La democrazia

e i suoi nemici intimi

Stefano Zani

Nel suo saggio I nemici intimi della democrazia, Tzvetan Todorov delinea i rischi che corre la democrazia quando la dismisura inceppa il delicato equilibrio che l'ha retta finora, e il richiamo al popolo si trasforma in populismo, la libertà si converte in ultraliberalismo, il progresso diventa messianismo. Sono pericoli che si stanno materializzando in questo periodo nel quale le democrazie occidentali, dopo la fine della contrapposizione novecentesca al comunismo e l'indebolimento provocato dal perdurare della crisi, trova in nuovi ismi la legittimazione alla ricerca di un nuovo nemico, ora identificato prevalentemente nel migrante.
«In tempi in cui la realtà è un'esistenza vuota, priva di spirituale e di carattere, può essere consentito all'individuo di ritrarsi indietro dalla vita reale, nell'interiorità. Socrate sorse nel tempo della corruzione della democrazia ateniese; egli volatilizzò ciò che esisteva e si ritrasse in sé, per cercarvi il diritto e il bene. Anche ai nostri tempi avviene, più o meno, che il rispetto per ciò che esiste non c'è più, e che l'uomo vuole avere ciò che vale in quanto sua volontà, in quanto cosa da lui riconosciuta» (Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto).

La grande lezione di Todorov

Nella grande lezione di Todorov che la sinistra mondiale ha finora lasciato inascoltata, la democrazia si caratterizza per un delicatissimo e complesso equilibrio tra elementi potenzialmente contrastanti che riguardano il modo in cui è istituito il potere, la finalità della sua azione e la maniera in cui è esercitato. Quanto al primo aspetto, il potere appartiene al popolo, che elegge un potere politico che governa per un determinato periodo stabilito preventivamente. Il popolo non è una sostanza naturale e costituisce una entità collettiva di tipo diverso, per quantità, rispetto alle società tradizionali in cui il primato è attribuito al legame di parentela, come nella famiglia, nel clan o nella tribù, ma anche per qualità rispetto a entità collettive come la razza, la religione, o la lingua d'origine. «Al popolo appartengono tutti coloro che sono nati sul medesimo suolo, ai quali si aggiungono quelli che sono stati accettati successivamente. All'interno di una democrazia, almeno in teoria, tutti i cittadini godono di uguali diritti e tutti gli abitanti di uguale dignità» [1]. Quanto al secondo aspetto, ovvero la finalità dell'azione del potere, nelle democrazie moderne alla finalità della sovranità del popolo in nome dell'uguaglianza dei diritti e della dignità di tutti si affianca un altro principio fondamentale: quello della libertà degli individui. Il popolo rimane sovrano nella sfera pubblica, ma rinuncia a invadere la sfera privata in cui l'individuo mantiene la propria autonomia e sviluppa la propria personalità, che non coincide del tutto col benessere della collettività: «La relazione che si stabilisce tra le due forme di autonomia, sovranità del popolo e libertà della persona, è quella di una reciproca limitazione: l'individuo non deve imporre la propria volontà alla comunità, la quale a sua volta non deve interferire nelle faccende private dei propri cittadini» [2]. L'azione politica nella democrazia ha come valore specifico quello di non promettere la salvezza, né pretendere di indicare attraverso quali vie si raggiunge il bene, – in ciò differenziandosi dai regimi totalitari [3] - né indurre la popolazione ad atteggiamenti fatalisti improntati alla passiva accettazione rassegnata rispetto all'esistente. Ciò implica da un lato che si accetta l'imperfezione come un aspetto irriducibile dell'esistenza, ma dall'altro che non si rinuncia al miglioramento dell'esistenza sociale grazie agli sforzi della collettività. Il risultato è che i cittadini dei regimi democratici sono meno insoddisfatti di quelli che vivono sotto altri regimi in quanto sono protetti dalle leggi, godono dell'assistenza degli anziani, dei malati, dei disoccupati e dei poveri e possono richiamarsi ai principi di uguaglianza, di libertà e addirittura di fraternità. Quanto al terzo aspetto, ovvero la maniera in cui è esercitato il potere, «la parola chiave è pluralismo». La piena autonomia dei tre poteri classici, che non vengono affidati alle medesime persone o alle stesse istituzioni, si è estesa dal secondo dopoguerra al carattere pluralistico dell'informazione e all'autonomia del potere economico da quello politico e viceversa. La volontà del popolo è esercitata mediante i suoi rappresentanti più autorevoli e disciplinata dalle leggi e dalle finalità contenute nella Costituzione.
Se si isolano e si rendono unilaterali i componenti di questo delicato e complesso equilibrio si mette a rischio la democrazia [4]: «Il popolo, la libertà e il progresso [5] sono il fondamento della democrazia, ma se uno di essi si emancipa dai propri rapporti con gli altri – sfuggendo così a ogni tentativo di limitazione ed ergendosi a unico principio –, si trasforma in pericolo: populismo, ultraliberalismo, messianismo sono i nemici profondi della democrazia». «Ciò che accomuna questi diversi pericoli – prosegue Todorov – è la presenza di una forma di dismisura (...) che gli antichi greci chiamavano Hybris (...) [ed] era considerato il peggiore difetto del comportamento umano: una volontà ebbra di sé, un orgoglio capace di persuadere chi lo nrova che tutto gli è possibile» [6]. Quando irrompe la tracotanza si mette a rischio la democrazia: «Il primo avversario della democrazia è la semplificazione, che riduce il plurale all'unico, aprendo così la via alla dismisura» [7]. La virtù politica per eccellenza opposta alla superbia è la moderazione, la temperanza [8].

