Dante, la selva oscura

dell'esilio

Carmelo Mezzasalma


Avvicinandosi le celebrazioni per i 700 anni dalla morte del poeta fiorentino (1321), uno dei più grandi della letteratura mondiale, Chiara Mercuri, nel suo libro Dante in esilio (Laterza, Roma-Bari 2018), ci offre un illuminante percorso di quella sua drammatica esperienza tra sradicamento, ansia di scrittura e combattimento della fede.

Esilio, una condizione contemporanea?

Da qualche tempo la tematica dell'esilio è al centro, forse per qualche ragione ancora tutta da sviscerare, dell'attenzione di studiosi e di interpreti della condizione contemporanea, magari attraverso lo scandaglio di esperienze di scrittori e poeti che hanno ben conosciuto quel tragico sradicamento a un certo punto della loro vita. Maria Zambrano, ad esempio, ha sperimentato l'esperienza dell'esilio per anni e anni, dopo la fuga dalla Spagna della dittatura di Franco, fino ad accorgersi, riflettendo a lungo sul proprio sradicamento, che la condizione dell'esilio, al di là delle vicissitudini storiche o personali, è qualcosa dí più universale che, talvolta, incrocia la nostra vita più profonda e quasi in modo indicibile. L'esilio, dunque, quale immagine della condizione umana che, in un modo o nell'altro, sperimenta questa sottile e dolorosa perdita del proprio centro "interiore", oltre che fisico o geografico, e che deve fare i conti, per conseguenza, con la necessità, tutta spirituale, di rispondere a quel senso di vuoto e di smarrimento che non sembra avere alcun nome.
Così, la Zambrano distingue un esilio interiore, cioè di coloro che riescono a rimanere in patria, dall'esilio esteriore, ovvero di coloro che sono costretti dalle circostanze, più o meno fortuite, a lasciare tutto per avventurarsi nel «grande mare dell'esilio». «Mentre prosegue la storia – scrive –, si continua a sognare. Ma se la storia è qualcosa di più di una serie di catastrofi, bisogna imparare a sognare. Il che è possibile per quanto possa apparire strano. S'impara a sognare approfittando del vuoto che lascia la consumazione della tragedia, la solitudine e anche l'abbandono in cui resta chi è abbandonato in essa. Questo vuoto, questo deserto in cui rimane chi è stato lasciato senza di nulla – anche senza la morte – solo con la vita; senza realtà, ma con un orizzonte e il tempo, al contrario dei sogni» (M. Zambrano, L'esilio come patria, Morcelliana, Brescia 2016, p. 9).
E tuttavia, paradossalmente, quella condizione di solitudine, di abbandono, di sradicamento totale – tipica degli esiliati – viene considerata dalla Zambrano quasi come una "beatitudine" che, non diversamente dalla "mistica", cerca di superare lo scacco della ragione per fare appello a una ragione più integrale e assoluta che si ricongiunga alla pienezza della vita che, nonostante tutto, non si vuole abbandonare e lasciare alla deriva. Dopo tutto, in questa scrittura della Zambrano, tesa sul filo del rasoio, se c'è, da un lato, la realtà dolorosissima dell'assenza di una patria, dall'altro, c'è anche una misteriosa rinascita, attraverso quello che la grande e sensibilissima filosofa spagnola chiamava "il sogno creatore", "l'utopia" di uno spazio interiore al di là della storia e sottratto alle sue amare convulsioni. Dunque, lo spazio della speranza che farà dire alla Zambrano, al punto finale della sua riflessione, «amo il mio esilio». Viene da chiedersi se, per una di quelle ragioni profonde che s'instaurano tra letture diverse e affini dell'esilio, la Zambrano – mentre procedeva sul filo teso del suo pensare il sogno o l'utopia della speranza – avesse in mente anche il dramma dell'esilio di Dante e il suo esito nella scrittura poetica, storica e teologica della Divina commedia. Chissà.

