La dimensione ludica

dell'educazione preventiva

Francesco Motto


«Voglio proprio che stiamo allegri di anima e di corpo e che facciamo vedere al mondo quanto si possa stare allegri di anima e di corpo, senza offendere il Signore» (E 1389).


CAPITOLO V

LA DIMENSIONE LUDICA DELL’EDUCAZIONE PREVENTIVA

L’indiscutible primato della dimensione verticale nell’educazione preventiva non porta Don Bosco a negare o a diminuire il senso delle realtà orizzontali, quali lo sviluppo psicofisico dei giovani, le loro relazioni umane, la formazione intellettuale e professionale, le loro amicizie, il loro tempo libero. In un progetto pedagogico come il suo, attestato fra onestà civile e autenticità cristiana, non viene trascurato né minimizza ciò che è sanamente umano. Humani nihil a me alienum puto, si potrebbe in un certo senso dire con l’autore pagano.
Fautore di un’antropologia umanista, Don Bosco desidera anzi porre in azione tutte le potenzialità del giovane, nell’arduo tentativo, a lui riuscito, di armonizzare sistema preventivo e libertà: «Si dia ampia libertà di saltare, correre, schiamazzare a piacimento. La ginnastica, la musica, la declamazione, il teatrino, le passeggiate sono mezzi efficacissimi per ottenere la disciplina, giovare alla moralità ed alla sanità. Si badi soltanto che la materia del trattenimento, le persone che intervengono, i discorsi che hanno luogo non siano biasimevoli. Fate tutto quello che volete, diceva il grande amico della gioventù s. Filippo Neri, a me basta che non facciate peccati» (Trattatello). Non diversi i pensieri che costellano la corrispondenza coi singoli giovani, e soprattutto le lettere collettive ai giovani delle sue case.
A chi lo accompagnava nella visita all’ospizio romano di S. Michele a Ripa Don Bosco un giorno confessava: «Io pure esigo, in certi tempi della giornata, il silenzio; ma non bado a certe piccole trasgressioni cagionate dall’irriflessione; del resto lascio a’ miei figliuoli tutta la libertà di gridare e cantare nel cortile, su e giù per le scale: soglio raccomandarmi soltanto che mi rispettino almeno le muraglie. Meglio un po’ di rumore che un silenzio rabbioso o sospetto» (MB V 299).
Che l’Oratorio di Valdocco fosse gestito da Don Bosco in tale maniera lo conferma uno dei primi allievi: «Vidi che D. Bosco, per attirare i giovani, dava ad essi libertà e comodità di divertirsi, di giuocare, di correre. Più si faceva chiasso nel cortile, e più egli pareva ne fosse contento; e quando scorgeva che eravamo alquanto malinconici, o anche solamente non troppo vivaci, egli stesso si dava attorno per rianimarci con mille industrie, con giuochi nuovi, e così tutti ci riempiva di contentezza (MB V 299).
Si trattava di un’autentica novità per gli ambienti collegiali piuttosto austeri del suo tempo, al punto da suscitare la reazione scandalizzata di autorevolissimi prelati, come l’abate Gaetano Tortone, che nell’estate 1868 non potendo accettare quello che per Don Bosco era l’essenza del suo sistema, vale a dire la comunità di vita tra giovani e educatori-chierici, si lamentava con le autorità pontificie per la caduta di un certo standard di dignità religiosa e anche di buona educazione che osservava a Valdocco: «Mi accadde più volte di visitare quell’Istituto nelle ore di ricreazione e le confesso che provai sempre un’impressione ben penosa al vedere quei chierici, frammisti ad altri giovani, che imparano la professione di sarto, falegname, calzolaio etc. correre, giuocare, saltare e anche regalarsi qualche scappellotto, con poco decoro per parte degli uni, con poco o niun rispetto per parte degli altri» (MB IX 368).
