
III. Il sistema Repressivo può impedire un disordine, ma difficilmente farà migliori i delinquenti; e si è osservato che i giovanotti non dimenticano i castighi subiti, e per lo più conservano amarezza con desiderio di scuotere il giogo ed anche di farne vendetta. Sembra talora che non ci badino, ma chi tiene dietro ai loro andamenti conosce che sono terribili le reminiscenze della gioventù; e che dimenticano facilmente le punizioni dei genitori, ma assai difficilmente quelle degli educatori. Vi sono fatti di alcuni che in vecchiaia vendicarono bruttamente certi castighi toccati giustamente in tempo di loro / educazione. Al contrario il sistema Preventivo rende amico l'allievo, che nell'assistente ravvisa un benefattore che lo avvisa, vuol farlo buono, liberarlo dai dispiaceri, dai castighi, dal disonore.
IV. Il sistema Preventivo rende avvisato l'allievo in modo che l'educatore potrà tuttora parlare col linguaggio del cuore sia in tempo della educazione, sia dopo di essa. L'educatore, guadagnato il cuore del suo protetto, potrà esercitare sopra di lui un grande impero, avvisarlo, consigliarlo ed anche correggerlo allora eziandio che si troverà negli impieghi, negli uffizi civili e nel commercio. Per queste e molte altre ragioni pare che il sistema preventivo debba prevalere al repressivo.

II Applicazione del sistema Preventivo.

La pratica di questo sistema è tutta appoggiata sopra le parole di s. Paolo che dice: Charitas benigna est, patiens est; omnia suffert, omnia sperat, omnia sustinet. La carità è benigna e paziente; soffre tutto, ma spera tutto e sostiene qualunque disturbo. Perciò soltanto il cristiano può con successo applicare il sistema Preventivo. Ragione e Religione sono gli strumenti di cui deve costantemente far uso l'educatore, insegnarli, egli stesso praticarli se vuol essere ubbidito ed ottenere il suo fine.
I. Il Direttore pertanto deve essere consacrato a' suoi educandi, né mai assumersi impegni che lo allontanino dal suo uffizio, anzi trovarsi sempre co' suoi allievi tutte le volte che non sono obbligatamente legati da qualche occupazione, eccetto che siano da altri debitamente assistiti.
II. I maestri, i capi d'arte, gli assistenti devono essere di moralità conosciuta. Studino di evitare come la peste ogni sorta di affezioni od amicizie particolari cogli allievi, e si ricordino che il traviamento di un solo può compromettere un Istituto educativo. Si faccia in modo che gli allievi non siano mai soli. Per quanto è possibile gli assistenti li precedano nel sito dove devonsi raccogliere: si trattengano con loro fino a che siano da altri assistiti, non li lascino mai disoccupati.
III. Si dia ampia libertà di saltare, correre, schiamazzare a piacimento. La ginnastica, la musica, la declamazione, il teatrino, le passeggiate sono mezzi efficacissimi per ottenere la disciplina, giovare alla moralità ed alla sanità. Si badi soltanto che la materia del trattenimento, le persone che intervengono, i discorsi che hanno luogo non siano biasimevoli. Fate tutto quello che volete, diceva il grande amico della gioventù s. Filippo Neri, a me basta che non facciate peccati.
IV. La frequente confessione, la frequente comunione, la messa quotidiana sono le colonne / che devono reggere un edifizio educativo, da cui si vuole tener lontano la minaccia e la sferza. Non mai obbligare i giovanetti alla frequenza de' santi Sacramenti, ma soltanto incoraggiarli e porgere loro comodità di approfittarne. Nei casi poi di esercizi spirituali, novene, predicazioni, catechismi si faccia rilevare la bellezza, la grandezza, la santità di quella Religione che propone dei mezzi così facili, così utili alla civile società, alla tranquillità del cuore, alla salvezza dell'anima, come appunto sono i santi Sacramenti. In questa guisa i fanciulli restano spontaneamente invogliati a queste pratiche di pietà, vi si accosteranno volentieri con piacere e con frutto (1).
V. Si usi massima sorveglianza per impedire che nell'Istituto siano introdotti compagni, / libri o persone che facciano cattivi discorsi. La scelta d'un buon portinaio è un tesoro per una casa di educazione.
VI. Ogni sera dopo le ordinarie preghiere, e prima che gli allievi vadano a riposo, il Direttore, o chi per esso, indirizzi alcune affettuose parole in pubblico dando qualche avviso, o consiglio intorno a cose da farsi o da evitarsi; e studii di ricavare le massime da fatti avvenuti in giornata nell'Istituto o fuori; ma il suo sermone non oltrepassi mai i due o tre minuti. Questa è la chiave della moralità, del buon andamento e del buon successo dell'educazione.
VII. Si tenga lontano come la peste l'opinione di taluno che vorrebbe differire la prima comunione ad un'età troppo inoltrata, quando per lo più il demonio ha preso possesso del cuore di un giovanetto a danno incalcolabile della sua innocenza. Secondo la disciplina della Chiesa primitiva si solevano dare ai bambini le ostie consacrate che sopravanzavano nella comunione pasquale. Questo serve a farci conoscere quanto la Chiesa ami che i fanciulli siano ammessi per tempo alla santa Comunione. Quando un giovanetto sa distinguere tra pane e pane, e palesa sufficiente istruzione, non si badi più all'età e venga il Sovrano Celeste a regnare in quell'anima benedetta.
VIII. I catechismi raccomandano la frequente comunione, s. Filippo Neri la consigliava ogni otto giorni ed anche più spesso. Il Concilio Tridentino dice chiaro che desidera sommamente che ogni fedele cristiano quando va ad ascoltare la santa Messa faccia eziandio la comunione. Ma questa comunione sia non solo spirituale, ma bensì sacramentale, affinché si ricavi maggior frutto da questo augusto e divino sacrifizio. (Concilio Trid., sess. XXII, cap. VI).

