Le colonne portanti del metodo

Francesco Motto


«Nelle nostre case si fa uso di un sistema disciplinare affatto speciale, che noi chiamiamo preventivo, in cui non sono mai adoperati né castighi, né minacce. I modi benevoli, la ragione, la ragionevolezza ed una sorveglianza tutta particolare sono i soli mezzi usati per ottenere disciplina, e moralità tra gli allievi» (Don Bosco al principe Gabrielli, cf. MB XIV 321).

CAPITOLO III
LE COLONNE PORTANTI DEL METODO

Le dimensioni fondamentali di quell’umanesimo pedagogico tendenzialmente integrale di Don Bosco, cui abbiamo fatto cenno, sono da lui sintetizzate nella nota formula trilogica: «Questo sistema si appoggia tutto sopra la ragione, la religione e sopra l’amorevolezza». Nella triade Don Bosco riassume la sua saggezza e la sua pluridecennale esperienza pedagogica di educatore di masse giovanili.
Si è pure già indicato nell’introduzione come da Don Bosco non si possa pretendere una precisione “scientifica” di linguaggio, né quadri teorici di riferimento tali che gli consentano una sicura padronanza di termini e univocità di concetti. Ne derivano indiscutibilmente alcune difficoltà di interpretazione. Del resto lui stesso definisce con onestà intellettuale il suo Trattatello come un semplice «cenno che spero sia come l’indice di quanto ho in animo di pubblicare in un’operetta appositamente preparata» per «appagare il desiderio di saperne di più» intorno al «così detto sistema preventivo che si suole usare nelle nostre case».
Di conseguenza anche le interpretazioni del trinomio non sono univoche, in quanto mentre alcuni studiosi riconoscono una valenza contenutistica e quindi finale ai tre elementi, altri invece attribuiscono loro un valore semplicemente strumentale e metodologico; c’è chi ricorre ad ulteriori sottigliezze distinguendo fra fini, principi, metodi, criteri, condizioni, categorie. L’amorevolezza, ad esempio, è ritenuta da alcuni come il «supremo principio di metodo» per cui quello di Don Bosco è il «metodo dell’amore»; per altri invece è semplicemente la conditio sine qua non di un’educazione efficace e pertanto ragione e religione sono i veri strumenti di cui deve costantemente far uso l’educatore. A giudizio di determinati studiosi «alla ragione spetta primariamente il ruolo di analizzare, valutare le situazioni in rapporto alle disponibilità e ai soggetti, in modo da poter stabilire tempi e modalità, nei limiti del possibile umano, di realistiche previsioni e quindi operare scelte di strumenti adatti al raggiungimento degli obiettivi prefissati. Alla religione compete l’offerta di mezzi e sussidi peculiari, che, mentre consolidano l’orientamento di fondo, aprono nuove possibilità e canali per un’accelerazione dei processi formativi. All’amorevolezza tocca tessere il canovaccio di relazioni interpersonali e la rete di comunicazioni sintonizzate e perciò efficaci, che consentono la creazione e il mantenimento di un ambiente di familiarità. In questa prospettiva si potrebbe dire che la ragione indica la strategia da seguire, mentre l’amorevolezza ne segnala la tattica e la religione gli obiettivi primari, cui guardare ineludibilmente» (Bruno Bellerate). Per altri ricercatori alla ragione compete la funzione di principio regolativo ultimo, mentre l’egemonia rimane della religione quanto ai contenuti, e dell’amorevolezza quanto ai comportamenti, e questa deve trarre forza e alimento dalla carità soprannaturale. A questo punto si potrebbe anche aggiungere che, nel momento in cui il preventivo sul piano pratico-operativo diventa “metodologico”, la comunicazione educativa si fa insieme mezzo e contenuto, anzi il mezzo diventa messaggio, secondo la nota formula massmediatica di McLuhan.
Resta per tutti il fatto che ragione, religione, amorevolezza, comunque intesi, sono correlati fra loro e tutti gli elementi del sistema si polarizzano attorno a tale triade.

I. LA RAGIONE

«Niente di più ragionevole che tutto il sistema di Don Bosco, e tuttavia si può affermare che non v’ha nulla di più opposto al razionalismo» (A. DU BOYS, 1883).

Punto di partenza del sistema preventivo è la convinzione che tutti i giovani sono educabili al bene, perché portano in sé almeno i germi di bontà. «[Il Bodrato gli chiedeva] il secreto che egli avesse per dominare sì fattamente cotanta gioventù da rendersela così ubbidiente, rispettosa e docile da non potersi desiderare di più. D. Bosco se ne sbrigava con due parole: «Religione e Ragione sono le molle di tutto il mio sistema di educazione. L’educatore deve pur persuadersi che tutti o quasi tutti questi cari giovani, hanno una naturale intelligenza per conoscere il bene che loro vien fatto personalmente, ed insieme sono pur dotati di cuore sensibile facilmente aperto alla riconoscenza» (Don Bosco educatore…, p. 196).
Ora dal momento che il giovane è capace di autotrascendenza, almeno come spinta o come desiderio, il problema è trovare l’aggancio per un dialogo costruttivo tra educatore ed educando. Don Bosco è pieno di fiducia, convinto com’è che «ordinariamente colla riflessione si riducono tutti i giovani a riconoscere i propri mancamenti ed a correggerli (MB V 453) e che «in ogni giovane, anche il più disgraziato, avvi un punto accessibile al bene e dovere primo dell’educatore è di cercare questo punto, questa corda sensibile del cuore e di trarne profitto» (MB V 367).
“Questo punto” di accessibilità presente in ogni uomo Don Bosco lo individua nella ragione (e nella religione): «Quando si sia giunto con l’aiuto del Signore a far penetrare nelle loro anime i principali misteri della nostra S. Religione, che tutto amore ci ricorda l’amore immenso che Iddio ha portato all’uomo; quando si arrivi a far vibrare nel loro cuore la corda della riconoscenza che gli si deve in ricambio dei benefizi che ci ha largamente compartiti; quando finalmente colle molle della ragione si abbiano fatti persuasi che la vera riconoscenza al Signore debba esplicarsi coll’eseguirne i voleri, col rispettare i suoi precetti, quelli specialmente che inculcano l’osservanza de’ reciproci nostri doveri; creda pure gran parte del lavoro educativo è già fatto» (Don Bosco educatore…, pp. 196-197).

Educare con ragione(volezza)

