Educazione: una sfida

Francesco Motto

«Quando mi sono dato a questa parte di sacro ministero intesi di consacrare ogni mia fatica alla maggior gloria di Dio ed a vantaggio delle anime, intesi di adoperarmi per fare buoni cittadini in questa terra, perché fossero poi un giorno degni abitatori del cielo» (Don Bosco educatore…, pp. 111).


CAPITOLO II
EDUCAZIONE: UNA SFIDA

Si quid agas, prudenter agas, et respice finem, recita un classico adagio latino. Don Bosco ebbe ben chiara davanti a sé la finalità del suo agire. L’«Educazione è la grande arte di formare uomini», scrive Don Giulio Barberis, un suo “figlio” spirituale cresciuto e vissuto per decenni accanto a lui. «La pedagogia è l’arte, forse la scienza, che ha per scopo l’educazione dell’uomo», gli fa eco un altro suo “figlio”, Don Francesco Cerruti. Molti secoli prima Diogene con una lanterna accesa in pieno giorno si aggirava fra la gente stupita e a coloro che gli chiedevano che cosa cercasse, rispondeva: “cerco l’uomo”. Era infatti convinto di vivere in mezzo a uomini contraffatti e travestiti di umanità, non a “uomini veri”. In tempi più vicini nella Lettera a una professoressa della Scuola di Barbiana (1968) si leggeva: «Cercasi un fine. Bisogna che sia onesto. Grande. Che non presupponga nel ragazzo altro che d’essere uomo […] Il priore [Don Milani] me lo ha imposto fin da quando avevo 11 anni e ne ringrazio Dio. Ho risparmiato tanto tempo. Ho saputo minuto per minuto perché studiavo».