III. Utilità del sistema Preventivo.

Taluno dirà che questo sistema è difficile in pratica. Osservo che da parte degli allievi riesce assai più facile, più soddisfacente, più vantaggioso. Da parte poi degli educatori racchiude alcune difficoltà, che però restano diminuite, se l'educatore si mette con zelo all'opera sua. L’educatore è un individuo consacrato al bene de' suoi allievi, perciò deve essere pronto ad affrontare ogni disturbo, ogni fatica per conseguire il suo fine, che è la civile, morale, scientifica educazione de' suoi allievi.
Oltre ai vantaggi sopra esposti si aggiunge ancora qui che:
I. L’allievo sarà sempre pieno di rispetto verso l'educatore e ricorderà ognor con piacere la direzione avuta, considerando tuttora quali padri e fratelli i suoi maestri e gli altri superiori. Dove vanno questi allievi per lo più sono la consolazione della famiglia, utili cittadini e buoni cristiani.
II. Qualunque sia il carattere, l'indole, lo stato morale di un allievo all'epoca della sua accettazione, i parenti possono vivere sicuri, che il loro figlio non potrà peggiorare, e si può dare per certo che si otterrà sempre qualche miglioramento. Anzi certi fanciulli che per molto tempo furono il flagello de' parenti e perfino rifiutati dalle case correzionali, coltivati secondo questi principii, cangiarono indole, carattere, si diedero ad una vita costumata, e presentemente occupano onorati uffizi nella società, divenuti così il sostegno della famiglia, decoro del paese in cui dimorano.
III. Gli allievi che per avventura entrassero in un Istituto con triste abitudini non possono danneggiare i loro compagni. Né i giovanetti buoni potranno ricevere nocumento da costoro, perché non avvi né tempo, né luogo, né opportunità, perciocché l'assistente, che supponiamo presente, ci porrebbe tosto rimedio.

Una parola sui castighi.

Che regola tenere nell'infliggere castighi? Dove è possibile, non si faccia mai uso dei castighi; dove poi la necessità chiede repressione, si ritenga quanto segue:
I. L’educatore tra gli allievi cerchi di farsi amare, se vuole farsi temere. In questo caso la sottrazione di benevolenza è un castigo, ma un castigo che eccita l'emulazione, dà coraggio e non avvilisce mai.
II. Presso ai giovanetti è castigo quello che si fa servire per castigo. Si è osservato che uno sguardo non amorevole sopra taluni produce maggior effetto che non farebbe uno schiaffo. La lode quando una cosa è ben fatta, il biasimo, quando vi è trascuratezza, è già un premio od un castigo.
III. Eccettuati rarissimi casi, le correzioni, i castighi non si diano mai in pubblico, ma privatamente, lungi dai compagni, e si usi massima prudenza e pazienza per fare che l'allievo comprenda il suo torto colla ragione e colla religione.
IV. Il percuotere in qualunque modo, il mettere in ginocchio con posizione dolorosa, il tirar le orecchie ed altri castighi simili debbonsi assolutamente evitare, perché sono proibiti dalle leggi civili. Irritano grandemente i giovani ed avviliscono l'educatore.
V. Il Direttore faccia ben conoscere le regole, i premi ed i castighi stabiliti dalle leggi di disciplina, affinché l'allievo non si possa scusare dicendo: Non sapeva che ciò fosse comandato o proibito.
Se nelle nostre case si metterà in pratica questo sistema, io credo che potremo ottenere grandi vantaggi senza venire né alla sferza, né ad altri violenti castighi. Da circa quarant'anni tratto colla gioventù, e non mi ricordo d'aver usato castighi di sorta, e coll'aiuto di Dio ho sempre ottenuto non solo quanto era di dovere, ma eziandio quello che semplicemente desiderava, e ciò da quegli stessi fanciulli, cui sembrava perduta la speranza di buona riuscita.
Sac. Gio. Bosco.