Ma quale ragione? Non la dea ragione degli Illuministi, ma la ragionevolezza che presiede al convincimento e alla persuasione. Nell’opera educativa non si tratta tanto di lasciarsi “guidare dalla ragione” – anche questo, come vedremo subito - ma di “fare appello” alla possibilità di ragionare che c’è in ogni persona. La ragione del giovane è un punto forza, che rende possibile un’alleanza fra colui che si “consacra” al bene dei giovani ed i giovani stessi.
La concezione sottesa al sistema preventivo è piuttosto lineare e coerente: l’uomo, creato ad immagine di Dio, aspira al bene e alla felicità; questa felicità si può raggiungere solo mediante l’uso che si fa della propria libertà; ma la libertà è strettamente legata alla ragione, perché questa rende possibile la scelta libera. Dunque è necessario che la persona sia resa progressivamente cosciente di questa sua possibilità, grazie a qualcuno che, soprattutto attraverso la propria testimonianza, lo metta in condizione di farne esperienza. Tutta l’arte educativa non tende che a suscitare questa coscienza di una effettiva personale responsabilità, a saper dare al giovane motivazioni valide per affrontare con energia la fatica di crescere.
Quale lo spazio concesso da Don Bosco a tale esperienza di libertà dei giovani? Amplissimo all’inizio, si restinge man mano che Valdocco passa da casa-famiglia di poche decine di adolescenti-giovani affidati direttamente alle sue cure, a istituzione complessissima con la più grande concentrazione di bambini-preadolescenti-adolescenti-giovani in Italia della sua epoca (800 persone) e con decine di educatori; da poche classi di insegnamento elementare festivo e serale a molte classi di insegnamento quotidiano elementare e medio-superiore per studenti, seminaristi e artigiani; dal “piccolo mondo antico” del primo Oratorio alla grande struttura articolata degli anni settanta e ottanta (internato, esternato, scuole, laboratori, cortili, chiesa semipubblica, oratorio…) che, come tale, deve necessariamente dotarsi di regolamenti, orari, scadenze, controlli, articolazione di settori.
In tale graduale e sofferto passaggio da un’opera di ridotte dimensioni, in cui prevalevano le forme spontanee e flessibili di carattere familiare, ad una complessa istituzione, che per logica interna tendeva ad assumere la struttura di un collegio vero e proprio, non fa dunque meraviglia che l’autonomia venga sempre più limitata e rimodellata piuttosto nella forma dell’obbedienza e dell’obbligazione “ragionevole”.
Tale ”obbligazione ragionevole” che si esprime nel dialogo educativo non abolisce i “ruoli, neppure li impone, ma li motiva e li legittima. L’educatore si sforza con la maturità maggiore e non con l’imposizione autoritativa di portare ragioni convincenti e argomenti “ragionevoli”. «Date confidenza ai vostri Superiori, seguite fiduciosi il loro consiglio […] Essi hanno un po’ più di età, pratica, esperienza, scienza di voi. E poi vi amano» (MB XII 147). Dunque sono due, secondo Don Bosco, gli elementi a favore dell’educatore: la ragione, che gli viene dall’esperienza della vita e un amore fatto di grande equilibrio (di cui diremo). «Lasciati guidare sempre dalla ragione, e non dalla passione, chiede ad un giovane educatore» (MB X 1023).
Nella sua concezione la ragionevolezza diventa facilmente buon senso, sano realismo, autentico rispetto delle persone. Eccone un saggio nei Ricordi confidenziali al Direttore salesiano: «1° Non mai comandare cose che giudichi superiori alle forze dei subalterni, oppure prevedi di non essere ubbidito. Fa' in modo di evitare i comandi ripugnanti; anzi abbi massima cura di secondare le inclinazioni di ciascuno affidando di preferenza quegli uffizi che a taluno si conoscono di maggior gradimento. 2° Non mai comandare cose dannose alla sanità o che impediscono il necessario riposo o vengano in urto con altre incombenze od ordini di altro superiore. 3° Nel comandare si usino sempre modi e parole di carità e di mansuetudine. Le minacce, le ire, tanto meno le violenze, siano sempre lungi dalle tue parole e dalle tue azioni» (Don Bosco educatore…, p. 184).
Alla ragione e alla ragionevolezza si collega la capacità dell’educatore di adattarsi ai vari ambienti e situazioni in cui si trova ad operare, di prestare una diversa attenzione ai singoli giovani secondo il carattere, i difetti, le virtù, le modalità di azione e reazione. Dunque educatori ragionevoli, che sanno anche essere razionali, in grado di osservare, riflettere, capire, provare, verificare, cambiare, adattarsi, sviluppare, assimilare prontamente e in modo flessibile tutte le proposte e le suggestioni che, provenienti dal “campo di lavoro”, possono rendere valida ed efficace la loro azione, nella fedeltà ovviamente alle irrinunciabili scelte e alle ragioni di fondo.
È in questa logica che, dagli anni sessanta in poi, le deliberazioni dalle “conferenze” degli educatori di Valdocco, soprattutto in risposta ai crescenti problemi disciplinari e organizzativi, vengono sottomesse al giudizio di Don Bosco o comunque verificate nella loro conformità al Regolamento della casa. Anche i diversi dialoghi di Don Bosco con i suoi giovani, da Bartolomeo Garelli a Michele Magone, da Domenico Savio a Francesco Besucco, sono quanto mai eloquenti di come l’educatore rispetti di ognuno il cammino di crescita, si adatti alla concreta situazione personale, lo guidi al retto uso della razionalità e della criticità nella varietà dei suoi bisogni e delle sue esperienze pregresse. Compito di Don Bosco-educatore non fu quello di reprimere o comprimere l’energia vitale del Magone, ma di dirigerla, canalizzarla verso finalità di valido sviluppo di sé e di produttivo impegno nello studio e nella pietà. Diversa la situazione di Domenico Savio, bisognoso, più che altro, di un educatore capace di moderare i suoi slanci mistici, i suoi eroismi ascetici inadatti all’età e alla salute.
Nella relazione educativa si pone un gioco delicato di transazioni tra adulti e giovani in quanto se la scelta di un proprio progetto di vita da parte degli educandi - vocazione o stato di vita lo definiva Don Bosco - va da un lato rispettato nella sua singolarità e libertà, dall’altro deve ragionevolmente essere scoperto nel suo porsi e sostenuto nel suo sviluppo. Al riguardo, oltre all’esempio del suo ministero di confessore e direttore spirituale, sono innumerevoli le parlate di Don Bosco in pubblico: ai giovani per illuminarli su quello che considera il passaggio fondamentale della giovinezza, agli educatori per formarli ai loro compiti educativi. Non mancano al riguardo apposite lettere ai giovani. Così al chierico Giovanni Tamietti sottolinea la sua piena disponibilità al dialogo vocazionale: «La tua lettera mi toglie una spina dal cuore che mi impedì di farti quel bene che finora non ti ho potuto fare. Tu sei nelle braccia di D. Bosco, ed esso saprà come servirsi di te per la maggior gloria di Dio e bene dell’anima tua. Giunto che sarai qui tratteremo il da farsi. Ma in tutti i casi: 1. Desidero che tu compia il corso di lettere. 2. Tu rimanga a casa quanto vuole la tua salute. Più presto verrai, più presto sarai con chi ti ama molto» (Em 1642). Invece in quella all’ex allievo, Giovanni Turco, richiama il valore della confidenza fra educatore ed educando, i pericoli propri dell’età giovanile e l’importanza di vivere la propria fede nella sua professione laica: «La tua lettera mi ha fatto molto piacere e mi riuscì tanto più gradita in quanto che tu mi parli coll’antica nostra confidenza, che per D. Bosco è la cosa più cara del mondo. Posta la tua lettera sotto ad un solo punto di veduta io ringrazio il Signore che in mezzo agli anni più difficili della tua vita ti abbia aiutato a conservare i santi principi di religione. Si può dire che l’età più calamitosa è passata; più progredirai negli anni, più svaniranno le illusioni che l’uomo si fa del mondo […] ti consiglio di continuare ad occuparti della tua professione di geometra in cui ti trovi, di praticare la religione, specialmente con la frequente confessione» (Em 1104).
Nella prospettiva di un’educazione preventiva, il giovane, in crescita per definizione, deve essere continuamente incoraggiato a trovare la vie corrette che lo conducano a correre rischi calcolati nella ricerca di necessari nuovi equilibri psicologici e morali. Grande è allora la responsabilità dell’educatore, cui si richiedono doti che vanno dalla conoscenza dell’animo giovanile alla grandezza dei valori e dei motivi presentati; dalla capacità di paziente attesa di graduali risultati alla scoperta delle resistenze interne ed esterne dei giovani; dall’arte di far parlare e di lasciar parlare a quella di stimolare la razionalità, la dignità, l’onore personale; dal riconoscimento dei progressi all’incoraggiamento negli insuccessi; dalla capacità di stabilire rapporti interpersonali di confidenza, fiducia e ascendente al rifiuto dell’eccesso di negazioni, non sostituite da proposte positive.
Ragione per l’educatore è anche capacità di offrire al giovane tutto ciò di cui ha bisogno per raggiungere la maturità: quindi possibilità di studio e di formazione al lavoro, gioco e divertimento, attività motoria e possibilità di espressione totale: teatro, musica, sport, iniziative filantropiche ecc. Nel sistema educativo di Don Bosco ogni attività ed esperienza umana e umanizzante non solo viene accettata e valorizzata, ma anche trasformata in spazio di realizzazione del giovane.
Si possono allora mettere in atto delle strutture, studiare delle situazioni, creare degli ambienti educativi. Il giovane, in essi inserito o comunque in contatto, è importante che sappia prima e lealmente in base a quale norme e regole sono governati, onde non solo poter osservarle e quindi evitare di essere richiamato ai propri doveri, ma anche apprendere come orientarsi e comportarsi in ambienti e situazioni nuove e insolite. Sotto ogni norma e regola devono stare dei motivi comprensibili alla mentalità dei giovani. Solo così si potrà ragionevolmente esigerne l’osservanza.
Se poi l’amore sta alla base del metodo di Don Bosco, e se amare significa voler il bene di una persona, tutto ciò che si deve fare è scoprire che cosa sia bene per ciascun ragazzo in ogni momento della sua vita. A tal fine non basta la ragionevolezza delle parole, dei provvedimenti, dei regolamenti, delle disposizioni. È la ragione (illuminata dalla religione) che suggerisce che cosa in concreto è il bene dei giovani, quello che si deve porre nelle strutture e nei programmi, quali siano le forme e i metodi migliori di intervento. «La religione in questo sistema fa l’ufficio del freno messo in bocca dell’ardente destriero che lo domina e lo signoreggia; la ragione fa quello della briglia che premendo sul morso produce l’effetto che vuole ottenere. Religione vera, religione sincera che domina le azioni della gioventù. Ragione che rettamente applichi questi santi dettami alla regola di tutte le sue azioni; eccole in due parole compendiato il sistema da me applicato, di cui ella desidera conoscere il gran segreto». (Don Bosco educatore…, p. 197).