Certo, un ambiente con molti chierici aspiranti al sacerdozio come quello di Valdocco era ben altra cosa sia dal seminario di Chieri frequentato da Don Bosco che da un qualunque seminario modellato su quello “classico” uscito dal Concilio di Trento. Tanto più che i giovani con cui i futuri sacerdoti convivevano era “poveri ed abbandonati” figli del “basso popolo”, spesso orfani, sovente raccomandati dalla Questura e dalle pubbliche amministrazioni. Valdocco non era certo il milieu ideale di apprendistato di raffinate arts d’agrément per i figli delle élites socio-economiche o delle classi privilegiate, per i quali magari tentare forme nuove di educazione per entrare brillantemente nella nuova società che era ormai alle porte. E neppure era tutto popolato di piccoli aristocratici spirituali, alla Domenico Savio, alla Francesco Besucco, alla Ernesto Saccardi, per intendersi, piuttosto eccezioni, non regola. Ambiente povero, giovani poveri, chierici-educatori poveri quelli di Don Bosco: è in queste condizioni che la sua pedagogia nasce, si sviluppa e prepara dignitosamente alla vita migliaia di giovani “a rischio”.
Ben lo comprese il direttore del carcere giudiziario di Torino, che così si espresse nel 1888 sulla “Rivista di discipline carcerarie”: «Negli istituti di Don Bosco che visitai trovai un gran ordine, un gran affetto pei Superiori, un forte sviluppo d’istruzione nei giovani, una fiducia cieca, illuminata nei loro precettori [ …]. Il sistema disciplinare degli istituti di Don Bosco non è a base di intimidazione. Un solo chierichetto basta a tener a bada una grande comitiva di giovinetti. Prima e più ancora di curare l’istruzione materiale della scuola, ai giovanetti s’impartisce con cura assidua l’educazione del cuore. [I chierici] a contatto continuo coi giovanetti sono un forte coefficiente al bene. Il fanciullo non è lui, è imitazione; ed i fanciulli degli istituti di Don Bosco hanno ottimi modelli da imitare. Ecco come si spiegano i risultati che vi si ottengono» (MB XIV 360).
Giocava a favore di Don Bosco tutta l’esperienza del suo passato. Una madre che partecipava ai giochi dei suoi figli e altri ne inventava per loro, nonostante avesse sulle spalle la responsabilità di cinque persone; un’infanzia e una preadolescenza in cui non gli mancarono occasioni di divertirsi e di apprendere i trucchi dei saltimbanchi e dei prestigiatori, da utilizzare poi con i suoi coetanei; un’adolescenza in cui, giocoliere e acrobata furono l’anima di ogni divertimento dei suoi compagni di scuola, fra i quali fondò la “società dell’allegria”, «nome che assai bene si conveniva, perciocché era obbligo stretto a ciascuno di cercare que’ libri, introdurre que’ discorsi, e trastulli che avessero potuto contribuire a stare allegri» (MO 57); studente di teologia continuò il suo apostolato del tempo libero, confermandosi eccellente compagno di gioco, trascinatore degli amici del seminario e del paese.