[ndr] Si aggiungono qui i titoli delle parti della circolare Dei castighi da infliggersi nelle case salesiane. I. Non punite mai se non dopo aver esauriti tutti gli altri mezzi…. II. Procurate di scegliere nelle correzioni il momento favorevole... III. Togliete ogni idea che possa far credere che si operi per passione… IV. Regolatevi in modo da lasciar la speranza che possa essere perdonato. cf Don Bosco educatore…,pp.325-341.

II. LETTERA DA ROMA

Datata 10 maggio 1884, indirizzata da Roma alla comunità educativa di Torino-Valdocco, la lettera riprende molti elementi di una redazione precedente mandata nella stessa data ai giovani della “casa annessa” all’Oratorio di Valdocco; è però arricchita di altri rilevanti motivi riservati agli educatori. Materialmente è opera di don Giovanni Battista Lemoyne, tuttavia per i principi, i motivi, i suggerimenti in esso contenuti, in gran parte già presenti nel sistema educativo anteriormente vissuto da Don Bosco e da lui in qualche modo teorizzato in precedenti documenti, depongono a favore di una piena consonanza fra lui e il suo figlio spirituale, discepolo, buon educatore e ottimo scrittore. Dunque un testo-sintesi di una quarantennale esperienza educativa collettiva, che, benché riservato ad un preciso ambiente, contiene un messaggio di valore universale. Testo ed. in Don Bosco educatore…, pp. 375-388.

Roma, 10 Maggio 1884

Miei carissimi figliuoli in Gesù C.

Vicino o lontano io penso sempre a voi. Un solo è il mio desiderio: quello di vedervi felici nel tempo e nell'eternità. Questo pensiero, questo desiderio mi risolsero a scrivervi questa lettera. Sento, o cari miei, il peso della mia lontananza da voi e il non vedervi e il non sentirvi mi cagiona pena quale voi non potete immaginare. Perciò io avrei desiderato scrivere queste righe una settimana fa, ma le continue occupazioni me lo impedirono. Tuttavia, benché pochi giorni manchino al mio ritorno, voglio anticipare la mia venuta fra voi almeno per lettera, non potendolo di persona. Sono le parole di chi vi ama teneramente in Gesù Cristo ed ha dovere di parlarvi colla libertà di un padre. E voi me lo permetterete, non è vero? E mi presterete attenzione e metterete in pratica quello che sono per dirvi. /
Ho affermato che voi siete l'unico ed il continuo pensiero della mia mente. Or dunque in una delle sere scorse io mi era ritirato in camera, e mentre mi disponeva per andare a riposo avea incominciato a recitare le preghiere che mi insegnò la mia buona mamma. In quel momento non so bene se preso dal sonno o tratto fuor di me da una distrazione, mi parve che mi si presentassero innanzi due degli antichi giovani dell'Oratorio.
Uno di questi due mi si avvicinò e salutatomi affettuosamente mi disse: - O D. Bosco! Mi conosce?
- Sì che ti conosco: risposi.
- E si ricorda ancora di me? soggiunse quell'uomo.
- Di te e di tutti gli altri. Tu sei Valfrè, ed eri nell'Oratorio prima del 1870.
- Dica! continuò Valfrè, vuol vedere i giovani che erano nell'Oratorio ai miei tempi?
- Sì fammeli vedere, io risposi; ciò mi cagionerà molto piacere.

