Perché il lavoro di celebri becchini di Dio non soddisfa schiere di nuovi affossatori dell’Assoluto?

Inserito in NPG annata 2009.

 

a cura dell’Ufficio PG-ILE – Giancarlo De Nicolò – Cristiana Freni

(NPG 2009-09-08)

Il percorso

Le dieci tappe proposte per questo percorso «A tu per tu con Dio» hanno una loro logica e sequenzialità.
* La prima tappa ha messo a fuoco il bisogno religioso che riemerge dopo un tempo di «secolarizzazione», ma in un contesto tale per cui esso ha bisogno di essere chiarito e purificato. Purificato dalle umanissime esigenze di securizzazione, dai residui di magismi, esso può rivelare una dimensione del profondo dell’uomo, il suo «essere religioso» come dimensione non solo accanto alle altre, ma fondante di esse. E che consiste nel non sentirsi la misura di sé e del mondo ma «sapere» di averli ricevuti in dono da Altro, con cui è in relazione. È il percorso del credito al mistero. * La seconda tappa procede oltre: passa dallo sguardo su di sé nel profondo al «fuori di sé», quella realtà verso cui il bisogno religioso, l’uomo religioso, tende, fuori dell’uomo ma intimamente in relazione con lui, non come uno accanto per caso ma come uno che è la Ragione, l’Assoluto, il Mistero di cui si cerca il nome, di cui si agogna di vedere il volto (cf Sal 27, 8-9: Il tuo volto, Signore, io cerco, non nascondermi il tuo Volto; Sal 41: Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio. L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio?). In questo contesto e con queste premesse veniamo al tema della seconda tappa. Offriamo abbondante materiale di lavoro (non sarà sempre così!), perché il tema è davvero affascinante e ampio.

DIO C’È

Enucleiamo alcuni temi notevoli che è necessario esplicitare e su cui si può già iniziare una riflessione (con l’aiuto dei materiali riportati). * Intanto è importante notare come tutti si collocano di fronte alla «realtà» di Dio, come un qualcosa con cui bisogna fare i conti, non come una minuzia secondaria nella vita. Che Dio ci sia o non ci sia, non è affatto irrilevante per l’uomo, come una mera ipotesi di lavoro. Anzi, tocca in maniera determinante la sua esistenza, determinandone dunque la sua «tragicità» (si vedrà meglio nella scheda sotto).

L’assalto al monte di Dio: Nietzsche e gli altri 
Non si potrà certo affermare che non si prende sul serio il filosofo tedesco e gli altri che lo precedono e ne sono seguaci. Possiamo passarli in rassegna, per verificare la logica della riflessione, i diversi punti di partenza, l’argomentazione. Ecco alcune domande-guida per l’analisi critica. Esiste un qualcosa in comune tra questi pensatori? Quali le principali differenze? Quale concezione di Dio e di uomo emerge? La loro riflessione può essere contestualizzata in una visione di cristianesimo e società (ogni pensiero ha una sua collocazione socio-culturale)? C’è un qualcosa di «vero» nelle critiche a Dio (e alla religione) che ogni onesto cercatore di Dio deve accogliere e meditare?
– Feuerbach: Dio, una proiezione dell’uomo: «La religione, per lo meno quella cristiana, è l’insieme dei rapporti dell’uomo con se stesso o meglio con il proprio essere, riguardato come un altro essere. L’essere divino non è nient’altro che l’essere dell’uomo liberato dai limiti dell’individuo, cioè dai limiti della corporeità e della realtà, e oggettivato, ossia contemplato e adorato come un altro essere da lui distinto. Tutte le qualificazione dell’essere divino sono perciò qualificazione dell’essere umano. Da questa illusione occorre liberarsi per ricuperare la dignità dell’uomo». («Per arricchire Dio, l’uomo deve impoverirsi; affinché Dio sia tutto, l’uomo deve essere nulla»).
– Marx: Dio, una consolazione condizionata da interessi, un prodotto dell’alienazione religiosa: «La religione è la teoria generale di questo mondo… , la sua sanzione morale, il suo completamento solenne, la sua ragione generale di giustificazione e di conforto. È la realizzazione fantastica dell’essenza umana, perché l’essenza umana non ha vera realtà. La lotta contro la religione è così mediatamente la lotta contro quel mondo di cui la religione è la quintessenza spirituale».
– Freud: Dio, un’illusione infantile: «Le rappresentazioni religiose non sono precipitati dell’esperienza o risultati finali del pensiero… ma illusioni, appagamenti dei desideri più antichi, più forti, più pressanti dell’umanità; il segreto della loro forza è la forza di questi desideri».
– Di Nietzsche riportiamo qui (con la sua provocante forza poetica e tutta la sua drammaticità) la pagina che richiama gli abissi vertiginosi del dramma di un Dio ucciso, il famoso passo dell’aforisma n. 125 da «La gaia scienza». Esso offrirà lo spazio per riflessioni e dibattiti intensi (Dio è morto; noi l’abbiamo ucciso; le conseguenze; le chiese come sepolcri di Dio; un destino ancora da rivelare e che deve pienamente essere compreso…).

