Una pedagogia

del possibile

Francesco Motto


«La genialità dell’Oratorio è che esso prescrive ai suoi frequentatori un codice morale e religioso; ma poi accoglie anche chi non lo segue» (Umberto Eco).

CAPITOLO VI
PEDAGOGIA DEL POSSIBILE

Per un sacerdote come Don Bosco il vero senso della vita è la salvezza eterna, al cui grado più alto è la santità. Per un educatore come lui, che si ispira a S. Francesco di Sales, essa risulta accessibile a tutti, quindi anche all’utenza delle sue case. Secondo la teologia spirituale ottocentesca, come già si è accennato, la santità sta in una vita virtuosa conforme alla volontà di Dio, che si manifesta attraverso i doveri del proprio stato, attraverso tutti i doveri morali e religiosi, adempiuti con perfezione, nella considerazione della preziosità del tempo. Naturalmente dovrà venir proposta in forme estremamente disuguali in base ai diversi stati di vita, alle differenti situazioni, alle vicende proprie di ciascuna persona,

Obiettivi graduali

Don Bosco è pienamente consapevole che esiste una grande varietà di livelli morali, religiosi, culturali, sociali nei giovani da lui accostati: miseri, poveri, benestanti, ricchi, analfabeti, colti, buoni, indifferenti, difficili, cattivi, discoli, delinquenti ecc. Non tutti possono raggiungere un grado di “santità da altare” come Domenico Savio. Un educatore saggio allora deve porsi preventivamente scopi diversificati e conseguenti interventi educativo-terapeutici a seconda della tipologia dei ragazzi.
Segno paradigmatico di questa saggezza dell’educatore di Torino è la classificazione che fa dei giovani in base a criteri morali. Così ad esempio nei Cenni storici dei primi anni sessanta: «Per conoscere i risultati ottenuti […] bisogna dividere in tre classi gli allievi: i discoli, dissipati e buoni. I buoni si conservano e progrediscono nel bene in modo maraviglioso. I dissipati, cioè quelli già abituati a girovagare, poco a lavorare, si riducono anche a buona riuscita coll’arte, coll’assistenza, coll’istruzione e coll’occupazione. I discoli poi danno molto da fare; se si può ad essi far prendere un po’ di gusto al lavoro, per lo più sono guadagnati. Coi mezzi accennati si poterono ottenere alcuni risultati che si possono esprimere così: 1° Che non diventano peggiori; 2° molti si riducono a far senno, quindi a guadagnarsi il pane onestamente; 3° quelli stessi che sotto la vigilanza parevano insensibili, col tempo si fanno, se non in tutto almeno in qualche parte, più arrendevoli. Si lascia al tempo di rendere profittevoli i buoni principii che poterono conoscere come debbansi praticare» (Don Bosco educatore…, pp. 148-149).
Quindici anni dopo ribadisce gli stessi concetti nel Trattatello. A questo punto però è in condizione di evidenziare pure i risultati concreti di una lunga azione preventiva: «certi fanciulli che per molto tempo furono il flagello de' parenti e perfino rifiutati dalle case correzionali, coltivati secondo questi principio, cantarono indole, carattere, si diedero ad una vita costumata, e presentemente occupano onorati uffizi nella società, divenuti così il sostegno della famiglia, decoro del paese in cui dimorano».
Un educatore cristiano pertanto che non voglia cadere nel massimalismo utopico, che voglia essere “ragionevole”, deve proporre fini e programmi graduali, deve suggerire itinerari differenziati, deve essere flessibile e realistico nell’indicare traguardi educativi e di recupero, deve accettare esiti diversi. Se il ragazzo buono può raggiungere il più alto grado di perfezione, cioè la santità, il dissipato, anche se difficilmente diventerà un perfetto cristiano, potrà sempre diventare un accettabile buon cristiano, un buon cittadino, un uomo moralmente e civilmente responsabile; anche lo sbandato, l’emarginato grave invece potrà trovare un suo obiettivo, magari una ragione in più di vivere o il senso di alcuni valori umani; comunque, come risultato minimo - ma non per questo non apprezzabile - non diventerà peggiore e potrà sempre porre le premesse per una qualche adesione alla fede. Resta ovviamente sempre ferma e valida una pedagogia della speranza, della pazienza e della grazia: quella di chi dopo aver gettato il seme si aspetta che dia frutto.