Educare la ragione

Nel sistema preventivo la ragione appare dunque come un mezzo educativo fondamentale in quanto la ragionevolezza dei discorsi e il metodo della persuasione devono avere la meglio sull’impostazione violenta, sull’accettazione indiscussa del “qui comando io”. Ma il suo sistematico ed equilibrato uso ha, come effetto, che il giovane interiorizzi questo modo di procedere e con ciò stesso sostenga e sviluppi la sua capacità di ragionare in altri contesti. Nel Trattatello Don Bosco raccomanda a tutti gli educatori che, nella correzione fatta o ne castigo minacciato, vi sia sempre «l’avviso amichevole e preventivo che lo ragiona, e per lo più riesce a guadagnare il cuore, cosicché l’allievo conosce la necessità del castigo e quasi lo desidera». In tal modo l’uso della ragione è strumento di interiorizzazione di una modalità essenziale di processi decisionali e di scelte moralmente valide; la ragione dunque si autoeduca..
La costante presenza dell’educatore in mezzo ai giovani educa la loro ragione in quanto crea in essi l’habitus di essere in sé ragionevoli, di sapersi dominare in riferimento alle norme veicolanti valori e ricordate dall’educatore, per comportarsi in modo ragionevole e per autoregolarsi nell’investimento dei medesimi nel campo della prassi (S. Palombieri). In altre parole: per crescere fino a quello che anche la psicanalisi riconosce come il punto di arrivo del processo evolutivo che fa del ragazzo una persona matura: ossia il superamento della secca opposizione tra principio del piacere e principio di realtà, sulla base del principio di valore.
Educare la ragione (e la persona) per Don Bosco significa anche coltivare la mente dei ragazzi attraverso lo studio, la scuola, l’istruzione, rispettosa dei valori umani e cristiani. Vi si impegnò in prima persona. Nell’introduzione di uno dei suoi primi libri, la Storia Sacra, scrisse: «In ogni pagina ebbi sempre fisso quel principio: illuminare la mente per rendere buono il cuore» (Don Bosco educatore…, p. 41). E al termine della vita, lamentando la scarsa pratica religiosa della popolazione, l’attribuiva alla «perversa educazione che guasta la mente e il cuore della gioventù […] La causa del male è una sola. L’educazione pagana che si dà generalmente nelle scuole. Formata tutta su classici pagani, imbevuta di massime e sentenze pagane, impartita con metodo pagano, oggi che la scuola è tutto questa educazione non formerà mai veri cristiani» (MB XVII 442).
Se fu suo interesse che i ragazzi entrassero in possesso di un patrimonio culturale utile per un loro futuro impiego, volle però che questo avvenisse attraverso processi mentali e di apprendimento adeguati alla sua utenza povera, vale a dire giovani di basso status sociale, non certo figli dell’aristocrazia illuminata e della borghesia facoltosa, per i quali non mancavano istituti di élite e di alto profilo culturale. Si spiegano anche così i numerosi avvertimenti didattici per un insegnamento che fosse quasi personalizzato.

Una ragione con dei limiti

Per ovviare al rischio di un eccessivo far leva sulla razionalità e di non tener presente i limiti intrinseco al pensiero del giovane, il sistema preventivo pone accanto alla ragione gli altri due elementi del sistema, la religione e l’amorevolezza.
Per Don Bosco il cuore dell’educando si conquista con l’affetto - è questo il passo necessario per poter educare - non certo con gli argomenti della ragione. Inoltre nel ragazzo l’incipiente capacità raziocinante è sovente dominata dalla violenza delle sue pulsioni emotive. Ciò che vale per lui, più che l’autorevolezza dei principi e delle argomentazioni, è l’autorevolezza della persona che glieli espone, la fiducia che gli ispira, in una parola, la sua credibilità. Se l’educatore non riesce a conquistarne la fiducia, a diventargli amico, se non riesce a “guadagnare il cuore” è ben difficile che il suo orecchio si apra all’ascolto e la sua mente alla percezione dell’obiettiva validità del discorso dell’educatore. La ragione (e la religione) allora rimangono a salvaguardia di un corretto rapporto educativo, che se condizionato dagli affetti che legano educatore e l’educando, non può e non deve risolversi in esso. Dall’altro lato, la ragione, nel sistema preventivo, gioca il ruolo di controllo dell’affettività e della stessa religiosità. La garanzia di non eccedere nell’affettivo e nell’istintivo quanto all’amorevolezza e in sovrastrutture ascetico-religiosi, nel sentimentalismo o nel pietismo esteriore quanto alla religione, è dato appunto dall’intervento della ragione.
Va per altro ancora ricordato che la ragione, anche se unita all’amorevolezza e alla religione, può trovare ostacoli quasi insuperabili nei gravi limiti dell’educatore e dell’educando. Dell’educatore, anzitutto. Non tutti erano (e sono) Don Bosco. Dal paese nativo, dove era in convalescenza dopo la grave malattia dell’estate 1846, scriveva all’amico teologo e collaboratore Don Giovanni Borel: «Don Trivero […] stia attento che gli tratta i figliuoli con molta energia, e so che alcuni furono già disgustati. Ella faccia che l’olio condisca ogni vivanda del nostro Oratorio»(E 24). Venticinque anni dopo presentando il chierico Giovanni Pellegrini al direttore della casa di Borgo S. Martino, Don Giovanni Bonetti, si rallegra perché il giovane educatore, già membro della “tribù di Manasse” si era corretto dal suo modo violento di fare. Fra avvisi e raccomandazioni, ammonimenti e suggerimenti a direttori e assistenti, salesiani e laici, insegnanti e capi d’arte, Don Bosco trascorse la vita nel tentativo, non facile ma quasi sempre riuscito, di “educare i suoi educatori” all’uso di metodi che non fossero quelli della forza, bensì quelli della ragione e della tolleranza ragionevole.
Ma anche i giovani possono essere refrattari alla ragionevolezza e una minuta di lettera di Don Bosco al pretore di Torino dell’aprile 1865 ce ne dà una meravigliosa conferma (Em 812). In essa anzitutto si afferma che all’Oratorio non una, ma «più volte» si dovette ricorrere addirittura alla forza pubblica per ragazzi difficili, per lo più inviati dalle autorità. Inoltre si dice il giovane Carlo Boglietti, «più volte paternamente inutilmente avvisato […] si dimostrò non solo incorreggibile, ma insultò, minacciò ed imprecò il suo assistente, chierico Mazzarello […] d’indole mitissima e mansuetissima»». Poi «fuggì dalla casa senza dire nulla ai suoi superiori a cui era indirizzato e fece solamente palese la sua fuga per mezzo della sorella, quando seppe che si voleva consegnare nelle mani della questura. La qualcosa non si fece per conservargli la propria onoratezza». Le conseguenze più gravi dell’insubordinazione non furono tanto le sofferenze del giovane educatore, che per altro se ne fece una malattia vera e propria, ma il fatto che «i suoi [del Boglietti] compagni continuavano lo scandalo dato e fu mestieri cacciarne alcuni dallo stabilimento, altri con dolore consegnarli alle autorità della pubblica sicurezza che li condussero in prigione».
Per un educatore che da vent’anni lottava per strappare i giovani dal carcere era un insuccesso, ma con la definitiva espulsione dal collegio volle salvaguardare la serenità dell’ambiente educativo dagli «atti d’insordinazione e gli scandali già altre volte cagionati».
La “realtà viva” di Valdocco era anche questa.

LA RELIGIONE

«La sola religione è capace di cominciare e compiere la grand’opera di una vera educazione» (“Avviso sacro”, 1849, cf MB III 605).

La forma più alta della ragione-ragionevolezza umana è l’accettazione del mistero di Dio. Per Don Bosco la religione costituisce l’obiettivo massimo, l’elemento unificatore di tutto il suo sistema di educazione. Nella sua teleologia pedagogica la salvezza dell’anima è il motivo ispiratore che dà vita al suo dinamismo e al suo metodo educativo, in piena sintonia per altro con la pastorale ottocentesca che dell’ansia per la salvezza faceva un imperativo categorico del proprio agire.
La religione, intesa sia come religiosità che come religione positiva, si pone al culmine del processo educativo, ma nello stesso tempo è strumento di educazione, funzionale ad una vita cristiana orientata alla comunione con Dio creatore e Gesù redentore. Don Bosco è convinto che non sia possibile una vera educazione senza un fondamento religioso, senza una presa di coscienza del nostro essere creatura nei confronti di un Assoluto da cui dipendiamo, senza cioè un’apertura al trascendente: «O Religione o Bastone» fa dire all’ignoto interlocutore del Regno Unito in vista a Valdocco (Trattatello). «Dove non vi è religione non vi è che immoralità e disordine» aveva scritto ne La storia d’Italia (OE VII 525), una delle prime sue pubblicazioni di storia, disciplina alla quale attribuiva un’ampia funzione educativa..
Ancora una volta la posizione di Don Bosco è limpida e coerente: l’educatore prende sul serio il giovane e le sue esigenze religiose; prepara per lui (e con lui, grazie alla quotidiana frequentazione della sua vita) un programma di vita positivamente orientato a coltivare l’esperienza di Dio, a porre l’educando e se stesso in rapporto ad un Padre che da consistenza al loro rapporto e per il quale entrano in dialogo fra di loro.
Ecco come al ministro anticlericale Urbano Rattazzi Don Bosco descrive il suo metodo: «Anzitutto qui si procura d’infondere nel cuore dei giovanetti il santo timor di Dio; loro s’inspira amore alla virtù ed orrore al vizio, coll’insegnamento del catechismo e con appropriate istruzioni morali; s’indirizzano e si sostengono nella via del bene con opportuni e benevoli avvisi e specialmente colle pratiche di pietà e di religione. Oltre a ciò, si circondano, per quanto è possibile, di un’amorevole assistenza in ricreazione, nella scuola sul lavoro; s’incoraggiano con parole di benevolenza, e non appena mostrano di dimenticare i propri doveri, loro si ricordano in bel modo e si richiamano a sani consigli. In una parola si usano tutte le industrie, che suggerisce la carità cristiana, affinché facciano il bene e fuggano il male per principio di una coscienza illuminata e sorretta dalla Religione […] Vi s’introduca [nelle carceri] la Religione: vi si stabilisca il tempo opportuno per l’insegnamento religioso e per le pratiche di pietà; si dia loro l’importanza che si meritano da chi presiede; vi si lasci entrare di spesso il Ministro di Dio, e gli si permetta di trattenersi liberamente con quei miseri e di far loro udire una parola di amore e di pace, ed allora il metodo preventivo sarà bell’adottato» (Don Bosco educatore…, pp. 83-85).
Se per Don Bosco ciò che più conta nella vita è la salvezza dell’anima, la sollecitudine di base in ordine a tale salvezza è costituita dalla fuga o dalla liberazione dal peccato nelle forme più comuni dei giovani: cattivi compagni, cattivi discorsi, impurità, scandalo, furto, intemperanza, superbia, accidia, rispetto umano, mancanza ai doveri religiosi….
Fra i ricordi di S. Filippo Neri alla gioventù che provvide a stampare per tutti nel ”Porta Teco, Cristiano” del 1858 (ma poi rieditato ventanni dopo) ai primi due posti si leggeva: «Beati voi, o giovani, che avete tempo di far bene. 2. Figliuoli, state allegri: non voglio scrupoli né malinconie: mi basta che non facciate peccato». (OE XI 34). Lo ribadì per gli educatori nel Trattatello: «Fate quello che volete – a me basta che non facciate peccati».
Il grado più alto di tale «salvezza» è la santitą e Don Bosco la propose a chiare lettere a tutti i suoi ragazzi: «È volontà di Dio che ci facciamo tutti santi; è assai facile di riuscirvi; è un gran premio preparato in cielo a chi si fa santo» (OE XI 200). I migliori di loro colsero alla lettera tale vocazione. Così Domenico Savio: «Io mi sento un bisogno di farmi santo, e se non mi fo santo, io fo niente. Iddio mi vuole santo ed io debbo farmi tale» (ivi 201). Sarà poi Don Bosco ad indicargli l’itinerario adeguato.
Ma quali sono i mezzi principali suggeriti dal sistema preventivo per raggiungere tale perfezione?