Migranti come nemici?

Con il crollo del comunismo la logica dell'amico-nemico ha presto indotto a individuare un nuovo rivale: gli immigrati, specie se islamici: «In questi ultimi decenni si è assistito in Europa a un nuovo fenomeno: l'ascesa al potere dei partiti populisti. La trasformazione del paesaggio politico si è accelerata con la fine della Guerra fredda, come se la vita pubblica di un Paese avesse bisogno di un avversario da cui distinguersi e, dopo la scomparsa del rivale comunista, la popolazione dovesse riversare le paure, le inquietudini o i rifiuti su un qualsiasi altro gruppo. E così ce la si prende con gli stranieri, soprattutto se musulmani, in ondate montanti di xenofobia e islamofobia. L'immigrato, personaggio multiforme, si è sostituito alla minaccia ideologica del passato» [9].
Paesi Bassi, Danimarca, Belgio, Svizzera, Svezia, Francia, Germania, Ungheria, Italia, e poi Gran Bretagna hanno già visto l'ascesa, fin dall'inizio del nuovo Millennio, di partiti populisti e xenofobi [10]. Tratto dominante del populismo è la «(...) "demagogia", un modo di agire che consiste, qui, nel mettere a fuoco le preoccupazioni della gente comune e proporre per alleviarle soluzioni facilmente comprensibili, ma irrealizzabili» [11]. Il populista, confondendo amore (che è distribuito inegualmente) e giustizia (che è la stessa per tutti) sostiene: «Preferisco i miei figli a quelli del vicino, quelli del vicino a quelli che non conosco. Dunque è un mio diritto maltrattare gli stranieri e privilegiare i connazionali». Un altro errore tipico del populista è quello di proporre soluzioni che hanno un prezzo che non si vuole riconoscere del tipo: «Se sarò eletto concederò più risorse alla polizia, costruirò nuove prigioni, darò un salario alle casalinghe», ovvero provvedimenti assai costosi, e promettendo al tempo stesso di ridurre le tasse: «Se sarò eletto, chiuderò le frontiere alle merci straniere che entrano in concorrenza con la produzione nazionale» [12]. In epoca moderna la demagogia ha avuto un impulso enorme grazie all'avvento delle comunicazioni di massa, come la televisione, che favorisce la seduzione a scapito dell'argomentazione.