L’uomo folle

Avete sentito di quel folle uomo che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente: «Cerco Dio! Cerco Dio!». E poiché proprio là si trovavano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio, suscitò grandi risa. «È forse perduto?» disse uno. «Si è perduto come un bambino?» fece un altro. «Oppure sta ben nascosto? Ha paura di noi? Si è imbarcato? È emigrato?», gridavano e ridevano in una gran confusione. Il folle uomo balzò in mezzo a loro e li trapassò con i suoi sguardi: «Dove se n’è andato Dio?», gridò, «ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto questo? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia? Chi ci dètte la spugna per strusciar via l’intero orizzonte? Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci moviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto più freddo? Non seguita a venire notte, sempre più notte? Non dobbiamo accendere lanterne la mattina? Dello strepito che fanno i becchini mentre seppelliscono Dio, non udiamo dunque nulla? Non fiutiamo ancora il lezzo della divina putrefazione? Anche gli dèi si decompongono! Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! Come ci consoleremo noi, gli assassini di tutti gli assassini? Quanto di più sacro e di più possente il mondo possedeva fino ad oggi, si è dissanguato sotto i nostri coltelli; chi detergerà da noi questo sangue? Con quale acqua potremmo noi lavarci? Quali riti espiatori, quali giochi sacri dovremo noi inventare? Non è troppo grande, per noi, la grandezza di questa azione? Non dobbiamo noi stessi diventare dèi, per apparire almeno degni di essa? Non ci fu mai un’azione più grande: tutti coloro che verranno dopo di noi apparterranno, in virtù di questa azione, ad una storia più alta di quanto mai siano state tutte le storie fino ad oggi!». A questo punto il folle uomo tacque, e rivolse di nuovo lo sguardo sui suoi ascoltatori: anch’essi tacevano e lo guardavano stupiti. Finalmente gettò a terra la sua lanterna che andò in frantumi e si spense. «Vengo troppo presto, proseguì, non è ancora il mio tempo. Questo enorme avvenimento è ancora per strada e sta facendo il suo cammino: non è ancora arrivato fino alle orecchie degli uomini. Fulmine e tuono vogliono tempo, il lume delle costellazioni vuole tempo, le azioni vogliono tempo, anche dopo essere state compiute, perché siano vedute e ascoltate. Quest’azione è ancora sempre più lontana da loro delle più lontane costellazioni: eppure son loro che l’hanno compiuta!». Si racconta ancora che l’uomo folle abbia fatto irruzione, quello stesso giorno, in diverse chiese e quivi abbia intonato il suo Requiem aeternam Deo. Cacciatone fuori e interrogato, si dice che si fosse limitato a rispondere invariabilmente in questo modo: «Che altro sono ancora queste chiese, se non le fosse e i sepolcri di Dio?».