E Valfrè mi mostrò i giovani tutti colle stesse sembianze e colla statura e nell'età di quel tempo. Mi pareva di essere nell'antico oratorio nell'ora della ricreazione. Era una scena tutta vita, tutta moto, tutta allegria. Chi correva, chi saltava, chi faceva saltare. Qui si giuocava alla rana, là a bararotta ed al pallone. In un luogo era radunato un crocchio di giovani che pendeva dal labbro di un prete il quale narrava una storiella. In un altro luogo un chierico che in mezzo ad altri giovanetti giuocava all'asino vola ed ai mestieri. Si cantava, si rideva da tutte parti e dovunque chierici e preti e intorno ad essi i giovani che schiamazzavano allegramente. Si vedeva che fra i giovani e i Superiori regnava la più grande cordialità e confidenza. Io era incantato a questo spettacolo e Valfrè mi disse: - Veda: la famigliarità porta amore, e l'amore porta confidenza. Ciò è che apre i cuori e i giovani palesano tutto senza timore ai maestri, agli assistenti ed ai Superiori. Diventano schietti in confessione e fuor di confessione e si prestano docili a tutto ciò che vuol comandare colui dal quale sono certi di essere amati.
In quell'istante si avvicinò a me l'altro mio antico allievo che avea la barba tutta bianca e mi disse: - Don Bosco vuole adesso conoscere e vedere i giovani che attualmente sono nell'Oratorio? (Costui era Buzzetti Giuseppe).
- Sì! risposi io; perché è già un mese che più non li vedo!

E me li additò. Vidi l’Oratorio e tutti voi che facevate ricreazione. Ma non udiva più grida di gioia e cantici, non più vedeva quel moto, quella vita come nella prima scena. Negli atti e nel viso di molti giovani si leggeva una noia, una spossatezza, una musoneria, una diffidenza che faceva pena al mio cuore. Vidi è vero molti che correvano, giuocavano, si abitavano con beata spensieratezza, ma altri non pochi io ne vedeva, star soli appoggiati ai pilastri in preda a / pensieri sconfortanti; altri su per le scale e nei corridoi o sopra i poggiuoli dalla parte del giardino per sottrarsi alla ricreazione comune; altri passeggiare lentamente in gruppi parlando sottovoce fra di loro dando attorno occhiate sospettose e maligne: talora sorridere ma con un sorriso accompagnato da occhiate da far non solamente sospettare, ma credere che San Luigi avrebbe arrossito se si fosse trovato in compagnia di costoro; eziandio fra coloro che giuocavano ve ne erano alcuni così svogliati, che faceano veder chiaramente, come non trovassero gusto nei divertimenti.
- Hai visti i tuoi giovani? mi disse quell'antico allievo.
- Li vedo; risposi sospirando.
- Quanto sono differenti da quelli che eravamo noi una volta! esclamò quel vecchio allievo.
- Purtroppo! Quanta svogliatezza in questa ricreazione.
- E di qui proviene la freddezza in tanti nell'accostarsi ai Santi Sacramenti, la trascuranza delle pratiche di pietà in Chiesa e altrove; lo star malvo/lentieri in un luogo ove la Divina Provvidenza li ricolma di ogni bene pel corpo, per l'anima, per l'intelletto. Di qui il non corrispondere che molti fanno alla loro vocazione; di qui le ingratitudini verso i Superiori; di qui i segretumi e le mormorazioni, con tutte le altre deplorevoli conseguenze.
- Capisco, intendo, risposi io. Ma come si possono rianimare questi miei cari giovani, acciocché riprendano l'antica vivacità, allegrezza, espansione?
- Coll'amore!
- Amore? Ma i miei giovani non sono amati abbastanza? Tu lo sai se io li amo. Tu sai quanto per essi ho sofferto e tollerato pel corso di ben quaranta anni, e quanto tollero e soffro ancora adesso. Quanti stenti, quante umiliazioni, quante opposizioni, quante persecuzioni per dare ad essi pane, casa, maestri e specialmente per procurare la salute delle loro anime. Ho fatto quanto ho potuto e saputo per coloro che formano l'affetto di tutta la / mia vita.
- Non parlo di te!
- Di chi dunque? Di coloro che fanno le mie veci? Dei Direttori, Prefetti, maestri, assistenti? Non vedi come sono martiri dello studio e del lavoro? Come consumino i loro anni giovanili per coloro che ad essi affidò la Divina Provvidenza?
- Vedo, conosco; ma ciò non basta: ci manca il meglio.
- Che cosa manca adunque?
- Che i giovani non solo siano amati, ma che essi stessi conoscano di essere amati.
- Ma non hanno gli occhi in fronte? Non hanno il lume dell'intelligenza? Non vedono che quanto si fa per essi è tutto per loro amore?
- No, lo ripeto; ciò non basta.
- Che cosa ci vuole adunque?
- Che essendo amati in quelle cose che loro piacciono col partecipare alle loro inclinazioni infantili, imparino a veder l'amore in quelle cose che naturalmente lor piacciono poco; quali sono la disciplina. lo studio, la mortificazione di se stessi / e queste cose imparino a far con amore.
- Spiegati meglio!
- Osservi i giovani in ricreazione.