L’opzione fondamentale di Don Bosco: fare educazione

Nel 1844 il ventinovenne zelante sacerdote don Giovanni Bosco deve scegliere come realizzare la sua missione pastorale tra un ventaglio di possibilità, tutte ugualmente valide. Nel breve volgere di pochi mesi, fa la sua opzione: essere educatore ed educatore della gioventù.
Lo guida l’aspirazione della salvezza nella Chiesa cattolica, appresa da lui in famiglia, nella comunità cristiana del borgo nativo e approfondita sui banchi del seminario di Chieri e del Convitto ecclesiastico di Torino. Lo stimola nel medesimo tempo l’impatto realistico, spesso drammatico e perfino tragico, con la situazione giovanile torinese. Lo sostiene la nativa sensibilità potenziata e coltivata dalla formazione. Idee, progetti, aspirazioni, esperienze pregresse vengono rafforzate e compenetrate da messaggi “dall’alto” tra l’onirico e il reale (i famosi sogni) che specificando meglio la sua vocazione sacerdotale lo orienta decisamente verso i giovani sbandati. «La mia propensione - scrive nelle Memorie dell’Oratorio - al momento di scegliere un impiego sacerdotale - è di occuparmi della gioventù […] In questo momento mi pare di trovarmi in mezzo ad una moltitudine di fanciulli che mi dimandano aiuto».
In un periodo storico di rivolgimenti sociali e di focolai di contestazione politica che da una parte trovano la loro leadeship nelle classi borghesi emergenti, e dall’altra ottengono crescenti consensi anche tra gli strati popolari, Don Bosco non si assenta dalla pubblica arena, vuole pure lui fare la sua parte, come tanti politici, pensatori, educatori, sacerdoti, operatori sociali, “rivoluzionari” veri o presunti di diversissima sensibilità culturale, religiosa e sociale. E lo intende fare a vantaggio della chiesa e della società civile - contro le forze che mirano alla loro disgregazione - attraverso l’educazione della gioventù povera e dei ceti popolari urbani e rurali. Nella sua concezione agire sull’individuo, specie se giovane, è già cambiare la società di oggi e soprattutto quella di domani. «Lavorate intorno alla buona educazione della gioventù, di quella specialmente più povera ed abbandonata, che è in maggior numero - osserva - e voi riuscirete agevolmente a dare gloria a Dio, a procurare il bene della Religione, a salvare molte anime e cooperare efficacemente alla riforma, al benessere della civile società; imperocché la ragione, la Religione, la storia, l’esperienza dimostrano che la società religiosa e civile sarà buona o cattiva, secondo che buona o cattiva è la gioventù» (BS a. VII, 1883, n. 7, p. 104).
Don Bosco parte da una posizione tendenzialmente conservatrice; non è dunque fautore di alcun orientamento direttamente volto a modificare l’assetto sociale dell’epoca; in lui è invece esplicita la libera scelta di spendere la vita accanto ai diseredati del popolo, per dare il suo contributo per un futuro migliore a quell’Italia del secondo ottocento che spesso la retorica del Risorgimento passa sotto silenzio: quello della povertà, dell’analfabetismo, dell’abbandono e dello sfruttamento dei minori. Se in lui si trova pure qualche aspirazione a trasformare l’ordine sociale è solo quella che nasce dal vivissimo desiderio di aiutare i giovani “poveri e abbandonati” in carne ed ossa che egli incontra, i quali, in una convivenza civile caratterizzata da un arduo trapasso politico, economico e culturale, devono trovare una loro strada da percorrere con onestà grazie alla formazione umana e cristiana loro riservata.
Questa è la sua “politica” per un futuro nuovo, una politica che tende a liberare le coscienze dagli idola tribus che possono far velo al bene autentico ed integrale dell’uomo. Della sua convinzione - come s’è detto - non elabora una teoria completa e organizzata, ma la traduce in una pratica progressiva, sempre più sviluppata nel tempo e sul territorio, e tale da attirare e mobilitare attorno a sé una schiera numerosissima di collaboratori, cooperatori e benefattori.
E siccome l’educazione, come ogni pratica sociale, universale e necessaria, è ineluttabilmente ordinata ad ottenere dei fini, Don Bosco, sacerdote, non ha dubbi: i suoi punti di riferimento espliciti, precisi, indiscutibili, sono le convinzioni di fede e i valori evangelici; il suo “progetto uomo” è semplicemente quello del suo catechismo, che ritiene maturo e riuscito solo chi giunge a «conoscere [Dio], amarlo, servirlo in questa vita e per questo mezzo andarlo a godere per sempre nella celeste patria».
Don Bosco, che pure si forma e vive in epoca di forte giansenismo, ne rifiuta la concezione pessimista dell’uomo, secondo la quale questi nasce con forti inclinazioni al male che vanno “contenute” con una disciplina, severa e intransigente, onde in qualche modo arginare la naturale tendenza negativa ed evitare che le inclinazioni si manifestino in forme eccessive. Tale rifiuto non lo induce però ad accettare la concezione opposta, ottimista ad oltranza, ispirata a Rousseau, che afferma che l’uomo nasce naturalmente sano e buono, che è la società a rovinarlo, per cui l’educazione è semplice rispetto del processo di sviluppo del ragazzo, è lasciare che il ragazzo cerchi la sua strada in tutte le direzioni, senza avanzargli proposta alcuna.
Sulla base dell’intelligenza umana - ragione filosofica - Don Bosco riconosce che l’uomo è sostanzialmente “sano”; alla luce della fede - ragione teologica – riconosce però che l’uomo porta in sé, per effetto del peccato originale, stimoli esterni ed interni verso comportamenti negativi. Dunque un ottimismo antropologico il suo, entro il quadro della concezione cattolica del peccato originale e delle sue conseguenze, confermata però dalla convivenza quotidiana con i giovani: ignoranza del fine, difficoltà di raggiungerlo, inclinazione al male e al peccato, tentazioni diaboliche, pericoli delle cattive compagnie: uno sconfinato mondo affidato alle risorse della libera volontà e alla potenza della Grazia. Un ottimismo certo, carico però di realismo, per cui sul piano educativo la fiducia che si dà è misurata, circospetta, nella consapevolezza che il ragazzo è sempre bisognoso di aiuto nel cammino precario verso l’età adulta.
Una volta scelta l’educazione preventiva - nel duplice versante che abbiamo illustrato - come il modo più corretto di far educazione nell’interesse della società e congiuntamente della chiesa , Don Bosco si pone due precisi obiettivi. Il primo è di ordine rigorosamente spirituale: insegnare la verità, le verità eterne in materia di fede e di morale per aiutare il giovane a “salvarsi l’anima” e ad accedere alla santità. Il secondo invece è di ordine squisitamente civile: fornirlo di quella formazione umana e di quella qualifica professionale, che autorizzi il suo ingresso in società. Detto in altri termini, scopo della “sua” educazione è “formare un uomo” che sia nello stesso tempo “buon cristiano e onesto cittadino”.