Timor-amor di Dio - I “novissimi”

Al primo posto sembra si debba collocare il timor di Dio, elencato al settimo posto fra i doni dello Spirito Santo, ma il principio della Sapienza: Initium Sapientiae timor Domini.
Don Bosco non si fa scrupolo alcuno di inserirlo nelle norme statutarie del Regolamento delle sue case: «Ricordatevi figliuoli, che noi siamo creati per amare e servire Dio nostro Creatore e che nulla ci gioverebbe acquistare tutta la scienza e tutte le ricchezze del mondo senza timor di Dio. Da questo santo timore dipende ogni nostro bene temporale e spirituale» (OE XXIX 63).
Ne scrive negli stessi termini al chierico Domenico Ruffino e alla contessa Carlotta Callori: «Ricordati sempre che la più grande ricchezza di questo mondo è il timor di Dio» (Em 331, 545); lo raccomanda al giovane Stefano Rossetti: «Rammenta i molti avvisi che ti ho dato in varie circostanze; sta allegro, ma la tua allegria sia verace come quella di una coscienza monda dal peccato. Studia per diventare molto ricco, ma ricco di virtù, e la più grande ricchezza è il timor di Dio. Fuggi i cattivi, sta amico coi buoni» (Em 450); lo riporta con sapore biblico-liturgico come conclusione di una circolare ai giovani della collegio di Mirabello: «La grazia di nostro Signore Gesù Cristo, sia sempre con voi; e la Santa Vergine vi faccia tutti ricchi della vera ricchezza che è il santo timor di Dio» (Em 755); non trascura i genitori e per loro si serve di una pubblicazione: «allevateli [i figli] con ogni cura nel santo timor di Dio, dipendendo da questo la propria salute, e la benedizione della casa, […] Stampate tosto nei teneri loro cuori il santo timore di Dio, la brama di servirlo ed un forte amore alla virtù» (OE XI 24-25).
L’espressione “timor di Dio” nei giovani poteva forse provocare una sorta di spavento, di paura di Dio, dunque diventare facilmente timore «servile» dei suoi castighi; Don Bosco chiede loro di trasformarlo in timore “filiale”, cioè nella paura di offendere un Padre che vuole bene, il Padre del cielo pieno di amore e di misericordia. Dunque un timore che include l’amore, un timore di offendere Dio che preferisce «farsi amare più che farsi temere», per esprimersi con la ben nota formula pedagogica usuale sulle labbra di Don Bosco.
Il pensiero della presenza di un Dio, giudice sì ma nello stesso tempo padre amabile, diventa strumento educativo di grande peso nella pedagogia di Don Bosco. Ne dà testimonianza in una sua lettera circolare uno dei suoi figli spirituali, e suo secondo successore, Paolo Albera: «Dio ti vede! Era, possiamo dire, l’unico mezzo coercitivo del suo sistema per ottenere la disciplina, l’ordine, l’applicazione allo studio, l’amore al lavoro, la fuga dei pericoli e delle cattive compagnie, il raccoglimento nella preghiera, la frequenza ai Sacramenti, l’allegrezza espansivamente clamorosa nelle ricreazioni e nei divertimenti» (18 ottobre 1920).
In facile accordo col timor di Dio si pongono le grandi verità dei “novissimi” che Don Bosco assume dalla predicazione tradizionale e soprattutto dalla teologia morale di S. Alfonso. Sulla base del “porro unum est necessarium”, è evidente come il pensiero dei “novissimi”, con il loro richiamo alle verità ultime, possa percorrere tutta la concezione pedagogica di Don Bosco. Non è certo un caso che Il Giovane Provveduto, uno dei primi libri da lui pubblicato e che arrivò successivamente ad oltre cento edizioni lui vivente, si apra con la meditazione sul fine ultimo dell’uomo, sul peccato, sulla morte, sul giudizio, sull’inferno e sul paradiso.
Le massime eterne Don Bosco le aveva fatte scrivere sotto i portici dell’Oratorio, le faceva ricordava ogni mese nell’Esercizio della Buona Morte, le inseriva sovente nelle strenne di inizio anno e nei discorsetti delle buonenotti. Ne accennava e talora le commentava nelle lettere private. Tre per tutte. Una al ricco giovane Emanuele Fassati: «Carissimo Emanuele, tu percorri l’età la più pericolosa, ma la più bella della vita. Fatti animo. Ogni più piccolo sacrificio fatto in gioventù, procaccia un tesoro di gloria in cielo» (Em. 1214). Una seconda al giovane Ottavio Pavia di famiglia modesta: «Lavoriamo per il Paradiso» (Em 422). Un’altra alla contessa Virginia Cambray Digny, moglie del ministro delle Finanze, che aveva perso un figlio per malattia contratto all’inizio della carriera militare: «Intanto questa è una terribile lezione del nulla di ogni cosa terrena: età, robustezza, posizione gloriosa, carriera splendida facevano strada al figlio amato. La morte troncò tutto» (Em 1306).
Fra i “novissimi”, il pensiero della morte col successivo giudizio è il più familiare sulle labbra di Don Bosco e costituisce oggetto esplicito di meditazione anche per i lettori delle sue varie biografie di giovani. Ma anche in tali casi per contemperare eventuali scrupolosità angosciose e irragionevoli tormenti insiste sul pensiero della bontà di Dio, sulla protezione materna della Madonna, sulla dolcezza della confessione purificatrice e dell’incontro gioioso della Comunione, sulla felicità del Paradiso eterno che attende.

