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    Il ritratto di un giovane credente



    Domenico Sigalini, 
    Vescovo di Palestrina

    (NPG 2017-05-28)   


    È sempre difficile costruire una figura di giovane credente come un punto di arrivo statico di un impegno, preferisco offrire un tragitto. È dei giovani infatti mettersi sempre in cammino, continuare a interpretare ciò che vive, ascoltare la Parola e porsi sempre davanti una meta alta.

    CHI È IL GIOVANE DI OGGI?

    Prova a vedere in quali di queste affermazioni ti riconosci?

    È BELLO ESSERE GIOVANI
    • Essere giovani è avere un’età che ti permette di essere al massimo della salute, al massimo della voglia di vivere, al massimo dei sogni.
    • Essere giovani è sentirsi liberi da ricordi, è alzarti una mattina deciso a conquistare il mondo e il giorno dopo stare a letto fino a quando vuoi, perché tanto c’è qualcuno che farà per te.
    • Essere giovani è sapere di stare a cuore a qualcuno, magari anche solo papà e mamma, che ti rimproverano continuamente, ma che alla fine ti lasciano fare quel che vuoi e di fronte agli altri ti difendono sempre.
    • Essere giovani è sballare e sapere di avere energie per uscirne sempre, anche se un po’ acciaccati.
    • Essere giovani è sbagliare e far pagare agli altri.
    • Essere giovani è trovare pronti i calzini, le camicie ben stirate e i jeans lavati e profumati.
    • Essere giovani è parlare con i vestiti, perché ti mancano parole per dire chi sei.
    • Essere giovani è passare per fuori di testa e accorgerti che gli adulti spesso sono più fuori di te.
    • Essere giovani è portare i pantaloni bassi e vedere tua madre che ti imita e fa pietà.
    • Essere giovani è sognare che oggi ci divertiremo al massimo, anche se qualche volta quando torni e chiudi la porta dietro le spalle ti sale una noia insopportabile.
    • Essere giovani è trovare sempre in piazza qualcuno con cui stare a tirare sera sparando idiozie, senza problemi.
    • Essere giovani è sgommare e sorpassare sperando che ti vada sempre bene.
    • Essere giovani è avere il cuore a mille perché ti ha guardato negli occhi e ti senti desiderata.
    • Essere giovani è avere un bel corpo, anche se qualche volta non hai il coraggio di guardarti allo specchio e stai con il fiato sospeso a sentire come ti dipingono gli altri.
    • Essere giovani è il desiderio di vita piena che il giovane ricco ha espresso a Gesù e la sua debolezza nel non riuscire a distaccarsi da sé.
    • Essere giovani è sentirsi fatti per cose grandi e trovarsi a fare una vita da polli.
    • Essere giovani è sentirsi precari: oggi qui, domani là, un po’ soddisfatto e subito dopo scaricato.
    • Essere giovani è aprire la mente, incuriosirsi delle cose belle del mondo, della scienza, della poesia, della bellezza.
    • Essere giovani è affrontare la vita giocando, sicuri che c’è sempre una qualche rete di protezione.
    • Essere giovani è sentirsi addosso un corpo di cui si vuol fare quel che si vuole, perché è tuo e nessuno deve dirti niente.
    • Essere giovani è sentirsi dalla parte fortunata della vita, e avere un papà che tutte le volte che ti vede, gli ricordi che lui non è mai stato così spensierato, si commuove e stacca un assegno, allora non c’è più bisogno di niente e di nessuno.
    • Essere giovani è sentire che nel pieno dello star bene ti assale un voglia di oltre, di completezza, di pienezza che non riesci a sperimentare. Hai un cuore che si allarga sempre più, le esperienze fatte non sono capaci di colmarlo.
    • Essere giovani è sentirsi dentro un desiderio di altro cui non riesci a dare un volto, anche il ragazzo più bello che sognavi ti comincia a deludere, e la ragazza del cuore ti accorgi che ti sta usando.
    • Essere giovani è alzarti un giorno e domandarti: ma dove sto andando, che faccio della mia vita, chi mi può riempire il cuore? Posso realizzare questi quattro sogni che ho dentro, c’è qualcuno che lassù mi ama? Che futuro ho davanti?
    • Essere giovani è capire che divertirmi oggi per raccontare domani agli amici non mi basta più. È avere una sete che non ti passa con la birra; aver rotto tutti i tabù di ogni tipo: spinello, coca, ragazzo, ma sentire ancora un vuoto.

    COME RISPONDE A QUESTA SITUAZIONE UNA VITA CRISTIANA MOLTO ALL’ACQUA DI ROSE?

    Una galleria di quadri che ci aiuta a fissare la ricerca del volto di un giovane credente: dove sono le parole chiave di queste figure?

    Il camaleonte (un colore per ogni sfondo)
    Essere cristiani è un fatto interiore, spirituale; certo ci sono dei comportamenti esterni che devi assumere, ma questi sono legati alla tua coscienza.
    Quando sei con gli amici non occorre dichiararsi, quando lavori, quando ti diverti, quando giri per la strada, quando studi non occorre continuamente fare professioni di fede. In parrocchia invece è diverso: lì ci vai apposta per crescere, per approfondire; tra amici che la pensano come te, che sono in ricerca come te è utile dialogare esplicitamente di fede. Gli altri sono completamente fuori, non capirebbero mai. Non devo sempre vivere sulla breccia. Sono in pizzeria con la mia ragazza, che c’entra la fede? sono allo stadio a vedere la partita, che c’entra Gesù Cristo? sono al cinema, che c’entra la Chiesa?