Quel che divide un populista da un democratico

Vi sono inoltre alcune costanti del populista che lo distinguono dal democratico [13]. Il populista: rifiuta di allontanarsi dal qui e ora e dai singoli individui privilegiando ciò che è concreto, immediato; si rivolge esclusivamente alla folla con cui entra in contatto; sfrutta l'emozione del momento; si limita alle certezze della maggioranza; si sente a suo agio nelle assemblee deliberative in cui grazie a bella presenza ed eloquio si prevale con le posizioni più estreme. Preferisce l'adesione immediata degli astanti al prendere in esame l'opinione degli illuminati; si dedica ai problemi immediati e quotidiani ed è indifferente agli altri popoli e agli sconosciuti. In questo senso è xenofobo e rifiuta gli immigrati; privilegia soluzioni a breve preferendo la continuità al cambiamento. In questo senso è più conservatore che riformatore e preferisce l'ordine alla libertà; sfrutta sistematicamente la paura reclutando la maggioranza degli ammiratori tra le persone relativamente meno colte, che non conoscendo bene gli altri paesi, sono contro l'Europa e la mondializzazione; il suo pubblico abituale è quello che teme di sprofondare nella povertà; privilegia lo scontro con le élite a quello destra sinistra, di cui attrae gli adepti delle ali estreme; adora Internet e i social network perché saltano le mediazioni necessarie nella sfera pubblica e rappresenta la rivincita della periferia sul centro, dell'estremismo sulla moderazione. Il democratico: pensa in termini di una ideale volontà generale che cerca la soluzione migliore per il popolo intero; difende valori impopolari, propone sacrifici, si preoccupa delle generazioni future; cerca l'interesse generale; rispetta le leggi e riflette sui pro e sui contro difendendo le minoranze; condivide con Condorcet che «Ciò che in ogni epoca segna il vero punto d'arrivo dei lumi non è la singola ragione di un uomo di genio, che può anche avere i propri personali pregiudizi, ma la ragione comune degli uomini illuminati»; si preoccupa del medio e lungo periodo e si interessa ai drammi degli altri (solidarietà verso gli estranei); si preoccupa di introdurre cambiamenti che portino vantaggi nel tempo. È un riformatore più che un conservatore prediligendo la libertà all'ordine; ha a cuore la sicurezza e si rivolge a tutti cercando un interesse generale che non crei attriti con la comunità internazionale; si rivolge a tutti tenendo conto delle fasce più deboli; mantiene la distinzione destra sinistra privilegiando le ali moderate dei due schieramenti. Favorisce la formazione di élite meritocratiche; usa selettivamente Internet di cui favorisce la formazione di gruppi di interesse orientati da interlocutori autorevoli. Sta in contatto coi territori. Privilegia i corpi intermedi, la rappresentanza e la moderazione.

La profezia di Umberto Eco

Anche secondo Umberto Eco il populismo si riferisce al popolo non come a un insieme di individui che hanno un potere di delega e che fa sentire la propria voce attraverso le decisioni della maggioranza (visione quantitativa e democratica di popolo), bensì come a una qualità che si esprime nel suo insieme solo attraverso i leader che pretendono di esserne gli interpreti autentici. I singoli non valgono in quanto tali, bensì come esemplari di un insieme indistinto senza potere di delega. In questo modo il popolo si riduce a una finzione teatrale. La profezia di Eco secondo cui «(...) nel nostro futuro si profila un populismo qualitativo TV o Internet, in cui la risposta emotiva di un gruppo selezionato di cittadini può venire presentata e accettata come "la voce del popolo"» si è puntualmente avverata. Secondo Eco tale populismo, che sostituisce i pretesi rappresentanti dell'insieme come gli interpreti autentici di una mitica volontà popolare, costituisce l'anticamera dell'antiparlamentarismo ed è una caratteristica del fascismo eterno o «Ur-fascismo»: «Ogni qualvolta un politico getta dubbi sulla legittimità del Parlamento perché non rappresenta più la "voce del popolo", possiamo sentire l'odore di Ur-fascismo» [14], ovvero di quella forma di fascismo eterno che non si ripresenta in forma tradizionale e riconoscibile, bensì sotto spoglie più innocenti che è nostro dovere smascherare ogni giorno e in ogni parte del mondo.

