Don Bosco:

un sistema educativo

in azione

Francesco Motto


«L’istituto di Valdocco. È un incanto. Lì vivono oltre mille persone e crescono al lavoro, alla famiglia, a se stessi […] Quaggiù un’officina di fabbri ferrai, laggiù un’altra di falegnami. Più in qua una compiutissima e stupenda tipografia; più in là una fonderia di caratteri. A dritta una libreria ricchissima e bene scelta; a mancina un laboratorio per calzolai, uno per sarti, uno pei legatori di libri. Da per tutto è un silenzio, direi così, lieto e fidente; da per tutto un ordine mirabile e, direi così, spontaneo, poiché lì c’è più il sentimento che la forza del dovere e della disciplina. E, quel che è tutto in così fatti istituti, da per tutto ed in tutti una serena aria di pace, di benessere, di salute che consola e allegra (“La Stella d’Italia” – periodico liberale - 1885, ed. in MB XVII 513).

CAPITOLO I
DON BOSCO: UN SISTEMA EDUCATIVO IN AZIONE

In Don Bosco il talento innato per avvicinare i giovani e guadagnare la loro fiducia, il ministero sacerdotale che gli diede a conoscere in profondità il cuore umano e l’efficacia della grazia nello sviluppo morale del ragazzo, la geniale capacità pratica di realizzare le intuizioni in forme semplici, la lunga e diuturna permanenza tra i giovani che gli consentì di portare le ispirazioni iniziali al pieno sviluppo hanno fatto sì che il sistema preventivo in azione sia la sua stessa vita. «Se voi volete vedere ammirabilmente messa in pratica la pedagogia, andate all’Oratorio di S. Francesco di Sales e osservate ciò che fa Don Bosco», ripeteva ai suoi allievi il professore universitario G. A. Rayneri (MB III 27).
Dunque si è di fronte, prima che a insegnamenti teorici, ad una prassi. Il che pone il problema di dover necessariamente tener presente non solo la mole degli scritti del santo – tutti o quasi ispirati a preoccupazioni educative (e non solo i testi ormai ‘classici’ dei Ricordi Confidenziali ai direttori, Dialoghi col maestro Bodrato e col ministro Rattazzi, Il sistema preventivo, Regolamenti dell’Oratorio festivo e delle case salesiane, Lettera da Roma) – ma anche complessivamente la sua figura, la medologia del suo educare, le istituzioni e iniziative benefiche, assistenziali e sociali che da lui ebbero avvio, tutte da collocare nel contesto sociale, politico, teologico ed educativo dell’epoca..