Confessione e comunione – pratiche di pietà e devozioni

La confessione e la comunione da Don Bosco sono anzitutto valorizzate nella valenza sacramentale. «Segni sensibili instituiti da Nostro Signore Gesù Cristo per comunicare la grazia alle anime nostre» li definiva il catechismo che teneva fra le mani; strumenti di grazia e di santificazione, soprannaturalmente efficaci per loro stessi, agenti ex opere operato, come si esprimeva all’epoca il linguaggio teologico. «Datemi un giovanetto che frequenti questi sacramenti – scriveva Don Bosco nella biografia di Domenico Savio - voi lo vedrete crescere nella giovanile, giungere alla virile età e arrivare, se così piace a Dio, fino alla più tarda vecchiaia con una condotta, che è l’esempio di tutti quelli che lo conoscono» (OE XI 218).
Ma la pratica dei due sacramenti sono anche pedagogicamente funzionali ad una vera e solida educazione. Torna Don Bosco a ripetere nella biografia di Francesco Besucco «Dicasi pure quanto si vuole intorno ai vari sistemi di educazione, ma io non trovo alcuna base sicura, se non nella frequenza della confessione e della Comunione e credo di non dir troppo asserendo che omessi questi due elementi la moralità resta bandita» (OE XV 100). Motivi di ordine teologico ed esperienze personali come educatore di giovani lo aveva fatto portato alla convinzione che solo «la frequente confessione, la frequente comunione, la messa quotidiana sono le colonne che devono reggere un edifizio educativo, da cui si vuole tener lontana la minaccia e la sferza» (Trattatello).
La prima comunione definita come “l’atto più importante della vita”, la comunione sacramentale il più frequente possibile, la visita quotidiana al Santissimo Sacramento, la S. Messa frequente, il Viatico in punto di morte sono temi ricorrenti nella pedagogia eucaristica, che trovano sviluppi in continui avvertimenti e esortazioni scritte e orali di Don Bosco.
Altrettanto ricorrente si può affermare che sia il richiamo al sacramento della penitenza, alle condizioni per celebrarlo con maggior frutto spirituale, al suo valore come evento di grazia, occasione di direzione spirituale, terapia morale della corruzione del peccato.
È noto come nella spiritualità di Don Bosco il peccato - e il demonio che ne costituisce la personificazione - sia il nemico peggiore da combattere, il vero ostacolo alla bellezza della virtù e al trionfo della grazia nelle anime. Questo fa sì che nella sua catechesi, nella predicazione, nelle conferenze, nei sermoncini serali, nei consigli personali campeggi la necessità che i giovani si liberino dal peccato attuale. L’eventuale loro ritrosia ad accostarsi al sacramento viene temperata, ancora una volta, dal richiamo alla bontà e la misericordia di Dio testimoniata dalla parola rassicuratrice del confessore, che accoglie con amorevolezza, corregge con bontà, aiuta ad esporre le cose di coscienza, rassicura e incoraggia.
I giovani che si affollano al confessionale di Don Bosco, così come gli stanno attorno in cortile, è un’immagine paradigmatica della confidenza, del filiale abbandono in lui e nella sua ministero sacerdotale. Ed è proprio accanto ai giovani in atto di confessarsi che ha voluto essere ripreso in una delle sue prime fotografie.
Nella sua pedagogia spirituale confessione e comunione si intrecciano continuamente fra loro e con altre espressioni di fede: santa messa, lettura spirituale, preghiere, divini uffici, forme di devozione mariana e dei santi, tridui, novene, esercizi spirituali, e altre comuni forme di pietà cattolica, facilmente presenti nelle realtà collegiali. Scrive il 5 settembre 1860 al giovane Severino Rostagno: «Coraggio, adunque, figliuol mio, sii fermo nella fede, cresci ogni giorno nel santo timor di Dio; guardati dai cattivi compagni come da serpenti velenosi, frequenta i sacramenti della confessione e della comunione; sii devoto di Maria SS e sarai certamente felice» (Em 463). Ai parroci poi dei suoi alunni in vacanza chiede di dichiarare: «1° Se nel tempo che passò in patria si accostò ai SS. Sacramenti della confessione e Comunione; 2° se frequentò le funzioni parrocchiali e si se prestò a servire la santa Messa (Em 285).
Negli scritti e nella vita del santo educatore subalpino invero non si trovano elementi per individuare una particolare pedagogia della “pietà”, ma rimane un fatto che attraverso la serie di pratiche che ritmano le giornate, le settimane, i mesi dell’anno i suoi giovani vengono ad assumere atteggiamenti abituali e comportamenti di vera pietà e di sincera devozione. Portatori e divulgatori poi di tali attitudini e sensibilità, all’interno dell’Oratorio e al suo esterno, sono i ragazzi di Valdocco di cui Don Bosco narra la vita, i protagonisti dei suoi racconti a sfondo biografico, molte figure di santi di cui traccia profili.
Molte le devozioni cui invita i giovani. Al primo posto quella alla Madonna, onorata sotto molti titoli e nelle varie celebrazioni dell’anno liturgico; fra esse si distinguono il mese di maggio con la grandiosa festa di Maria Ausiliatrice e la novena dell’Immacolata. Anche nel caso delle devozioni la loro funzione è duplice: religiosa, in quanto garantiscono ai giovani il necessario rapporto con Dio, ed etico-pedagogica quale sussidio e modello per la crescita nella capacità di assolvere ai propri doveri morali.

Senso della chiesa e del papa

Nella teologia catechistica e pratica di Don Bosco «la Chiesa Cattolica-Apostolica-Romana è la sola vera Chiesa di Gesù Cristo»; «Dove c’è il successore di S. Pietro, là c’è la vera Chiesa di Gesù Cristo. Niuno trovasi nella vera Religione, se non è cattolico; niuno è cattolico senza il Papa. I nostri Pastori, e specialmente i Vescovi ci uniscono col Papa, il Papa ci unisce con Dio» (OE IV 168). Dunque extra ecclesia nulla salus, perché soltanto la chiesa è depositaria dei mezzi della grazia e della salvezza: i sacramenti nella loro pienezza, la rivelazione nella sua integrità, la santità nei suoi figli, la carità congiunta con l’unità al pastore supremo, il papa.
In Don Bosco tali convinzioni sono a fondamento di molte manifestazioni della sua indefessa e moltiforme attività. Non incontra difficoltà, si direbbe che gli è familiare, il passare dalla tesi teologica della centralità storico-dogmatica del papato nella storia della Chiesa – di cui non teme di farsi portavoce con opere a stampa in tempi di forte contrapposizione con i Valdesi che ha attorno - ad una predicazione domenicale ai suoi giovani centrata sulla storia dei pontefici o alla sollecitudine per festeggiare avvenimenti riferentisi al Papa o di interesse ecclesiale. Emblematico della devozione alla persona del Papa che Don Bosco da trasmettere ai poveri ragazzi di Valdocco è l’episodietto delle 33 lire raccolte da loro come segno tangibile del loro filiale affetto nel momento del volontario esilio papale a Gaeta nel 1848.
Don Bosco coglierà tutte le occasioni, liete o tristi, per mobilitare i suoi giovani e invitarli a stringersi attorno a romano ponterice, e , in Lui, alla Chiesa. Della Roma cristiana poi conosce la storia e tutte le tradizioni religiose; di esse si fa divulgatore tramite pubblicazioni e discorsi. A Roma si reca ben 20 volte e a volte vi rimane a lungo. Dalla città eterna, non ancora capitale d’Italia, al diacono Michele, suo futuro primo successore, scrive: «Esto Gallus tantum lingua et sermone; sed animo, corde, et opere Romanus intrepidus et generosus» (Em 457). Al suo ritorno a casa non potrà che contagia i giovani col suo entusiasmo..

Carità e apostolato

Per Don Bosco, vissuto in un regime di cristianità, secondo cui la religione è il fondamento della morale, la perfezione sta nell’esercizio delle virtù, conforme alla volontà di Dio, manifestata attraverso i doveri del proprio stato. L’accento è posto sulla fede amorosa in Dio e sulla carità operativa nel quotidiano. Quest’ultima è il vero banco di prova della fede stessa e della santità. Una carità non solo spirituale, intessuta di preghiera, sacramenti, devozioni, ma anche materiale, nelle varie gradazioni, da quella straordinaria e carica di eroismo come, per esempio, in occasione del colera in Torino nel 1854 a quella quotidiana, spicciola che invita a praticare nelle case salesiane: «1. Onorate ed amate i vostri compagni come altrettanti fratelli, e studiate di edificarvi gli uni gli altri col buon esempio. 2. Amatevi tutti scambievolmente, come dice il Signore, ma guardatevi dallo scandalo. Colui che con parole, discorsi, azioni, desse scandalo, non è un amico, è un assassino dell’anima. 3. Se potete prestarvi qualche servizio e dare qualche buon consiglio fatelo. Nella vostra ricreazione accogliete di buon grado nella vostra conversazione qualsiasi compagno senza distinzione di sorta, e cedete parte dei vostri trastulli con piacevoli maniere […] 4. Dobbiamo riconoscere da Dio ogni bene ed ogni male, perciò guardatevi dal deridere i vostri compagni pei loro difetti corporali e spirituali […] 5. La vera carità comanda di sopportare con pazienza i difetti altrui e perdonare facilmente quando taluno ci offende, ma non dobbiamo mai oltraggiare gli altri […] La superbia è sommamente da fuggirsi» (OE XXIX p. 77).
La carità culmina nell’apostolato che rientra così nel complesso della pedagogia della salvezza propria dello stile di Don Bosco educatore. Scrive lui stesso nella succitata vita di Domenico Savio: «La prima cosa che gli venne consigliata per farsi santo fu di adoprarsi per guadagnare anime a Dio; perciocché non avvi cosa più santa al mondo, che cooperare al bene delle anime, per la cui salvezza Gesù Cristo sparse fin l’ultima goccia del prezioso suo sangue» (OE XI 203). Nella sua corrispondenza più volte si ritrova il medesimo concetto: Divinorum divinissimum est ad salutem animarum Deo cooperari.
Don Bosco non educa al quieto vivere. Il suo progetto educativo-pastorale, per esprimerci in termini attuali, richiede grande dinamismo e azione, generosità e altruismo. Sono gli ideali che propone ai giovani del collegio di Borgo S. Martino scrivendo al loro direttore Don Giovanni Bonetti ad un anno di distanza dalla prima spedizione missionari in America Latina:«Augura a tutti sanità, santità, sapienza e volontà eroica di andare nelle Indie, dove abbiamo accettato un Vicariato Apostolico di circa tre milioni di anime» (E 1541).
Ma si avrà modo di presentare in un prossimo capitolo altri tratti di vita spirituale.

AMOREVOLEZZA

Non so se il cuore obbedisca a sistemi: certo è che le poche norme, quali Don Bosco formulò nelle poche pagine da lui dettate sul sistema preventivo, sono tali che senza il cuore o non si potrebbero attuare, o tornerebbero del tutto infruttuose (A. Caviglia,1920).