La significativa modalità di questi cammini differenziati dell’educazione preventiva è stata pure sottolineata dal succitato sociologo: «La genialità dell’Oratorio è che esso prescrive ai suoi frequentatori un codice morale e religioso; ma poi accoglie anche chi non lo segue».
Non solo. Per Don Bosco dalle premesse teologiche e dalla necessaria religiosità del rapporto educativo non nasce, neppure per i “ buoni”, l’incatenamento ad una religiosità perfetta, teologicamente inappuntabile. Le “pratiche di pietà” devono essere commisurate alla capacità di comprensione e sopportazione di ragazzi e ai loro gusti, onde evitare noie, idiosincrasie, dubbi, ostilità di fronte a forme di religiosità adulta, pesanti, compassate, totalmente inadeguate nel tono alla loro condizione psicologica. Di rischi di cadute di stile e di eccessi quantitativi fu ben consapevole lo stesso Don Bosco, se da una biografia del giovane Ernesto Saccardi scritta dal giovane collaboratore don Giovanni Bonetti, tolse «tutte quelle [pratiche] che po[tevano] dare pretesto di accusarci che noi spingiamo le pratiche di pietà troppo avanti« (Em 1195). I risultati di ventanni di attività educativa del resto stavano dalla sua parte se con la “sua” pedagogia della pietà aveva fatto di un ragazzo di strada come Michele Magone un ottimo giovane. Scriveva nella biografia del 1861: «Io consiglierei di caldamente invigilare che siano proposte cose facili che non ispaventino, e neppure stanchino il fedele cristiano, massime poi la gioventù. I digiuni, le preghiere prolungate e simili rigide austerità per lo più si omettono o si praticano con pena e rilassatezza.. Teniamoci alle cose facili, ma si facciano con perseveranza Questo fu il sentiero che condusse il nostro Michele ad un meraviglioso grado di perfezione» (OE XIII 200-201). Pochi anni prima al suo maestro don Giuseppe Cafasso che sosteneva che «il bene doveva farsi bene», aveva risposto che «talora bastava farlo alla buona in mezzo a tante miserie»(MB IV 587).

Il dovere – studio e lavoro

La via del “dovere” è da considerarsi come uno del capisaldi della pedagogia spirituale del sistema preventivo. Educatore di masse giovanili Don Bosco punta ad un’educazione dell‘uomo, cittadino e cristiano; ma sta ben attento a non porre fra i due obiettivi, “profano” e “religioso”, “di natura” e “di grazia”, un’eccessiva polarizzazione. L’impegno nell’adempimento del proprio "dovere quoditiano” - che per il giovane si identifica con studio/lavoro (oltre che gioco e pietà) - è l’anello di congiunzione tra salvezza religiosa e realizzazione umana. La ”santità del dovere” trova qui le sue radici, nell’esigenza cioè che il temporale sia vissuto in funzione e alla luce dell’eternità.
Vi si aggiunga poi un altro fatto di non poca rilevanza. Nell’ottocento la concezione della virtù era legata a una morale della legge, ad una morale dell’obbligazione. Ecco allora come il “dovere” può diventare palestra di santità, chiaro imperativo categorico anche sulla linea ascetica, in sostituzione magari di forme di austerità penitenziali e discipline particolari, da Don Bosco mai approvate.