Un ideale a lungo coltivato

Tale notissima e a volte abusata o male intesa formulazione del pensiero educativo di Don Bosco educatore non risale ai primi tempi della sua opera. Indica però un ideale indiscutibilmente presente fin dalla prima ora. Ecco quanto scriveva nel marzo 1846 ad una delle massime autorità cittadine di Torino, il marchese Michele Benso di Cavour, Vicario e sovraintendente generale di politica e della polizia: «Lo scopo di questo Catechismo si è di raccogliere nei giorni festivi quei giovani che abbandonati a se stessi non intervengono ad alcuna chiesa per l’istruzione, il che si fa prendendoli alle buone con parole, promesse, regali e simili. L’insegnamento si riduce a questo: 1. Amore al lavoro. 2° Frequenza dei Santi Sacramenti. 3° Rispetto ad ogni autorità. 4° Fuga dai cattivi compagni. Questi principi che noi ci studiamo d’insinuare destramente nel cuore dei giovani hanno prodotto effetti meravigliosi» (Em 21).
In tempi movimentati per la società e che si annunciano movimentatissimi anche per la chiesa, Don Bosco si dimostra dunque un “buon sacerdote” interessato a che i giovani vivano nell’ubbidienza alla legge di Dio e della chiesa e, nello stesso tempo, un “onesto cittadino” piemontese della restaurazione, con un forte culto per l’ordine stabilito e un sereno rapporto di fiducia con le autorità costituite.
Ma il desiderio di operare a favore di quella fascia di società, che rischia di pagare più caro il prezzo delle profonde trasformazioni sociali e culturali in atto, acquista per lui un’urgenza e un’importanza tutta particolare. Il suo programma educativo, fondato su saldi principi religiosi e su una rapidissima analisi della condizione giovanile, è già definito nell’”Introduzione al Piano di regolamento” dei primi anni cinquanta: «Ut filios Dei, qui erant dispersi, congregaret in unum. Joan. c. 11, v. 52. Le parole del Santo Vangelo che ci fanno conoscere essere il divin Salvatore venuto dal cielo in terra per radunare insieme tutti i figliuoli di Dio, dispersi nelle varie parti della terra, parmi che si possa letteralmente applicare alla gioventù de’ nostri giorni. Questa porzione la più dilicata e la più preziosa dell’umana Società, su cui si fondano le speranze di un felice avvenire, non è per se stessa di indole perversa. Tolta la trascuratezza dei genitori, l’ozio, lo scontro de’ cattivi compagni, cui vanno specialmente soggetti ne’ giorni festivi, riesce facilissima cosa l’insinuare ne’ teneri loro cuori i principii di ordine, di buon costume, di rispetto, di religione; perché se accade talvolta che già siano guasti in quella età, il sono piuttosto per inconsideratezza, che non per malizia consumata. Questi giovani hanno veramente bisogno di una mano benefica, che si prenda cura di loro, li volti, li guidi alla virtù, li allontani dal vizio. La difficoltà sta nel trovar modo di radunarli, loro poter parlare, moralizzarli. Questa fu la missione del figliuolo di Dio; questo può solamente fare la santa sua religione […] Fra i mezzi atti a diffondere lo spirito di religione ne’ cuori inculti ed abbandonati, si reputano gli Oratori. Sono questi oratori certe radunanze in cui si trattiene la gioventù in piacevole ed onesta ricreazione, dopo di aver assistito alle sacre funzioni di chiesa» (Don Bosco educatore…, pp. 108-111).
Da allora il programma, diventato progetto operativo, ritornerà ripetutamente e insistentemente in decine di scritti e di discorsi, sia pure con molte varianti e in formule più contratte che i giovani potessero capire ed assumere: le famose SSS, salute, sapienza, santità; sanità e santità; sapienza e scienza; prevedere e provvedere; allegria, studio e pietà, ecc.
Don Bosco nel Trattatello definirà tale integrità educativa come “educazione civile, morale, scientifica”. In altri termini si tratta di formare una persona che sia capace di comporre in unità tutti gli elementi dell’essere umano: la corporeità, l’affettività, lo psichismo, l’intelletto, la dimensione soprannaturale, lo spirito libero, creativo, fedele al suo essere profondo, oltre l’esteriorità, le convenzioni, il capriccio della sorte.