    Il talebano (guardare Dio dritto negli occhi: la realtà non esiste, gli altri ancor meno, soprattutto se non credenti o di altre religioni)
    A me piace essere tutto d’un pezzo: oggi la chiesa sta abbassando la guardia; chiede perdono a tutti, dialoga con tutti, si lascia costruire moschee dappertutto, si nasconde: occorre essere più grintosi.
    La nostra è la verità e va rispettata. Siamo tutti dei codardi, con la scusa della pace svendiamo i nostri valori. Meglio un mondo diviso ma nella verità che un mondo unito nella menzogna. La fede è una bandiera da tenere alta; è più di una ideologia, ha la capacità di darti sicurezza, se la fai diventare una roccia su cui si sbriciola ogni falsità. La mia vita privata, i miei affari, i miei momenti di sfogo, le mie abitudini piccole, piccole, le mie vacanze alle Maldive sono fatti miei.

    Il nuovo pagano della New Age (legge Dylan Dog, crede alla cometa, coltiva le zanzare per rispettare la natura, compera le vipere da distribuire nel giardino di casa per riportarsi alla naturalezza dell’Eden)
    Qualcosa di misterioso deve esserci in qualche parte: è troppo intrigante la vita, ci sono troppe coincidenze per dire che tutto è un caso. C’è sicuramente qualcuno che tira le fila. Guarda la natura che regole, che prodigi, che misteri! Per me Dio è questa apertura all’aldilà, questa presenza di un essere superiore, magari legato alle costellazioni, magari scritto dentro i segreti della natura, o forse qualcosa come un fantasma.
    È qualcuno che non si mescola a noi, ma che ci tiene ad avere contatti. Ecco! I contatti sono la vera ricerca da fare, non tanto i sacramenti; questi ci aiutano a cambiare le nostre storie. Devo comunque tenermelo buono, tanto più che spero di essere più fortunato nel prossimo giro di reincarnazione che mi tocca.

    L’anima sul comodino (la vita col pilota automatico)
    Molti giovani lasciano l’anima sul comodino la mattina quando si alzano e se la riprendono la sera quando vanno a letto. Lasciare l’anima sul comodino vuol dire che tutta la giornata è a sé, è una sequenza di casualità o di necessità, senza un orizzonte più ampio: è qualcosa da aspettare che finisca. La vera vita è quella che imposto io nella mia notte o nel mio giorno, col mio ipod, ma in luoghi lontani dalle imposizioni degli adulti o dalle “rotture” delle relazioni obbligate. Se ti metti in gioco, tutti te ne portano via un pezzo. Per vivere questa giornata basta inserire il pilota automatico in attesa di tempi migliori.

    Il cammello (evviva i tempi forti)
    Sono un praticante: mi piace fare i miei doveri di cristiano. Nel mondo di oggi non è possibile mantenersi credenti se non ci si procura qualche tempo forte per la preghiera, la riflessione. La vita che conduciamo è tutta sbagliata, non ha senso, ci fa perdere concentrazione. Purtroppo bisogna pur viverla. Meno male che periodicamente ci si può ricaricare: una messa alla settimana, un ritiro nei tempi forti, una confessione, senza essere troppo assidui. La vita insomma è divisa in due momenti: alcuni che mi uniscono a Dio e altri che me ne allontanano, con questo risultato: che durante l’attività mi nasce la nostalgia dei momenti di ricarica, e durante questi ultimi ha la meglio la distrazione e la preoccupazione per tutte le cose che sto trascurando e che bisogna pur fare.

    Il cercatore di botole per tombini (qualche volta ci ho un gran “casino” e non capisco...)
    Nella vita qualche volta ti prende una sorta di mal di stomaco e hai proprio giù la catena. Ti sembrava di avere trovato una certa calma, invece ti assalgono dubbi a non finire: è bastata una discussione, una trasmissione, una debolezza di comportamento.
    Ti si apre dentro una inquietudine, dei desideri, delle domande e bisogna trovare risposta.
    Comportandomi così, la indovinerò? Sono tentato di farmi testimone di Geova. Loro sono belli tranquilli, sanno tutto, hanno una risposta a tutto.
    Non posso convivere con l’insicurezza; la ricerca mi mette stati ansiosi. A ogni domanda devo metterci sopra una risposta, così sto tranquillo.

    Il concretone (fatemi lavorare di lena, ma non fatemi pensare)
    C’è invece chi dice che la vita si risolve nella concretezza, nel fare, nel produrre qualcosa di buono, di palpabile. Certo che occorre pensare e riflettere, ma non facciamo consistere il cristianesimo nel discutere su tutto, nell’inventare i problemi dove non ci sono... La fede è agire, spendersi, non stare con le mani in mano. La Caritas, meglio ancora l’operazione Mato Grosso, è l’unica cosa vera che fa la chiesa, il resto sono chiacchiere.
    Sembra quasi che aspetti qualche alluvione o terremoto, evidentemente per gli altri, per mettere in atto la sua vocazione a far la Marta. In parrocchia dovrebbero costruire sempre qualcosa fatto di muri.