Il santo dell’allegria, del gioco, del canto, del teatro, delle feste non concepisce certo la vita dei giovani come un perenne gioco, anzi. Ecco come i Regolamenti delle case salesiane codificano una spiritualità pedagogica dinamica e concreta: «1. L’uomo, miei giovani, è nato per lavorare. Adamo fu collocato nel Paradiso terrestre affinché lo coltivasse. L’apostolo Paolo dice: È indegno di mangiare chi non vuol lavorare. Si quis non vult operari nec manducet. 2. Per lavoro s’intende l’adempimento dei doveri del proprio stato, sia di studio, sia di arte o mestiere. 3. Mediante il lavoro potete rendervi benemeriti della Società, della Religione, e far bene all’anima vostra, specialmente se offerite a Dio le quotidiane vostre occupazioni […]. 6. Ricordatevi che la vostra età è la primavera della vita. Chi non si abitua al lavoro al tempo della gioventù, per lo più sarà sempre un poltrone sino alla vecchiaia, con disonore della patria e dei parenti, e forse con danno irreparabile dell’anima propria. 7. Chi è obbligato a lavorare e non lavora fa un furto a Dio e a’ suoi superiori. Gli oziosi in fine della vita proveranno grandissimo rimorso per la vita perduta» (OE XXIX 68-69).
Tale fiducia nell’efficacia redentrice ed educativa dell’impegno quotidiano ha ispirato l’opera di Don Bosco fin dalla sua giovane età. «Esattezza nell’adempimento dei doveri scolastici e dei doveri religiosi» è il secondo punto del regolamento della “Società dell’allegria” da lui fondata fra i suoi compagni del liceo.
Ovviamente ne faceva soggetto di molte sue parlate alla comunità dei giovani come anche nelle lettere personale o lettere collettive. Ecco quanto si legge in una di queste, inviata agli studenti di Lanzo: «Siete in collegio per farvi un corredo di cognizioni con cui potervi a suo tempo guadagnare il pane della vita. Qualunque sia la vostra condizione, vocazione, lo stato vostro futuro, dovete fare in modo, che se vi mancassero tutte le vostre sostanze domestiche e paterne, voi possiate altrimenti essere in grado di guadagnarvi onesto alimento. Non si dica mai di noi che viviamo de’ sudori altrui» (E 1264).
Ai giovani, in condizione di precarietà, spesso senza futuro, ma non per questo privi di spinte e desideri propri dell’età, Don Bosco offriva due grandi possibilità: studio e lavoro; col primo li metteva in contatto con un patrimonio culturale attrezzandoli intellettualmente per il futuro; col secondo dotava di una qualifica professionale. A quel punto potevano onorevolmente inserirsi nella società come parte attiva e produttiva.
Avendo lottato per studiare e diventare sacerdote, Don Bosco ha grande stima dello studio. Fonda scuole per migliaia di ragazzi, pubblica decine di libri, dà inizio a una tipografia, incoraggia i suoi educatori a frequentare l’università, suscita fra loro vocazioni letterarie, si preoccupa del progresso culturale di tutti i suoi allievi, dei più in difficoltà soprattutto. Continui sono i suoi richiami perché i docenti non si interessino solo dei migliori: «Generalmente i professori tendono a compiacersi degli allievi che primeggiano per studio e per ingegno e spiegando mirano solo ad essi. Quando i primi della classe hanno capito bene, sono pienamente soddisfatti, e così proseguono fino alla fine dell’anno. Invece con chi è corto di mente o poco avanti nello studio, si adirano e finiscono con lasciarli in un cantone senza più curarsi di loro. Io invece sono di parere affatto opposto. Credo che sia dovere di ogni professore tener d’occhio i più meschini della classe; interrogarli più spesso degli altri, per loro fermarsi più a lungo nella spiegazione e ripetere, ripetere, finché non abbiano capito, adattare i compiti e le lezioni alla loro capacità» (MB XI 217 218). «Considerali come tuoi fratelli: amorevolezza, compatimento, riguardo […] falli soltanto studiare quello che possono e non più […]. Interrogarli molto sovente, invitarli ad esporre, a leggere, a leggere (sic), ad esporre. Sempre incoraggiare, non mai umiliare; lodare quanto si può senza mai disprezzare » (MB XI 291-292).