Il profilo biografico

Don Bosco nacque il 16 agosto 1815 ai Becchi, comune di Castelnuovo d’Asti (oggi Castelnuovo Don Bosco), una borgata del regno di Sardegna, ad una trentina di chilometri dalla capitale Torino, allorquando il Congresso di Vienna chiudeva la bufera rivoluzionaria, che per oltre un ventennio aveva percorso l’Europa. Di famiglia povera, orfano di padre a due anni, poté studiare solo a prezzo di grandi sacrifici personali, in parte presso sacerdoti amici e in parte alla scuola comunale del paese. Sul finire del 1831 frequentò la scuola pubblica di grammatica, umanità e retorica di Chieri. Nella stessa cittadina a 20 anni entrò in seminario, dove seguì il corso filosofico e teologico preparandosi al sacerdozio, che ricevette a Torino il 5 giugno 1841. Nel novembre dello stesso anno fu accolto nel Convitto Ecclesiastico a Torino per seguire un corso di specializzazione teologico-pastorale sotto la guida del compaesano don Giuseppe Cafasso, che lo coinvolse contemporaneamente nella catechesi a ragazzi della città, soprattutto immigrati e carcerati. Nell’ottobre 1844 venne nominato cappellano in una delle istituzioni della marchesa Giulia di Ba-rolo.
Dal maggio 1845 diede avvio all’attività educativa in proprio con un oratorio festivo “volante”. Fu l’inizio dell’ “Oratorio di S. Francesco di Sales”, che nell’aprile 1846 trovò la sistemazione definitiva nella casa Pinardi, in regione Torino-Valdocco, dove in novembre venne ad abitare con la madre dando inizio a scuole serali con l'insegnamento prima della lettura e scrittura e poi del disegno e dell'aritmetica. L’anno successivo nella stessa casa eresse anche un ospizio, mentre a Porta Nuova apriva l'oratorio di S. Luigi, cui sarebbe seguito (1849) quello dell’Angelo Custode in zona Vanchiglia.
Dopo varie e fortunate pubblicazioni popolari di indole storico-spirituale, nell’ottobre 1848 procedette alla pubblicazione de L'Amico della gioventù, giornale religioso, morale e politico, che ebbe però vita breve. Il 31 marzo 1852 ricevette dall’arcivescovo mons. Luigi Fransoni la nomina a “direttore e capo spirituale” dell'oratorio di S. Francesco di Sales, a cui dovevano essere “uniti e dipendenti” gli oratori di S. Luigi e dell'Angelo Custode.
Nel 1853 avviò la fortunatissima pubblicazione mensile delle Letture Cattoliche, molti anni prima che attuasse il progetto di una Biblioteca degli scrittori latini (1866) e di una Biblioteca della gioventù italiana (1869). Lo stesso 1853 anno aprì in Valdocco un modesto laboratorio interno per calzolai. Fu il primo di vari altri: legatoria (1854), falegnameria e sartoria (1856), tipografia e fabbro ferraio (1862). Contemporaneamente istituì la terza classe ginnasiale (1855), la prima e seconda (1856) e l’intero corso (1859). Intanto se per i giovani nel 1847 aveva dato inizio alla Compagnia di S. Luigi, nel 1856 sorse quella dell’Immacolata seguita immediatamente da quella del SS. Sacramento e del Piccolo clero, e successivamente (1859) da quella di S. Giuseppe. Ma già nel 1850 aveva fondato all’interno dell’Oratorio la Società degli operai o di mutuo soccorso, e la Conferenza giovanile di S. Vincenzo de’ Paoli.
Quanto ai collaboratori, nel 1854 aveva proposto a due chierici (tra cui Michele Rua, il suo primo successore) e a due giovani (tra cui Giovanni Cagliero, futuro cardinale) di sperimentare una forma associativa apostolica, germe della futura società salesiana, il cui primo abbozzo di costituzioni incontrò nel 1858 il favore di papa Pio IX. Nel dicembre 1859 ebbe luogo l’iscrizione di soci come associazione religiosa privata e l’anno dopo la nuova società accolse i primi due salesiani laici (“coadiutori”). Tutti fecero la loro prima professione di voti religiosi il 14 maggio 1862.
L’anno successivo Don Bosco inaugurò il suo primo istituto fuori Torino, a Mirabello Monferrato, affidato a don Rua, cui per l'occasione offrì la prima redazione dei Ricordi confidenziali. Nel 1864 aprì il collegio di Lanzo Torinese; nel 1869 quello di Cherasco e così via: collegio-convitto municipale di Alassio (1870), collegio-convitto municipale di Varazze e la scuola per artigiani a Genova (1871), collegio dei nobili di Torino-Valsalice (1872)…
Intanto nel 1864 la santa sede aveva concesso il Decretum laudis in favore della Società Salesiana e nel 1869 aveva approvata la stessa società, ad un anno di distanza dalla solenne consacrazione della chiesa di Maria Ausiliatrice (1868) e tre anni prima della fondazione dell’istituto religioso femminile con il titolo di Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice (1872).
All’approvazione definitiva delle costituzioni della società salesiana (1874) seguì nel 1875 la rapida diffusione delle opere di Don Bosco in Francia e nel continente sudamericano (Argentina, Uruguay, Brasile, ecc.): oratori festivi e feriali, istituti scolastici e professionali, iniziative per l'assistenza agli emigranti e attività missionarie vere e proprie. Per il loro mantenimento e per sempre nuove fondazioni Don Bosco dovette allora sottoporsi negli anni ottanta a estenuanti viaggi in Italia, Francia e Spagna. Vi si aggiunsero le enormi spese per la costruzione del tempio del S. Cuore in Roma, inaugurato nel maggio 1887. In suo aiuto vennero i benefattori e l'Associazione dei cooperatori e cooperatrici Salesiane (approvata nel 1876), raggiunti e sensibilizzati tramite la pubblicazione del “Bollettino Salesiano” iniziato nel 1877, lo stesso anno della celebrazione del primo Capitolo Generale della società di San Francesco di Sales e della pubblicazione del citato Trattatello sul Sistema preventivo e dei Regolamenti per le case salesiane.
Morì all’alba del 31 gennaio 1888, lasciando alcune centinaia di Salesiani e di Figlie di Maria Ausiliatrice e varie decine di opere educative in Europa e in America Latina.

