Perché noi no?

Sorella Lisa - Bose


28 marzo 2019

In quel tempo, arrivando presso i discepoli, Gesù, Pietro, Giacomo e Giovanni videro attorno a loro molta folla e alcuni scribi che discutevano con loro. 15E subito tutta la folla, al vederlo, fu presa da meraviglia e corse a salutarlo. 16Ed egli li interrogò: «Di che cosa discutete con loro?». 17E dalla folla uno gli rispose: «Maestro, ho portato da te mio figlio, che ha uno spirito muto. 18Dovunque lo afferri, lo getta a terra ed egli schiuma, digrigna i denti e si irrigidisce. Ho detto ai tuoi discepoli di scacciarlo, ma non ci sono riusciti». 19Egli allora disse loro: «O generazione incredula! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo da me». 20E glielo portarono. Alla vista di Gesù, subito lo spirito scosse con convulsioni il ragazzo ed egli, caduto a terra, si rotolava schiumando. 21Gesù interrogò il padre: «Da quanto tempo gli accade questo?». Ed egli rispose: «Dall'infanzia; 22anzi, spesso lo ha buttato anche nel fuoco e nell'acqua per ucciderlo. Ma se tu puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci». 23Gesù gli disse: «Se tu puoi! Tutto è possibile per chi crede». 24Il padre del fanciullo rispose subito ad alta voce: «Credo; aiuta la mia incredulità!». 25Allora Gesù, vedendo accorrere la folla, minacciò lo spirito impuro dicendogli: «Spirito muto e sordo, io ti ordino, esci da lui e non vi rientrare più». 26Gridando e scuotendolo fortemente, uscì. E il fanciullo diventò come morto, sicché molti dicevano: «È morto». 27Ma Gesù lo prese per mano, lo fece alzare ed egli stette in piedi. 28Entrato in casa, i suoi discepoli gli domandavano in privato: «Perché noi non siamo riusciti a scacciarlo?». 29Ed egli disse loro: «Questa specie di demòni non si può scacciare in alcun modo, se non con la preghiera».
Mc 9,14-29

Perché noi no? Perché noi non riusciamo a guarire, a liberare dal male? Perché davanti alla malattia, al dolore, al male, soprattutto quando ne sono colpiti quelli che amiamo, sperimentiamo tutta la nostra dolorosa, tragica impotenza?
Ripercorriamo il racconto di Marco. Mentre Gesù, Pietro, Giacomo e Giovanni sono sul monte della trasfigurazione, gli altri discepoli hanno cercato, invano, di guarire un ragazzo malato, probabilmente di epilessia. I discepoli, quelli che Gesù aveva costituito perché “stessero con lui, per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demoni” (Mc 3,14), hanno fallito nel loro compito. Forse si sono impegnati con tutte le loro forze, hanno fatto di tutto, ma il loro darsi da fare è stato soltanto uno sterile affanno, un attivismo infruttuoso.
Gesù reagisce al racconto del padre con un gemito che sale dalle profondità del suo cuore: “O generazione incredula! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi?” (v. 19). È un gemito e un rimprovero che attraversa il tempo, che risuona ancora oggi per noi. Il padre del ragazzo si fa voce della mancanza di fede dei discepoli e nostra: “Ho fede, vieni in aiuto alla mia mancanza di fede!” (cf. v. 24). Nessuno di noi è un distillato di fede pura, siamo abitati da fede e da non-fede. Esistono nel nostro profondo regioni non ancora evangelizzate, vi sono dubbi, esitazioni, paure. “Se tu puoi! Tutto è possibile a colui che fede!” (v. 23), risponde Gesù a quel povero padre. L’apostolo Paolo riecheggia queste parole quando dice: “Tutto posso in colui che mi dà forza” (Fil 4,13). La fede non è soltanto un contenuto da credere, ma un atteggiamento globale che impegna tutta la persona a entrare nella dinamica del Regno già presente e operante.
“Ciò che non è assunto non può essere salvato”, dichiara un padre della chiesa, Gregorio di Nazianzo (Lettera 101). Gesù si informa sulla malattia del ragazzo, dà un nome al male che lo abita, “assume” il dolore del padre e del figlio e li “salva”.
Ai discepoli che lo interrogano sui motivi del loro fallimento Gesù risponde: “Questa specie di demoni non si può scacciare in alcun modo, se non con la preghiera” (v. 29). Non è un invito a ricordare l’altro nella preghiera in maniera indolore, o ad aspettarci miracoli e prodigi. Preghiamo non soltanto nei tempi di preghiera comunitaria o personale; questi tempi, laboratorio in cui ci lasciamo lavorare e trasformare dalla parola di Dio, dovrebbero condurci a vivere “in stato di preghiera”; in ogni nostra azione, in ogni nostra decisione dovremmo stare dinanzi a Dio, unire la nostra volontà alla sua. “Senza di me non potete far nulla”, ricorda Gesù nel Vangelo secondo Giovanni (Gv 15,5). Anche noi siamo come quel ragazzo “che ha uno spirito muto” (ma Gesù aggiunge che questo spirito è “sordo” e perciò è muto, v. 25) e anche noi dobbiamo essere guariti, una guarigione che passa attraverso una morte a noi stessi.
Gesù lo fece alzare ed egli stette in piedi. I verbi qui usati sono gli stessi impiegati per parlare della resurrezione. Potremmo tradurre: “Gesù lo fece risorgere ed egli resuscitò”. Vivere davanti a Dio implica una morte, un andare a fondo affidando a lui le nostre fatiche, il nostro patire, la nostra poca fede. Soltanto allora, forse, sapremo porre gesti di un amore che non attende ricompensa, che sa stare accanto a chi soffre con l’intelligenza del cuore, condividendo i pesi gli uni degli altri e già questo è guarigione.