Accanto al lavoro intellettuale Don Bosco pone, rispetta, valorizza ed incentiva anche il lavoro materiale, anzi, come si sa, è un antesignano di scuole per futuri lavoratori. Per l’educatore subalpino qualunque lavoro, anche quello umile dell’apprendista, ha uno suo valore, in quanto prepara ad una capacità operativa futura e si inscrive nell’impegno della formazione del carattere, della coscienza e del cuore, vale a dire in quello sforzo costante di “farsi uomo” che è lo scopo di ogni educazione. Lavoro dunque come “scuola di vita”, mestiere non come schiavitù e neppure come hobby, ma come preciso dovere e fonte di soddisfazione, potente fattore di bene materiale e morale, individuale, familiare e sociale.
Studio e lavoro, assieme al gioco e alle pratiche di pietà, si inserivano così in quello che nell’ottocento era il principio regolatore di un’accurata formazione dei giovani: il buon uso del tempo. Era necessario imparare a non sprecare il tempo, e quindi occorreva far rispettare ai ragazzi programmi giornalieri precisi, in cui erano fissate tanto le ore di studio, che quelle per la ricreazione, la scuola e per tutte le altre occupazioni. Il tempo, frazionato in parti ben precise, doveva essere occupato tutto. L’introiezione del valore dell’uso razionale e programmato del tempo costituiva uno dei cardini più solidi di una formazione morale e intellettuale - comme il faut - dei figli dell’aristocrazia e della buona borghesia; per i ragazzi “poveri e abbandonati” di Don Bosco era quasi l’unica chance per una futura meno difficile sopravvivenza.

La disciplina e le correzioni

Dovere, scuola, studio, lavoro, disciplina, obbedienza, comportamento civile, rifiuto di forme di grossolanità, organizzazione piuttosto rigida del tempo - il tutto minuziosamente precisato nei regolamenti delle case di Don Bosco - richiamano fatica, sofferenza, tentativo di sottrarvisi da parte dei giovani.
Dire allora “sistema preventivo” è dire correzioni instancabili, continue. Nella misura in cui da un lato l’educatore vuole il bene al ragazzo e dall’altro non intende giungere a reprimere drasticamente il male quando questo abbia già messo profonde radici nel cuore, la correzione, nella sua forma più generale, è il perno di tutta l’azione educativa. L’educatore la mette in conto, ovviamente nello spirito proprio dell’amorevolezza.
Nella concezione di Don Bosco la disciplina è l’obbedienza ad un “ordine oggettivo”, razionale, che vincola superiore e inferiore, e si esprime in pratica nei regolamenti e nelle consuetudini opportune di una casa di educazione, dove regna una convivenza familiare fin che si vuole, ma che necessita di norme di comportamento.
Scrive Don Bosco in una circolare ai giovani educatori salesiani: «Io voglio soltanto esporvi i mezzi che l’esperienza di 45 anni trovò fecondi di buoni risultati […] Per disciplina non intendo la correzione, il castigo o la sferza, cose tra noi da non mai parlarne; nemmeno l’artifizio o la maestrìa di una cosa qualunque; per disciplina io intendo un modo di vivere conforme alle regole e costumanze di un istituto. Laonde per ottenere buoni effetti della disciplina, prima di tutto è mestieri che le regole siano tutte e da tutti osservate. Datemi una famiglia in cui siano molti a raccogliere, e un solo a disperdere; un edifizio in cui molti lavorino a fabbricare ed un solo a distruggere; noi vedremo in breve la famiglia andare in rovina, e l’edifizio sfasciarsi e ridursi ad un mucchio di rottami» (E 1127).
L’educatore sa essere esigente, intervenendo perché l’amorevolezza non degeneri in disordine, indisciplina, irregolarità, perdita di prestigio dell’educatore davanti ai giovani.