    Il “non toccatemi Padre Pio” (della serie Medjugorie...)
    Lui ragiona così: io non ci ho mai creduto, ma qui c’è qualcosa. E gira per tutti i posti di fama miracolosa, più raccontati, fermandosi solo alla superficie, aspettando solo il miracolo. Mi hanno sempre fatto un sacco di catechismo e mi hanno stordito con Mosè, Davide, Sansone, robe di altri tempi.
    Qui invece si può vedere tutto. Alla televisione ti fanno stare a contatto con Dio in diretta. I momenti di catechesi sono molto moderni, sono televisivi: linguaggio delle immagini, accostamenti, interviste, domande, fotografi e, uno speciale alla TV: Format per esempio, X-Files, Misteri. Prima o poi a Porta a porta faranno entrare Gesù Cristo.

    L’abitudinario (di buon senso si può morire)
    Io ormai mi sono trovato il mio habitat. Non faccio del male a nessuno e spero che anche gli altri non lo facciano a me. Il buon senso ieri era caposcuola, oggi purtroppo non è neanche bidello. Il Vangelo è ridotto a ideologia, e quindi del tutto scontato; la Chiesa a organizzazione, da pensare con stili di efficienza; la missione alla compagnia dell’oratorio, così da tenersi un posto caldo e tranquillo; la fede a morale, senza troppi problemi di motivazioni e di salvezza gratuita; la preghiera a vetrina da rompere in caso di incendio, con l’aggravante di rischiare la magia.

    IL CATECHISMO DEI GIOVANI: “VENITE E VEDRETE” FA QUESTA PROPOSTA

    Il Giovane “Nuovo“
    Uomini e donne nuovi si diventa quando si ha il coraggio di una conversione profonda, di una scelta netta e defi nitiva. L’azione trasformante dello Spirito non rinnega nulla di quanto nell’uomo è autentico, né trascura alcuna delle sue profonde aspirazioni, ma tutte porta a insospettata pienezza. Richiede però che ci si lasci alle spalle le opere dell’egoismo, per gustare i frutti dello Spirito.

    La radice della novità è l’esperienza profonda, viva e attuale dello Spirito di Gesù. La novità per l’uomo non consiste nelle cose che egli può inventare, produrre, mettere sul mercato, godere...
    Consiste nella novità che è la persona stessa di Gesù: in lui e solo in lui è possibile inventare una storia nuova, una vicenda umana inedita, segnata dalla grazia. È lo Spirito di Gesù che rende nuove tutte le cose e dona ai credenti «amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22).

    I giovani che vivono secondo lo Spirito ne esprimono i frutti in volontariato, servizio ai poveri, servizio educativo, slancio e impegno per la pace, preparazione alla vita di famiglia, generosa risposta a una vocazione di speciale consacrazione, impegno missionario, apertura alla vita anche dopo esperienze di fallimento, slancio per i valori della giustizia, generosità di offrirsi gratuitamente, entusiasmo per le mete più alte...

    Uomini e donne nuovi sono allora giovani vivi, ricchi di umanità, piegati fino in fondo al servizio e all’amore, alle prese con i problemi, le difficoltà, gli entusiasmi e le incertezze di ogni giorno, che si affidano e fanno riferimento esplicito a Gesù di Nazaret e al suo progetto di vita, radicati dal suo stesso Spirito su di lui, roccia indistruttibile. Per questo Gesù precisa: lo Spirito «v’insegnerà ogni cosa» e «vi guiderà alla verità tutta intera» (Gv 14, 26; 16,13).

    Un altro importante tratto dell’uomo nuovo è la testimonianza. Nei discorsi di addio, narrati nel Vangelo di Giovanni, Gesù avverte i discepoli che saranno odiati dal mondo e perseguitati, ma insieme li assicura che, dinanzi all’odio del mondo e alla persecuzione, saranno sorretti dalla testimonianza dello Spirito: «Lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me fin dal principio» (Gv 15,26 27).

    L’incontro con il Signore risorto libera il cuore dell’uomo dal timore del mondo e da tutti i suoi ricatti. Trasforma un cuore ricattabile in un cuore libero. I discepoli di Gesù sono liberi dentro, orgogliosi di appartenere a Cristo, incapaci di tenere per sé il dono e l’esperienza della fede. Sono appassionati per la grande causa del Vangelo, come lo è Gesù per il regno di Dio. Questo miracolo lo può compiere soltanto Gesù risorto. Di questa vittoria sulla paura parla spesso il libro degli Atti.