“Buon cristiano”

L‘educazione è efficace nella misura della grandezza del fine che persegue. Ora per Don Bosco lo scopo dell’educazione è alto, altissimo, si potrebbe dire: l’incontro con Dio. Se nella sua teologia lo scopo ultimo della vita umana è quello di “salvarsi l’anima”, il fine supremo della sua opera educativa, il centro di tutte le molteplici sue realizzazioni, oltre che la condizione assoluta di ogni educazione autentica, a cui tutto il resto si subordina, non può che essere “la maggior gloria di Dio e la salvezza delle anime”.
Il da mihi animas non è dunque in Don Bosco semplicemente una preghiera o una giaculatoria; indica invece l’asse portante attorno a cui ruota il suo progetto educativo: il primato di Dio, l’assoluto di Dio. Sommerso in un cumulo di affari e di attività, Don Bosco non lo perse mai di vista. Alla base della sua vita operavano potenti dinamismi delle virtù teologali che ne dettavano le regole. Lo ebbe a riconoscere già negli anni cinquanta il santo amico, don Giuseppe Cafasso,: «Se non fossi certo che egli lavora per la gloria di Dio, che Dio solo lo guida, che Dio solo è lo scopo di tutti gli sforzi suoi, lo direi un uomo pericoloso più per quello che lascia intravedere, che per quello che manifesta» (BS francese, sett. 1888). Secondo i nostri conteggi, per altro ancora parziali, il nome di Dio ritorna un numero impressionante e sempre crescente nei vari volumi del suo epistolario, un epistolario, si badi bene, tutto concretezza, ordinaria amministrazione, problemi scolastici e di fondazioni, continua ricerca di sussidi economici, affari materiali di ogni genere.
In epoca di avanzante laicizzazione della vita pubblica Don Bosco critica il laicismo aggressivo di certi ambienti e deplora il rifiuto della trascendenza che vede diffondersi nell’opinione pubblica e prevalere nei collegi pubblici. Dalla S. Scrittura ha appreso che la verità rende liberi, non la mancanza di verità. Anche il ragazzo in età evolutiva è persona umana e come tale soggetto naturalmente disponibile per il bene. L’itinerario pedagogico che propone, il suo sistema preventivo dunque può essere completamente accolto e compreso soltanto nella piena adesione ai contenuti religiosi di cui fu portatore dal primo Valdocco degli anni quaranta alle altre fondazioni in Italia, Francia, Spagna ed America Latina degli anni settanta e ottanta.
Ma come raggiungere tale risultato? Per Don Bosco l’arca di salvezza, unica depositaria di adeguati strumenti di grazia e santità, è la chiesa di Cristo; è solo nel seno della chiesa cattolica e sottomessi a Dio che si può vivere da “buoni cristiani”, cioè vivere una vita alla Sua presenza, con una condotta moralmente irreprensibile, consapevoli che il bene sarà compensato e il male punito; una vita di progresso nelle virtù (pietà, fedeltà ai doveri del proprio stato, ubbidienza ai legittimi superiori, mortificazione, carità fraterna, bene a tutti, male a nessuno…), che poi si sarebbe felicemente conclusa con una morte virtuosa, davanti alla quale l’avere, il potere e le cose terrene sarebbero divenute prive di significato.
Tale proposta religiosa di Don Bosco, cui non manca, come è ovvio, il discorso sulla verità di Cristo, sull’intimità con Lui e con la Madonna, sui sacramenti, sui santi quali modelli e ideali di vita cristiana, ha tutta l’intensità e la vastità di una vera iniziazione cristiana, in tempi in cui molti giovani ormai sfuggivano all’opera formativa tradizionale della famiglia e della parrocchia e dell’ambiente cristiano, che stavano perdendo molto della loro efficacia per la socializzazione religiosa.
Ne “La Chiave del Paradiso”, un volumetto del 1848, composto sulla falsariga di una fonte preesistente, Don Bosco traccia quasi un completo identikit del cristiano che intendeva formare. Con perfetta disinvoltura lo vede conformato letteralmente al comportamento del Cristo del Vangelo. «Il modello che ogni Cristiano deve copiare è Gesù Cristo. Niuno può vantarsi di appartenere a G. C. se non si adopera per imitarlo. Perciò nella vita e nelle azioni di un Cristiano devonsi trovare la vita e le azioni di Gesù medesimo. Il Cristiano deve pregare, siccome pregò G. C. sopra la montagna con raccoglimento, con umiltà, con confidenza. Il Cristiano deve essere accessibile, come lo era Gesù Cristo, ai poveri, agli ignoranti, ai fanciulli [...] Egli si fa tutto a tutti per guadagnare tutti a Gesù Cristo. Il Cristiano deve trattare col suo prossimo, siccome trattava Gesù Cristo co' suoi seguaci: perciò i suoi trattenimenti devono essere edificanti, caritatevoli, pieni di gravità, di dolcezza, di semplicità. Il Cristiano deve essere umile, siccome fu Gesù Cristo [...] Il vero Cristiano si considera come il minore degli altri e come servo di tutti. Il Cristiano deve ubbidire come ubbidì Gesù Cristo [...] Il vero Cristiano obbedisce a’ suoi genitori, a’ suoi padroni, a’ suoi superiori [...] Il vero Cristiano nel mangiare e nel bere deve essere come Gesù Cristo, alle nozze di Cana di Galilea e di Betania [...] Il buon Cristiano poi deve essere coi suoi amici, siccome era G. C. con S. Giovanni e S. Lazzaro [...] Il vero cristiano deve soffrire con rassegnazione le privazioni e la povertà come le soffrì Gesù Cristo [...] Egli sa tollerare le contraddizioni e le calunnie [...] Egli sa tollerare gli affronti e gli oltraggi siccome fece G. C. [...] Il vero Cristiano deve essere pronto a tollerare le pene di spirito [...] Il buon Cristiano deve essere disposto ad accogliere con pazienza ogni persecuzione, ogni malattia ed anche la morte, siccome fece Gesù Cristo [...] Di maniera che il vero Cristiano deve dire coll'apostolo S. Paolo: Non sono io che vivo, ma è Gesù Cristo che vive in me. Chi seguirà G. C. secondo il modello quivi descritto, egli è certo di essere un giorno glorificato con Gesù Cristo in Cielo, e regnare con lui in eterno» (OE VIII 20-23).
Nei decenni successivi non avrebbe mutato di molto la sua concezione di “cristiano”.