È stata definita in tanti modi: l’anima dell’intero sistema, il principio informatore, il supremo principio del metodo, l’elemento caratteristico e distintivo della concezione dell’azione educativa di Don Bosco, il riassunto e la sintesi di ragione e religione, la cifra più originale della pedagogia del santo. Paradossalmente la suggestiva parola, che sintetizza quanto Don Bosco acquisì, sperimentò e consigliò circa il rapporto educativo, non era predominante nel suo linguaggio. Preferiva adottare termini quali carità, dolcezza, pazienza, mansuetudine, bontà.
Oggi poi il termine è inusuale, insolito. Fortunatamente, potremmo dire, in quanto proprio perché “fuori moda”, è possibile assumerlo per quella che era all’epoca, come cristallizzato nel significato attribuitagli da Don Bosco, senza che venga caricato di significati estranei, quali ad esempio di far pensar ad una specie di sentimentalismo, a modalità discutibile d’affetto ovvero di farla intendere in termini distorti.
Parlare di «pedagogia dell’amore» o di «civiltà dell’amore» all’alba del terzo millennio potrebbe forse sembrare banale; qualcuno potrebbe anche scorgervi semplici esortazioni moralistiche o parenetiche. Ma certamente non risuonavano tali agli occhi dei ragazzi per lo più orfani, poveri ed abbandonati, di Don Bosco, adusi fin da piccoli ad un duro lavoro quotidiano, oggetto di manifestazioni molto contenute di tenerezza, figli di un’epoca ciò che prevaleva era la decisa sottomissione e l’obbedienza assoluta ai genitori, ai maestri, a qualunque autorità costituita.
Benché Don Bosco, ancora una volta, non abbia elaborato teoricamente il concetto di amorevolezza, tuttavia le sue dimensioni sono piuttosto evidenti.

Dimensioni

1. L’amorevolezza anzitutto ha un fondamento teologale e Don Bosco nel suo Trattatello lo afferma risolutamente citando un’espressione biblica: «La pratica di questo sistema è tutta appoggiata sopra le parole di s. Paolo che dice: Charitas benigna est, patiens est; omnia suffert, omnia sperat, omnia sustinet. La carità è benigna e paziente; soffre tutto, ma spera tutto e sostiene qualunque disturbo».
L’amorevolezza dunque è un amore divino che sfugge al sentimentalismo e a forme di sensualità in ragione della carità teologica che ne è la sorgente, per cui l’educatore scorge un progetto di Dio nella vita di ciascun giovane e lo aiuta a prenderne coscienza e a realizzarlo. Don Bosco comunica tale amore ai singoli ragazzi e anche a gruppi di loro. «Amatissimo figliuolo, la lettera che mi hai scritto mi ha fatto veramente piacere, con essa mi dimostri quale sia l’animo mio verso di te. Sì, mio caro, io ti amo di tutto cuore, ed il mio amore tende a fare quanto posso, per farti progredire nello studio e nella pietà e guidarti per la via del cielo (Em 450). «Che io vi porti molta affezione, non occorre che ve lo dica, ve ne ho date chiare prove. Che poi voi mi vogliate bene, non ho bisogno che lo diciate, perché me lo avete costantemente dimostrato. Ma questa nostra reciproca affezione sopra cosa è fondata? […] Dunque il bene delle anime nostre è il fondamento delle nostra affezione» (E 1148).
L’amore di Dio, il primum teologico, è dunque la base, il fondamento del primum pedagogico.

2. In secondo luogo l’amorevolezza è un amore realmente umano, una giusta sensibilità, un’amabile cordialità, un affetto benevolo, paziente, attento, ma anche esigente, fermo, senza compromessi col male. Un amore che tende alla comunione profonda del cuore, e che non ha paura della dedizione coraggiosa, né dell’amicizia vera, provata, non simulata: un amore effettivo ed affettivo. Ecco come lo testimonia il futuro pedagogista Rayneri, che frequentò l’Oratorio di Valdocco attorno agli anni cinquanta: «dopo le funzioni di chiesa [Don Bosco] passava un po’ per tutto fra quei giovanetti differenti per età, indole, costumi, condizione ed educazione, tutti vispi ed intesi a giuocare, osservando l’indole di ciascuno, avendo una parola per ognuno, una parola cara, una parola che consolava, che ci rendeva contenti e pareva che egli ci leggesse nell’animo e ciascuno di noi tacitamente diceva: D. Bosco ci vuole bene!» (MB III 439). E un altro testimone oculare: «Innamorava il vederlo in mezzo a noi, ora già in età avanzata. Alcuni di noi erano senza giubba, altri l’avevano ma tutta a brandelli; questi a stento si teneva ai fianchi i calzoni, quell’altro non aveva cappello e le dita dei piedi si affacciavano dalle scarpe rotte. Si era scarmigliati, talora sudici, screanzati, importuni, capricciosi, ed egli trovava le sue delizie stare coi miserabili. Pei più piccini poi aveva un affetto da madre» (MB III 126).

3. Infine l’amorevolezza è un amore intensamente pedagogico. Il suo potenziale educativo si sperimenta infatti, come vedremo, in forma privilegiata nella relazione fra educando ed educatore, allorquando gesti di stima e di amicizia da parte dell’educatore inducono l’educando, in forza dell’amore che guida l’educatore, ad aprirsi alla confidenza, a sentirsi sostenuto nel suo sforzo di superarsi e di impegnarsi, a dare il consenso e ad aderire in profondità ai valori che l’educatore vive personalmente e gli propone. Il giovane capisce che questa relazione lo ricostruisce e lo ristruttura. Don Bosco crede all’amore come vero motore dell’interiorizzazione delle norme della strutturazione della personalità (Xavier Thevenot); è persuaso che il miglioramento della condotta di un giovane è sospeso al senso di essere amato e legato dall’esperienza dell’affetto, dal desiderio di continuare a migliorarsi, senza cedere di fronte ai sempre possibili fallimenti.

Centralità pedagogica

L’Amorevolezza, che sta alla base del metodo preventivo, è la norma suprema del codice personale di un educatore. Intorno al soggetto amorevolezza/amore si intrecciano le mille “variazioni” di cui sono costellati gli scritti di Don Bosco. Per limitarci al testo più noto, nel Trattatello si chiede che gli educatori «come padri amorosi parlino, servano di guida […] ed amorevolmente correggano»; si afferma «questo sistema si appoggia tutto sopra la ragione, la religione e l’amorevolezza» e che “rende amico l’allievo”; si auspica che anche nel castigo, l’educando deve vedere che «vi è sempre un avviso amichevole e preventivo che lo ragiona»; si ribadisce che l’allievo avrebbe evitato uno sbaglio «se una voce amica l’avesse ammonito».
«L’educazione è cosa di cuore» è la sintesi conclusiva della circolare sui castighi, che se certamente non scritta da Don Bosco, bensì, probabilmente, da un suo collaboratore, ne presenta però le convinzioni più profonde (Don Bosco educatore…, p. 332). Del resto nel Trattatello non si sostiene la necessità di “guadagnare il cuore” del ragazzo e di adottare nei suoi riguardi “il linguaggio del cuore” - prima che il demonio ne prenda possesso -, utilizzando soprattutto i mezzi che la Religione offre proprio per la “tranquillità del cuore”?
Il termine “cuore” nel linguaggio di Don Bosco in genere ma soprattutto in tale contesto ha un’accezione più vasta di quella di uso comune; sta ad indicare l’orientamento di fondo della persona di Don Bosco, l’espressione della sua anima. Scrive P. Stella: «Don Bosco parla del cuore come di una parte di noi: il nostro cuore. E non soltanto come organo dell’amore, ma come parte centrale del nostro essere. Il cuore vuole, il cuore desidera, comprende e intende, ascolta ciò che gli si dice, s’infiamma d’amore, riflette, si muove». Gli fa eco P. Braido: «La pedagogia di Don Bosco s’identifica con la sua azione e tutta l’azione con la sua personalità; e tutto Don Bosco è raccolto, in definitiva, nel suo cuore».
L’impresa più ardua del sistema preventivo è proprio quella di conquistare il cuore del giovane, di goderne la stima, la fiducia, di farselo amico. Se un giovane non ama l’educatore, questi può fare ben poco del giovane e per il giovane. Invece «chi sa di essere amato, ama e chi è amato, ottiene tutto, specialmente dai giovani (Don Bosco educatore…, 385). «Ho bisogno che ci mettiamo d’accordo - diceva Don Bosco ai suoi giovani - e che fra me e voi regni vera amicizia e confidenza!» (MB VII 504). In ciò fu un maestro insuperabile e ne era cosciente, se quasi al termine dei suoi giorni confidò all’intervistatore del “Journal de Rome”: «oso affermare che i miei allievi mi vogliono bene» (MB XVII 86).
Prova esplicita è la commovente lettera ai giovani della casa di Mirabello sul finire del 1864: «Quelle voci, quegli evviva, quel baciare e stringere la mano, quel sorriso cordiale, quel parlarci dell’anima, quell’incoraggiarci reciprocamente al bene sono cose che mi imbalsamarono il cuore, e per ciò non ci posso pensare senza sentirmi commosso fino alle lagrime. Vi dirò […] che voi siete la pupilla dell’occhio mio […] vi porto grande affetto e desidero molto di vedervi e ciò sarà fra breve. Io voglio che tutti mi diate il vostro cuore affinché un giorno lo possa offerire a Gesù nel Sant.mo Sacramento» (Em 792). Ancor più commovente la lettera ai giovani di Lanzo il 3 gennaio 1876: «Lasciate che ve lo dica e niuno si offenda, voi siete tutti ladri; lo dico e lo ripeto, voi mi avete preso tutto. Quando fui a Lanzo, mi avete incantato con la vostra benevolenza ed amorevolezza, mi avete legate le facoltà della mente colla vostra pietà; mi rimaneva ancora questo povero cuore, di cui già mi avevate rubati gli affetti per intiero. Ora la vostra lettera segnata da 200 mani amiche e carissime hanno preso possesso di tutto questo cuore, cui nulla più è rimasto, se non un vivo desiderio di amarvi nel Signore, di farvi del bene e salvare l’anima di tutti» (E 1389).
E di “furto di cuori”, ma questa volta da parte di Don Bosco, scrisse a caratteri di stampa il teologo Antonio Berrone, già allievo dell’Oratorio: «Tu pure, Don Bosco, puoi a ragione vantarti di padroneggiare i cuori. Permetti che te lo dica e te lo ripeta: Tu sei un ladro e un ladro incorreggibile, perché hai sempre rubato e continui a rubare i cuori di tutti quelli che ti conoscono. Questo furto però, intendiamoci bene, non si compie invito domino, cioè contro la volontà del padrone, tutt’altro; quelli che ti amano e vanno anzi superbi di amarti e di essere da te riamati» (MB XVII 482).
Unanime l’attestazione dei testimoni. «Bastava ch’ei comparisse in cortile, perché tosto al primo vederlo fosse un corrergli attorno […] i giovani insomma lo amavano e godevano di attestargli il loro amore» (MB XI 223).