Gioia e Allegria

Don Bosco sa che la gioia è legge della giovinezza per definizione; sa che per un’azione educativa profonda il ragazzo va rispettato ed amato nel suo “diritto alla gioia” e che le possibilità di intervento per un ragazzo solitario, triste, vecchio anzitempo si riducono di molto Per questo fissa il programma educativo di Francesco Besucco nel significativo trinomio «Allegria, studio e pietà» (OE XV 90); ancor più esplicito con i giovani del collegio di Mirabello: «Riposate, state allegri, ridete, cantate, passeggiate e fate quanto altro vi piace, purché non commettiate peccati» (Em 954), così come al loro direttore: «Ti raccomando di fare stare allegri i tuoi giovanetti e affinché facciano un evviva a Don Bosco, procura di darne loro l’occasione con un festino a pranzo. Ma fa’ loro notare che io li voglio tutti sani, robusti e allegri, e che si chiuda l’infermeria e che si spalanchino le porte del refettorio» (ivi).
L’allegria è la logica conseguenza di un regime di vita basato sullo “spirito di famiglia”, è un elemento imprescindibile di un’educazione che si ispira all’amorevolezza, alla ragione e alla religione. Dalla “Buona novella” del vangelo non poteva che scaturire gioia e letizia. Scrive Don Bosco in apertura del Giovane Provveduto: «Due sono gl’inganni principali, con cui il demonio suole allontanare i giovani dalla virtù. Il primo è far loro venir in mente che il servizio al Signore consiste in una vita malinconica e lontana da ogni divertimento e piacere. Non è così […]. Io voglio insegnarvi un metodo di vita cristiano, che sia nel tempo stesso allegro e contento, additandovi quali siano i veri divertimenti e i veri piaceri, a ché voi possiate dire col santo profeta Davidde (sic): serviamo al Signore in santa allegria: servite Domino in laetitia. Tale appunto è lo scopo di questo libretto, servire al Signore e stare sempre allegri» (OE II 185-187).
Nella pratica e nella teoria pedagogica la gioia assume così anche una finalità soprannaturale, fondata sull’ottimismo antropologico e sulla speranza cristiana. Ben compresero le sue parole gli allievi di Valdocco, se uno di loro, Domenico Savio, dirà ad un compagno «Noi qui facciamo consistere la santità nello stare molto allegri» (OE 236).
Lo hanno riconosciuto illustri studiosi. Nel commento alla biografia de “Il Magone Michele” Don Albero Caviglia, profondo conoscitore dell’ambiente di Valdocco, non si fa scrupolo di asserire che Don Bosco «ha santificato la gioia di vivere […] la sua trionfante novità […] è quella dell’allegria aperta e vivace, anche rumorosa, condivisa dall’educatore, ed intrecciata ad un dissimulato ed opportuno lavoro di studio e di consiglio». Un altro specialista, Francesco Orestano, a sua volta definisce Don Bosco l’educatore che «santificò il lavoro e la gioia. Egli è il santo della eutimia cristiana, della vita cristiana operosa e lieta».

Cortile

Uno dei momenti metodologicamente più cruciali dell’azione educativa è l’incontro cordiale, spensierato, casuale, in cortile, nel gioco. Nella concezione preventiva il tempo e il modo migliore per conoscere i giovani e diagnosticarne i bisogni è proprio il cortile, dove l’educatore convive con loro in clima di spontaneità e di familiarità. Nel cortile, forse più ancora che in chiesa e a scuola, Don Bosco e i giovani collaboratori formati alla sua scuola compirono il meglio della loro opera educativa.
Guardato dalla parte dell’educatore il cortile è il campo della sua “arte educativa”. Lo evidenzia ancora una volta don Caviglia, nel suo acuto commento alla biografia di Francesco Besucco: «Il cortile è Don Bosco fra i giovani: un’idea, un’immagine che non hanno bisogno di commento: né che si sia magnificata l’immagine, senza ricordarsi che Don Bosco fra i giovani significa Don Bosco in cortile […] Era per lui un altro banco di prova, dove legava i cuore e le volontà [...] Il Don Bosco per antonomasia il Don Bosco dell’immaginazione e dell’amore popolare, il Don Bosco padre e salvatore della gioventù è questo: il Don Bosco circondato dai suoi ragazzi, fuori della scuola, e in vista, ma fuori della chiesa».
Il cortile è l’invito alla gioia, all’ottimismo, a creare rapporti profondi di stile familiare, non certo un perditempo come altri educatori ebbero a dire. Il tempo della ricreazione è il momento dell’espressione dell’accondiscendenza, della dimensione più vera dello spirito di famiglia, della ricerca del ragazzo difficile da aiutare. Il cortile è il luogo delle più numerose e salde conquiste. La convivenza amorevole tra ragazzi ed educatori, in un momento libero da formalità e da costrizioni, facilita incontri spontanei, aperti, molto personalizzati. Nel cortile nasce l’amicizia che durerà oltre il tempo del cortile. La “vita del cortile” con tutto ciò che essa comporta in giochi, scherzi, amenità di ogni genere, conversazione allegre e formative fra educandi ed educatori “anima della ricreazione” è il tema della lettera da Roma, di cui s’è già trattato; è il soggetto che maggiormente popola le pagine delle Memore Biografiche ; è il ricordo nostalgico di tutti gli exallievi di Valdocco. Non è un caso che la “vita di famiglia” è ciò che più rimaneva impresso nei visitatori di Valdocco. Non è mancato chi, come il suddetto giornalista francese, vi trovò il “dito di Dio”.

