Il sistema preventivo

di don Bosco:

Conclusione

Francesco Motto

È sempre difficile trarre una conclusione soprattutto in casi come questo, in cui si è semplicemente inteso far conoscere nelle sue linee essenziali il sistema preventivo di Don Bosco per quello che è stato e non per quello che oggi può diventare nel contesto di crisi politica, sociale e morale, lasciataci in eredità dal secolo appena chiuso, che rende ancor più critico il sempre difficile rapporto intergenerazionale.
Giunto al termine di queste pagine il lettore si sarà resoconto come il sistema preventivo di Don Bosco, benché ormai un’esperienza consegnata alla storia, mantenga punti di riferimento di persistente significato e valore. Dunque si è di fronte non ad un sistema unicamente passato, ma ad un sistema aperto ad audaci direzioni di marce, a costanti aggiornamenti, a coraggiose iniziative, a nuove frontiere educative, senza con ciò venir meno ai principi fondamentali che lo reggono
Alcune fra le ipotesi di rinnovamento educativo futuro potrebbero essere le seguenti, che in sedi diverse hanno avanzato vari attenti studiosi del sistema preventivo di Don Bosco (P. Braido, P. Cavaglià, G. C. Milanesi S. Palumbieri, J. M Prellezo, J. Vecchi e altri) e che cerchiamo di rapidamente motivare.

1. La gamma potenzialmente universale delle intenzioni di Don Bosco in favore dei giovani - in proporzione alle limitate fasce di giovani cui si occupò e alle particolari istituzioni ottocentesche da lui gestite (oratori, collegi) - già lungo il secolo XX ha indotto operatori nel settore della prevenzione sociale a estendere la possibilità di attuazione del sistema preventivo, seppure in misure differenziate, alla generalità dei giovani, a tutti i livelli della prevenzione (primaria, secondaria, terziaria) e ad una pluralità delle istituzioni.
A sua volta il secolo XXI che ora si apre dovrebbe prendere ancor più coscienza che il prevenire oggi ha assunto dimensioni incomparabili rispetto alle realizzazioni e formulazioni di Don Bosco, in conseguenza degli sconvolgimenti di ogni genere avvenuti nel novecento, dell’attuale pluralismo culturale, educativo, religioso e culturale e dell’enorme cambiamento dell“arcipelago giovani” per età, numero, condizioni, contesto culturale e spazi di azione, rispetto ai preadolescenti ed adolescenti educati da Don Bosco. Giovani che oggi trovano difficoltà a percorrere la strada che porta alla maturità personale e sociale, o che si perdono per strada non riuscendo a tenere il passo, o che non riescono a recuperare la situazione di svantaggio in partenza.
Dunque si impone un nuovo sistema preventivo che sappia affrontare inediti fenomeni multifattoriali (situazioni di “normalità” ma anche di chi manifesta sintomi di adesione a modelli di comportamenti in qualche modo devianti, e di chi è già vittima di comportamenti asociali già strutturali), su diversi piani (sociale, culturale, educativo) ed in diversi ambiti: individuo, scuola, tempo libero, lavoro, oratori, parrocchie, associazioni e soprattutto il campo che sembra maggiormente urgente e in difficoltà, la famiglia.

2. Don Bosco ha attuato il suo progetto, oltre un secolo fa anni fa, attraverso la cooperazione di vaste cerchie di persone, laiche ed ecclesiastiche, ricche e povere, costituite in autorità e semplici cittadini. Nell’utopia di un movimento vasto come il mondo ha sognato la collaborazione e la complementarità di tutti i cattolici militanti e di tutti gli uomini di buona volontà interessati al futuro dell’umanità.
Oggi condizione indispensabile per un progetto educativo ispirato al sistema preventivo sembra essere la valorizzazione della funzione educativa di tutti gli adulti che, a vario titolo, incidono sull’educazione dei giovani e sulla loro capacità di compiere scelte esistenziali. Occorre una reale cooperazione e un serio coinvolgimento di genitori, insegnanti, operatori sociosanitari, amministratori locali, operatori del tempo libero, volontari, professionisti, responsabili politici; si impone una responsabilità corale, da parte delle istituzioni pubbliche, degli organismi politici, delle forze sociali, delle comunità ecclesiali, delle agenzie deputate all’educazione, delle famiglie; si richiedono adeguati strumenti giuridici, sussidi economici, orientamenti etici, strutture capaci di coordinare tutte le forze attive disponibili e riconducibili ad una rete di opportunità tale che sia l’intera società, in certo modo, a dare il suo contribuito alla crescita umana dei propri membri più fragili e indifesi.