Prevenzione in senso socio-assistenziale

Se l’educazione di per sé si riferisce principalmente agli aspetti più interiori e personali della crescita giovanile (percezione della propria identità personale e delle proprie effettive potenzialità, capacità di responsabilità morale e civile, competenza decisionale, indispensabile cultura di base e professionale ecc.), ciò presuppone però il soddisfacimento dei fondamentali bisogni vitali dei giovani: vitto, vestito, sicurezza, alloggio, scuola, lavoro.
Ora una «cultura della prevenzione», intesa sia sotto questo profilo socio-assistenziale che sotto quello pedagogico vero e proprio, era diffusa nell’ottocento e fornì a Don Bosco quell’humus culturale e morale capace di nutrire la sua naturale passione educativa. Egli poi procedette alla reinterpretazione della somma consistente di stimoli ricevuti dall’ambiente, filtrandoli attraverso la propria ricca personalità ed esperienza.

1. Una prima prevenzione può dunque essere considerata quella assistenziale nel senso più letterale del termine, vale a dire protezione fisica, sicurezza, salute, abilitazione a guadagnare il pane, educazione a un minimo di valori, eliminando o riducendo possibili pericoli di deperimento fisico e psichico e prevenendo ogni forma di marginalità umana, culturale, e sociale. Don Bosco, si sa, partecipa direttamente ad iniziative ed attività di tipo educativo ed assistenziale promosse da diverse organizzazioni benefiche torinesi in favore di diverse categorie di giovani emarginati, carcerati, ex carcerati, lavoratori stagionali, immigrati dalla provincia. È presente nelle attività educativo-promozionali gestite dall’Opera della Mendicità Istruita, frequenta il carcere minorile torinese e assunse responsabilità circa le attività religiose di una parte delle Opere Pie della marchesa Barolo. Anche dopo la apertura della casa Pinardi (1846) ha molteplici contatti, diretti e indiretti, con organismi socio-assistenziali di varia estrazione ed orientamento. Quanto allo specifico di una cultura e di una riflessione sull’azione educativa, Don Bosco coltiva, come s’è accennato, rapporti con educatori, pedagogisti, filantropi, che ne condividono l’istanza preventiva; mantiene contatti con il gruppo che faceva capo al “Giornale della società d’Educazione”, con singoli pedagogisti torinesi (C. Danna, G. A. Rayneri, G. Allievo) nonché, molto probabilmente, con Ferrante Aporti; non manca di fare pure qualche lettura di scritti pedagogici di autori orientati ad una stessa preoccupazione preventiva (A. Monfat, A. Teppa, F. Dupanloup, Fr. Agathon ecc.). Ma non si accontenta di collaborare con altri; dà vita a istituzioni proprie.
Inizia la sua straordinaria avventura educativa nella squallida periferia di Torino, la città dei Cavour e dei Rattazzi, dei Bersezio e dei De Amicis, dei Tomba e dei Gioberti, ma anche di una popolazione giovanile misera, ignorante, sfruttata e all’ultimo posto del processo di emarginazione innescato dall’incipiente rivoluzione industriale, esattamente l’altro volto di Torino Risorgimentale così efficacemente descritto da Umberto Levra. Sviluppa la sua opera per quasi mezzo secolo, nel tentativo di dare immediate risposte ai problemi particolari in cui si imbatte e che considera urgenti. La “questione sociale” e la “questione giovanile”, in quanto tali, non entrano nei suoi interessi intellettuali; non si impegna né trova tempo per studiare riforme delle strutture economiche e sociali che possano risolvere i problemi dei giovani delle classi inferiori; ma la sua azione concreta in favore di migliaia di loro, cui offre possibilità di educazione, studio e lavoro, va nella medesima direzione.