– Dopo Nietzsche, non possiamo non citare Jean-Paul Sartre, il cui «umanesimo» è una dichiarazione contro Dio, che – se esistesse – violenterebbe o ucciderebbe la libertà dell’uomo («Dio è il Silenzio, Dio è l’Assenza, Dio è la Solitudine degli uomini», da Il diavolo e il buon Dio, 1951) 
– I moderni «affossatori» dell’assoluto (di cui abbiamo parlato la volta scorsa e che possiamo riassumere – alquanto banalmente – in una dichiarazione di fede di Augias nel suo libro-dialogo con Mancuso Disputa su Dio e dintorni: «Non credo che siamo stati creati per volontà di qualche dio; tanto meno che siamo fatti a sua immagine e somiglianza… Non credo che la nostra vita su questa terra abbia alcun significato trascendente; non credo che ci sia un’altra vita dopo Avete sentito di quel folle uomo che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente: «Cerco Dio! Cerco Dio!». E poiché proprio là si trovavano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio, suscitò grandi risa. «È forse perduto?» disse uno. «Si è perduto come un bambino?» fece un altro. «Oppure sta ben nascosto? Ha paura di noi? Si è imbarcato? È emigrato?», gridavano e ridevano in una gran confusione. Il folle uomo balzò in mezzo a loro e li trapassò con i suoi sguardi: «Dove se n’è andato Dio?», gridò, «ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto questo? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia? Chi ci dètte la spugna per strusciar via l’intero orizzonte? Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci moviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto più freddo? Non seguita a venire notte, sempre più notte? Non dobbiamo accendere lanterne la mattina? Dello strepito che fanno i becchini mentre seppelliscono Dio, non udiamo dunque nulla? Non fiutiamo ancora il lezzo della divina putrefazione? Anche gli dèi si decompongono! Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! Come ci consoleremo noi, gli assassini di tutti gli assassini? Quanto di più sacro e di più possente il mondo possedeva fino ad oggi, si è dissanguato sotto i nostri coltelli; chi detergerà da noi questo sangue? Con quale acqua potremmo noi lavarci? Quali riti espiatori, quali giochi sacri dovremo noi inventare? Non è troppo grande, per noi, la grandezza di questa azione? Non dobbiamo noi stessi diventare dèi, per apparire almeno degni di essa? Non ci fu mai un’azione più grande: tutti coloro che verranno dopo di noi apparterranno, in virtù di questa azione, ad una storia più alta di quanto mai siano state tutte le storie fino ad oggi!». A questo punto il folle uomo tacque, e rivolse di nuovo lo sguardo sui suoi ascoltatori: anch’essi tacevano e lo guardavano stupiti. Finalmente gettò a terra la sua lanterna che andò in frantumi e si spense. «Vengo troppo presto, proseguì, non è ancora il mio tempo. Questo enorme avvenimento è ancora per strada e sta facendo il suo cammino: non è ancora arrivato fino alle orecchie degli uomini. Fulmine e tuono vogliono tempo, il lume delle costellazioni vuole tempo, le azioni vogliono tempo, anche dopo essere state compiute, perché siano vedute e ascoltate. Quest’azione è ancora sempre più lontana da loro delle più lontane costellazioni: eppure son loro che l’hanno compiuta!». Si racconta ancora che l’uomo folle abbia fatto irruzione, quello stesso giorno, in diverse chiese e quivi abbia intonato il suo Requiem aeternam Deo. Cacciatone fuori e interrogato, si dice che si fosse limitato a rispondere invariabilmente in questo modo: «Che altro sono ancora queste chiese, se non le fosse e i sepolcri di Dio?». L’uomo folle la morte, sono convinto che con l’ultimo respiro tutto finisca e che ciò che era polvere torni a essere polvere, o cenere, torni cioè nel grande flusso dell’Essere» (che se non altro ha il pregio di mostrare come intimamente connesso al problema di Dio c’è tutta la vicenda umana). 

Il grande equivoco 
E se Dio fosse tutta un’altra cosa, una vera buona notizia?

Il cammino «dall’altro lato della montagna» e la vera ricerca, di mente e cuore, in una relazione di accoglienza della verità della propria vita: che si esiste, si è pensati e amati da un Dio amore. Proprio per le varie citazioni dell’Autore a Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry, riportiamo (al termine di queste pagine) per intero il famoso brano, sia per contestualizzarlo che per accogliere-suscitare altre suggestioni.