Nel crogiuolo dell'esilio interiore

Certo, nel caso della Zambrano o in quello di Dante è un esito difficilissimo e impervio da raggiungere, almeno dalla maggioranza degli uomini e delle donne, qui e ora, ma sta di fatto che la condizione dell'esilio, interiore e spirituale, appartiene a tutti in quest'ora della nostra storia in cui la vita umana e la sua speranza sembrano ridotte a merce di scambio tra contendenti materialisti e indifferenti a tutto, oppure a semplice materia da manipolare ad uso della propaganda e perfino della politica di turno. Intuiamo tutti, allora, una nostra condizione di esilio, di smarrimento, di impotenza e di perdita di qualsiasi centro, capace di dare stabilità e senso al nostro vivere, forse molto al di là di quegli splendidi e illuminanti esempi di esilio della letteratura e della filosofia non ancora asservite alle logiche dell'omologazione così vincenti ai nostri giorni e malgrado tutti i tentativi "intellettuali" di negarla.
Esilio interiore, dunque, sul piano antropologico e sociale, dove non sembra più esistere l'individuo o la sua insopprimibile individualità, mentre appare piuttosto vincente il modello di uno stile di vita assai conformista e del tutto privo di motivazioni interiori. Esilio anche sul versante della prassi e delle scelte politiche di una certa quantità di persone che scelgono la via del populismo e del sovranismo per annullare quell'idea di Europa unita che è costata un prezzo altissimo, sebbene richieda una prospettiva ancora più ideale e culturale. Esilio, forse e perfino, sul piano della fede e della realtà della Chiesa, percorsa e agitata da venti contrari e, purtroppo, anche da scandali, dove non si sa più dove si trovi il centro della fede cristiana, se nella persona di Cristo o nella mia idea di Cristo, della Chiesa e della fede, con una forte accentuazione di individualismo che non è dato vedere dove voglia andare o impegnare questo residuo fragile di fede. Se nella difesa a oltranza di sé stessi o nell'ascolto dell'autentica chiamata di Dio, nella sua Parola, nei suoi Sacramenti, nello Spirito che solo dà la vita vera di Dio.
Si direbbe, in fondo, che il nostro mondo somiglia molto a queste sere di tardo autunno nelle quali è ormai terminato il magico e incantevole fiammeggiare degli alberi rossicci, dorati dalla luce. Anche il sole si è fatto raro e sulle strade o nei giardini le foglie altro non sono che spazzatura sbattuta dal vento. In una condizione dell'anima, dunque, profonda e segreta, la tentazione è quella di pensare che nel
Domenico di Michelino, Dante Alighieri, l'allegoria della Divina Commeida e la città di Firenze (Cattedrale di S. Maria del Fiore, 1465, part.) mondo tutto è cupo: catastrofi, ingiustizie, guerre e divisioni dilaniano gli esseri umani, ieri come oggi. Dov'è la speranza? Andare verso un altro mondo... Trovare qualcuno che finalmente ci conceda di comprenderci, di amarci, di condividere una stessa meta di più calda umanità, di spartire la tavola con tutti, di parlare e di accogliere lo straniero come un fratello, non come un intruso o un concorrente del nostro benessere. Qualcuno, dopo tutto, che ci conceda finalmente la percezione chiara di sfuggire a un universo umano e storico nel quale ci sentiamo schiacciati da quegli stessi meccanismi che abbiamo creato, ma che si rivelano talvolta disumani nel campo economico, politico, sociale, culturale. E, allora, come tanti che ci hanno preceduto e che sono morti, forse anche noi non siamo altro che foglie sbattute dal vento impietoso della storia, di questa nostra storia tragicamente frammentata? Eppure, non riusciamo, anche in questa fase della nostra storia, individuale e collettiva, a rinunciare a quel "sogno creatore" che Dante o Maria Zambrano alla fine riuscirono a scoprire sulle accidentate strade del loro esilio.

Essere "dantisti" per leggere Dante?