    Qui il cristiano è presentato nel vivo degli avvenimenti, non chiuso nella tranquillità della sua casa, separato in piccoli gruppi, ma presente sulle piazze, sulle strade, nelle sinagoghe, nei tribunali, in tutti i luoghi dove gli uomini vivono, dialogano, si incontrano e si confrontano. Sono uomini e donne pieni di fede, convinti di essere sorretti dalla presenza dello Spirito e di possedere un messaggio di salvezza di cui il mondo intero ha bisogno, lieti anche di subire persecuzioni «per amore del nome di Gesù» pur di non venir meno al compito «di insegnare e di portare il lieto annunzio che Gesù è il Cristo» (At 5,41 42). I cristiani sono pieni di slancio e in perenne cammino missionario: testimoni di Cristo «a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra» (At 1,8).
    Cristiano è colui che senza stancarsi sa annunciare a tutte le genti la gioia sperimentata in Gesù.
    Nel libro degli Atti, Luca tratteggia questa figura di cristiano, moltiplicando gli esempi, per mostrare ai suoi lettori che la risurrezione di Gesù ha introdotto nel mondo un radicale cambiamento. Non quello, certo, di far cessare le persecuzioni, che anzi sembrano insorgere più di prima, ma quello di suscitare, in ogni tempo e in ogni luogo, uomini liberi e coraggiosi, obbedienti a Dio piuttosto che agli uomini (At 4,19).

    Il Giovane “Vecchio“
    Uomo “vecchio” è il giovane che cerca la novità per se stessa e si affanna a inventare il cambiamento per il cambiamento, immergendosi così in una vita sradicata, ridotta a continua esplorazione senza meta in una sorta di soggettività “senza dimora”. Una vita così sradicata affonda poi nel rincorrere impressioni e sensazioni sempre nuove, bloccata nelle secche dell’effimero.

    Uomo “vecchio” è il giovane che affida la sua fame di novità a desideri senza limite, come se in essi ci fosse una promessa di eternità. Nasce allora l’illusione di possedere certezze e soluzioni per un mondo nuovo, solo perché lo si sa immaginare in termini astratti. Ma la vera novità della pace, della giustizia, della libertà rimane lontana.
    L’utopia si rivela illusoria; rimane la novità dei piccoli appagamenti, dei bisogni soddisfatti; il sogno ricade su una quotidianità divorata dalla noia.

    Uomo “vecchio” è il giovane che si lascia imbrigliare dalle opere dell’egoismo: «fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezza, orge e cose del genere » (Gal 5,19 21). L’elenco che Paolo offre trova purtroppo facili attualizzazioni: avidità di denaro e conseguenti atti delinquenziali per ottenerlo, disprezzo della propria e altrui vita, tempo libero vissuto nella noia, uso di droghe, violenza e libertinaggio sessuale, fragilità e suicidio, sfruttamento dei genitori, sincretismo religioso, satanismo e magia, rigurgiti razzisti e disprezzo degli immigrati, cecità di fronte alle tragedie umane...

    Il cristiano spesso deve compiere scelte contro corrente, trovandosi di fronte a chi non riesce a capire, perché bloccato dall’accomodante: «Fanno tutti così!» e dai sondaggi d’opinione.
    Nel grande processo tra Cristo e il mondo, che si svolge entro la storia, lo Spirito depone in favore di Gesù. Davanti all’ostilità che incontrano, anche i discepoli sono esposti al dubbio, allo scandalo, allo scoraggiamento.

    Questa «franchezza» permette il superamento della paura, uno dei segni rivelatori dell’uomo vecchio, l’uomo ricattabile, perché prigioniero della stima del mondo ed eccessivamente preoccupato di sé, incapace di affrontare la solitudine in cui spesso il cristiano deve vivere i propri ideali.

    È sempre grande il numero di giovani che hanno sete di Dio e non trovano fontane a cui estinguere la loro sete; a volte hanno una domanda religiosa, ma non incrociano le proposte della comunità cristiana e disperdono l’intensità della ricerca nei rivoli delle sètte, della superstizione e della magia.

    Ancora più grande è il numero di coloro che ancora non conoscono il Signore; abitano in terre lontane o sono venuti ad abitare nella casa accanto.

    IO TI FACCIO QUESTA PROPOSTA

    IL VOLTO DI UN GIOVANE CHE ANNUNCIA LE COSE CHE HA VISSUTO: LA META

    Giovani che credono in modo nuovo, da testimoni.
    Sono giovani che non vanno collocati dentro una logica strumentale ai bisogni di una parrocchia, ma che sono provocati a verificare di continuo la qualità della propria esperienza di fede e non l’efficienza nell’assolvimento delle eventuali funzioni.
    Sono chiamati a farsi carico della non-fede di tanti loro amici: dell’esplicito rifiuto della fede, ma anche della fatica di credere, delle domande che molti rivolgono alla fede e alla vita. Sono giovani che si prendono carico della propria stessa fatica di credere e della rigenerazione della propria fede: ciascuno di loro per primo infatti avete bisogno di una cura nuova per la sua fede, di mettersi davanti al mistero del Signore e al Vangelo in modo nuovo, ritrovando il sapore della fede e delle parole con cui la esprime.
    In questa prospettiva allora la missione non è qualcosa di più o di diverso da fare; non sono in primo luogo nuove iniziative o nuove strategie, ma un modo nuovo di credere.
    Una fede che si comunica è qualitativamente diversa da quella destinata a rimanere nel chiuso della mia vita.
    Una fede che si comunica non sopporta compiacimenti narcisistici, ma ha al proprio interno, come tratto costitutivo, l’attenzione all’altro.
    Una fede che si comunica deve vigilare sul proprio carattere gratuito: “avete ricevuto gratuitamente, date gratuitamente…”. Occorre condividere per gratuità, vigilando sul rischio che la missione si trasformi in quell’esperienza mondana di portare gli altri dalla propria parte, di convincerli per rendere più forte il proprio punto di vista… .
    Una fede che si comunica si pensa sempre in relazione: all’altro, oltre che a Dio. Dunque una fede che fa i conti con le domande; con i bisogni, con i dubbi… dei nostri fratelli.
    Una fede che si comunica conosce la fatica della ricerca di pensieri, di categorie culturali, di parole… adatti a creare la relazione; per rendersi comunicabile, si mette in relazione con le domande; e nel rispondere alle domande, si ridefinisce.
    Una fede che si comunica cresce con chi la interroga; cresce con chi la condivide; si fa più ricca con chi la pensa; si fa via via più capace di dire il cuore di Dio e un’umanità che si lascia illuminare dal Vangelo. Non annunciamo la fede che abbiamo, ma abbiamo la fede che annunciamo.