Feste e musica

Solennità liturgiche, celebrazioni mariane, memorie di santi, domeniche ordinarie, giorno onomastico di Don Bosco, carnevale, inizio e chiusura di anno scolastico con premiazioni, ricevimenti di autorità civili e religiose: a Valdocco un insieme di “feste” scandivano il ritmo della vita scolastica e collegiale, eliminavano la noia e lo stress del terribile quotidiano sempre uguale a se stesso e si caricavano altresì di una valenza educativa di notevole portata. Tutta la comunità educativa, entusiasticamente coinvolta nelle prove delle varie esecuzioni e delle rappresentazioni teatrali, come pure nella preparazione della casa ai solenni ricevimenti (pulizia degli ambienti, tavoli delle lotterie, pesca di beneficenza, tavola delle vendite di dolci e alimentari…), anticipava in qualche modo la festa, determinava l’autentica riuscita e ne prolungavano l’efficacia benefica.
Nella concezione educativa di Don Bosco le feste assumono un duplice volto: quello religioso e quello profano, quello della fede (confessione, comunione, S. Messa…) e quello della gioia intensa (giochi, mensa più abbondante, canto, musica, teatro…). In effetti a Valdocco il vertice di ogni festività era costituito dalla comunione eucaristica, possibilmente generale, previa confessione. Tutta la giornata poi, specie quelle più solenni, era scandita da più ricchi apprestamenti a tavola, da musiche vocali e strumentali, da armonie di banda musicale in cortile, da teatro nel tardo pomeriggio e da fuochi d’artificio la sera.
La giovinezza è l’età della musica e del canto. Dunque a Valdocco anche queste due “arti”, inizialmente semplici mezzi per attirare i giovani, assunsero presto una funzione pedagogica: educare mediante l’allegria, l’atmosfera serena, l’affinamento del gusto estetico e dei sentimenti consono alla musica. Nota dovunque è la felicissima espressione di Don Bosco: «Un oratorio senza musica è un corpo senza anima» (MB V 347).
Invero nell’oratorio di Valdocco si era partiti in modo molto artigianale, con un minimo di strumenti musicali e di voci: «la musica dei ragazzi si ascolta col cuore e non con le orecchie» avrebbe detto Don Bosco in riferimento a quei primi tempi (MB V 57); ma successivamente si ebbe un complesso bandistico, un organo di notevolissimo valore, valenti compositori che riscossero anche qualche successo a livello nazionale, un grande coro polifonico, oggetto di ammirazione in occasione delle grandi celebrazioni nella basilica di Maria Ausiliatrice o in altre località in cui erano invitati.