Osservai e quindi replicai: - E che cosa c'è di speciale da vedere.
- Sono tanti anni che va educando giovani e non capisce? Guardi meglio! Dove sono i nostri Salesiani?
Osservai e vidi che ben pochi Preti e Chierici si mescolavano fra i giovani e ancor più pochi prendevano parte ai loro divertimenti. I Superiori non erano più l'anima della ricreazione. La maggior parte di essi passeggiavano fra di loro parlando, senza badare che cosa facessero gli allievi: altri guardavano la ricreazione non dandosi nessun pensiero dei giovani; altri sorvegliavano così alla lontana senza avvertire chi commettesse qualche mancanza; qualcuno poi avvertiva ma in atto minaccioso e ciò raramente. Vi era qualche Salesiano che avrebbe desiderato intromettersi in qualche gruppo di giovani, ma vidi che questi giovani cercavano stu/diosamente di allontanarsi dai maestri e dai Superiori.

Allora quel mio amico ripigliò: - Negli antichi tempi dell'Oratorio lei non stava sempre in mezzo ai giovani e specialmente in tempo di ricreazione? Si ricorda quei belli anni? Era un tripudio di paradiso, un'epoca che ricordiam sempre con amore, perché l'amore era quello che ci serviva di regola, e noi per lei non avevamo segreti.
- Certamente! E allora tutto era gioia per me e nei giovani uno slancio per avvicinarsi a me per volermi parlare, ed una viva ansia di udire i miei consigli e metterli in pratica. Ora però vedi come le udienze continue e gli affari moltiplicati e la mia sanità me lo impediscono.
- Va bene: ma se lei non può, perché i suoi Salesiani non si fanno suoi imitatori? Perché non insiste, non esige che trattino i giovani come li trattava lei?
- Io parlo, mi spolmono ma pur troppo che molti non si sentono più di far le fatiche di una volta.
- E quindi trascurando il meno perdono il più e questo più sono le loro fatiche. Che amino ciò che piace ai giovani e i giovani ameranno ciò che piace ai Superiori. E a questo modo sarà facile la loro fatica. La causa del presente cambiamento nell'Oratorio è che un certo numero di giovani non ha confidenza nei Superiori. Anticamente i cuori erano tutti aperti ai Superiori, che i giovani amavano ed obbedivano prontamente. Ma ora i Superiori sono considerati come Superiori e non più come padri, fratelli ed amici, quindi sono temuti e poco amati. Perciò se si vuol fare un cuor solo ed un'anima sola per amor di Gesù bisogna che si rompa quella fatale barriera della diffidenza e sottentri a questa la confidenza cordiale. Che quindi l'obbedienza guidi l'allievo come la madre guida il suo fanciullino. Allora regnerà nell'Oratorio la pace e l'alle/grezza antica.
- Come dunque fare per rompere questa barriera?
- Famigliarità coi giovani specialmente in ricreazione. Senza familiarità non si dimostra l'amore e senza questa dimostrazione non vi può essere confidenza. Chi vuole essere amato bisogna che faccia vedere che ama. Gesù Cristo si fece piccolo coi piccoli e portò le nostre infermità. Ecco il maestro della famigliarità. Il maestro visto solo in cattedra è maestro e non più, ma se va in ricreazione coi giovani diventa come fratello. Se uno è visto solo predicare dal pulpito si dirà che fa ne più ne meno del proprio dovere, ma se dice una parola in ricreazione è la parola di uno che ama. Quante conversioni non cagionarono alcune sue parole fatte risuonare all'improvviso all'orecchio di un giovane nel mentre che si divertiva. Chi sa di essere amato ama e chi è amato ottiene tutto specialmente dai giovani. Questa confidenza mette una corrente elettrica fra i giovani ed i Superio/ri. I cuori si aprono e fanno conoscere i loro bisogni e palesano i loro difetti. Questo amore fa sopportare ai Superiori le fatiche, le noie, le ingratitudini, i disturbi, le mancanze, le negligenze dei giovanetti. Gesù Cristo non spezzò la canna già fessa, né spense il lucignolo che fumava. Ecco il vostro modello. Allora non si vedrà più chi lavorerà per fine di vanagloria; chi punirà solamente per vendicare l'amor proprio offeso; chi si ritirerà dal campo della sorveglianza per gelosia di una temuta preponderanza altrui; chi mormorerà degli altri volendo essere amato e stimato dai giovani, esclusi tutti gli altri Superiori, guadagnando null'altro che disprezzo ed ipocrite moine; chi si lasci rubare il cuore da una creatura e per far la corte a questa trascurare tutti gli altri giovanotti; chi per amore dei proprii comodi tenga in non cale il dovere strettissimo della sorveglianza; chi per un vano rispetto umano si astenga dall'ammonire chi deve essere ammonito. Se ci sarà questo vero amore non si cercherà altro che la gloria di Dio e la salute delle anime. E’ quando illanguidisce questo amore che le cose non vanno / più bene. Perché si vuole sostituire all'amore la freddezza di un regolamento? Perché i Superiori si allontanano dall'osservanza di quelle regole di educazione che D. Bosco ha loro dettate? Perché al sistema di prevenire colla vigilanza e amorosamente i disordini, si va sostituendo a poco a poco il sistema meno pesante e più spiccio per chi comanda di bandir leggi che se si sostengono coi castighi accendono odii e fruttano dispiaceri; se si trascura di farle osservare fruttano disprezzo per i superiori e cagione sono di disordini gravissimi?
E ciò accade necessariamente se manca la familiarità. Se adunque si vuole che l'oratorio ritorni all'antica felicità si rimetta in vigore l'antico sistema: che il Superiore sia tutto a tutti, pronto ad ascoltare sempre ogni dubbio, o lamentanza dei giovani, tutto occhio per sorvegliare paternamente la loro condotta, tutto cuore per cercare il bene spirituale e temporale di coloro che la Provvidenza gli ha / affidati. Allora i cuori non saranno più chiusi e non regneranno più certi segretumi che uccidono. Solo in caso di immoralità i Superiori siano inesorabili. E’ meglio correre pericolo di scacciare dalla casa un innocente, che ritenere uno scandaloso. Gli assistenti si facciano uno strettissimo dovere di coscienza di riferire ai Superiori tutte quelle cose le quali conoscano in qualunque modo essere offesa di Dio.
Allora io interrogai: - E quale è il mezzo precipuo perché trionfi simile famigliarità e simile amore e confidenza?
- L'osservanza esatta delle regole della casa.
- E null'altro?
- Il piatto migliore in un pranzo è quello della buona cera.