    Giovani laicamente maturi nella loro vocazione e nella consapevolezza di essa; laici capaci di spendere la maturità della loro fede nei loro normali ambienti di vita e dunque voce della loro comunità dove la comunità con le sue strutture non può giungere. Certo se la parrocchia, nella persona del parroco, si sente missionaria solo delle attività che riesce a tenere sotto il suo stretto controllo, allora questa missionarietà dei giovani laici la farà sentire impotente e inefficace. Ma se una comunità ha imparato a credere che ciò che si realizza non è solo quello che passa attraverso la strutturazione delle proprie attività, ma attraverso la maturità della fede dei propri figli, attraverso la loro capacità di condividere il cammino di vita e le inquietudini delle persone di oggi, attraverso la capacità di parole semplici e quotidiane pronunciata davanti alle situazioni e agli interrogativi della vita… allora questa comunità ha enormemente ampliato le sue possibilità missionarie, le ha moltiplicate, ha posto accanto alle persone che fanno parte della comunità senza saperlo o senza volerlo la forza di fratelli che sanno camminare a fianco.
    Questa è la forza di una comunità missionaria, di una comunità di oggi.
    Una parrocchia che affida il suo essere missionaria alla maturità di fede dei suoi giovani laici è una comunità che allarga indefinitamente le proprie potenzialità missionarie: è una comunità che può raggiungere le famiglie; gli ambienti di lavoro; gli spazi della cultura, della vita amministrativa, della scuola, del tempo libero, della stessa trasgressione e sballo. Che cosa dà consistenza ad una comunità così? Il credere che il suo tesoro è la fede dei suoi fi gli più giovani molto più e prima delle proprie iniziative; il costruire dei momenti di unità in cui sia possibile raccontare la bellezza e la fatica di questa testimonianza solitaria e dispersa nel mondo (anche i discepoli, dopo essere stati inviati, tornano e raccontano a Gesù che cosa hanno fatto, che cosa è accaduto, com’è andata la missione…); il ritrovarsi attorno all’Eucaristia domenicale come attorno al cuore del proprio essere Chiesa. E questo ovviamente chiede di verificare la qualità delle celebrazioni della domenica.
    Giovani così non hanno bisogno solo di scuole, ma di una esperienza continuativa di riflessione e di partecipazione, hanno da sperimentare la disciplina di un confronto comunitario, devono essere attivati a guardare alla realtà dall’angolatura di ideali ispiratori, dalla esperienza di comunione semplice tra amici, in una associazione o in un movimento.

    Giovani che non hanno paura di diventare adulti, di camminare verso quella maturità di fede che permette loro di stare in piedi da soli nei luoghi ordinari della vita; che permette loro quella maturità di dialogo per affrontare con le persone di oggi, con coloro che sono più chiaramente in ricerca… un dialogo aperto e credente sui grandi temi della vita. Credo che oggi una delle forme dell’evangelizzazione sia, oltre che quella della testimonianza della propria personale esistenza e della qualità della propria umanità, quella della capacità di dialogo sui grandi problemi della vita. Faccio qualche esempio: con un amico o un’amica che vive una difficile esperienza affettiva, la cosa più importante non è quella di saperle dire quali sono i principi della vita cristiana sulla sessualità, quanto piuttosto quella di fare una riflessione aperta, problematica… sul progetto di famiglia, sulle relazioni di coppia, sull’amore… senza ricorrere al linguaggio codificato dell’imparato a memoria, ma piuttosto ragionando in termini umani, sapendo narrare il proprio modo di credenti di affrontare le stesse situazioni… Questo richiede una competenza umana che solo un giovane che vuol diventare adulto può avere; richiede una amicizia capace anche di assumersi la responsabilità delle sue posizioni nel momento in cui attraversa con l’altro le inquietudini della sua vita. Per noi che spesso abbiamo ricevuto le risposte senza esserci poste tante domande; per noi che abbiamo ricevuto le risposte del catechismo senza aver sofferto la fatica della ricerca… questo può essere oggi molto difficile.
    Ma questa oggi è una delle più significative sfide per una fede di giovani laici impegnati e motivati ad essere missionari.
    Ma qui occorre chiederci: qual è la qualità della nostra riflessione sulla vita e sulla fede da giovani laici credenti di oggi. E se questa costituisce la chiave per entrare in comunicazione per le persone di oggi, io mi immagino una parrocchia che si impegna a preparare questi giovani laici, più che ad organizzare grandi iniziative missionarie alle quali parteciperanno sempre le solite persone, e forse anche meno delle solite! È necessario non dare per scontata la fede, non nel senso – anche, ma non solo! – che è necessario coltivare di continuo la propria vita cristiana, ma anche e soprattutto nel senso che occorre un modo nuovo, più problematico e più aperto, di dare profondità, maturità e attualità al proprio cammino spirituale, alla propria esperienza di fede. Per tutti, una fede come ricerca, come impegno a mettere di continuo in relazione la fede e la vita quotidiana.
    Da questa ricerca di maturità e di fede adulta può nascere la decisione di consacrarsi a Dio per la missione, si scopre che è bello essere i sostenitori della fede della comunità.