Punto di partenza è l’ORATORIO. Nei momenti in cui Torino si protende a diventare il centro propulsore del processo di unificazione dell’Italia, Don Bosco, sensibile al dramma dei giovani apprendisti che dai paesi vicini vengono a cercare lavoro nella capitale, in buona parte frustrati nelle legittime aspirazioni di promozione civile, sociale e professionale, elabora e attua una propria immagine di Oratorio. La primissima esperienza delle carceri lo aveva convinto che forma valida di intervento a favore dei giovani, capace non solo di eliminare le cause della devianza, ma forse anche di recuperare e reintegrare le vittime della marginalità, era l’”educazione” in quanto tale, o, per meglio dire con le sue parole, l’”instruzione morale e religiosa”. La forte componente religiosa ben si coniugava con l’ottimismo cristiano che vedeva nel giovane un soggetto naturalmente aperto al trascendente e ai valori di bene, giustizia, onestà.
Lui stesso nei primissimi anni sessanta spiega alle autorità e all’opinione pubblica, ecclesiastica e laica, favorevole o meno, l’origine del suo Oratorio e il carattere preventivo dell’educazione che in esso intendeva offrire: «L’idea dell’Oratorio nacque dalla frequenza delle carceri di questa città. In questi luoghi di miseria spirituale e temporale trovavansi molti giovanetti sull’età fiorente, d’ingegno svegliato, di cuore buono, capaci di formare la consolazione delle famiglie e l'onore della patria; e pure erano colà rinchiusi, avviliti, fatti l'obbrobrio delle società. Ponderando attentamente le cagioni di quella sventura si poté conoscere che per lo più costoro erano infelici piuttosto per mancanza di educazione che per malvagità. Si notò inoltre che di mano in mano facevasi loro sentire la dignità dell’uomo, che è ragionevole e deve procacciarsi il pane della vita con oneste fatiche e non col ladroneccio; appena insomma facevasi risuonare il principio morale e religioso alla loro mente, provavano in cuore un piacere di cui non sapevansi dare ragione; ma che loro faceva desiderare di essere più buoni. Di fatto molti cangiavano condotta nel carcere stesso, altri usciti vivevano in modo da non doverci più essere tradotti. Allora si confermò col fatto che questi giovanetti erano divenuti infelici per difetto d’instruzione morale e religiosa, e che questi due mezzi educativi erano quelli che potevano efficacemente cooperare a conservare buoni quando lo fossero ancora e di ridurre a far senno i discoli quando fossero usciti da que’ luoghi di punizione» (Don Bosco educatore…, pp. 134-135).
In un primo quinquennio (1845-1850) configura un Oratorio festivo come scuola di catechesi, “giardino di ricreazione”, centro di alfabetizzazione, soprattutto per immigrati o comunque “abbandonati”, nei giorni non lavorativi. Oratorio come luogo di socializzazione giovanile, senza orari e scadenze particolari, ambiente di gioia, di libertà e di amicizia, dove musica, teatro, gioco, passeggio danno quel volto di festa che lega i giovani con l’educatore e tra loro. «In queste due case [di Don Bosco] accorrono in gran folla in tutti i giorni festivi i veri cenciosi, i veri biricchini di Torino, e fa stupire veramente il vedere con quale amore e con quanta allegrezza v’intervengano, e con quale modesto ed esemplare contegno vi stieno. E che fanno di bello in tali nuovi asili tutti questi giovani venditori di zolfanelli fosforici, di biglietti della lotteria ecc. ecc. di apprendisti, di garzoni, di servi, d’ogni genere di mestieri e d’industria? Ecco quello che fanno o almeno quello che loro caritatevolmente si fa. Primariamente si fa loro, da fervidi sacerdoti, una breve istruzione religiosa, si cantano salmi o divote laudi, quindi si danno loro lezioni di educazione, di moralità, e in ultimo quivi vengono pure loro somministrati diversi mezzi di ricreazione (in quella di Po vi è pur anche l’esercizio della ginnastica) , e talvolta vien loro donata qualche cosa di merenda» (Don Bosco educatore…, p. 37).
Dal 1847 nella stesso luogo realizza per i «giovani lontani dalla patria» un piccolo Ospizio, che mentre raccoglie ragazzi da collocare al lavoro o desiderosi di frequentare scuole della città, si apre anche ad altre possibilità di assistenza, di educazione, di formazione professionale e culturale. Don Bosco guarda a questi ragazzi con grande attenzione e non senza fiducia: per loro lancia particolari iniziative: un alloggio in casa sua, un contratto di lavoro nelle botteghe artigianali, uno spazio per il gioco domenicale, un po’ di lettura, un libretto, scritto da lui stesso, per imparare i nuovi metodi di misura, scuola festiva e serale di scrittura, canto, disegno, musica. Le istituzioni pubbliche e private che aveva sott’occhio, le analisi e le proposte di studiosi più aperti e sensibili alle problematiche della gioventù non scolarizzata, la sua medesima esperienza lo avevano portato a rendersi conto che la promozione umana e sociale della gioventù passava ormai attraverso l’istruzione.
L’Oratorio funziona così come ambiente educativo integrale: prende cioè tutto il giovane, in tutta la giornata e gli offre la possibilità di sviluppo armonico delle sue qualità e dei suoi “interessi”. È l’Oratorio interclassista per definizione dei giovani senza parrocchia, uno spazio vitale per quanti di loro si trovano senza punti di riferimento associativi. Don Bosco si compiace delle sue nuove iniziative che gli suscitano attorno un alone di simpatia e di entusiasmo. Il programma del “buon cristiano” e dell’ “onesto cittadino” non è ancora affidato alle carte programmatiche, ma è già adombrato.