Mentre così il mio antico allievo finiva di parlare ed io continuava ad osservare con vivo dispiacere quella ricreazione a poco a poco mi sentii oppresso da grande stanchezza che andava ognora crescendo. Questa oppressione giunse al punto che non potendo più / resistere mi scossi e rinvenni. Mi trovai in piedi vicino al letto. Le mie gambe erano così gonfie e mi faceano così male che non potea più star ritto. L’ora era tardissima quindi me ne andai a letto risoluto di scrivere a’ miei cari figliuoli queste righe.
lo desidero di non far questi sogni perché mi stancano troppo. Nel giorno seguente mi sentiva rotto nella persona e non vedea l'ora di potermi riposare la sera seguente. Ma ecco appena fui in letto ricominciare il sonno. Aveo d'innanzi il cortile, i giovani che ora sono nell’Oratorio, e lo stesso antico allievo dell'Oratorio. Io presi ad interrogarlo: - Ciò che mi dicesti io lo farò sapere ai miei Salesiani, ma ai giovani dell'Oratorio che cosa debbo dire?
Mi rispose: - Che essi riconoscano quanto i Superiori, i maestri, gli assistenti fatichino e studino per loro amore, poi che se non fosse pel loro bene non si assoggetterebbero a / tanti sacrifizii; che si ricordino essere l'umiltà la fonte di ogni tranquillità, che sappiano sopportare i difetti degli altri poi che al mondo non si trova la perfezione ma questa è solo in paradiso; che cessino dalle mormorazioni poiché queste raffreddano i cuori; e sovratutto che procurino di vivere nella S. grazia di Dio. Chi non ha pace con Dio, non ha pace con sé, non ha pace cogli altri.
- E tu mi dici dunque che vi sono fra i miei giovani di quelli che non hanno la pace con Dio?
- Questa è la prima causa del malo umore, fra le altre che tu sai, alle quali devi porre rimedio, e che non fa d'uopo che ora ti dica. Infatti non diffida se non chi ha segreti da custodire, se non chi teme che questi segreti vengano a conoscersi, perché sa che gliene tornerebbe vergogna e disgrazia. Nello stesso tempo se il cuore non ha la pace con Dio rimane angosciato irrequieto insofferente / d'obbedienza, si irrita per nulla, gli sembra che ogni cosa vada a male, e perché esso non ha amore, giudica che i Superiori non lo amino.
- Eppure o caro mio non vedi quanta frequenza di Confessioni e di Comunioni vi è nell'Oratorio?
- E’ vero che grande è la frequenza delle Confessioni ma ciò che manca radicalmente, in tanti giovanotti che si confessano è la stabilità nei proponimenti. Si confessano ma sempre le stesse mancanze. le stesse occasioni prossime, le stesse abitudini cattive, le stesse disobbedienze, le stesse trascuranze nei doveri. Così si va avanti per mesi e mesi, e anche per anni e taluni perfino così continuano alla 5 a ginnasiale. Sono confessioni che valgono poco o nulla; quindi non recano pace e se un giovanetto fosse chiamato in quello stato al tribunale di Dio sarebbe un affare ben serio.
- E di costoro ve ne ha molti all'Oratorio? /
- Pochi in confronto del gran numero di giovani che sono nella casa: Osservi. - E me li additava.
Io guardai e ad uno ad uno vidi quei giovani. Ma in questi pochi io vidi cose che hanno profondamente amareggiato il mio cuore. Non voglio metterle sulla carta, ma quando sarò di ritorno voglio esporle a ciascuno cui si riferiscono. Qui vi dirò soltanto che è tempo di pregare e di prendere ferme risoluzioni; proporre non colle parole ma coi fatti e far vedere che i Comollo, i Savio Domenico, i Besucco e i Saccardi, vivono ancora tra noi.