“Onesto cittadino”

Il “buon cristiano” non è però un estraneo alla società civile; ne è invece membro alla pari di tutti gli altri e, come tutti gli altri, deve operare a vantaggio della medesima, senza essere né di danno né di peso.
Don Bosco, che all’inizio della sua missione sacerdotale aveva visitato e operato sporadicamente come cappellano nelle carceri e che per i carcerati si era impegnato sia in casa sua che in città, proprio dall’incontro con loro prende una decisa risoluzione: impedire che giungano a tale esito rovinoso giovani vite, fare del ragazzo un cittadino che sia la «consolazione della famiglia e l’onore della patria». «La [sua] reazione ai tempi in cui visse non è quella di una sterile Cassandra, ma di un giovane profeta pieno di iniziativa, di fantasia, e di capacità organizzativa che al male intende reagire col bene, all’abbandono con l’accoglienza, al disprezzo con l’amore, alla povertà fisica e materiale con la seria preparazione a “guadagnarsi da vivere” col proprio lavoro, ma per una vita degna di questo nome, non priva di tutte quelle ricchezze che una solida educazione umana e cristiana è in grado di offrire» (A. Alberich - U. Gianetto).
Fu un atteggiamento costante per tutta la vita. Nei primi anni sessanta già poteva scriveva: «In ogni anno si è riusciti di collocare più centinaia di giovanetti presso a buoni padroni da cui appresero un mestiere. Molti si restituirono alle loro famiglie da cui erano fuggiti, ed ora si mostrano più docili ed ubbidienti. Non pochi poi furono collocati a servire in oneste famiglie […] Parecchi di essi sono accolti nella musica della guardia nazionale o nella musica militare; altri continuano il mestiere appreso nello stabilimento […] un numero anche ragguardevole si danno all’insegnamento […] Alcuni percorrono carriere civili. Fra gli studenti molti intraprendono la carriera ecclesiastica» (Don Bosco educatore… pp. 149-150). Sul finire della vita tracciava al ministro degli Interni, Francesco Crispi, con giusto orgoglio anche se con l’immancabile amplificazione numerica, un bilancio oltremodo positivo della sua attività di educatore: «Dai registri consta che non meno di cento mila giovanetti assistiti, raccolti, educati con questo sistema impararono chi la musica, chi la scienza letteraria, chi arte o un mestiere, e sono divenuti virtuosi artigiani, commessi di negozi, padroni di bottega, maestri insegnanti, laboriosi impiegati, e non pochi cuoprono onorifici gradi nella milizia. Molti anche forniti di natura e di non ordinario ingegno, poterono percorrere i corsi universitari e si laurearono in lettere, matematiche, medicina, leggi, ingegneri, notai, farmacisti e simili». (Don Bosco educatore…, p. 294).
Fare dei suoi giovani “onesti cittadini” (e “buoni cristiani”) era l’obiettivo che il 28 marzo 1872 indicava alla contessa Girolama Uguccioni, grande sua benefattrice: «Preghi per questi distruggitori di pagnottelle, affinché li possiamo fare tutti buoni cristiani ed onesti cittadini» (Em 1629). Quattro anni dopo nel “Regolamento dei cooperatori salesiani” fissava il medesimo obiettivo per loro che vengono definiti come laici «che prestano l’opera loro per guadagnare anime a Gesù Salvatore, fare del bene alla pericolante gioventù, preparare buoni cristiani alla Chiesa, onesti cittadini alla civile società, e così tutti possono divenire un giorno fortunati abitatori del Cielo» (OE XXVIII 342). Non diverse erano le finalità stabilite nel Regolamento delle case salesiane: «Scopo generale delle case della Congregazione è soccorrere, beneficare il prossimo, specialmente coll’educazione della gioventù, allevandola negli anni più pericolosi, istruendola nelle scienze e nelle arti, ed avviandola alla pratica della Religione e della virtù» (OE XXIX 155).