ATTIVITÀ

1. Racconti che dischiudono risposte (e riaprono le domande)

Il messaggio dell’imperatore

Franz Kafka 

L’imperatore – così si racconta – ha inviato a te, a un singolo, a un misero suddito, minima ombra sperduta nella più lontana delle lontananze dal sole imperiale, proprio a te l’imperatore ha inviato un messaggio dal suo letto di morte. Ha fatto inginocchiare il messaggero al letto, sussurrandogli il messaggio all’orecchio; e gli premeva tanto che se l’è fatto ripetere all’orecchio. Con un cenno del capo ha confermato l’esattezza di quel che gli veniva detto. E dinanzi a tutti coloro che assistevano alla sua morte (tutte le pareti che lo impediscono vengono abbattute e sugli scaloni che si levano alti ed ampi son disposti in cerchio i grandi del regno) dinanzi a tutti loro ha congedato il messaggero. Questi s’è messo subito in moto; è un uomo robusto, instancabile; manovrando or con l’uno or con l’altro braccio si fa strada nella folla; se lo si ostacola, accenna al petto su cui è segnato il sole, e procede così più facilmente di chiunque altro. Ma la folla è così enorme; e le sue dimore non hanno fine. Se avesse via libera, all’aperto, come volerebbe! e presto ascolteresti i magnifici colpi della sua mano alla tua porta. Ma invece come si stanca inutilmente! ancora cerca di farsi strada nelle stanze del palazzo più interno; non riuscirà mai a superarle; e anche se gli riuscisse non si sarebbe a nulla; dovrebbe aprirsi un varco scendendo tutte le scale; e anche se gli riuscisse, non si sarebbe a nulla: c’è ancora da attraversare tutti i cortili; e dietro a loro il secondo palazzo e così via per millenni; e anche se riuscisse a precipitarsi fuori dell’ultima porta – ma questo mai e poi mai potrà avvenire – c’è tutta la città imperiale davanti a lui, il centro del mondo, ripieno di tutti i suoi rifiuti. Nessuno riesce a passare di lì e tanto meno col messaggio di un morto. Ma tu stai alla finestra e ne sogni, quando giunge la sera.
(Franz Kafka, La metamorfosi e altri racconti, Mondadori)

Dentro di te

Una bimbetta si trovava con il nonno accanto ad un vecchio pozzo. Avevano appena calato un secchio e attinto dell’acqua per dissetarsi.
– Nonno – chiese la bambina – dove abita Dio?
Il vecchio sollevò da terra la nipotina e la affacciò all’orlo del pozzo.
– Guarda giù – le disse – e dimmi cosa vedi.
– Vedo un riflesso di me stessa – rispose la bambina.
– Ebbene, Dio abita lì – disse il nonno. – Vive dentro di te.
P. D’Aubrigy (ed.), Il libro degli esempi, Gribaudi, Milano 1995, p.43.

Appeso alla forca

I tre condannati salirono insieme sulle loro seggiole. I tre colli vennero introdotti contemporaneamente nei nodi scorsoi.
– Viva la libertà! – gridarono i due adulti.
Il piccolo, lui, taceva.
– Dov’è il Buon Dio? Dov’e? – domandò qualcuno dietro di me.
A un cenno del capo del campo le tre seggiole vennero tolte. Silenzio assoluto. All’orizzonte il sole tramontava.
Scopritevi! – urlò il capo del campo. La sua voce era rauca.
Quanto a noi, noi piangevamo.
– Copritevi!
Poi cominciò la sfilata. I due adulti non vivevano più. La lingua pendula, ingrossata, bluastra. Ma la terza corda non era immobile: anche se lievemente il bambino viveva ancora... Più di una mezz’ora restò così, a lottare fra la vita e la morte, agonizzando sotto i nostri occhi. E noi dovevamo guardarlo bene in faccia. Era ancora vivo quando gli passai davanti. La lingua era ancora rossa, gli occhi non ancora spenti.
Dietro di me udii il solito uomo domandare: – Dov’è dunque Dio?
E io sentivo in me una voce che gli rispondeva: – Dov’è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca...
(E. Wiesel, La notte, Giuntina, Firenze 1980, pp. 52-53)

La lezione dell’anatra

Due ricchi mercanti decisero un giorno di mettersi alla ricerca della cosa più preziosa del mondo. Si sarebbero ritrovati quando l’avessero trovata. Il primo non ebbe dubbi: partì alla ricerca di una gemma. Attraversò mari e deserti, salì montagne e visitò città sinché non l’ebbe trovata: era la più splendida gemma che avesse mai rifulso sotto il sole. Tornò allora in patria in attesa dell’amico. Molti anni passarono prima che questi arrivasse, era infatti partito alla ricerca di Dio. Aveva consultato i più celebrati maestri di tutte le contrade, ma non aveva trovato Dio. Aveva studiato e letto, ma senza trovare Dio. Aveva rinunciato a tutto, ma Dio non lo aveva trovato. Un giorno, mentre dopo tanto cercare stava seduto sulle rive di un fiume, vide un’anatra che in mezzo ai canneti cercava i piccoli che s’erano allontanati da lei, i piccoli erano numerosi e birichini, sino al calar del sole l’anatra cercò, sinché non ebbe ricondotto sotto la sua ala l’ultimo dei suoi nati. Allora l’uomo sorrise e fece ritorno al paese. Quando l’amico lo rivide gli mostrò la sua gemma e poi trepidando gli chiese: – E tu , che cos’hai trovato di prezioso? Qualcosa di magnifico, se hai impiegato tanti anni. Lo vedo dal tuo sorriso… – Ho cercato Dio – rispose l’altro. – E lo hai trovato? – chiese l’amico sbalordito. – Ho scoperto che era lui che cercava me.
P. D’Aubrigy (ed.), Il libro degli esempi, Gribaudi, Milano 1995, p.148.