2. CASA ANNESSA ALL’ORATORIO: dopo i primi anni di assestamento, l’Oratorio di Torino-Valdocco ha una svolta decisiva trasformandosi, sia pure gradualmente, in internato-collegio per artigiani (1852-1862), e per studenti (1855-1859). La “casa annessa” - l’Ospizio - prende il sopravvento sull’Oratorio, che rimane primario solo sul piano ideale. Don Bosco si era reso conto della maggior efficacia e incidenza di un’azione più continua che non quella di un Oratorio, per cui passa da interessi per soluzioni istantanee e a breve termine, verso quelle a più largo raggio; da un lavoro svolto con due o tre collaboratori a tempo parziale alla ricerca e preparazione di varie persone dedite all’educazione a tempo pieno. Alla nascita del regno d’Italia (1861) Don Bosco ha ormai fondato definitivamente alla periferia della città una specie di istituzione formativa globale, che risponde alle richieste di più largo respiro emergenti dall’ambiente dei giovani lavoratori, dei giovani studenti e dei seminaristi.
Quello che continua a definire “Oratorio” è ora, in realtà, casa, scuola, laboratorio, chiesa, cortile, famiglia: un sistema complesso di educazione che tende non solo a prevenire le forme possibili di marginalità giovanile dovute a povertà materiale o morale, ma anche a promuove l’autentica emancipazione dei più “poveri ed abbandonati”, rendendoli in qualche modo protagonisti, con la professione e l’istruzione, del loro riscatto sociale. Lo scenario degli impegni di Don Bosco si è ormai delineato e l’opera completata in tutte le sue articolazioni. È il periodo aureo della vita di Don Bosco; da allora non farà che ampliare, approfondire, diffondere, indicare meglio, precisandoli, gli obiettivi sociali richiesti ormai espressamente dall’affermarsi dell’Unità d’Italia.