    PER ESSERE MISSIONARI COSÌ BASTA AVER INCONTRATO CRISTO COME I DUE DI EMMAUS

    LAICITÀ: PUNTARE CON TUTTE LE FORZE ALLA SANTITÀ

    Lo spazio della vita di un fedele laico non è accanto al mondo, ma nel mondo. I laici diventano santi nelle realtà concrete della vita quotidiana, nell’amore alla famiglia, nella vita matrimoniale, negli impegni di lavoro e di studio, come i preti lo diventano celebrando l’Eucaristia e offrendo i sacramenti. C’è stata a mio avviso una eccessiva concentrazione nella vita interna della Chiesa in questo tempo, perdendo di vista la vocazione battesimale come pienezza di vita cristiana orientata alla santità. In molte nostre riflessioni si è scambiata la scelta religiosa per scelta pastorale, dove pastorale significa ecclesiastico. Un laico non si santifica se dice bene le lodi e i vespri, ma se questa preghiera fa sì:
    • Che sia attivo e responsabile nel costruire luoghi umani e umanizzanti nel continuo suo abitare “non luoghi”, nello studio, nel lavoro, nel tempo libero, nel tempo dello svago e dell’amicizia. Dare umanità agli spazi di vita, al mondo delle relazioni, ai tessuti della convivenza, alle piccole e grandi storie di vita che ciascuno si ritaglia, contro l’insignificanza, l’automazione e la costruzione in serie di parole e sentimenti, l’abitudine agli altri come al colore delle pareti.

    • Che sia capace di tessere modalità nuove di relazione vincendo la comoda fuga nel virtuale. La vita parte dai sogni, ma non si realizza nelle immagini; è una poesia, un mistero, non una sequenza di fotografi e; è fatta di volti, non di indirizzi elettronici.
    • Che sappia vincere la prigionia nel presente, ridefinire la propria identità nel recupero della memoria e delle radici, ma anche camminare verso il futuro. Il tempo è una linea continua: ogni uomo è un punto di essa che ne ha infiniti che lo precedono e altrettanti che lo seguono. Qualcuno ha segnato questo tempo, ha dato una direzione alla linea, ha stabilito un prima e un dopo: è Gesù. Lui è il Signore del tempo e sa darcene la dimensione.
    • Che faccia della propria vita una storia e non un’accozzaglia di episodi: «se le nostre vite non diventano storie, non c’è modo al mondo di viverle» (Coupland). C’è un filo che collega ogni evento all’altro che ci capita nella vita, non siamo una successione disordinata di avventure, di tensioni, di ansie e di piccole o grandi soddisfazioni, ma una storia con un disegno originale e misterioso da scoprire e realizzare.
    • Che affronti la solitudine del credente formandosi una coscienza forte nella verità. Ogni uomo si sente solo e ogni credente viene isolato. Il valore della verità non dipende dal numero di quelli che la sostengono, ma dalla verità che essa è.
    • Che assuma piccole o grandi responsabilità personali e collettive. È impossibile vivere con la testa nei nostri quattro spazi e pensare che il mondo attorno a noi si debba arrangiare.
    • Che acquisisca una capacità di discernimento mentre non fugge dalle informazioni e dall’esposizione ai mass-media. La comunicazione e i suoi mezzi decidono le sorti delle democrazie, dei mercati, degli spostamenti di uomini e capitali, dei sentimenti e delle decisioni personali. O ci si attrezza, o si è sempre vittime dell’ultimo fotogramma, magari montato ad arte.
    Tutto questo non scatta automaticamente se uno gira negli spazi della parrocchia, se mette in ordine i tempi forti. La tentazione più pericolosa è quella dell’automatismo cui affidiamo gli esiti di una vita credente.

    COME COSTRUIRE OGGI QUESTA FIGURA DI GIOVANE CREDENTE?