In ultimo domandai a quel mio amico: - Hai null'altro da dirmi?
- Predica a tutti grandi e piccoli che si ricordino sempre che sono figli di Maria SS. Ausiliatrice. Che essa stessa li ha qui radunati per condurli via dai pericoli del mondo, perché si amassero come fratelli e perché dessero gloria a Dio e a lei colla loro buona condotta. / Che è la Madonna quella che loro provvede pane e mezzi di studiare con infinite grazie e portenti. Si ricordino che sono alla vigilia della festa della loro SS. Madre e che coll'aiuto suo deve cadere quella barriera di diffidenza che il Demonio ha saputo innalzare tra giovani e Superiori e della quale sa giovarsi per la rovina di certe anime.
- E ci riusciremo a togliere questa barriera?
- Sì certamente purché grandi e piccoli siano pronti a soffrire qualche piccola mortificazione per amor di Maria e mettano in pratica ciò che io le ho detto.
Intanto io continuava a guardare i miei giovanetti e allo spettacolo di coloro che vedeva avviati verso l'eterna perdizione sentii tale stretta al cuore che mi svegliai. Molte cose importantissime che io vidi desidererei ancora narrarvi ma il tempo e le convenienze non me lo permettono.
Concludo: Sapete che cosa desidera da voi questo povero vecchio che per i suoi cari giovani ha / consumato tutta la vita? Niente altro fuorché, fatte le debite proporzioni, ritornino i giorni felici dell'antico oratorio. I giorni dell'amore e della confidenza Cristiana tra i giovani ed i Superiori; i giorni dello Spirito di accondiscenza e sopportazione per amor di Gesù Cristo degli uni verso degli altri; i giorni dei cuori aperti con tutta semplicità e candore, i giorni della carità e della vera allegrezza per tutti. Ho bisogno che mi consoliate dandomi la speranza e la promessa che voi farete tutto ciò che desidero per il bene delle anime vostre. Voi non conoscete abbastanza quale fortuna sia la vostra di essere stati ricoverati nell'Oratorio. Innanzi a Dio vi protesto: Basta che un giovane entri in una casa Salesiana perché la Vergine SS. lo prenda subito sotto la sua protezione speciale. Mettiamoci adunque tutti d'accordo. La carità di quelli che comandano, la carità di quelli che devono obbedire fac/cia regnare fra di noi lo spirito di S. Francesco di Sales. O miei cari figliuoli, si avvicina il tempo nel quale dovrò distaccarmi da voi e partire per la mia eternità (Nota del Segret. A questo punto D. Bosco sospese di dettare; gli occhi suoi si empirono di lagrime, non per rincrescimento, ma per ineffabile tenerezza che trapelava dal suo sguardo e dal suono della sua voce: dopo qualche istante continuò) quindi io bramo di lasciar voi, o preti, o chierici, o giovani carissimi per quella via del Signore nella quale esso stesso vi desidera. A questo fine il Santo Padre che io ho visto venerdì 9 di maggio vi manda di tutto cuore la sua benedizione. Il giorno della festa di Maria SS. Ausiliatrice mi troverò con voi innanzi all'effige della nostra amorosissima Madre. Voglio che questa gran festa si celebri con ogni solennità e D. Lazzero e D. Marchisio pensino a far sì che stiamo allegri anche in refettorio. La festa di Maria Ausiliatrice deve essere il preludio della festa che dobbiam celebrare tutti insieme uniti un giorno in paradiso.