Pubbliche ed ampie espressioni di tale volontà di concorrere all’innalzamento morale e materiale delle masse giovanili e popolari tramite l’azione educativa Don Bosco le manifestò soprattutto allorquando l’estendersi dell’opera salesiana aveva allargato le prospettive, specialmente nei luoghi di prima evangelizzazione: «Non si sente ogni dì ripetere ai quattro venti: Lavoro, Istruzione, Umanità? Ed ecco che […] i Salesiani aprono in molte città laboratori d’ogni genere, e colonie agricole nelle campagne per addestrare al lavoro giovanetti e fanciulli; fondano collegi maschili e femminili, scuole diurne, serali e festive, oratorii con ricreazioni domenicali per dirozzare le menti giovanili, e arricchirle di utili cognizioni; dischiudono a centinaia e a migliaia di orfani ed abbandonati figliuoli ospizi, orfanotrofi e patronati, recando la luce del Vangelo e della civiltà agli stessi barbari della Patagonia, adoperandosi a fare in guisa, che l’Umanità non sia soltanto una parola, ma una realtà» (BS a. IV, 1880, n. 7 p. 12).
Solo da frange di estremisti Don Bosco poteva esser giudicato antipatriottico, retrogrado e oscurantista, in Italia e all’estero. In risposta ad una certa stampa laica che in Francia aveva attribuito una valenza partitica ad un suo viaggio oltralpe, così formulava il 24 giugno 1883 il suo «credo pedagogico» in occasione di un discorso famigliare ad ex alunni riuniti attorno a lui per gli auguri onomastici: «Lo scopo al quale noi miriamo torna beneviso a tutti gli uomini, non esclusi quei medesimi che in fatto di religione non la sentono come noi. Se vi ha qualcuno che ci osteggia, bisogna dire che non ci conosce oppure non sa quello che si faccia. La civile istruzione, la morale educazione della gioventù abbandonata, o pericolante per sottrarla all’ozio, al malaffare, al disonore, e forse anche alla prigione, ecco a che mira l’opera nostra […] Ultimamente, come sapete, io fui a Parigi, e tenni discorso in varie chiese […] Tra gli uditori ve n’erano di quelli, che vi si recavano unicamente per conoscere le idee politiche di Don Bosco; imperocché taluni supponevano che io fossi andato a Parigi per suscitare la rivoluzione altri per cercare aderenti ad un partito […] No davvero, coll’opera nostra noi non facciamo politica: noi rispettiamo le autorità costituite, osserviamo le leggi da osservarsi, paghiamo le imposte e tiriamo avanti, domandando solo che ci lascino fare del bene alla povera gioventù, e salvare delle anime. Se vuolsi, noi facciamo anche della politica, ma in modo affatto innocuo, anzi vantaggioso ad ogni Governo […] Ora l’Opera dell’Oratorio […] esercitandosi specialmente a sollievo della gioventù più bisognosa, tende a diminuire i discoli e i vagabondi, tende a scemare il numero dei piccoli malfattori e dei ladroncelli; tende a vuotare le prigioni; tende in una parola a formare dei buoni cittadini, che lungo dal recare fastidii alle pubbliche Autorità, saranno loro di appoggio, per mantenere nella società l’ordine, la tranquillità e la pace. Questa è la politica nostra » (BS a. VII, 1883, n. 8, pp. 127- 128).
Quel che è certo è che con altri ecclesiastici e laici del suo secolo non vedeva di buon occhio quel Risorgimento che depredava il papa dei suoi Stati con la forza, praticava una politica anticlericale e talora antireligiosa, e favoriva l’avanzata del secolarismo in tutti i ceti sociali.