Quando la libertà diventa ultraliberalismo

Il pensiero neoliberale (von Mises, von Hayek) nasce dal confronto con la Rivoluzione russa del 1917 e dall'avvento del nazismo in Germania. Per i suoi esponenti il mercato, al pari di Dio, non può agire in modo sbagliato. Essi esaltano la libertà e lo spirito d'iniziativa individuale, ma rinunciano, per opposizione allo statalismo, a far intervenire lo Stato nell'economia. Paradossalmente, però, esaltano l'intervento dello Stato nel senso che esso deve sopprimere sistematicamente ogni ostacolo alla concorrenza, nella fiducia, di origine religiosa, che le leggi di mercato siano leggi della natura e della storia. Già con Reagan, Thatcher e Pinochet, secondo Todorov, si è affermato questo tipo di neoliberalismo. All'indomani dell'i 1 settembre 2001 e con la crisi finanziaria del 2008-2009 col salvataggio delle banche private si è passati a un ultraliberalismo che può essere definito «neoliberismo di Stato», secondo cui gli unici beni sono quelli economici. Mentre il totalitarismo nega l'esistenza individuale, il neoliberalismo nega quella collettiva. Con la globalizzazione l'impresa multinazionale de-localizza e l'economia «(...) non è più sottomessa al controllo politico degli stati; al contrario, sono gli stati al suo servizio. Essi infatti sono sottoposti alle agenzie di rating che, evitando a loro volta ogni controllo politico, ne orientano le scelte. Di una democrazia gli stati hanno soltanto il nome – non è più il popolo che detiene il potere. Al limite possono difendere le loro frontiere – ma il denaro non si ferma all'interno. Grazie a questo mercato unificato, un individuo o un gruppo di individui, anche senza godere di alcuna legittimità politica, sono in grado, con un semplice clic sul computer, di trasferire altrove i propri capitali o di lasciarli dove sono facendo così precipitare o meno un Paese nella disoccupazione e nella recessione. Possono scatenare disordini o aiutare a evitarli. Sono individui, insomma, che godono di un immenso potere e non hanno da rendere conto ad alcuno. All'interno di ogni Paese, l'ideologia ultraliberale non lascia maggiore spazio all'azione politica. Per tutti la parola d'ordine è la seguente: fuori dal mercato nessuna salvezza» [15].
Ogni minimo intervento dello Stato è bloccato e la logica consumistica del «sempre di più» si afferma inesorabile. Secondo il credo ultraliberale «(...) lo Stato è chiamato a intervenire soltanto per favorire il libero funzionamento della concorrenza, mettere olio negli ingranaggi di un orologio naturale (il mercato), risolvere i conflitti sociali e mantenere l'ordine pubblico: il suo ruolo non sarebbe quello di limitare il potere economico, ma di facilitarlo» [16]. Derivano da tutto ciò che i governanti si mettono al servizio dei poteri forti, che si formano oligarchie politico-economiche, emarginazione dei perdenti che incorrono nel pubblico disprezzo e il culto del superuomo. Si tratta di un cambiamento per certi aspetti, ancora «(...) più fondamentale di quello imposto dalla Rivoluzione francese. Essa si limitava a sostituire la sovranità del monarca con quella del popolo; l'ultraliberalismo, invece, pone la sovranità delle forze economiche, incarnate nella volontà degli individui, al di sopra della sovranità politica (...) Così facendo contravviene al principio fondatore del pensiero liberale, che consiste nella reciproca limitazione dei poteri» [17]. In questo modo sono minati i fondamenti stessi della democrazia. «Giustamente condanniamo i regimi politici nei quali la vita sociale è sottomessa a una tutela ideologica: religiosa, come nelle teocrazie; o dottrinale, come nel totalitarismo. Eppure, sembriamo non cogliere alcun inconveniente in una situazione in cui il principio del mercato illimitato impone il proprio dominio esclusivo» [18]. Di fronte a ciò il potere politico è troppo debole. Affermando che la libertà è il mezzo più efficace per arricchire la società nel suo complesso, l'ultraliberalismo va oltre il vecchio principio del diritto all'egoismo e «(...) si oppone a ogni forma di controllo dei poteri pubblici perché, secondo i suoi sostenitori, ne deriverebbe un impoverimento di tutta la popolazione». L'esperienza storica però non conferma questa teoria, come dimostrano la fine della tratta dei neri ad opera della messa al bando della schiavitù da parte degli stati, come pure la perdurante devastazione ambientale e dei beni comuni da parte di chi invoca la libertà illimitata degli operatori economici. «La limitazione di questo appetito può derivare soltanto da una istanza che sia esterna alla logica economica del profitto» [19].

L'economia coincide con la felicità degli uomini?