Condizione previa: la visibilità

Nella concezione preventiva la carità diventa, da parte dell’educatore, ragione e amorevolezza, e da parte dell’educando, confidenza, amicizia spontanea e affettuosa collaborazione.
Ma come fare per ottenere questa confidenza? Don Bosco ci ha lasciato al riguardo la famosa lettera da Roma del 10 maggio 1884, uno stupendo documento, che forse con un po’ di retorica è stata definita il “poema dell’amore educativo”, ma che rimane la “vera magna charta del suo progetto educativo”.
Ispirata da motivazioni diverse e anche contingenti, redatta nel breve spazio di una notte da un educatore, poeta e commediografo quale era don Giovanni Battista Lemoyne - il testo si pone fra le pagine più belle della letteratura salesiana sull’”amore dimostrato” e potrebbe facilmente portarsi sui palcoscenici - la lettera da Roma nella sua redazione più lunga fa il bilancio del modello educativo così come si era realizzato nella fase “carismatica” dell’Oratorio di Torino e come fosse andato logorando nel tempo.
Evidentemente, forse anche per la continua assenza di Don Bosco da Valdocco, impegnato come era in mille imprese, in quei primi anni ottanta l’Oratorio viveva un momento particolarmente difficile, se in qualche modo costituì l’occasione per due testi tanto significativi della pedagogia salesiana quali sono appunto la circolare sui castighi e la lettera da Roma. Ebbero però sorte diversa: la prima, che Don Bosco, a quanto risulta, non fece mai sua e forse neppure conobbe, solo nella seconda metà del secolo scorso attirò l’attenzione degli studiosi; la seconda, al contrario, letta inizialmente nella comunità di Valdocco e fatta sempre oggetto di riflessione da parte dei novizi negli anni seguenti, dal primo dopoguerra del secolo XX venne ad acquistare un valore pedagogico universale. Ecco comunque gli aspetti peculiari dell’amorevolezza in essa contenuti..

1. Per una valida comunicazione educativa in primo luogo è indispensabile il linguaggio dell’amore, o, meglio ancora, la sua visibilità. Non è sufficiente che l’educatore ami i giovani; non basta cioè che i giovani siano amati dall’educatore, bisogna che essi stessi conoscano di essere da lui amati. È questa una delle più geniali intuizioni psicologiche e pedagogiche di Don Bosco.

- Ma come si possono rianimare questi miei cari giovani, acciocché riprendano l'antica vivacità, allegrezza, espansione?
- Coll'amore!
- Amore? Ma i miei giovani non sono amati abbastanza? Tu lo sai se io li amo. Tu sai quanto per essi ho sofferto e tollerato pel corso di ben quaranta anni, e quanto tollero e soffro ancora adesso. Quanti stenti, quante umiliazioni, quante opposizioni, quante persecuzioni per dare ad essi pane, casa, maestri e specialmente per procurare la salute delle loro anime. Ho fatto quanto ho potuto e saputo per coloro che formano l'affetto di tutta la mia vita.
- Non parlo di te!
- Di chi dunque? Di coloro che fanno le mie veci? Dei Direttori, Prefetti, maestri, assistenti? Non vedi come sono martiri dello studio e del lavoro? Come consumino i loro anni giovanili per coloro che ad essi affidò la Divina Provvidenza?
- Vedo, conosco; ma ciò non basta: ci manca il meglio.
- Che cosa manca adunque?
- Che i giovani non solo siano amati, ma che essi stessi conoscano di essere amati.

2. In secondo luogo, proprio dal bisogno che «i giovani conoscano di essere amati», nasce la necessità, per gli educatori, di dimostrare il proprio amore facendosi riconoscere come tali. Il modo migliore perché questo avvenga è condividere coi giovani le gioie, vivere a contatto con loro, comprenderli, sforzarsi di sintonizzarsi personalmente sui loro sentimenti, non pensare in schemi mentali inconciliabili con quelli loro, capirne le situazioni, le domande, le esigenze, e ad esse saper far fronte adeguatamente.

- Ma non hanno gli occhi in fronte? Non hanno il lume dell'intelligenza? Non vedono che quanto si fa per essi è tutto per loro amore?
- No, lo ripeto; ciò non basta.
- Che cosa ci vuole adunque?
- Che essendo amati in quelle cose che loro piacciono col partecipare alle loro inclinazioni infantili, imparino a veder l'amore in quelle cose che naturalmente lor piacciono poco; quali sono la disciplina. lo studio, la mortificazione di se stessi e queste cose imparino a far con amore.

