Gerolamo,

il santo della Bibbia

Gianfranco Ravasi

Il 30 settembre 2019 è stata pubblicata la lettera apostolica "Aperuit illis" con la quale papa Francesco istituisce la Domenica della parola di Dio, che sarà celebrata ogni anno a gennaio nella terza domenica del Tempo ordinario. Francesco ha scelto per la pubblicazione la giornata della ricorrenza di san Girolamo, il più grande "divulgatore" della Bibbia.
Al Padre e Dottore della Chiesa autore della "Vulgata", il cardinale Ravasi ha dedicato il suo articolo della serie "Lampada dei miei passi".

Da qualche anno in Italia si è soliti dedicare l’ultima domenica di settembre alla Bibbia, sulla scia di un appello di papa Francesco. A sostenere questa iniziativa è proprio l’editrice San Paolo che da sempre è stata benemerita nella diffusione delle Sacre Scritture, a partire dalla mitica Bibbia detta «da mille lire». Vorremmo anche noi partecipare a questa “giornata” in un modo un po’ originale, anche perché di Bibbia questa rubrica s’interessa sempre e in modo esclusivo. Quest’anno la data è il 29 settembre, giorno antecedente alla memoria di san Girolamo, il celebre traduttore in latino (la Vulgata) e interprete delle Scritture. Sappiamo quanto decisiva sia la versione nelle lingue universali di quella che è «la lampada per i passi» nel cammino della fede e della vita del credente.
Noi, però, partiremo da un museo, dalla Pinacoteca vaticana, dalla sala IX e da una tavola alta poco più di un metro e larga 74 centimetri. A dipingerla è stato quello straordinario artista che fu Leonardo da Vinci attorno al 1482. In realtà, si tratta solo di un abbozzo pittorico; tuttavia ciò che impressiona non è solo la potenza della figura di san Girolamo qui raffigurata, ma è la vicenda dai contorni romanzeschi vissuta da questa opera, prima che approdasse nei Musei Vaticani nel 1856. Agli inizi dell’Ottocento la pittrice svizzera Angelica Kaufmann (1741-1807) ne aveva lasciato la prima traccia documentaria nel suo testamento. Poi il silenzio, finché il cardinale Joseph Fesch (1763-1839), zio di Napoleone, aveva ritrovato il dipinto in modo rocambolesco e forse un po’ leggendario: la parte inferiore del quadro era stata adattata a coperchio di una cassa nella bottega di un rigattiere romano, mentre la superiore era stata scoperta dal cardinale dal suo calzolaio che l’aveva usata come piano di uno sgabello. In realtà le analisi condotte successivamente hanno rivelato che la tavola era stata sezionata in ben cinque pezzi poi assemblati! Messa all’asta alla morte di Fesch, passata di mano a più riprese, fu alla fine acquistata da Pio IX che la donò alla sua Pinacoteca.
Dicevo che è il soggetto la ragione principale della mia scelta: san Girolamo è il padre e il patrono dei biblisti e quindi è il santo protettore dell’attività di esegeta delle Scritture che mi ha visto impegnato per la maggior parte della mia vita, al punto tale che per il motto del mio stemma episcopale ho scelto il monito paolino al discepolo Timoteo, Praedica Verbum, «annunzia la Parola» (2Timoteo 4,2). Gli stessi simboli del mio scudo araldico incarnano cinque metafore con cui la Bibbia descrive sé stessa: la luce del sole, il libro, l’acqua fecondatrice, la spada, il miele delle api.
Ritorniamo alla travagliata tavola di Leonardo. In essa il genio poliedrico dell’artista ci presenta un corpo scavato, scrutato impietosamente nei suoi particolari, genuflesso e torturato dal digiuno e dalla penitenza rappresentata dal sasso impugnato dal santo nell’atto di percuotersi il petto, con un volto nel quale si intuisce già il teschio, marcato da occhi infossati nelle loro cavità, eppure ardenti e imploranti da Dio misericordia. Ai piedi, accovacciato con le fauci spalancate quasi in ammirazione, è posto un leone appena abbozzato, simbolo tradizionale di questo santo rude e veemente. Fa da cornice la grotta di Betlemme ove Girolamo si era ritirato, accanto a quella in cui era nato – secondo la tradizione – Gesù, grotta che è ora inserita come cripta nella possente basilica eretta da Giustiniano nel VI secolo. Ma al tempo del santo si ergeva su quell’area la prima basilica edificata da Elena, la madre dell’imperatore Costantino (IV secolo).
Girolamo era nato a Stridone in Dalmazia attorno al 340-350. Uomo colto e appassionato, nel 374 – forse durante un soggiorno ad Antiochia di Siria – si era per lui consumata una svolta che egli stesso narra autobiograficamente così nella sua Lettera XXII: «Digiunavo mentre stavo leggendo Tullio [Cicerone]. Dopo frequenti veglie notturne, dopo molto lacrime, che mi erano strappate dall’intimo mio essere per il ricordo degli antichi peccati, avevo preso in mano Plauto. Se talvolta, rientrato in me stesso, cominciavo a leggere i profeti, mi disgustava la loro lingua disadorna». Netta è la tensione tra la cultura classica e quella biblica; verso la prima era spontaneamente tentato dalla sua formazione e nessuna solitudine del deserto riusciva a schiodarlo da quella passione intellettuale; verso la seconda lo conduceva l’impegno ascetico ma lo allontanava la ripulsa estetica.
Attorno alla metà della Quaresima del 375, mentre era febbricitante, si era acceso nella sua mente assopita un sogno. Egli era davanti al Giudice divino: «Interrogato circa la mia condizione, risposi di essere cristiano. Ma Colui che presiedeva quell’assise mi investì: Tu mentisci! Tu sei ciceroniano, non cristiano!». Girolamo si decide, allora, a una scelta radicale, che in realtà non rispetterà alla lettera: «Signore, se ancora avrò in mano libri mondani, se li leggerò, sarà come se ti avessi rinnegato» (Lettera XII,30).