Forse è per tutte queste ragioni, che abbiamo tentato di dipanare nella fitta tela di ragno del nostro smarrimento contemporaneo, che il libro di Chiara Mercuri, Dante. Una vita in esilio (Editori Laterza, Bari-Roma 2018) ci è sembrato così toccante, puntuale e convincente al punto da renderci presente, come sa fare soltanto la poesia, l'amara trama dell'esperienza dell'esilio di Dante. Diversamente da Alberto Casadei, fuori dubbio ottimo studioso della letteratura italiana, che in «La lettura», il supplemento letterario del «Corriere della sera», di poco tempo fa (25 novembre 2018) lo ha stroncato impietosamente, ma con ragioni nient'affatto convincenti ed equilibrate. Tanto per cominciare, non c'è alcun bisogno, in effetti, di essere un "dantista" di professione, accademica o meno, per scrivere un bel libro su Dante e sulla sua esperienza umana e poetica. Anche Vittorio Sermonti (19292016) non si definiva un "dantista", a rigore di lessico, eppure ha dedicato a Dante non solo bellissimi commenti alle tre cantiche della Divina Commedia, ma anche saggi di notevole spessore critico e interpretativo, come quelli apparsi postumi in L'ombra di Dante (Garzanti, Milano 2017).
Certo, notizie sicure e documenti scarseggiano sull'intera vita di Dante, e sull'esilio in particolare, ma ciò non ha impedito a Marco Santagata di tentare di scrivere, con risultati impareggiabili, una "biografia" del poeta fiorentino (Dante. Il romanzo della sua vita, Mondadori, Milano 2012) che, crediamo, nessun serio dantista o anche appassionato lettore della vicenda umana e poetica di Dante potrebbe mettere da parte con tanta facilità, senza perdere preziosi suggerimenti e dettagli interpretativi che formino la "lettura" e l'interpretazione del suo vissuto poetico e umano. Non è un peccato capitale o un errore inoltrarsi negli spazi, vuoti di documenti o di altro, per calarsi in questo vissuto di un poeta o di uno scrittore, purché Dante torni "a parlarci", mentre viviamo anche noi lo smarrimento o l'inquietudine della nostra storia. Quello smarrimento o inquietudine che ha reso possibile la scrittura, viva e ancora palpitante, della inimitabile Commedia. Anche la divulgazione, in questo caso, ha i suoi grandi meriti e nutre, oltre tutto, i nostri valori, oltre che la nostra conoscenza. Dante, attraverso la scrittura poetica – che ha una funzione catartica –, ha provato e tentato di mettere in ordine quel caos che può dominare la nostra vita, la nostra esperienza di individui nel grande mare del mondo, qui e ora.