    La spiritualità tradizionale ha come asse attorno a cui tutto si organizza il desiderio umano di Dio; mentre siamo alla ricerca del profilo di una spiritualità che si sviluppa coerentemente attorno all’amore divino per l’uomo. L’uomo non è il titano dell’ascetismo, ma il nomade dell’amore. Se spiritualità è la vita di Gesù in noi, offerta dallo Spirito, è lo Spirito che, mettendoci a contatto col dono dell’amore di Dio, delinea i contorni dell’umanità di Gesù in noi e ci dona forza e riferimenti per costruirci una nuova struttura di personalità che ha come elemento fondante e determinante la persona di Gesù, il suo modo di vivere, di essere, il suo pensiero, i suoi gusti, i suoi atteggiamenti.
    Non possiamo affidare alla spontaneità delle occasioni o alla socializzazione religiosa il compito di offrire i fondamenti di nuove ragioni di vita e motivi di speranza, né accontentarci del permanere di una religiosità indefinita, di comodo, pro bono pacis, per sopravvivere. Occorre fissare con coraggio e con umiltà anche qualche strumento minimale per rinforzare la nuova spiritualità.

    LA PREGHIERA, NON SOLO LE PREGHIERE

    La preghiera non è il tutto della spiritualità, ma ne è l’indice di consistenza. La preghiera è l’esperienza simbolo che dice la spiritualità del cristiano, a condizione che sia la vera preghiera cristiana.
    Il pregare del giovane credente non è un pregare qualunque, ma è riferito a una storia di rapporto con Dio, l’Alleanza, il cui centro è Gesù.
    La preghiera cristiana è riferita al pregare storico di Gesù, ne è una attualizzazione con riferimento (memoria), sprigionata dallo Spirito. Il riferimento a Gesù è punto qualificante e discriminante, perché da questo dipende sia la corretta visione dell’uomo che prega “cristiano” sia la corretta visione di Dio, termine ultimo della preghiera. Essere cristiani non è solo pregare, ma il cristiano non lo può essere se non prega. Un cristiano non esiste senza la preghiera. E’ un fatto necessario per la sua definizione.
    Entro questa decisione e dimensione della preghiera si collocano anche tutte le preghiere caratteristiche del cristiano: la partecipazione quotidiana all’Eucaristia, come apice e sorgente di una vita accolta e donata da Dio; la liturgia delle ore, che scandisce con le preghiere della tradizione cristiana popolare tutta la giornata, come libro della preghiera di tutto il popolo di Dio; la meditazione quotidiana sulla Parola di Dio, molto diffusa soprattutto nei tempi liturgici dell’Avvento e della Quaresima; il S. Rosario, come spazio di riflessione sui misteri della fede, domanda e lode alla Vergine; la Via Crucis, come cammino sulle orme della decisione di offerta di sé fi no alla morte di Cristo. Sono necessari anche luoghi di preghiera straordinari per imparare la preghiera quotidiana: il monastero, il convento, spazi di “deserto” dove i giovani sotto la guida di uomini e donne di Dio sanno imparare a dialogare con Lui, sanno abituare l’orecchio ad ascoltare la sua Parola, rientrare in se stessi, cambiare radicalmente. Talora sono gli esercizi spirituali, altre volte settimane di silenzio e contemplazione, preghiera e esercizio di interiorizzazione, ricerca di scelte definitive e progettazione.

    UNA GUIDA, NON SOLO UN AMICO

    Non puoi vivere da solo e fare ordine nella tua vita; sapere di essere amato allo spasimo da Dio e non vederne il volto concreto in qualcuno che ti accoglie; sperare di farcela se continui a evitare il confronto, talora anche impietoso, con chi ti conosce e ti ama, peccatore come te, bisognoso del perdono di Dio come te, ma capace di offrirti l’aiuto e l’esigenza sempre più radicale della Parola.
    La solitudine che oggi sembra caratterizzare il mondo giovanile non la si supera nel chiasso o nelle “lettere al direttore” o lanciando biglietti in bottiglie nelle onde telematiche di internet, ma cercando una guida che dell’amico ha l’amore, ma anche la forza di aiutare a capire il progetto originale e libero di ciascuno, che si costruisce in un massimo di accoglienza della volontà di Dio.
    L’esperienza della direzione spirituale ripensata alla luce degli approfondimenti delle scienze dell’educazione e riportata alla sua vera funzione che è l’esercizio del discernimento alla luce della Parola è coeffi ciente indispensabile per educare alla maturità della fede i giovani.

    UNO STILE, NON SOLO UNA REGOLA

    La ricerca di facili regole può ingannare, se per regola intendiamo l’affidare a un orario esterno alla vita, basato sulla nostra forza di volontà il nostro crescere. È più utile assumere uno stile nuovo, quello di Gesù. E qui vanno riconsiderati e riscritti i consigli evangelici della povertà, castità e obbedienza, che trovano in Gesù la loro ragione d’essere e il loro valore decisivo. È perché si vuole imitare, amare, unirsi strettamente a Lui che noi tentiamo di essere poveri, casti, obbedienti.
    Pur essendo aperti ad accogliere tutto il Vangelo, sappiamo che i consigli evangelici della castità, povertà, obbedienza sono realtà che dedicano a Dio e al suo regno i dinamismi della persona in quello che essa ha di più vitale, perché toccano il rapporto positivo con se stessi e con l’altro, con le cose e con Dio. Non c’è cristiano che non debba trovare equilibrio in queste tre sfere della vita.
    I consigli evangelici sono segni e strumenti di educazione: la verginità educa al vero senso dell’amore; la scelta volontaria della povertà all’uso giusto dei beni; l’obbedienza all’uso della propria libertà personale.
    Stabilire nella propria vita quotidiana alcune esperienze forti, anche oltre gli ambienti della vita quotidiana, fatti di preghiera, offerta della propria disponibilità, distacco da luoghi delle proprie sicurezze, attività di servizio ai poveri, ai malati, periodi di condivisione dell’esperienza missionaria per portare a tutti il vangelo anche oltre i confini del proprio comodo mondo, è un modo di dare concretezza a uno stile.