L’autorità pedagogica non è costituita dunque soltanto dalla autorità oggettiva dei principi etico-religiosi o delle norme o consuetudini ragionevoli locali proposti all’educando, ma anche dall’incarnazione di questi principi nella persona dell’educatore che ama e viene riconosciuto come padre-amico-fratello. Scrive ancora Don Bosco nel Trattatello per gli educatori: «Ragione e Religione sono gli strumenti, di cui deve far uso costantemente l’educatore, insegnarli egli stesso praticarli, se vuole essere ubbidito ed ottenere il suo fine». Analogamente nei ricordi confidenziali ai direttori: «L’esatta osservanza delle Regole e specialmente dell’ubbidienza sono la base di tutto. Ma se vuoi che gli altri obbediscano a te, sii tu ubbidiente a’ tuoi superiori. Niuno è idoneo a comandare, se non è capace di ubbidire» (Don Bosco educatore…, p. 185).
Ad inizio anno il regolamento delle case salesiane veniva letto a tutti i giovani, alla presenza degli educatori anche perché «gli alunni dovevano riconoscere come […] i superiori fossero soggetti al regolamento, che facevano il loro dovere, e non ad arbitrio quando esigevano obbedienza, prendevano misure di sorveglianza, rimproveravano ed anche, nella necessità, costringevano» (MB VII 520).
Per tutti dunque vigeva l’esigenza di un ossequio consapevole ad un regolamento, a sua volta interpretato dalla ragione, strumento di ricerca e di confronto, e dalla religione, da cui traevano valori e norme di vita: i due elementi del trinomio venivano così a costituire il fondamento per risolvere l’antinomia autorità/libertà, anche se poi solo nell’amore si trovava il mezzo pedagogico per la soluzione effettiva.
Quello dell’amore è l’arma vincente per i momenti educativi più difficili e ambigui della disciplina che sono le correzioni. Don Bosco lo sottolinea a conclusione di una suo discorsetto ai giovani dell’Oratorio: «Date confidenza ai vostri Superiori, seguite il loro consiglio[…] Essi hanno un po’ più di età, pratica, esperienza, scienza di voi. E poi vi amano» (MB XII, 146-147); lo richiama in lettere personali ai giovani: « Io non ho nulla contro di te. Don Bosco è sempre amico tuo, ti vuole sempre bene, e non cerca altro che la salvezza dell’anima tua. Ciò che ho fatto si è perché impari a parlare. Ricordati di non rispondere mai con insolenza a’ tuoi Superiori » (Em 606); lo conferma al già citato cronista del “Journal de Rome”: «In 46 anni non ho mai inflitto neppure un castigo e oso affermare che i miei allievi mi vogliono bene» (MB XVII 85-86).
Se la prima di queste due affermazioni evidentemente è da prendersi con cautela, come vedremo subito, invece è da accogliersi alla lettera quella circa l’”amore ricambiato” dei giovani verso Don Bosco. «L’aureola di bontà che gli splendeva in fronte, esercitava un fascino irresistibile sui giovani. I giovani […] lo amavano e godevano di attestargli il loro amore. Don Bosco era tutto per noi, dice Don Nai (MB XI 291). «Tutti sono allegri, ma di un’allegria veramente celeste, e specialmente quando si trova D. Bosco in mezzo a noi. Allora passiamo le ore che ci paiono minuti e tutti pendon dalle sue labbra come incantati. Egli è per noi come una calamita, poiché appena egli comparisce tutti gli corrono incontro e più sono contenti quanto più gli sono vicini (MB V 713).