3. COLLEGI-CONVITTI: con gli anni sessanta e settanta ha origine il cosiddetto fenomeno della “collegializzazione”. Don Bosco fonda ospizi-collegi per studenti, internati con scuole professionali, pensionati e scuole per esterni. Prete affermato, taumaturgo di fama, fondatore di apprezzate opere, costruttore di chiese, diventa punto di riferimento di complessi obiettivi educativi e cerca convergenze con quanti, nell’Italia in crescita, sono preoccupati per il progresso civile e cristiano della nazione. Ampia altresì i suoi interessi in aderenza ai nuovi bisogni formativi e in risposta alle moderne istanze civili e scientifiche. È il tempo in cui codifica le idee pedagogiche nel Trattatello (1877) e in cui sente l’esigenza di dare sistematicità ed organicità alle iniziative che aveva cercato di mettere in atto a favore delle classi popolari; è l’epoca in cui fonda i salesiani e le Figlie di Maria Ausiliatrice e li lancia sulle orme degli emigranti in America Latina e alla ricerca di popoli lontani da convertire alla fede.
Negli anni ottanta, ormai carico di esperienze e maggiormente introdotto nella problematica sociale, allarga ancor più il suo quadro di riferimento e la visuale della sua opera in relazione ai tempi per esercitare la carità «secondo le esigenze del secolo», come si legge nel giugno 1884 sul “Bollettino Salesiano”. Il suo “progetto-uomo” costruito, come vedremo, sul fondamento della triade ragione-religione-amorevolezza acquista allora maggior valenza sociale e si ampia trasformandosi in “progetto-società” e venendo a consolidarsi attorno ad analoghe triadi: lavoro-religione-virtù, moralità-cultura-civiltà. Le risorse economiche e di personale, le metodologie e le strutture educative, più che volte a rispondere ad un’emergenza, come nei primi decenni dell’Oratorio, sono definitivamente mobilitate in funzione di futuro.

Prevenzione in senso pedagogico

La seconda forma di prevenzione, quella che avviene propriamente nel processo educativo e, all’occorrenza, rieducativo, opera ai fini della maturazione del giovane in tutte le sue dimensioni, nel rispetto di quello che è e di quello che ha.
Dopo lo sconquasso napoleonico che aveva provocato notevolissime trasformazioni nel quadro politico, economico, sociale, culturale e religioso di molti paesi, un’inquietudine preventiva sembrò attraversare la vita civile d’Europa e investire, in diversa misura, l’ambito politico-sociale, giuridico-penitenziario, religioso-morale, assistenziale e, a più forte ragione, educativo. La prevezione, che nell’ottocento matura così a tutti i livelli della vita pubblica, si dibatte fra paure e speranze, tra diffidenza e fiducia, tra vigilanza e affidamento, tra il negativo da cui proteggersi e il positivo da promuovere, lasciare o far crescere (P. Braido).
Pertanto l’uso abituale del termine “preventivo” per designare la caratteristica essenziale della proposta educativa di Don Bosco (e di altri educatori) - il termine per altro è piuttosto tardivo nella sua vita e nei suoi scritti - va convenientemente precisato.
Non c’è dubbio che il concetto immediato di “preventivo”, inteso come metodologia paternalistico-iperprotettiva ostacolante la formazione di personalità libere e responsabili, non è sufficiente e adeguato a definire il suo sistema pedagogico. Anzitutto per il fatto che, preso in se stesso e senza ulteriore determinazione, il concetto è privo di contenuto proprio. In secondo luogo perché riduce a un’unica componente quelle che invece, come vedremo subito, sono decisamente due, vale a dire la componente difensiva e quella promozionale. Infine poiché entrambe queste stesse componenti devono essere collocate in due distinte sedi: quella di proiezione sociale e quella di prassi educativa.
Ora già nel primo caso, in sede cioè di proiezione sociale, Don Bosco ha cercato di far convivere nella sua prassi e nella sua formulazione teorica sia la componente tipicamente difensiva, che gli veniva da molteplici condizionamenti sociali e culturali della sua formazione e della sua prima esperienza educativa e socio-assistenziale, sia la componente tipicamente promozionale, che gli era suggerita da certe premesse valoriali derivate dalla sua identità di prete, dalla presenza di stimoli nell’ambiente cattolico-filantropico del suo tempo, da certe sue propensioni temperamentali e spirituali. Diffidente dei mutamenti repentini degli ordinamenti politici ed economici e convinto della necessità di dare un fondamento religioso all'ordine sociale, Don Bosco era preoccupato del rischio rappresentato per l'ordinata società dalla presenza di consistenti aliquote di giovani “pericolanti e pericolosi”, senza istruzione e lavoro, esposti al vagabondaggio e alla devianza. Ecco allora la prevenzione come preservazione della società dalla minaccia di una gioventù traviata, come protezione della gioventù dalla facile caduta in comportamenti asociali e come elevazione intellettuale, professionale, fisica, morale e religiosa dei giovani, di tutti i giovani delle classi inferiori, e in particolare di quelli appartenenti alle categorie dei poveri, da educare, rieducare, valorizzare, promuovere.
Ma anche nel secondo caso, vale a dire nell’ambito della sensibilità preventiva applicata metodologicamente alla prassi educativa, con lo stesso termine “preventivo” si può intendere sia la presenza di contenuti di un’antropologia cristiana che Don Bosco fa propri - i tre principi supremi (ragione, religione, amorevolezza) oltre agli stili di relazione educativa (familiarità, gioia, spontaneità…) e agli strumenti differenziati e originali (festa, musica, gioco, teatro, studio, lavoro…) - sia il criterio, ossia la particolare sensibilità che si chiede all’educatore di essere attento a neutralizzare gli elementi negativi, controproducenti e a costantemente promuovere e sostenere iniziative positive che innescano il processo di maturazione dei giovani.
Secondo la concezione preventiva al giovane si deve giustamente dare ciò di cui ha bisogno per crescere: se abbandonato, un cuore di padre e di madre; se ignorante, un’istruzione almeno essenziale; se senza tetto e cure, una formazione morale, religiosa e professionale. Il ragazzo, ogni ragazzo ha bisogno di una vita di famiglia, di una vita normale, vivace e impegnata, di studio, di lavoro, di preghiera, di virile formazione per il futuro, priva, per quanto possibile, di elementi patogeni. Per Don Bosco una valida esperienza positivo-costruttiva come quella delle sue case, resa tale anche dalla sua immunizzazione da abitudini e situazioni di pericolo, consolida nel giovane una robustezza morale tale da risolvere adeguatamente i problemi che la vita propone, da resistere alle difficoltà future, da prevenire gli esiti negativi dell’eventuale disagio, da dotarlo di buone capacità di recupero.