    UNA COSCIENZA, NON SOLO UN’AGENDA

    L’agenda degli impegni per molti è l’unico luogo in cui si fa sintesi interiore della propria vita, del proprio attivismo. È l’unica possibilità per dire agli altri “oggi, domani dove sono e di conseguenza chi sono”. I luoghi geografi ci diventano surrogati dell’esistenza. Ma la nostra identità si definisce nella coscienza.
    “La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio...” (GS16). È il rapporto con questo Dio, Signore dell’esistenza, con la sua voce; è il momento in cui Dio istituisce la persona e il suo mistero, la sua consistenza, la formula del suo vivere felice.
    A nessun giovane credente deve mancare al possibilità di partecipare a corsi formativi che aiutano a sviluppare e consolidare una coscienza retta, capace di riscrivere la vita cristiana con originalità in ogni nuova situazione della vita.

    UNA COMUNITÀ, NON SOLO UN GRUPPO

    Esiste un tempo in cui si deve camminare con le proprie gambe, in cui la vita ci butta nelle strade del mondo o per lavoro o per studio o per scelte di vita, e in cui occorre affrontare la solitudine della diaspora, vivere la propria fede non sempre sostenuti da una aggregazione o dal calore di un riconoscimento reciproco tra credenti. È sempre meglio poter condividere concretamente anche con altri la propria vita e pratica della fede, ma non è sempre possibile. Occorre allargare sempre più l’orizzonte, sentirsi parte di una comunione, quella ecclesiale, che è viva e pulsante in ogni angolo della terra. È un riferimento visibile, ma anche invisibile, sempre attivo anche nell’impossibilità di sperimentarne la concretezza.
    Oggi si sviluppano positivamente forme di vita comune dove i giovani si mettono assieme per sperimentare la bellezza e l’impegno di una comunione di fede, per attrezzarsi per le grandi scelte della vita. Vengono vissute o negli stessi luoghi della vita quotidiana o prendendo occasione da una qualche esperienza di servizio caritativo continuato o lavorativo o di studio, lontano dai propri ambienti.

    UNA DECISIONE DI DONARSI, NON SOLO UNA PROFESSIONE

    Vivere una professione valutata, ricercata, ottenuta e approfondita è qualcosa di più di una felice combinazione, da cui sognare sempre una fuga, ma un preciso modo di essere in rapporto con se stessi, con Dio, con gli altri, con il mondo. Non siamo chiamati ad una collezione di buone azioni o di prestazioni d’opera, ma a dare alla vita l’unità di una risposta entro una prospettiva donata da Dio.
    Questo noi chiamiamo vocazione. Al fondo si porta sempre una decisione di offrirsi: a una persona, agli altri, a Dio.
    I giovani sperimentano spesso questa ricerca nell’esercizio semplice, ma progettuale, di esperienze di servizio sotto le diverse forme di volontariato, di compagnia alla sofferenza dei fratelli ammalati, di disponibilità all’educare i più piccoli.

    UNA CONSACRAZIONE, NON SOLO UNA DEVOZIONE

    È la dolcissima presenza della figura di Maria che offre strade semplici per arrivare a Gesù; è la sua docilità allo Spirito che traccia la strada per l’accoglienza della volontà di Dio; è la sua decisione di mettersi a disposizione di Dio che offre lo stile delle decisioni molteplici che un giovane deve assolutamente prendere negli anni della sua giovinezza, se non vuol trovarsi sempre troppo tardi a subire una scelta di vita imposta dalla società o dalla consuetudine, ma non mai voluta positivamente.
    L’attrazione verso Maria dei giovani è più di una devozione sentimentale, è una dedizione a un progetto di vita.
    A questo riguardo sono diventati un passo obbligato per molti giovani oggi i pellegrinaggi ai santuari mariani e ai santuari in genere, gli stessi nuovi modi di fare pellegrinaggio che sono le giornate mondiali della gioventù.
    I pellegrinaggi religiosi testimoniano in modo particolare quanto sia necessario al giovane camminare sulle strade del mondo e lungo i sentieri della storia per arrivare al cuore della vita e per accogliere quel Regno dei Cieli che Gesù indicava come la meta ultima di ogni ricerca umana: “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Mt 6, 33). Il pellegrinaggio è sempre legato alla ricerca di senso e della verità, al desiderio di beni spirituali, al bisogno di cambiamento e di conversione.
    Trova alla fi ne in Gesù la risposta e la proposta di una nuova vita.

     


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