L'ultraliberalismo si rivela così essere non un avversario, ma un fratello del totalitarismo. Esso è un regime non «liberticida», come il totalitarismo, ma «sociocida», nel senso che, esaltando la libertà economica senza alcun limite, perde la propria legittimità e diventa il potere di pochi sui molti. Todorov cita in proposito le efficaci parole del domenicano Lacordaire, in un discorso del 1848: «Tra il forte e il debole, tra il ricco e il povero, tra il padrone e il servo, è la libertà a opprimere e la legge ad affrancare» [20]. La libertà che invocano i forti è per accrescere ulteriormente il loro potere a scapito della società. L'esigenza di libertà, come diceva Burke, va contestualizzata. L'assunto implicito è che gli esseri umani siano egoisti, che i loro bisogni coincidano con quelli materiali e che ciò che va bene per l'economia renda felici gli esseri umani. Si viene così ad oscurare quell'immensa parte dell'esistenza umana che è la nostra vita sociale. Noi non abbiamo solo bisogno di libertà dagli altri, ma anche di uguaglianza e di solidarietà, che rinviano a un umanesimo che mette al centro gli attaccamenti che sono tipici della natura umana: il bisogno di essere considerati e di creare dei legami [21]. La libertà illimitata non può essere un ideale della vita umana. Questo non significa «(...) che sia necessario accettare passivamente, addirittura esaltare, tutti i legami imposti all'individuo sin dall'infanzia, rendere obbligatoria la solidarietà con la famiglia, il clan, l'etnia, la razza (...). I rapporti più preziosi, lo diceva già Montaigne, sono quelli che dipendono "dalla nostra scelta e dalla nostra volontà"» [22].
Come dimostrano gli incidenti dovuti allo sfruttamento pacifico dell'atomo o della ricerca del gas da scisti, abbiamo sostituito il male che veniva dalla natura con quello che viene dalla scienza applicata all'industria secondo la pura logica del profitto, derivanti dalla logica neoliberale. Visto che la capacità tecnologica è tale da oltrepassare nei suoi effetti le frontiere, anche la volontà collettiva deve orientare le decisioni su scala continentale. Da questo punto di vista occorre un rafforzamento delle figure terze che svolgano il ruolo di garanti tra le grandi multinazionali e gli individui che vengono atomizzati attraverso l'affermarsi di una logica che sottrae il contratto alle tutele della legge. L'ampliamento dell'ambito dei contratti a discapito di quello delle leggi nel mondo del lavoro fa sì che i padroni sfuggano al potere dei popoli dei singoli stati, e quindi dà luogo a un indebolimento della democrazia. Tale mutamento si è accelerato grazie alla globalizzazione sempre più sistematica dell'economia, rendendo completamente sproporzionato il potere di contrattazione tra le parti. Il rischio di lasciarsi tentare da una migliore remunerazione, che richiede come contropartita flessibilità e mobilità, porta a recidere i legami familiari e sociali impoverendo gli esseri umani. Da questo punto di vista gli stati devono recuperare la propria capacità di garanzia della vita comune [23], del benessere della popolazione, ed esercitare il ruolo di garanti della legalità. Le tecniche di management (toyotismo) trasposte nel mondo dell'amministrazione e dell'educazione (test) sostituiscono il governo degli uomini con quello delle cose, standardizzando e disumanizzando la nostra vita. I sostenitori accaniti del neoliberalismo tuonano contro lo Stato assistenziale che vizia i propri cittadini. Da questo punto di vista, rispetto alle multinazionali, è auspicabile un protezionismo europeo moderato, che trovi negli stati l'alleato che difenda con la legge la salute, l'ambiente e l'educazione dei propri cittadini. Il nostro mondo è sempre più caratterizzato dall'oblio dei fini e dalla sacralizzazione dei mezzi. «I alla società nel suo complesso che spetta il compito di sottomettere l'economia alle esigenze politiche e sociali, decise in comune. Non è questione di contrastare la globalizzazione, ma di prevenirne gli effetti perversi. Difesa dei diritti umani e società di mercato sono entrambe necessarie, ma devono essere equilibrate da altre forme di intervento» [24]. Ora, secondo Todorov, mentre «(...) la sinistra è favorevole alla libera circolazione delle persone; la destra a quella dei capitali. Ma significativamente, nessuno reclama simultaneamente le due, come se i divieti su un piano fossero necessari per compensare la libertà sull'altro» [25].
Dunque la libertà è uno dei valori fondamentali delle democrazie, ma il suo uso ambiguo, che si manifesta all'interno di ideologie e movimenti nati in tutta Europa e anche in America negli ultimi decenni, che affermano di difenderne i valori, nasconde una sua perversione di estrema destra, nazionalista, xenofoba, antimusulmana e antiafricana. Ciò rappresenta uno dei nemici intimi più pericolosi della democrazia.