Dante, la "selva oscura" dell'esilio

In ogni caso, Chiara Mercuri, scrivendo Dante. Una vita in esilio, non intendeva, pensiamo, offrire un saggio biografico su Dante, perfetto in ogni punto, ma una interpretazione, esistenziale e spirituale, della condizione vissuta da Dante dopo il "naufragio" di tante sue speranze politiche a favore, ad esempio, della sua Firenze e dell'Italia. Di quel tempo, certo, ma anche del suo futuro. E lo ha fatto sfruttando, anche letterariamente, le sue notevoli competenze – perché dovrebbero essere negate? – in fatto di storia medievale e tanto più dimostrate, tra l'altro, nel bel ritratto del "giovane" Francesco d'Assisi in La storia negata (2016) o in La Vera Croce. Storia e leggenda dal Golgota a Roma (2014). Così, Chiara Mercuri si inoltra anch'essa in quella drammatica e celebre "selva oscura", armata da un struttura di pensiero e di scrittura "letteraria" tutt'altro che banale o artificiosa, alla ricerca di quella chiave interpretativa e spirituale che ha permesso a Dante di ritrovare, dopo tante delusioni e fallimenti, il "sogno creatore" quale si è poi concretizzato nella visione della Commedia. Sta di fatto che, proprio questa rinnovata lettura della "selva oscura", nell'incipit indimenticabile del grande poema, al quale hanno posto mano cielo e terra, è la chiave di lettura che la Mercuri si è data, con ottime ragioni, dell'intera vicenda dell'esilio di Dante. Una chiave nuova, si potrebbe dire, ma anche una chiave in un certo senso familiare a chi, per anni e anni, si è dedicato come lettore, e quasi discepolo, ad ascoltare la "voce" di Dante, pur di imparare da lui la vita dell'anima e la fede incrollabile.
Dunque, Dante sa parlare a tutti, indistintamente, purché lo si voglia ascoltare quale maestro di vita e di vita spirituale, anche in mezzo alle tempeste della vita e della storia. «L'esule – scrive Chiara Mercuri – è una barca che procede dentro un mare in tempesta, senza riuscire mai a tenere la barra del timone al centro. Questo è l'esilio, un'imbarcazione in mare aperto quando le onde si fanno gonfie e giurano di sommergerti; un maremoto dal quale non si esce vivi, perché seppur ne esci, dopo, non riesci più a scrollarti di dosso quella sensazione di allerta costante, di fuga perenne, di morte imminente. Come se ci fosse sempre dietro a te una voragine pronta a inghiottirti: "E come quei che con lena affannata, / uscito fuor del pelago alla riva, / si volge a l'acqua perigliosa e guata, / così l'animo mio, ch'ancor fuggiva, / si volse a retro a rimirar lo passo / che non lasciò già mai persona viva" (E come quello che / approdato alla riva con lena affannata per essere scampato al mare aperto / si volta verso l'acqua spaventosa a guardare indietro il pericolo scampato, così il mio animo / che ancora fuggiva / si volse a guardare quel passo che non lasciò mai persona uscirne viva: Inferno, 1,22-27)» (C. Mercuri, Una vita in esilio, cit., pp. 76-77). Si noterà come, in questo e in altri passi citati della Divina Commedia, la studiosa renda, in italiano corrente, il non sempre facile lessico dantesco per un lettore che vuole appropriarsi subito dell'esperienza spirituale di Dante, in questo o in quel momento. Il suo, quindi, non è un intento filologico, bensì proprio, mentre interpreta, quello di pensare al lettore, a quel tipo di lettore che ha molto a cuore l'anima che ha spinto Dante alla scrittura letteraria. Così Chiara Mercuri traduce, in un certo senso, nella sua scrittura, l'esperienza dell'esilio del nostro poeta in parole, immagini, metafore. «La selva oscura – continua – è la tempesta spaventosa cui è stata sottoposta la sua vita, e non il peccato. Tempesta scatenatagli contro da un potere cinico e corrotto, che lo ha bandito dalla cerchia sicura delle sue mura, condannandolo a vagare "come legno" senza porto d'approdo: non più meta né lavoro né famiglia né compagnia alcuna. Senza più scaldarsi al calore dei figli, al sorriso degli amici, al saluto dei volti noti. Dante non ha più una casa a cui tornare. Intorno a lui ormai è il nulla» (p. 77).
Dante, in questa vivida e sofferta condizione del suo esilio, potrebbe dar torto a questa scrittura o traduzione "letteraria" di Chiara Mercuri? Potrebbe darle torto anche il lettore che ha di fronte, e non certo dimentica, tutta la complessa e sfaccettata intelaiatura dell'intera prima cantica? Di quell'Inferno e delle sue "figure del male" che si distendono sulla storia umana e che si sono sedimentate nei secoli nel mondo fino al tremendo Male di Auschwitz? Ha scritto Franco Rella, proprio in Figure del male che, nel male, personale o storico, l'uomo viene ridotto a cosa, a oggetto, e continua: «Questo avviene, ha luogo, prima ancora che nella tortura o nell'umiliazione, nell'indifferenza, o come dice Leopardi, nella mancanza di ogni passione che è noia, "la qual è pur passione", anche se la più "sterile tra le passioni", figlia e madre del nulla, perché non solo è sterile, "ma rende tale tutto ciò a cui si unisce e avvicina"» (Meltemi Editore, Sesto San Giovanni 2017, p. 12). Da qui, in Dante, l'insopprimibile esigenza della scrittura poetica, ma di una scrittura nuova rispetto a quella giovanile del "dolce stil nuovo".