3. Perché il circolo educativo fra educatore/educando si chiuda, bisogna che regni fra loro familiarità, confidenza, amicizia vera soprattutto in cortile, non invece svogliatezza, l’indifferenza, peggio ancora, l’estraneità reciproca. Ecco le due situazioni nelle immagini dell’Oratorio.
Il primo Oratorio:
«Mi pareva di essere nell'antico oratorio nell'ora della ricreazione. Era una scena tutta vita, tutta moto, tutta allegria. Chi correva, chi saltava, chi faceva saltare. Qui si giuocava alla rana, là a bararotta ed al pallone. In un luogo era radunato un crocchio di giovani che pendeva dal labbro di un prete il quale narrava una storiella. In un altro luogo un chierico che in mezzo ad altri giovanetti giuocava all'asino vola ed ai mestieri. Si cantava, si rideva da tutte parti e dovunque chierici e preti e intorno ad essi i giovani che schiamazzavano allegramente. Si vedeva che fra i giovani e i Superiori regnava la più grande cordialità e confidenza. Io era incantato a questo spettacolo».
Ben diversa la nuova situazione del secondo Oratorio:
«Vidi l’Oratorio e tutti voi che facevate ricreazione. Ma non udiva più grida di gioia e cantici, non più vedeva quel moto, quella vita come nella prima scena. Negli atti e nel viso di molti giovani si leggeva una noia, una spossatezza, una musoneria, una diffidenza che faceva pena al mio cuore. Vidi è vero molti che correvano, giuocavano, si agitavano con beata spensieratezza, ma altri non pochi io ne vedeva, star soli appoggiati ai pilastri in preda a pensieri sconfortanti; altri su per le scale e nei corridoi o sopra i poggiuoli dalla parte del giardino per sottrarsi alla ricreazione comune; altri passeggiare lentamente in gruppi parlando sottovoce fra di loro dando attorno occhiate sospettose e maligne […]E di qui proviene la freddezza in tanti nell'accostarsi ai Santi Sacramenti, la trascuranza delle pratiche di pietà in Chiesa e altrove; lo star malvolentieri in un luogo ove la Divina Provvidenza li ricolma di ogni bene pel corpo, per l'anima, per l'intelletto. Di qui il non corrispondere che molti fanno alla loro vocazione; di qui le ingratitudini verso i Superiori; di qui i segretumi e le mormorazioni, con tutte le altre deplorevoli conseguenze».
All’origine delle due antitetiche situazioni c’è dunque un fatto solo: la presenza o meno della confidenza, della “corrispondenza d’amorosi sensi” fra educatore ed adulto. Il primo Oratorio «era un tripudio di paradiso […] perché l'amore era quello che ci serviva di regola». Nel secondo invece «ben pochi Preti e Chierici si mescolavano fra i giovani e ancor più pochi prendevano parte ai loro divertimenti. I Superiori non erano più l'anima della ricreazione […] sono considerati come Superiori e non più come padri, fratelli ed amici, quindi sono temuti e poco amati. Perciò se si vuol fare un cuor solo ed un'anima sola per amor di Gesù bisogna che si rompa quella fatale barriera della diffidenza e sottentri a questa la confidenza cordiale». Il mezzo per rompere quella che Don Bosco definisce la «fatale barriera» è da lui individuata nella familiarità coi giovani nella ricreazione fatta di presenza amorevole.
Il buon senso naturale, l’esperienza infantile in famiglia, il tipo di ragazzi di cui volle prevalentemente occuparsi, l’esatta intuizione di ciò che al ragazzo manca più frequentemente e che più intensamente desidera, l’esperienza di vita con i suoi primi giovani collaboratori, veri «plasmatori» con lui della sua metodologia educativa, lo indirizzavano in quella direzione.
«Famigliarità coi giovani specialmente in ricreazione. Senza familiarità non si dimostra l'amore e senza questa dimostrazione non vi può essere confidenza. Chi vuole essere amato bisogna che faccia vedere che ama […] Chi sa di essere amato ama e chi è amato ottiene tutto specialmente dai giovani. Questa confidenza mette una corrente elettrica fra i giovani ed i Superiori. I cuori si aprono e fanno conoscere i loro bisogni e palesano i loro difetti. Questo amore fa sopportare ai Superiori le fatiche, le noie, le ingratitudini, i disturbi, le mancanze, le negligenze dei giovanetti […] Allora non si vedrà più chi lavorerà per fine di vanagloria; chi punirà solamente per vendicare l'amor proprio offeso; chi si ritirerà dal campo della sorveglianza per gelosia di una temuta preponderanza altrui; chi mormorerà degli altri volendo essere amato e stimato dai giovani, esclusi tutti gli altri Superiori, guadagnando null'altro che disprezzo ed ipocrite moine; […] Perché si vuole sostituire all'amore la freddezza di un regolamento? Perché i Superiori si allontanano dall'osservanza di quelle regole di educazione che D. Bosco ha loro dettate? Perché al sistema di prevenire colla vigilanza e amorosamente i disordini, si va sostituendo a poco a poco il sistema meno pesante e più spiccio per chi comanda di bandir leggi che se si sostengono coi castighi accendono odii e fruttano dispiaceri; se si trascura di farle osservare fruttano disprezzo per i superiori e cagione sono di disordini gravissimi? E ciò accade necessariamente se manca la familiarità. Se adunque si vuole che l'oratorio ritorni all'antica felicità si rimetta in vigore l'antico sistema: che il Superiore sia tutto a tutti, pronto ad ascoltare sempre ogni dubbio, o lamentanza dei giovani, tutto occhio per sorvegliare paternamente la loro condotta, tutto cuore per cercare il bene spirituale e temporale di coloro che la Provvidenza gli ha affidati».
Tale famigliarità tende a costruire un ambiente di comunanza di vita e di interessi, di spontaneità, allegria, lontano da forme deteriori di collegialismo e invece sempre più vicino ad una “vera” famiglia, nella quale i figli trovano risposta ai bisogni fondamentali in ordine allo sviluppo della loro personalità: bisogni di sicurezza, di fiducia, di socializzazione attiva, di stabilità ed equilibrio, di iniziativa ed autonomia, di identificazione con modelli. Come in ogni famiglia, accanto a determinate regole, costumi e tradizioni, si pone in essere un accentuato grado di umanità, di gioia di condividere gusti ed esperienze, di fiducia, di tolleranza di ciò che è passeggero, occasionale. In famiglia si perdona silenziosamente quello che è involontario, frutto di spontaneità e di immaturità. Il che consente a ciascuno di essere se stesso, di essere corretto e di correggere senza eccessivi problemi, grazie proprio a quell’atmosfera fatta di semplicità, di disinvoltura, di pazienza, di volontà di mai umiliare e scoraggiare, che si può definire “spirito di famiglia”. Non per nulla Don Bosco volle che le opere salesiane si chiamassero “case”.
Nel contesto preventivo la famigliarità dell’educatore però, ben lungi dal muoversi in un orizzonte paternalistica che concede dall’alto, da lontano, dall’esterno la sua benevolenza, è quella di una persona che condivide e si mette sullo stesso piano, senza distanze ed etichette, che decide di assumere l’iniziativa dell’approccio, di fare cioè il primo passo per “farsi prossimo”. È quanto mai significativo che Don Bosco, per non compromettere il suo splendido rapporto con i giovani aumentando la sua “distanza” da loro, rifiuti la nomina a monsignore propostagli dal papa Pio IX: «Santità! Che bella figura io farei, quando fossi Monsignore, in mezzo a’ miei ragazzi! I miei figli non saprebbero più riconoscermi ed avere in me tutta la loro confidenza se dovessero darmi il titolo di Monsignore! Non oserebbero più avvicinarmi e tirarmi ora da una parte ed ora dall’altra come fanno adesso» (MB V 884).

I due correttivi

La ragione e la religione, vale a dire i due altri elementi necessariamente correlati del trinomio, costituiscono il correttivo, naturale l’uno e soprannaturale l’altro, dell’amorevolezza da ogni possibile caduta sentimentale o affetto morboso. È qui inutile citare la mole dei consigli, più che dei precetti, di Don Bosco sul pericolo di «ogni sorta di affezioni e amicizie particolari con gli allievi» e sui modi per evitarle quasi fosse «la peste» (Trattatello). È forse più utile ribadire che nel sistema preventivo, ragione e religione sostanziano l’amorevolezza.
La prima, la ragione, significa anzitutto sostegno ragionevole allo sviluppo della personalità del ragazzo, guida della sua vita morale attraverso la chiarezza delle idee e non mediante la suggestione o la pressione emotiva. Dunque costituisce un elemento essenziale in grado di intervenire su forme ambigue di amorevolezza, di renderla autentica, perché non rimanga un puro e semplice slancio affettivo e istintivo.
La seconda, la religione, è il fondamento dell’amorevolezza, la motiva, la sorregge, la purifica, la rende autentica, la preserva dai rischi sempre incombenti, offrendo mezzi particolarmente efficaci per un successo educativo in profondità.

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Allorché Don Bosco nel suo Trattatello affermava che il suo sistema educativo si appoggiava tutto sopra la ragione, la religione e l’amorevolezza, l’esercizio della ragione aveva il suo momento di gloria mediante la sua applicazione alla storia e al progresso, mentre la religione, per motivi vari, sembrava a molti avviarsi sulla via del tramonto, e l’amorevolezza non era proprio la più diffusa modalità di intervento educativo in famiglia, a scuola, nella società in genere.
Paradossalmente in Don Bosco la ragione è l’elemento del trinomio meno sviluppato e approfondito. È dunque ovvio che oggi sono da recuperare nella pienezza delle loro funzioni teoretiche e pratiche proprio gli elementi di ragione, in piena sintonia, fra l’altro, con la moderna coscienza dell’autonomia dei valori umani che Don Bosco non poteva percepire, con il necessario ampliamento dell’ambito di libertà e di autonomia dei giovani, dando diritto di cittadinanza a nuove forme di attivismo e autogestione. In tale azione di recupero della ragione andrà superato l’attuale diffuso senso di diffidenza e di distacco prodotto da un certo razionalismo scientifico a seguito dei tragici avvenimenti del secolo XX, così come si dovrà lottare contro il processo di svalutazione, da parte di una certa riflessione filosofica, delle componenti forti della ragione a favore di aspetti “deboli”, frammentari, provvisori. C’è infatti chi parla apertamente di crisi, di eclisse della ragione e chi sostiene che le ragioni del cuore debbano prevalere sulla ragioni della mente, per cui si tende ad appoggiarsi su aspetti irrazionali, astorici, esoterici, inconsci dell’esistenza. Il sistema preventivo ricorda invece che la ragione sta all’inizio e all’interno del processo educativo, una ragione da coltivare, valorizzare, tenere unita all’amorevolezza e alla religione.
Questa a sua volta, fondata come è nel sistema preventivo di Don Bosco su basi teologiche piuttosto fragili ed espressa in forme eccessivamente devozionalistiche e in un linguaggio certamente desueto, necessita a sua volta di motivazioni teologiche più profonde, di una diversa comprensione per lo meno dei concetti fondamentali (salvezza dell’anima, sacramenti, timor di Dio, autonomia delle realtà e finalità temporali …), di un aggiornamento dello stesso lessico, di ampliamento di orizzonti e prospettive. Si pensi a questo riguardo alla totale assenza nel sistema preventivo di Don Bosco - nonostante il forte moralismo che lo caratterizza e la messa al centro dei compiti educativi della gestione dell’identità sessuale nell’età critica che caratterizza l’ottocento - dell’educazione all’affettività e alla sessualità (e alla coeducazione, all’epoca impensabile), soggetti oggi imprescindibili in qualunque forma di educazione. Analogamente si dica delle crisi esistenziali, delle insofferenze e disaffezioni religiose, dei dubbi di fede, comunemente diffusi oggi fra la maggior parte di giovani, per i quali le strategie suggerite da Don Bosco (fuga dalle occasioni e ricorso alla preghiera e ai sacramenti) non sembrano risposte sufficienti e risolutive.
Si impone dunque anche una teologia dell’educazione, che accogliendo i valori “storici” del sistema preventivo, ma tenendo conto di un mondo ormai secolarizzato o comunque scarsamente cristiano, sappia tracciare i parametri fondamentali di un itinerario di crescita e maturazione umano-cristiana a livello personale e di gruppo giovanile, sappia proporre ragionevolmente le strade di una preevangelizzazione per sfociare poi nella evangelizzazione vera e propria, nella catechesi, nella pastorale, nella guida ad un’intensa vita di grazia e alla santità.
L’amorevolezza, come tipica atmosfera umana propria del sistema preventivo di Don Bosco, giocherà sempre il suo ruolo di sintonizzatore delle relazioni interpersonali di educatori/educandi mediante la creazione di un particolare feeling direttamente tra loro e di una piattaforma comunicativa comune, in cui tutti interagiscono sulla base di valori condivisi.