Progresso e messianismo

Con la Rivoluzione francese si riduce l'interesse per gli individui a vantaggio di quello per la società. Vi è meno spazio per la morale e più per la politica. L'ottimismo della volontà guidata dalla ragione produce l'idea di un perfezionamento dell'umanità grazie a una fiducia enorme nella capacità di sradicare il male. Il nuovo messia è il popolo, e lo stato assume le funzioni che un tempo erano quelle affidate a Dio. La missione quasi religiosa è quella di produrre una società e un uomo nuovi, nonché rendere tutti gli uomini felici grazie al fatto di trasporre il legislatore dal cielo alla terra. Chi avversa questo entusiasmo chiliasta deve essere annientato (terrore). Stabilire il paradiso in terra costituisce una nuova religione politica, un messianismo senza messia che pone la rivoluzione e il legislatore al posto di Dio (Condorcet riconosce che si tratta di una religione politica). Napoleone, definito da Madame de Stael come «un Robespierre a cavallo», è in continuità con questa ideologia. Salvo il fatto di essere, agli occhi di coloro che lui dichiara liberati, un nuovo conquistatore. I rivoluzionari francesi si ritengono il vertice della civiltà che ha la missione di strappare alla barbarie le popolazioni lontane (Condorcet). La nuova missione è quella di civilizzare le razze inferiori.
La seconda ondata di questo messianismo politico è quella rappresentata dal progetto comunista; il tribunale della storia sanziona il diritto ad accelerarla per avvicinare il bene. Le leggi della storia, studiate scientificamente, si sostituiscono al ruolo un tempo esercitato dalla Provvidenza. Lenin dirà: «ll marxismo è onnipotente perché è vero». Col 1917 si ha l'avvio del primo totalitarismo della storia, cui segue nel 1933 quello nazista, che anziché alle leggi della storia fa appello alle leggi della biologia. Ne derivano la complicità tra i due totalitarismi (1939-1941) e poi la loro guerra feroce (1941-1945), vinta dall'alleanza che l'Unione sovietica costituisce insieme alle democrazie occidentali. Mentre il messianismo della Rivoluzione francese vuol portare la salvezza agli altri, quello comunista in un primo tempo propone una guerra civile interna a ciascun paese, salvo poi, costituitasi l'URSS, puntare alla graduale conquista degli altri. A differenza del messianismo francese, quello totalitario non si accontenta di un controllo delle istituzioni, ma punta anche a una trasformazione degli esseri umani passando per l'eliminazione di intere categorie della popolazione.
La terza ondata del messianismo è quella che pretende di imporre la democrazia con le bombe. «Dopo la caduta dell'impero comunista in Europa, negli anni 1989-1991, si assiste a una terza forma di messianismo politico (...) questa politica consiste nell'imporre il regime democratico e i diritti umani ricorrendo alla forza, il che genera contemporaneamente una minaccia interna per gli stessi paesi democratici». E ancora: «Da quando esiste una sola superpotenza il pericolo della dismisura è apparso sotto una nuova veste, perché nulla più ostacola l'estendersi della sua azione. Gli Stati Uniti vorrebbero assumere il ruolo di "poliziotto planetario", imporre la propria volontà usando la forza, rivestita, non c'è da meravigliarsi, dei colori del Bene. I sostenitori di questa strategia si reclutano in tutto lo spettro politico attuale, da sinistra a destra» [26]. Si è cominciato nel 1999 col Kosovo (Clinton), per proseguire con la difesa della guerra «democratica» o «umanitaria» in Irak (G. W. Bush, 2003), in Afghanistan e infine in Libia (Obama, 2011), legittimandole col diritto all'ingerenza in paesi che violano i diritti umani. Todorov ricorda opportunamente una efficace affermazione di Charles Péguy secondo cui per imporre tutto il bene espresso dalla Dichiarazione dei diritti dell'uomo «(...) vi sono motivazioni sufficienti a combattere per tutta la durata del mondo!».