Il Convivio, l'ansia della scrittura aperta a tutti

Chi legge, infatti, attentamente le pagine del Convivio dantesco non può sottrarsi alla sensazione che qui si tratta anche, come annota la Mercuri, di una grande metafora del dare e del donare, ossia dell'elargire conoscenza al maggior numero possibile di persone perché vincano le torbide suggestioni del male: «Il Convivio è tutto incentrato sull'idea evangelica di dare il pane agli affamati e l'acqua agli assetati perché non esistono solo la fame e la sete del corpo: per Dante ce n'è una peggiore, che è quella dello spirito, e se non metti a tacere la fame e la sete spirituali, non trovi poi le motivazioni per soddisfare quelle materiali e fisiologiche. Questo è il "convivio", una "beata mensa" in cui si consuma il cibo degli angeli, che non è il cibo del corpo, ma quello dell'anima» (p. 123).
Di norma, in effetti, a questa "mensa" hanno accesso solo gli uomini e le donne sapienti, ma Dante pensa di farsi piuttosto intermediario tra loro e la massa sterminata di quegli affamati e assetati che, senza saperlo, proprio di quel cibo degli angeli vorrebbero nutrirsi e che non lo possono fare o perché non ne hanno i mezzi o perché ne sono tenuti lontani da preoccupazioni, affanni della vita, impegni familiari e civili. Per Dante, in questa prospettiva nata dall'esperienza del suo esilio, portare il pane a questi "affamati" è un obbligo morale dal momento che il ricco deve dare perché ha, il filosofo deve insegnare perché sa, mentre la carità non è solo elargizione di beni materiali, bensì di beni spirituali. E ha ragione Chiara Mercuri, interpretando interi passi del Convivio dantesco, nel chiosare: «conoscere ha senso solo quando lo si metta in comunione con gli altri» (p. 211). Dopo tutto, è un'idea di cultura, di umanesimo culturale, che si è fatta strada nel cuore di Dante, forse e non solo, nelle tristi e disperate vicissitudini del suo esilio.
Conoscere, dunque, non è un impulso elitario, destinato a pochi e fortunati eletti, ma un'inclinazione profonda, ancor quando ancora inconsapevole, comune a tutti gli uomini e le donne. Così: «la sua idea di cultura non coincide con quella dei magistri artium, dei maestri universitari, in particolare dei filosofi e dei teologi, che nei grandi atenei di Parigi, Bologna, Oxford e Padova appaiono impegnati solo a costruire un'immagine alta di sé e della propria professione. Per Dante il sapere non è né prestigioso né alto, ma qualcosa cui tutti, come insegna Aristotele, naturalmente aspirano e a raggiungere il quale tutti devono essere aiutati» (Convivio, I,I,1; C. Mercuri, p. 211). Non si tratta, certo, di minimizzare o rendere superfluo il sapere metodico e articolato, indubbiamente anche necessario, ma piuttosto di portare la conoscenza anche fuori dai templi inaccessibili, officiati dai sacerdoti del sapere che, talvolta, non vogliono né elargirla né condividerla, ma soltanto tenerla in ostaggio per servirsene ai fini del prestigio, del denaro, della carriera. Cioè di tutti coloro che «hanno fatto la lítteratura di donna meretrice» (Convivio, I,IX,4). Un'idea di cultura ancora oggi di stringente attualità. Resta, comunque, la percezione che dalla sua esperienza dell'esilio, e di cui anche il Convivio sembra essere una vibrante testimonianza – ben documentata dall'analisi di Chiara Mercuri –, Dante abbia tratto la convinzione che la lingua, quindi la letteratura, sia una casa del cuore, dove troviamo tutto ciò che non troviamo nel mondo: non solo l'anima e i sogni, ma l'immaginazione, la creazione, i fantasmi del passato e le utopie del presente (Stefano Jossa).