3. Il sistema preventivo di Don Bosco, sorto in un quadro molto semplificato di analisi sociale e privo di criteri atti ad operare sul piano strutturale, contemplava una finalità educativa a priori e una metodologia di intervento indirizzata all’educazione del singolo giovane, per di più raccolto nel suo istituto e dunque “protetto” in ambito fisico, psichico, intellettuale, spirituale.
Oggi è scontato che tutte le forze che intendono rifarsi al sistema preventivo devono fare enormi passi avanti rispetto al passato, non estraniandosi dalla condivisione di un ben più ampio e articolato quadro teorico di riferimento, modulato sulle nuove esigenze della storia (solidarietà, dialogo, partecipazione, pace, globalizzazione, mondializzazione…) e sulle recenti conquiste delle scienze umane. Oggi che i mezzi di comunicazione sociale in tempo reale portano il mondo intero davanti “alla mente e al cuore” dei giovani, la prevenzione andrebbe esercitata non solo nei riguardi della gioventù, ma anche sulla società intera e su tutte le sue istituzioni che incidono sulla condizione giovanile.

4. Dalla dura esperienza delle carceri Don Bosco maturò la convinzione di dover operare a favore di giovani “poveri e abbandonati”, ”pericolosi e pericolanti” della classe popolare, in quanto a facile rischio di comportamenti devianti per motivo socio-economici. Successivamente accentuò la sua attenzione verso la gioventù della classe media, sempre “povera e pericolante” in quanto inserita in una società sempre più “pericolosa”. Operò dunque molto più sul versante della prevenzione che su quello del recupero, su quello dell’educazione che non su quello della rieducazione. Optò per la proposta ai giovani di esperienze positive anziché per la verifica della capacità di resistenza a quelle negative. Dalle strutture educative che realizzò con precisi obiettivi di prevenzione per contrastare l’emergenza e i problemi contingenti di Torino degli anni quaranta e cinquanta, passò alla messa in opera di un potenziale movimento educativo nazionale (e anche internazionale) che desse un valido contributo alla lotta contro i disagi sociali e le sempre incombenti devianze giovanili.
Oggi sembra necessario un ritorno alla prevenzione come intervento precoce e diffuso, né sembra sufficiente il richiamo al concetto restrittivo del contenimento dei valori negativi. Si tratta di creare una situazione generale che promuova iniziative atte a orientare le risorse sane delle singole fasce giovanili verso progetti allettanti e validi, a predisporre loro opportunità di crescita tali che non tanto allarghino la conoscenza del mondo e delle cose, quanto ne faccia crescere il senso della vita e il gusto del bene. Meglio schiudere orizzonti precoci, che imporre affrettati divieti.

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Il sistema preventivo divenne “persona” in Don Bosco e divenne “metodo di successo” nella sua vita. L’efficacia del sistema preventivo, ieri come oggi, risiede nella capacità dell’educatore di sapere esattamente cosa vuole, che cosa fare e cercare, programmare attuare, controllare i contenuti del proprio intervento, non riducendolo ad un semplice slogan frammentario in sé stesso e nella maniera con cui lo si offre.
Il messaggio proprio del sistema educativo di Don Bosco è fondamentalmente il suo profondo amore per la gioventù. Don Bosco invita a guardarli da vicino questi giovani, a vivere in mezzo a loro, a fare attenzione al loro esserci, a rispettarli, ad accoglierli come “figli di Dio”, a trovare il tempo per un’attenzione, una tenerezza, a comprenderli nei loro modi di essere e di agire, nelle loro aspirazioni e nei loro sentimenti, nei loro affetti e nei loro gusti. Per Don Bosco educare non significa trovare una maniera di guadagnare la vita. È una missione. È un fatto di amore. Chi non ama i giovani, o non li ama abbastanza, non può aiutarli a crescere per divenire degli uomini.
Oggi sembra non sia possibile ripetere la felice, anche se un po’ enfatica, intuizione di don Cerruti a proposi0to del metodo preventivo di Don Bosco: «Tu trovi quivi accolto in brevi parole il fiore della civiltà pagana antica e l’essenza della novità cristiano-cattolica, la sapienza teoretica di Quintiliano e l’assennatezza pratica di Vittorino da Feltre, il Vangelo in una parola e quanto vi ha di legittimo nell’eredità dello spirito umano».
Ma rimane tuttora vero che il sistema preventivo di Don Bosco, rinnovato a fondo da persone prive di pregiudizi ideologici, lontane da calcoli politici, approssimazioni, improvvisazioni e dogmatismi, può dare consistenza al bagaglio di sogni con cui le nuove generazioni si affacciano alla vita. Quella che Don Bosco definiva la «difficile arte della giovanile educazione» è, come tale appunto, una scommessa da giocare e possibilmente da vincere.