La deriva delle democrazie occidentali

La democrazia implica l'uguale dignità di tutti i membri del genere umano; siamo democratici quando impediamo ad altri popoli di scegliere autonomamente il proprio destino? La diffusione di carattere sistematico della tortura rende ancora democratico uno Stato? Lo scopo di garantire la sicurezza degli Stati Uniti è raggiunto occupando l'Afghanistan? Oppure non si è prodotto piuttosto un risultato opposto, rendendo uniti tutti quelli che per i motivi più eterogenei si oppongono all'occupazione? L'occupazione dell'Afghanistan dovrebbe scandalizzare la popolazione dei paesi occidentali [27]. Il messianismo politico che aveva condotto alla guerra all'Irak, secondo Todorov, è ancora vivo nell'idea di guerra giusta riproposta da Obama nel suo discorso per il Nobel del 2009. Lo scopo vero perseguito è quello, affetto da messianismo, di garantire la sicurezza mondiale svolgendo la funzione di gendarmi del mondo, facendo guerre preventive che avrebbero un carattere umanitario. Si fa largo una tentazione del bene assai pericolosa. Al principio sancito a Westfalia della sovranità degli stati si sostituisce quello per cui gli stati più forti sono artefici del destino altrui. Anche l'intervento in Libia, di cui Obama ha fornito una legittimazione (si veda il suo discorso pronunciato il 28 marzo 2011) sostenendo che gli USA sono «(...) il garante della sicurezza globale e il difensore della libertà umana» conferma la deriva messianica delle democrazie occidentali. I massacri compiuti in nome della democrazia non sono per questo meno massacri. «La violenza dei mezzi annulla la nobiltà dei fini. Non esistono bombe umanitarie né guerre misericordiose, le popolazioni che le subiscono contano i cadaveri e ignorano gli scopi sublimi (Dignità! Libertà! Diritti dell'uomo! Civiltà!). Coloro che appoggiano questi interventi hanno la sorpresa di scoprire che producono effetti contrari agli scopi attesi» [28]. Inoltre essendo chiamati a imporre agli altri il bene usando la forza, invece di limitarsi a proporlo, postula che gli altri non siano capaci di autogovernarsi e necessitino, per essere liberati, di sottomettersi ai liberatori [29]. «È bene sottolineare che qui non sono in discussione i diritti umani, ma il modo in cui si tenta di promuoverli (...). Innegabilmente esistono guerre legittime: quelle di autodifesa (...) quelle che impediscono un genocidio o un massacro (...) In compenso, legittime non sono le guerre che si inseriscono in un progetto messianico e la cui giustificazione è d'imporre a un altro Paese un ordine sociale superiore o di farvi regnare i diritti umani» [30].
Tirando le somme su questo argomento, il panorama storico e politico che se ne ricava è il seguente: nello scontro fondamentale del XX secolo tra democrazie e totalitarismi, che si presentavano come un rimedio alle carenze delle democrazie, le democrazie sono uscite vittoriose. Il nazifascismo è stato sconfitto nel 1945 e il comunismo è crollato nel 1989 [31]. A fronte di questo si assiste a una aspirazione alla democrazia che in passato non c'era. Per quanto le democrazie debbano pensare a proteggersi ancora con le armi, «(...) non esiste più un nemico globale, un rivale su scala planetaria» e in un prossimo futuro non è ipotizzabile il ritorno alla minaccia totalitaria. Alla scomparsa della minaccia comunista si è però sostituito l'islamismo integralista «(...) in seguito all'intervento congiunto di alcuni politologi influenti e all'attacco dell'i 1 settembre 2001 contro gli Stati Uniti». Se l'islamismo integralista rappresenta un pericolo effettivo, «(...) la minaccia che la sua versione internazionale (definita al Qaeda) rappresenta per i paesi occidentali non è paragonabile a quella che rappresentavano i paesi comunisti: essa richiede misure di polizia, piuttosto che l'annientamento di un esercito potente. La violenza che la caratterizza richiama alla memoria la Frazione Armata rossa in Germania o le Brigate rosse in Italia, ma non l'Armata rossa di Stalin» [32]. Agli indubbi danni inflitti dagli attentati degli integralisti islamici gli Stati Uniti hanno reagito «(...) al pari di un toro che si scaglia sul drappo rosso che gli viene agitato davanti agli occhi. Infatti come si possono paragonare l'attacco mirato alle Torri gemelle di NewYork e le guerre in Afghanistan e in Iraq, che durano ormai da anni, hanno provocato centinaia di migliaia di vittime, sono costate miliardi di dollari e per lungo tempo hanno messo in pericolo la reputazione (e, indirettamente) la sicurezza degli Stati Uniti nella regione? In aggiunta, una politica come questa ha inflitto anche all'interno del Paese danni che si sono ripercossi sugli alleati europei: pensiamo alla tortura legalizzata, alla discriminazione delle minoranze o alle restrizioni imposte alle libertà civili. Il terrorismo islamico (o jihadismo) non rappresenta un candidato credibile per il ruolo svolto in passato da Mosca. Nessun modello di società che sia differente dal regime democratico si presenta oggi come suo rivale; piuttosto, quasi ovunque si assiste al manifestarsi di un'aspirazione alla democrazia in passato assente (...). In compenso, la democrazia cela al proprio interno forze minacciose e la novità della nostra epoca è che tali forze sono più potenti di quelle che l'attaccano dall'esterno» [33]. Mentre siamo familiarizzati con situazioni paradossali che evidenziano che «(...) il male scaturisce dal bene»  – quali la consapevolezza del fatto che la scienza non sia solo fonte di speranza, ma di pericoli che vanno dai rischi nucleari al riscaldamento globale, alle manipolazioni genetiche, alla consapevolezza che se tutta la popolazione mondiale adottasse come propri i consumi degli occidentali sarebbe un disastro, o che grazie ai progressi della medicina la popolazione mondiale potrebbe aumentare a livelli insostenibili  non siamo altrettanto consapevoli di questi nemici intimi della democrazia, rischiando di compromettere questo prezioso traguardo del processo storico.