Quattro racconti sulla ricerca. Chi non cerca (o non attende) non trova o non ha la possibilità di poter trovare. Il primo, di Kafka, ha un che di angosciante, forse pessimista. Arriverà mai il messaggio affidato al messaggero? Non c’è una distanza infinita tra l’imperatore e il destinatario? Come sarà possibile colmarla? Quale uomo potrà colmare l’infinito varco? Non è necessario qualcosa in più che un umano messaggero? E se Dio stesso fosse insieme colui che confida il messaggio e colui che lo porta fuori della città imperiale? E intanto tu stai là, alla finestra, guardando l’orizzonte, e aspetti, e sogni, e speri. Alla sera del giorno e della vita. Vale la pena coltivare l’attesa, la speranza, la fiducia? L’attesa, la risposta misteriosa di un Deus Absconditus, richiedono l’esercizio doloroso della pazienza. Ma la grandiosità del racconto è proprio nella sicura certezza di un messaggio che parte da un Destinatario che ha pensato precisamente il mittente. Il quale, nonostante tutto è disposto a restare affacciato alla finestra. La finestra dunque è il varco nel muro del nulla di oggi. Kafka la tematizza con quella lucidità onirica che lo ha reso uno dei letterati più straordinari del XX secolo. Si può lavorare con i giovani sul bisogno della ricerca, sugli atteggiamenti corretti (l’animo limpido, senza pregiudizi, aperto…) della ricerca, sul dove della ricerca, sui possibili «rischi» della ricerca. Si apre però anche il grosso tema dell’«assenza», il fatto di non trovarlo là dove lo cerchiamo, o la sua possibile presenza là dove la nostra domanda o ricerca sprofondano nell’abisso dell’incomprensione, del dolore, del mistero. Dove dunque cercare Dio, dove trovarlo, dove riconoscerlo? Un’altra peculiarità della ricerca umana è però anche il fatto che essa è comunque iscritta dentro un’altra ricerca precedente e che la fonda: perché un Altro prima cerca me… A questo punto un recente testo può aiutare nella riflessione e nell’allargamento degli orizzonti: il cap. 5 della prima parte della Lettera ai cercatori di Dio, dal titolo «La sfida di Dio».

2. L’angolo della poesia

Se esiste una voce capace di esprimere i tortuosi percorsi dell’animo e di dischiudere il mistero, è quella della poesia. Potremmo citare – tra i tanti – la recentemente scomparsa Alda Merini. Diamo spazio invece a una poetessa tra le più sensibili e originali del sec. XIX, l’americana Emily Dickinson (1830-1886).

Componimento 377 (502)

At least – to pray – is left – is left –
Oh Jesus – in the Air –
I know not which thy chamber is –
I’m knocking – everywhere –
Thou settest Earthquake in the South –
And Maelstrom, in the Sea –
Say, Jesus Christ of Nazareth –
Hast thou no Arm for Me?

Almeno – pregare – rimane – rimane –
oh Gesù – nell’aria –
non so quale sia la tua stanza –
ma busso – dappertutto –
Poni il terremoto nel mezzogiorno –
e l’uragano nel mare –
Dimmi, Gesù Cristo di Nazaret –
Non hai un braccio per me?

Ecco un testo che esprime molto bene la ricerca della quale non può fare a meno nessun cuore umano. Quando Emily tenta di sottrarsi al trascendente, subito la rincalza senza tregua la nostalgia di Dio. E dunque la richiesta di amicizia, di compagnia. Il braccio di Gesù, nella voragine di terremoti e uragani del profondo, risulta così l’Appoggio sicuro. Quello che non vacilla. Dopo il tanto bussare, la richiesta dolcissima, intima dell’approdo. Lo stile è tipico, con questa punteggiatura anomala, del simbolismo densissimo della parola della poetessa, oggi caso mondiale. Un altro struggente componimento legato alla ricerca ma anche alla certezza approdante di essa è il seguente.