L’unificazione degli obiettivi

Fare del giovane un “buon cristiano” come imponeva la sua prospettiva di fede, e un ”onesto cittadino” come l’affermarsi di unità nazionale ormai reclamava: per Don Bosco le due finalità non sono indipendenti o sovrapposte, né solamente giustapposte o meno ancora divergenti; sono invece solidali e articolate. Anzi, come è stato detto, si compongono in una sorta di “unità gerarchica”, secondo cui le finalità spirituali devono però restare prime e le altre subordinate.
Don Bosco intende sia affermata, mantenuta e rispettata la gerarchia dei valori, che pospone il profano al sacro. Rifiuta il pragmatismo di una formazione finalizzata unicamente a secondare le richieste d’una situazione sociopolitica o socioeconomica contingente, e, nel caso, volta a consolidare un’unità nazionale nascente; preferisce un’educazione principalmente ordinata a trasmettere delle verità eterne. Ha certamente anche tratti propri di filantropo, ma è soprattutto sacerdote, fattosi educatore e, se si vuole, “imprenditore sociale” o “imprenditore del sacro” per compiere la sua missione sacerdotale. Il suo sacerdozio, da semplice fatto storico, assurge a necessario criterio ermeneutico del suo metodo educativo.
Ma il carattere decisamente pastorale della sue intenzioni e delle sue azioni - «far passare Iddio nel cuore dei giovani non solo per la porta della Chiesa, ma della scuola o dell’officina» - per adottare l’espressione di un altro dei suoi ‘figli’ migliori, Don Giovanni Bonetti (cf MB VI 815) - non esclude l’adozione di mezzi umani, quali l’elevazione dei giovani attraverso l’istruzione, la qualificazione, le attività educative del tempo libero, che però non facciano mai perdere di vista l’unum necessarium. Il che è tanto più vero quando si ritiene, come Don Bosco, che la vita terrena è l’occasione unica e irrepetibile per conquistarsi il cielo.
Don Bosco è pienamente persuaso che un mestiere o una professione è un sicuro fattore di prevenzione di disagi e di integrazione alla collettività in quanto il giovane “occupato” non solo è meno esposto di un “ozioso” ai rischi di pericolose avventure, ma possiede anche maggior libertà di vivere sub specie aeternitatis di chi è privo di qualunque sicurezza per la vita di ogni giorno.
L’ideale educativo donboschiano, per dirla con Pietro Braido, sta nella non facile conciliazione fra il “credente della tradizione” e il “cittadino dell’ordine nuovo”, con cui intende ricomporre a livello di concretezza personale la frattura apertasi tra chiesa e società, dal momento che il suo “buon cristiano” deve essere “onesto cittadino” e che questi non può essere tale, nella sua concezione tendenzialmente integralista, se non è “buon cristiano”. Detto in altri termini: bisogna essere “onesti cittadini” per essere “buoni cristiani”; reciprocamente, solo il cristiano ha acquisito le virtù più adeguate che lo dispongono a servire meglio il bene comune.
In tempi in cui l’educazione rischiava di paralizzarsi su prospettive prive di orizzonti cristiani, in tempi in cui la pastorale molto spesso non era sufficientemente sostenuta da istanze pedagogiche, emergeva nell’ambito ecclesiale il problema di conciliare pedagogia e pastorale, non solo condividendo con la chiesa l’ansia salvifica per le anime, ma anche individuando percorsi metodologici corretti. Don Bosco individuò una soluzione. Riuscì nell’intento e papa Leone XIII gliene diede atto: «Voi avete la missione di far vedere al mondo che si può essere buon cattolico e nello stesso tempo buono ed onesto cittadino; che si può fare gran bene alla povera e abbandonata gioventù in tutti i tempi senza urtare l’andazzo della politica, ma conservandosi ognora buoni Cattolici» (MB XVII 100).