In questo stesso scritto, indirizzato alla fedele discepola Eustochio, si ha un ritratto di quel Girolamo penitente nell’aspra solitudine del deserto, «estenuato dai digiuni ma con la mente ardente di passione nel corpo gelido», che tanta fortuna ha avuto nell’iconografia geronimiana e che è attestata in modo intenso dalla tavola di Leonardo. Girolamo s’accosta maggiormente alle Sacre Scritture, inoltrandosi – oltre che nel greco che aveva appreso a Roma in modo sommario – nella lingua ebraica.
Ecco come egli stesso descrive quell’avventura: «Per vincere le tentazioni, divenni discepolo di un fratello ebreo convertito per imparare, dopo la sottigliezza di Quintiliano, i fiumi dell’eloquenza di Cicerone, la gravità di Frontone e la piacevolezza di Plinio, un nuovo alfabeto e per esercitarmi e pronunziare suoni striduli e aspirati. Quale fatica sia stata per me, quale difficoltà vi abbia incontrato, quante volte abbia smesso e poi, per il desiderio di imparare, abbia di nuovo ripreso, lo può testimoniare sia la mia coscienza, che ha sopportato tutto ciò, sia quella di coloro che mi erano compagni di vita» (Lettera CXXV,12).
Ma il deserto cominciava a diventare stretto per il Nostro, deluso dalle tensioni teologiche e dalle gelosie tra i vari eremiti. Passa, allora, ad Antiochia, poi a Costantinopoli e nel 382 eccolo a Roma come assistente di papa Damaso.
È questa un’altra svolta nella vita spirituale del santo di Stridone. Nella capitale dell’Impero egli fonda sull’Aventino un circolo di studi biblici e spirituali, aperto all’aristocrazia femminile romana, nella quale spiccavano Marcella e Paola con la figlia Eustochio. Ma la morte di papa Damaso e l’avvento di Siricio che non aveva simpatie eccessive per il focoso Girolamo segnano una terza, radicale e definitiva svolta nella vita del santo. Indignato per le accuse e le calunnie sparse sul suo conto, soprattutto per la sua amicizia con Paola interpretata come una tresca erotica, Girolamo abbandona Roma protestando la sua innocenza e inveendo contro i suoi avversari.
La meta è Betlemme ove giunge, seguito da Paola ed Eustochio, che con i loro beni permettono la costruzione di tre edifici: un monastero maschile presieduto da Girolamo, un monastero femminile retto da Paola e una terza casa come ospizio per i pellegrini. Siamo nel 385-386. È nei pressi della grotta della Natività di Cristo sulla quale si ergeva, come si è detto, la basilica eretta da Elena, madre dell’imperatore Costantino, che il santo dalmata avvia la sua opera di traduttore della Bibbia. Nasce, così, quella che verrà chiamata la Vulgata, cioè la versione “popolare” delle Scritture che condizionerà per secoli la lingua, la teologia, l’immaginario della Chiesa e della stessa cultura occidentale, pur nella sua qualità diseguale, legata anche al temperamento libero, focoso, talora fazioso del santo. Girolamo, asceta e intellettuale, vivrà per oltre trent’anni nelle aspre solitudini di Betlemme e morirà il 30 settembre 420.
La nostra divagazione su una personalità così decisiva nella storia della cristianità si conclude ancora nella Pinacoteca Vaticana nella sala XII. Domenico Zampieri, detto il Domenichino, nato a Bologna nel 1581, tra il 1611 e il 1614 eseguì – su commissione della Congregazione di San Girolamo della Carità per la chiesa omonima che si affaccia ancor oggi su via Giulia a Roma – un’imponente pala d’altare alta più di quattro metri e larga due e mezzo, dedicata proprio alle ultime ore del santo dalmata.
L’artista era stato chiamato a Roma dal suo maestro e concittadino Annibale Carracci. Là aveva potuto operare in vari ambiti: dalla Galleria Farnese alle Storie di santa Cecilia nella chiesa di San Luigi dei Francesi, fino alle Storie di san Nilo nell’abbazia di Grottaferrata. Ora con quest’opera il Domenichino imposta in modo personale un tema iconografico non abituale, quello della Comunione di san Girolamo. È ormai il tramonto del santo: ottantenne e debilitato riceve l’Eucaristia come viatico per l’imminente fine della sua aspra e tormentata esistenza. Lo circondano i discepoli e soprattutto lo accompagna la fedele Paola. L’alto livello dell’esecuzione formale, la nobiltà della cerimonia, l’atmosfera ieratica hanno conquistato i contemporanei che considerarono quest’opera un capolavoro. Ormai, però, in Roma aveva fatto irruzione il genio unico e veemente di Caravaggio.
Concludiamo qui questa nostra originale e forse un po’ particolare memoria del santo che amò la Bibbia in modo assoluto e appassionato. Con questa nostra divagazione abbiamo anche voluto attestare un tema piuttosto rilevante: Bibbia e arte sono state per secoli intrecciate tra loro, tant’è vero che, se un visitatore (come purtroppo talora accade) non conoscesse nulla delle Sacre Scritture ed entrasse in una qualsiasi Pinacoteca occidentale, non riuscirebbe a comprendere due terzi delle opere esposte. Veramente, come diceva il poeta e artista William Blake (1757-1827), seguito da un famoso saggio del critico canadese Northrop Frye (1980), «la Bibbia è il grande codice della nostra cultura».

(Jesus - settembre 2019)