Il combattimento della fede

E poi resterebbe da commentare, anche fuori dal tema affrontato da Chiara Mercuri, quel combattimento della fede che Dante conduce nelle altre due cantiche del Purgatorio e del Paradiso: come ha fatto il poeta a superare tentazioni e contraddizioni della Chiesa del suo tempo, per certi versi in esilio dal vero spirito evangelico, fino ad affermare, in queste cantiche, una fede indefettibile? Di sicuro, anche Dante, come tanti veri cristiani, ha conosciuto bene il combattimento della fede, l'attesa del Veniente, di Gesù, che suscita nel mondo non solo indifferenza o disprezzo, ma anche persecuzione nel tessuto della storia. Perché al cuore di ogni tentazione, diceva André Louf, e non soltanto di quelle che vengono dall'esterno, ma anche di quelle che i credenti si portano dentro – «dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita» (Le 28,34) –, al cuore di ogni tentazione, e solo lì, la Chiesa può già intravedere misteriosamente il profilo del Veniente che essa attende con tanto amore, il Figlio dell'uomo, Gesù, che verrà con potenza e nella gloria.
Di fatto, ogni volta che il "mondo" si scaglia contro la chiesa e questa sembra andare incontro alla catastrofe, í veri e sinceri cristiani che hanno sostenuto il combattimento della fede rammentano allora le parole di Gesù: «Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina» (Lc 21,28). Come a dire che anche nei momenti di crisi, di smarrimento o di esilio, anche in questi drammatici momenti è sempre íl tempo della grazia di Dio, delle nuove opportunità e della speranza. È qui il combattimento della fede che anche Dante, come cristiano e come poeta, non ha potuto evitare o misconoscere. Sarebbe un lungo e consolante discorso, ma torniamo ancora all'esilio di Dante da cui abbiamo cominciato.
Non solo i migranti, dunque, nutrono un forte senso di esilio, di alienazione rispetto alla terra di provenienza e a quella perfino di arrivo. Il tema dell'estraneità rispetto a sé stessi, come annotava Catherine Dunne, o a un contesto circostante, conosce molte declinazioni ieri come oggi: l'alienazione fisica e psicologica rispetto al proprio corpo; l'alienazione rispetto alla propria famiglia o comunità culturale, linguistica, geografica di provenienza; l'alienazione dalle relazioni umane e perfino sentimentali in senso ampio. È la percezione dell'esilio, la sensazione di essere persi fra un "qui" e il desiderio di un "altrove", fuggendo, di volta in volta, dalla guerra, dalla fame e dal terrore, da sé stessi, da relazioni infelici, e cercando un'altra vita migliore.
Quella vita che il Dio del Vangelo promette "ai puri di cuore" e che Dante intravede al termine del suo viaggio ultramondano (Paradiso, XXXIII), quando, 'contemplando, al seno della Trinità, il mistero dell'incarnazione di Cristo – «mi parve pinta della nostra effige» –, pronuncia quel tema finale di «l'amor che move íl sole e l'altre stelle» (v. 145) chedà il senso di tutto il suo viaggio. E come commenta stupendamente Piero Boitani nel suo saggio Dante e le stelle (Castelvecchi, Roma 2017): «Nel porre il soggetto, "l'amor che move íl sole e l'altre stelle", nel verso finale, punto di convergenza e di precipitazione dell'intera frase, Dante è diventato come il sole e le altre stelle. Il suo desiderio è mosso, cioè ricreato da Dio, che allo stesso modo aveva mosso, cioè creato, le stelle all'inizio del poema. Dante, alla fine della Commedia, è diventato una stella» (pp. 42-43).
Anche la stella, per noi che siamo ancora nel viaggio della vita, del nostro esilio e dunque della nostra speranza.

(FEERIA, 2018/1 - n. 53 - pp. 3-8)