Vostro aff.mo amico in G. C.
Sac. Gio. Bosco.


RECENTE BIBLIOGRAFIA DI INDOLE SCIENTIFICA

Repertorio bibliografico

1. Bibliografia generale di don Bosco: vol. 1˚ Bibliografia italiana 1844 1992, a cura di S. Gianotti. Roma, LAS 1996, 409 p. Contiene circa 400 titoli sulla pedagogia e sul sistema preventivo di Don Bosco dal 1844 al 1992. Vi si trovano gli autori citati nel corso del presente volumetto.

Scritti di don Bosco
2. Don Bosco educatore. Scritti e testimonianze, a cura di P. Braido e al. Roma, LAS 19973, 472 p. Contiene la maggior parte degli scritti (di piccola mole) di indole pedagogica di Don Bosco, buona parte editi anche separatamente nella “Piccola Biblioteca dell’Istituto Storico Salesiano” o pubblicati nella rivista semestrale ”Ricerche Storiche Salesiane”, tutte presso la medesima editrice.
3. G. BOSCO, Epistolario. Introduzione, testi critici e note a cura di F. Motto: vol. I (1835 1863). Roma, LAS 1991, 718 p.; vol. II (1864 1868). Ibid. 1996, Vol. III (1869-1872) Ibid. 1999, 594 p.
4. G. BOSCO, Memorie dell’Oratorio di S. Francesco di Sales dal 1815 al 1855. Introduzione, note e testo critico a cura di A. da Silva Ferreira. Roma, LAS 1991, 255 p.; ID,… Introduzione e note a cura di A. da Silva Ferreira. Roma, LAS 1992, 235 p.

Letteratura
5. BRAIDO P., Prevenire, non reprimere. Il sistema educativo di Don Bosco. Roma, LAS, 19993. Volume didattico e molto documentato, costituisce il punto di arrivo di quarant’anni di studi e ricerche. Se ne consiglia la lettura a quanti intendono approfondire la conoscenza, soprattutto storica, del sistema preventivo. Orientamenti bibliografici nelle pp. 404-415.
6. BRAIDO P., Breve storia del «sistema preventivo». Roma, LAS 1993, 111 p.
7. [AA.VV.], Don Bosco e la sua esperienza pedagogica. Eredità, contesti, sviluppi, risonanze, in «Orientamenti Pedagogici» 36 (1989) 1 241.
8. [AA.VV], Il sistema preventivo verso il terzo millennio, a cura di A. Martinelli e G. Cherubin. Roma, Editrice S. D. B. 1995.
9. BRAIDO P., “Prevenire” ieri e oggi con Don Bosco. Il significato storico e le potenzialità permanenti del messaggio in Piera Cavaglià et al., Donna e umanizzazione della cultura alle soglie del terzo millennio. La via dell’educazione. Roma, LAS 1998, pp. 273-325.
10. ID., I molti volti dell’”amorevolezza” in “Rivista di Scienze dell’Educazione” 17 (1999) 1, pp. 27-46.
11 PRELLEZO J. M., Valdocco nell’ Ottocento tra reale e ideale. Documenti e testimonianze (1866 1889). Roma, LAS 1992, 336 p.