Nel sistema preventivo le correzioni mirano ad evitare leggerezze pericolose, ad abituare alla proprietà di comportamento, di linguaggio, di contegno, ad educare al compimento del proprio dovere. Si possono attivare in tanti modi e Don Bosco ad esse dedica regolamenti, avvisi pubblici e privati, consigli, ammonimenti, rimproveri, richiami. Eccone alcuni in rapida sequenza: «Procurate di scegliere nelle correzioni il momento favorevole … togliete ogni idea che possa far credere che si operi per passione … La carità e la pazienza ti accompagnino costantemente nel comandare, nel correggere …Quando fai correzioni particolari, non mai correggere in presenza altrui … Nel dare avvisi o consigli procura sempre che l’avvisato parta da te soddisfatti e tuo amico … Farli soltanto studiare quello che possono e non più…Sempre incoraggiare, non mai umiliare; lodare quanto si può senza mai disprezzare, a meno di dar segni di dispiacere quando è per castigo … Nell’assistenza si dia agio agli allievi di esprimere liberamene i loro pensieri, ma si stia attento a rettificare, ed anche a correggere le espressioni, le parole, gli atti che non fossero conformi alla cristiana educazione … Se dovete dare un avvertimento, datelo da solo solo, in segreto, e con la massima dolcezza … Si vegli affinché i Maestri non mandino mai allievi via di scuola ed ove fossero assolutamente costretti li facciano accompagnare al Superiore. Neppure percuotano mai per nessun motivo i negligenti o delinquenti… Quando riesci a scoprire qualche grave mancanza, fa’ chiamare il colpevole o sospettato in tua camera e nel modo il più caritatevole procura di fargli dichiarare la colpa e il torto di averla commessa; e di poi correggilo e invitalo ad aggiustar le cose di sua coscienza. Con questo mezzo e continuando all’allievo una benevola assistenza si ottennero dei maravigliosi effetti e delle emendazioni che sembravano impossibili … Anche quel maestro, quell’assistente potrebbero troncare ogni questione, dando uno schiaffo di qua, un calcio di là. Ma questo, riteniamolo bene, se qualche volta tronca un disordine, non fa mai del bene, e non serve a far amare la virtù o a farla penetrare nel cuore di nessuno. Ci sia il vero zelo, sì; si cerchi ogni modo di far del bene, ma sempre pacatamente, con dolcezza e pazienza …».

“Una parola sui castighi”

A mala pena i castighi veri e propri entrano nel sistema preventivo in quanto Don Bosco li aborrisce decisamente: «Questo sistema […] esclude ogni castigo violento e cerca di tenere lontano gli stessi leggeri castighi», scrive nel 1° capitoletto del Trattatello. E a conclusione del medesimo, nell’ultimo paragrafo dal significativo titolo “Una parola sui castighi” ribadisce: «Dove è possibile, non si faccia mai uso dei castighi; dove poi la necessità chiedesse repressione …». (Si legga l’intero testo in Appendice).
Dunque nel processo educativo basato sull’amorevolezza non si esclude il mezzo coercitivo del castigo, con la conseguente paura da parte del trasgressore. Don Bosco al riguardo fa proprio un principio tramandato dalla tradizione: studeat plus amari quam timeri; lo coniuga però in varie forme: «Noi [educatori] non vogliamo essere temuti, desideriamo di essere amati … Studia di farti amare prima di farti temere … Studia di farti amare piuttosto che farti temere …Studia di farti amare se vuoi farti temere … L’educatore tra gli allievi cerchi di farsi amare, se vuole farsi temere … Per farsi temere dai giovanetti bisogna prima farsi amare … Fatevi amare e non temere … cerca di farti amare, di poi ti farai ubbidire con tutta facilità … Studia di farti amare prima che farti temere … Farsi amare insieme ed anche temere».
Una simile lunga articolazione di sfumature per sottolineare il primato e la priorità dell’amore sul timore, sta decisamente ad indicare quanto sia difficile l’equilibrio fra le due componenti. Al di là delle affermazioni retoriche o di principio, la “realtà” di Valdocco non escludeva determinate misure disciplinari, come già si è accennato. Soprattutto con la “collegializzazione” degli anni sessanta, come s’è detto precedentemente, si dovette passare dalle forme spontanee e flessibili di tipo familiare a una istituzione che richiedeva maggior organizzazione, ordine e disciplina. Verso il 1866 si arrivò infatti a fare una graduatoria delle correzioni e delle punizioni, fino alla decisione negli anni seguenti di fare “camere di riflessione”, misura severa di segregazione durante la scuola e le ricreazioni, anche se non sorprendente, data la prassi disciplinare del tempo e la giustificazione che ne davano autorevoli pedagogisti del tempo conosciuti a Valdocco. Per gli “irriducibili” si poteva anche giungere all’extrema ratio dell’espulsione dall’istituto. Un esempio è più illuminante di tante parole.