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L’ottica del sistema preventivo presuppone una concezione unitaria dell’uomo, né angelo, né bestia, né essere senza corpo, né sognatore estatico, né macchina o strumento, ma unità di esigenze spirituali e di funzioni corporee; dunque un uomo orientato verso l’alto, tuttavia, legato al basso; ancorato a Dio e saldamente poggiato sulla terra. «Don Bosco si pone così nella linea dell’“umanesimo cristiano” secondo cui la grazia non sopprime la natura, ma la sana, la perfeziona nelle sue più alte aspirazioni» (Piera Cavaglià). Anima e corpo, individuo e società, cultura e attività fisica, tutto è considerato da questa concezione educativa. In Don Bosco - affermò l’arcivescovo di Torino, card. Gaetano Alimonda - «la religione invigoriva la natura e la carità perfezionava la scienza. Così Don Bosco divinizzò la pedagogia del secolo» (MB XIX 13).
Ma oggi è del tutto evidente che la formula “buon cittadino” e “onesto cristiano” - che pur nelle sue numerose variazioni mantiene necessariamente il nesso, anche quando non è esplicitamente affermato - è da reinterpretare storicamente e politicamente, da rifondare sul piano antropologico e sul piano teologico, da riempire di contenuti attuali.
Quale cittadino? Non certo quello inteso da Don Bosco, figlio di una concezione moralistica dell’impegno socio-politico, vissuto in un tempo in cui non si concepiva una “politica attiva” se non ad opera di una minoranza ricca e privilegiata, di cui difficilmente avrebbero fatto i preadolescenti o gli adolescenti poveri o del ceto medio raccolti nelle sue case. Non certo quello che, nell’analisi e nella valutazione del disagio sociale, tenda, come lui e tanti della sua epoca, a ricercarne le cause unicamente nelle responsabilità morali e religiose dei singoli e non nei condizionamenti e determinismi di indole economica, politica, sociale, giuridica.
Quale cristiano? Non certo quello dalle dimensioni, modalità, spazi di azione all’interno della famiglia, della chiesa, del territorio, delle istituzioni in genere materialmente realizzate dall’educatore di Valdocco, che auspicava e operava per una societas christiana. Un secolo di riflessione teologica e un Concilio Vaticano II sarebbero passati invano.
Ma al di là del fatto che Don Bosco non spiega mai che cosa intende veramente per “onesto cittadino” che compie il suo dovere, ci si può anche legittimamente chiedere fino a che punto la formula stessa sia ancora attuale in un tempo che vedere la scomparsa o quanto meno la drastica riduzione di barriere politiche ed economiche, sociali e religiose? Il concetto illuministico di “dovere di cittadino” non potrebbe, ad esempio, essere reintepretato e ampliato in relazione al moderno concetto di “responsabilità” morale e sociale a livello sopranazionale? E fin dove è ancora accettabile oggi, nel contesto secolarizzato, pluralistico, plurietnico e plurireligioso in cui viviamo, la chiara subordinazione donboschiana del polo temporale a quello trascendente, il suo forte sbilanciamento in favore dei valori individuali rispetto a quelli sociali, degli elementi religiosi rispetto a quelli terreni? Una rinnovata antropologia filosofica dovrebbe poter individuare, tra i valori della tradizione, quali siano da sottolineare nella società postmoderna e quelli invece nuovi da proporre; una rinnovata riflessione teologica dovrebbe precisare i rapporti fra fede e politica, fra politica e società civile e dunque fra educazione e politica, educazione e impegno sociale.