Teatro

Altra espressione caratteristica e integrante della vita gioiosa propria dell’ambiente educativo concepito e realizzato da Don Bosco è il teatro, o, meglio, come si diceva, il ”teatrino”. Tre le finalità di esso: la prima, quello ricreativa, vale a dire la sua capacità di divertire, di costruire un’atmosfera della gioia, la quale, a sua volta, viene posta al servizio delle altre due funzioni, quella educativa e quella didattico-culturale. «Il teatrino, fatto secondo le regole della morale cristiana, può tornare di grande vantaggio alla gioventù, quando non miri ad altro, se non a rallegrare, educare ed istruire i giovani più che si può moralmente. Affinché si possa ottenere questo fine è d’uopo stabilire: 1. Che la materia sia adatta. 2. Si escludano quelle cose che possano ingenerare cattive abitudini» (OE XXIX 50).
Don Bosco rifiuta il “grande teatro”: troppo difficile, talora di indubbia moralità, eccessivamente spettacolare e magari fondato sull’effimero e sull’appariscente, dunque inadatto per i suoi giovani “poveri e abbandonati”, “pericolosi e pericolanti”. Il suo è un teatro della semplicità, della espressività, una “scuola di vita” per gli attori e dell’ammaestramento morale per gli spettatori; fa leva sulla forza del testo più che sulla scena, propugna idee e tende a far partecipare il pubblico giovanile che vi assiste.
Lui stesso si esercitò in composizioni teatrali componendo il Sistema metrico e La casa della fortuna, quest’ultima pubblicata nelle Letture cattoliche del 1865; ma soprattutto invitò i suoi giovani educatori a fare di meglio. Verso la fine dei suoi giorni uno di loro, Don Giovanni Battista Lemoyne, diede addirittura inizio alla Collana periodica di Letture drammatiche per istituti di educazione, un’iniziativa editoriale di largo respiro, che sul finire del secolo XIX arrivò ad annoverare oltre 100 titoli «contenenti drammi, commedie, farse, tragedie ed anche semplici dialoghi e poesie ricreative».
Non deve ingannare il richiamo alla semplicità. Il fatto che Don Bosco fosse lontano da movimenti culturali coevi e dalla cultura teatrale in auge, abbarbicato come era alla pedagogia cattolica ostile per lo più alle altre ideologie, non significa che adottasse testi superficiali. Proponeva anche testi di valore, eruditi, non esclusi alcuni in lingua latina, alla cui rappresentazione invitava pubbliche autorità, professori di liceo laici ed ecclesiastici, docenti universitari; qualche copione dal “teatrino” di Valdocco finì nel teatro professionale.
Fu però molto attento a conservare lo spirito primitivo. Nel gennaio 1871 richiamava i direttori salesiani proprio a tale proposito: «Veggo che qui fra noi non è più come dovrebbe essere, e come era nei primi tempi. Non è più teatrino, ma un vero teatro. Pertanto io intendo che i teatrini abbiano questo per base: di divertire e di istruire; e non s’abbiano a vedere di quelle scene che indurir possono il cuore dei giovani o far cattiva impressione sui delicati loro sensi. Si diano pure commedie, ma cose semplici, che abbiano una moralità. Si canti, perché questo, oltre che ricrea, è anche una parte d’istruzione in questi tempi tanto voluta» (MBX 1057).
Teatro narrativo, burlesco, drammatico, storico, mimico, rappresentazioni classiche in forma di attività parascolastica, accademie musico-letterarie: vari i generi adottati, il tutto all’insegna dell’istruire rallegrando, della creazione di spazi per la creatività dei ragazzi. Teatro popolare, lingua popolare, povero di mezzi tecnici – si recitava in sala mille usi – ma ricco di vivacità, di carica umana, di partecipazione emotiva. In una parola: un teatro educativo, uno degli strumenti privilegiati del suo sistema.