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La prevenzione dunque, intesa come dimensione significativa di una articolata e complessa proposta educativa e non unicamente ancorata alla convinzione epistemologica che sorge dall’accezione letterale e restrittiva del termine (difesa di…, assenza da…, informazione su…, ostacolo per…, giungere prima di…), sembra quanto mai attuale in una fase di “passaggio epocale”, piena di conflitti e contraddizioni, come quella che stiamo vivendo in questo fine millennio. Tanto più che la problematicità del disagio ambientale e familiare e la molteplicità allarmante delle urgenze delle fasce giovanili sono oggi prerogative di tutto il “pianeta giovani”, di tutta l’età evolutiva: dall’infanzia alla preadolescenza, dalla adolescenza ai giovani adulti. È come se sulle loro fragili spalle si scaricasse la grave crisi culturale di cui soffre la società degli adulti, che appare sempre più tesa a garantire la qualità della vita degli aventi potere contro i rischi degli altri pretendenti, i giovani in primo luogo. Se è vero che non tutta l’educazione è prevenzione, e non tutta la prevenzione è educazione, è anche vero che la prevenzione è un’educazione specifica e che ogni educazione ha anche obiettivi di prevenzione. Prevenire educando e educare prevenendo potrebbe non essere un semplice slogan. Oggi che la cultura preventiva non sembra trovare eccessivi consensi e che anche l’educazione tout court pare sia un po’ scaduta nella considerazione culturale e civile, si sente dunque il bisogno di educatori lungimiranti, creativi e appassionati, alla Don Bosco, disponibile a farsi carico degli interessi dei giovani, ad investire su di loro, non tanto perché chi ha i giovani ha l’avvenire ma perché solo una loro “buona educazione” determina l’aspetto della società di domani.