NOTE

1 T. Todorov, I nemici intimi della democrazia, Garzanti, Milano 2012, p.15.
2 Ibidem, pp. 15-16. A proposito della distinzione delle tre sfere dell'agire, legale, pubblica e privata, si leggano le chiarissime pagine presenti in T. Todorov, Lo spirito dell'illuminismo, Garzanti, Milano 2007, pp. 49-62; sul rapporto tra sovranità popolare e libertà individuale si veda inoltre T. Todorov, Benjamin Constant, La passione democratica, Donzelli, Roma 2003.
3 Si veda in proposito l'opera magistrale T. Todorov, Memoria del male, tentazione del bene, Garzanti, Milano 2001.
4 T. Todorov, I nemici intimi della democrazia, cit., pag. 14.
5 Su una versione non ingenua di progresso inteso, sulla scorta della grande lezione di Rousseau, come perfettibilità che giustifica lo sforzo, ma che ha sempre un prezzo, si veda Todorov, Lo spirito dell'illuminismo, cit., pp. 19-23.
6 Ibidem, pp. 17-18.
7 Ibidem, p. 19.
8 Ibidem, p. 18. A proposito dell'elemento della dismisura del governo democratico, e più in generale al fatale e a suo avviso naturale ciclo delle forme di governo si confrontino le geniali considerazioni di Machiavelli: «E perché tutti gli stati hanno nel principio qualche riverenza, si mantenne questo stato popolare [democrazia] un poco, ma non molto, massime spenta che fu quella generazione che l'aveva ordinato, perché subito si venne alla licenza, dove non si temevano né gli uomini privati né i pubblici: di qualità che vivendo ciascuno a suo modo si facevano ogni dì mille ingiurie, talché costretti per necessità o per sugestione d'alcuno buono uomo, o per fuggire tale licenza, si ritorna di nuovo al principato; e da quello di grado in grado si riviene verso la licenza, né modi e per le cagioni dette. E questo è il cerchio nel quale girando tutte le repubbliche si sono governate e si governano: ma rade volte ritornano nei governi medesimi, perché quasi nessuna repubblica può essere di tanta vita che possa passare molte volte per queste mutazioni e rimanere in piede» (Discorsi, 1,2, Di quante spezie sono le repubbliche e di quale fu la Repubblica Romana).
9 T. Todorov, I nemici intimi della democrazia, cit., p. 179.
10 Ibidem, pp. 9-10.
11 Ibidem, p. 183.
12 Ibidem, p. 184.
13 Ibidem, pp. 183-189.
14 U. Eco, Il fascismo eterno, in Cinque scritti morali, Bompiani, Milano 1997, pp. 46-47.
15 T. Todorov, I nemici intimi della democrazia, cit., p. 120.
16 Ibidem, p. 121 ss.
17 Ivi.
18 Ibidem, p. 122.
19 Ibidem, p. 125.
20 Ibidem, p. 128.
21 Si veda, in questo senso, T. Todorov, La vita comune, Pratiche editrice, Parma 1995.
22 T. Todorov, I nemici intimi della democrazia, cit., pp. 132-133. Sul tema della libertà dalla famiglia, e del suo possibile ruolo oppressivo evidenziato da Beccaria, si veda anche Todorov, Lo spirito dell'illuminismo, cit., pag. 52.
23 Si veda in proposito il paragrafo intitolato Segnali di cedimento dello stato in T. Todorov, La paura dei barbari, Garzanti, Milano 2009, pp. 98 ss.
24 Ibidem, p. 174.
25 Ibidem, p. 175.
26 Ibidem, p. 95. Si legga in proposito anche il capitolo intitolato I neofondamentalisti, in T. Todorov, Il nuovo disordine mondiale, Garzanti, Milano 2003.
27 Sul ruolo che l'Europa dovrebbe giocare sullo scacchiere internazionale, si legga T. Todorov, Il nuovo disordine mondiale, cit.
28 T. Todorov, I nemici intimi della democrazia, cit., p. 96.
29 Ibidem, p. 97.
30 Ibidem, p. 97-98.
31 Per una articolazione di questa periodizzazione, si veda T. Todorov, Memoria del male, tentazione del bene, cit.
32 T. Todorov, I nemici intimi della democrazia, cit., p. 12. Si veda in proposito anche T. Todorov, La paura dei barbari, cit.
33 Ibidem, p. 12-13.

 (Testimonianze, 523 [2019], pp. 19-29)