Passeggiate e vacanze

Erano di vario genere: settimanali classe per classe, annuali per singole sezioni (artigiani e studenti), “autunnali” quelle ‘classiche’, vere e propri avvenimenti di fine anno, preparate a lungo fin nei minimi particolari, lungamente desiderate: un misto di apostolato, di arricchimento culturale, di viaggio avventuroso. Duravano alcuni giorni e si effettuavano a piedi, con asino carico di viveri e di scenari teatrali, col treno. Si dormiva in fienili e stalle e la gente andava a gara ad offrire pane, formaggio, frutta, vino alle decine di partecipanti che mettevano in agitazione i paesi in cui passavano. Perfetta l’organizzazione: banda, teatro, canto, mortaretti, applausi, funzioni religiose cui partecipavano gitanti e paesani.
Non solo negli scritti, ma anche nell’esperienza di Valdocco e delle altre case di Don Bosco le passeggiate e le escursioni acquistarono tutte la loro evidenza, in base al noto principio di amare ciò che amano i giovani perché i giovani amino ciò che amano gli educatori. Inserite nel grande quadro della creazione del clima di gioia cristiana che Don Bosco voleva desse il tono alla vita quotidiana dei giovani, anche le passeggiate ebbero una loro portata e funzione educativa, al punto da diventare, talvolta, sostitutive delle vacanze estive. In tal caso «durante i mesi più caldi si procurerà che si prolunghi la ricreazione e si facciano più frequenti le passeggiate» (Em 1169).
Le vacanze erano considerate da Don Bosco come un pericolo prossimo di rottura del processo educativo in corso, in quanto possibile occasione per i collegiali di trovare ambienti, libri, compagnie moralmente pericolose. Lo studio, le letture private, il contatto personale ed epistolare con altri educatori, ma soprattutto, ancora una volta, la sua esperienza gli davano continue conferme. «Dacché venne dalle vacanze – scrive al padre di un giovane nel 1855 - non ne ho più potuto cavare alcun costrutto. Non vuol più saperne di divozione; al mattino non è più possibile farlo levare di letto, e quando si leva non va in chiesa, esce di casa senza licenza, nella scuola si fa poco onore: e quel che è più, non dà ascolto ai miei avvisi […] La lettura di que’ tali giornali nel corso delle ultime vacanze gli hanno guastata la testa, e Dio voglia che non gli abbiano guastato il cuore […] che se egli non si correggesse, io mi troverei nella spiacevole circostanza di non poterlo più tenere in casa [...] se sapesse qual tristo seme siano le cattive letture nel cuore della gioventù» (E 249).
Non potendo, per ovvi motivi, eliminare le vacanze, anche se tale era il suo desiderio, metteva però in guardia i suoi giovani: «Chi poi vuole andare a casa, io sono anche contento; vada pure; ma per carità, allontani da sé quanto può i pericoli e le occasioni di peccato, che colà si trovano, le compagnie perverse che vi incontrerà, […] non cercate di vedere tutto, di trovarvi alle feste e ai mercati» (MB XII 363). Alla pars destruens, faceva seguire la pars construens per rendere educative anche le vacanze: «L’unica cosa che io raccomando è la fuga dell’ozio […] Io desidero che in qualunque tempo si faccia sempre qualche cosa, e non si lasci andare perduto nemanco un minuto […]! Ma dunque dovremo sempre lavorare? – Vi sono diversi generi di lavoro; il divertimento stesso può essere occupazione […], vi raccomando anche che vi divertiate molto; giuocate alle boccie, alla palla, al pallone. Ciascuno in famiglia avrà dei divertimenti speciali, e si giuochi pure alle carte, alla dama, ai tarocchi, agli scacchi, e con tutti gli altri mezzi che troverete per trastullarvi. Soprattutto vi raccomando di far delle belle passeggiate molto lunghe» (MB XIII 431).
Vita di collegio, vita in vacanze: sempre vita di azione, varia, interessante, costruttiva, in cui il giovane sia totalmente afferrato e condotto verso la sua maturità.

***
Le intuizioni di Don Bosco sembrano resistere all’usura del tempo e reggere piuttosto bene di fronte ai cambi socio-culturali del nostro tempo, primo fra tutti quello del tempo libero, oggi infinitamente più ampio che non quello, quasi inesistente, dei giovani di Don Bosco. Anche le possibilità di attività fisico-sportive, musicali, turistiche, artistiche, culturali, di volontariato, massmediatiche sono aumentate a dismisura. Chi si ispira al sistema preventivo le apprezza e le promuove come palestra di formazione ai valori della persona e della comunità, ai valori umani - non puramente strumentali in ordine alla salvezza - e a quelli spirituali.
Non sono però esenti i rischi: tempo libero da “ammazzare” più che da “usarne” in funzione educativa: attività sportive come semplice competitività o modalità di guadagno, e non scuola di formazione alla collaborazione, sacrificio, disciplina, generosità, lealtà, rispetto dell'avversario; attività musicali, teatrali, filmiche, associative che degenerano in strumenti o occasioni di obnubilamento delle coscienze, scatenamento degli istinti più reconditi ed incontrollabili anziché giusta distensione dopo lo studio e il lavoro, spazio di crescita, acquisizione di competenze, sviluppo di doni naturali, possibile spazio educativo per la piena espansione della esuberante vitalità della gioventù di oggi.