Nel 1859, in occasione della festa di S. Cecilia, patrona della musica, una parte dei giovani della banda dell’Oratorio, si ribellarono ad un esplicito e ribadito divieto. Don Bosco fu inflessibile nel sciogliere il corpo musicale e nell’espellere i trasgressori. Così scrivc ad un suo ricco benefattore, il barone Feliciano Ricci des Ferres che gli chiedeva di riaccettare all’Oratorio uno degli espulsi, suo protetto: «Questo povero ragazzo oltre ad altre cose fu compromesso insieme ad altri di questa casa che contro mia proibizione vollero andare a fare un pranzo fuori di questa in luogo da non tollerarsi. Li mandai a chiamare mentre pranzavano, feci ripetere la chiamata dopo il pranzo, perché dolevami troppo prendere gravi misure contro ad una ventina di giovani fuorviati. Quattro soltanto si arresero e si umiliarono, gli altri si mostrarono assai più baldi. Dopo il pranzo andarono a girovagare per le città; la sera andarono a cenare nello stesso posto e vennero a casa a notte tarda mezzo ubbriachi, […] siccome li aveva più volte minacciati, se mostravansi ostinati, di cacciarli dalla casa, così dovetti farlo col massimo mio rincrescimento» (Em 409).
Il sistema preventivo non è dunque infallibile in assoluto. Se non si riesce ad instaurare un rapporto di amicizia non è più applicabile; se l’educatore non arriva a conquistare il cuore del giovane, la sua opera è vana. Allora non poche volte il rimanere contro la propria volontà in un ambiente che si rigetta, verrebbe a costituire un duplice danno: all’ambiente, in quanto motivo di scandalo ai compagni e al giovane stesso, in quanto verrebbe spinto ad un comportamento ipocrita, o peggio - osserva Don Bosco - gli si farebbe odiare la religione.
Del resto nella stessa già citata lettera da Roma del 1884, tutta invitante alla dolcezza e all’amabilità coi giovani, si poteva leggere: «Solo in caso di immoralità i Superiori siano inesorabili. E’ meglio correre pericolo di scacciare dalla casa un innocente, che ritenere uno scandaloso. Gli assistenti si facciano uno strettissimo dovere di coscienza di riferire ai Superiori tutte quelle cose le quali conoscano in qualunque modo essere offesa di Dio». L’immoralità, lo scandalo contro il sesto comandamento, il furto, la disobbedienza sistematica fino alla ribellione costituivano le cause principali dell’allontanamento dalle case di Don Bosco.
Gli anni ottanta poi furono disciplinarmente difficili a Valdocco, se da parte degli educatori si sentì la necessità di riflettere comunitariamente sul «trovare il perché, che i giovani ci temono più di quello che ci amano - Ciò [è] contrario al nostro spirito o almeno allo spirito di D. Bosco». Non se ne venne però a capo, nonostante due ore di discussione, scrive il redattore del verbale. Non molto dopo si diede forma alla “circolare sui castighi”, indubbiamente ispirata al sistema educativo di Don Bosco, benché da lui personalmente forse mai avuta fra le mani. (Don Bosco educatore…, pp. 317-333: riportiamo solo i titoli in calce al Trattatello dell’Appendice)
Seri problemi disciplinari e critiche anche feroci al sistema preventivo di Don Bosco e financo alle sue capacità educative non mancarono da parte di educatori salesiani all’estero, in Argentina soprattutto. Le recenti pubblicazioni degli epistolari di missionari in America Latina ne offrono sicure prove. E ne sono ulteriori testimonianze alcune lettere di Don Bosco a tre di loro, investiti di autorità, ma tutti già suoi allievi e collaboratori a Torino. Scrive a don Giovanni Cagliero: «Carità, pazienza, dolcezza, non mai rimproveri umilianti, non mai castighi, fare del bene a chi si può, del male a nissuno. Ciò valga pei Salesiani tra loro, fra gli allievi, ed altri, esterni od interni» (Don Bosco educatore…, p. 446); e a don Giacomo Costamagna: «Il Sistema Preventivo sia proprio di noi. Non mai castighi penali; non mai parole umilianti, non rimproveri severi in presenza altrui. Ma nelle classi suoni la parola dolcezza, carità e pazienza. Non mai parole mordaci, non mai uno schiaffo grave o leggero. Si faccia uso dei castighi negativi, e sempre in modo che coloro che siano avvisati, diventino amici nostri più di prima, e non partano mai avviliti da noi […] Ogni salesiano si faccia amico di tutti, non cerchi mai vendetta; sia facile a perdonare, ma non richiamar le cose già una volta perdonate […] La dolcezza nel parlare, nell’operare, nell’avvisare, guadagna tutto e tutti» (Don Bosco educatore…, 448-449); infine a don DomenicoTomatis: «Quando taluno fa mancamenti, o trascuratezze, avvisalo prontamente senza attendere che siano moltiplicati i mali. Colla tua esemplare maniera di vivere, colla carità nel parlare, nel comandare, nel sopportare i difetti altrui, si guadagneranno molti alla congregazione […] Sii sempre l’amico, il padre, dei nostri confratelli; aiutali in tutto quello che puoi nelle cose spirituali e temporali; ma sappi servirti di loro in tutto quello che può giovare alla maggior gloria di Dio» (Don Bosco educatore…, pp. 451-452).
Don Bosco non rifiuta la frusta, ma ecco di che frusta soprattutto si tratta: «Nel mio sistema la frusta, che ella dice indispensabile, ossia la minaccia salutare dei venturi castighi non è assolutamente esclusa; voglia riflettere che molti e terribili sono i castighi che la religione minaccia a coloro che, non tenendo conto dei precetti del Signore, osano disprezzarne i comandi […] A fare penetrare più addentro la persuasione di questa verità, si aggiungano le pratiche sincere della religione, la frequenza dei sacramenti e l’insistenza dell’educatore, ed è certo che coll’aiuto del Signore si verrà più facilmente a capo di ridurre a buoni cristiani moltissimi anche fra i più pervicaci. Del resto quando i giovani vengono ad essere persuasi che chi li dirige ama sinceramente il vero loro bene basterà ben sovente ad efficace castigo dei ricalcitranti, un contegno più riserbato, che ne addimostri l’interno dispiacere di vedersi mal corrisposto nelle paterne sue cure» (Don Bosco educatore….pp. 197-198).

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Niente di più normale che i ragazzi preferiscano non studiare, non impegnarsi, non lavorare, unicamente divertirsi. Il sistema preventivo non li asseconda in tutto ciò, anche se ciò renderebbe la vita più facile all’educatore, anche se l’educatore non esigente può essere più amato di chi invece lo è. Ma non è questo un venir meno al proprio compito di “formare uomini”?
Il sistema preventivo rifiuta la concezione secondo cui l’uomo è solo un fascio di impulsi di bisogni, desideri e piaceri, per cui l’educazione non sarebbe che lasciare libero spazio ad una soddisfazione continua e più profonda possibile della serie imprevedibile di bisogni che emergono dalla vita di ciascuno. Rifiuta altresì una concezione di uomo come pura precarietà, senza storia, senza futuro, privo di ideali alti. Per Don Bosco la vita è responsabilità, è coinvolgimento pieno, è portatrice di dignità da acquisire e vivere in profondità.
Qualunque educatore deve possedere in massimo grado la consapevolezza dei limiti del suo intervento e della modestia degli strumenti di cui dispone; ma l’educatore secondo il sistema preventivo deve condividere con Don Bosco la certezza che in ogni giovane c’è sempre la possibilità di renderlo protagonista della propria storia, di aiutarlo a viverla in pienezza, a “volare alto”, cercando con lui onestamente le vie del suo possibile futuro.