Componimento 800 (1052)

I never saw a Moor –
I never saw the Sea –
Yet know I how the Heather looks
And what a Billow be –
I never spoke with God
Nor visited in Heaven –
Yet certain am I of the spot
As if the Checks were given

Non ho mai visto una brughiera –
non ho mai visto il mare –
eppure so che aspetto ha l’erica
e cosa sia un’ondata.
Non ho mai parlato con Dio
né visitato il cielo –
eppure sono certa del luogo
come se avessi in mano il biglietto –

3. Canzone-forum

LA STAZIONE DI ZIMA Roberto Vecchioni (tratto dall’Album Vecchioni Studio Collection, 1998)

C’è un solo vaso di gerani dove si ferma il treno,
e un unico lampione che si spegne se lo guardi,
e il più delle volte non c’è ad aspettarti nessuno,
perché è sempre troppo presto o troppo tardi.
- Non scendere – mi dici, –
continua con me questo viaggio! –
e così sono lieto di apprendere
che hai fatto il cielo e milioni di stelle
inutili come un messaggio,
per dimostrarmi che esisti,
che ci sei davvero:
ma vedi, il problema non è che tu sia o non ci sia:
il problema è la mia vita quando non sarà più la mia,
confusa in un abbraccio senza fine,
persa nella luce tua sublime,
per ringraziarti non so di cosa
e perché.
Lasciami questo sogno disperato di esser uomo,
lasciami quest’orgoglio smisurato
di esser solo un uomo:
perdonami, Signore, ma io scendo qua,
alla stazione di Zima.
Alla stazione di Zima qualche volta c’è il sole:
e allora usciamo tutti a guardarlo,
e a tutti viene in mente che cantiamo
la stessa canzone con altre parole,
e che ci facciamo male perché non ci capiamo niente.
E il tempo non s’innamora due volte
di uno stesso uomo;
abbiamo la consistenza lieve delle foglie:
ma ci teniamo la notte, per mano,
stretti fino all’abbandono,
per non morire da soli quando il vento ci coglie:
perché vedi, l’importante non è che tu ci sia o non ci sia:
l’importante è la mia vita finché sarà la mia:
con te, Signore è tutto così grande,
così spaventosamente grande, che non è mio,
non fa per me.
Guardami, io so amare soltanto come un uomo:
guardami, a malapena ti sento, e tu sai dove sono...
ti aspetto qui, Signore, quando ti va, alla stazione di Zima.

Il metodo per un lavoro proficuo attorno alle canzoni è certamente lasciare libertà di commento e interpretazione. Verrà fuori molto più di quanto prevedibilmente immaginato dall’animatore. Vorremmo qui però indicare l’espressione di quell’equivoco di cui nell’articolo: un Dio che non c’entra con la vita o che ne è indifferente. Cosa c’è nella mia «stazione di Zima»? È il segno che mi voglio riappropriare di essa e che vedo Dio non come alleato ma come indifferente quando non invasore?

4. Prove di esistenza?

Che fare delle «vecchie» dimostrazioni dell’esistenza di Dio? A che servono? Aconfermare quello che uno ha già deciso in cuor suo di accettare o meno? Per questo rinviamo a… un sito particolare: quello dell’Unione Atei e degli Agnostici Razionalisti, che presentano i diversi argomenti della tesi (con una replica). Può essere un’ottima piattaforma di dialogo e discussione, appunto perché «dalla parte dell’altro»: http://www.uaar.it/ateismo/inesistenza-di-dio. Gli argomenti sono suddivisi in due grandi parti: gli argomenti dei credenti (tra cui la prova ontologica, cosmologica, teleologica, la scommessa di Pascal, l’argomento morale, il consenso universale, i testi sacri…) e quelle dei non credenti (l’assenza di evidenze, la presenza del male, l’incoerenza degli attributi di Dio, la complessità di Dio, le neuroscienze…). Questo può essere il momento di un vero e proprio affrontamento di ragione dei vari argomenti pro o contro Dio… almeno a livello culturale, sapendo che una vera e propria dimostrazione non si dà. È questione di atteggiamento di fronte alla realtà e alla vita (vedi qui sotto Küng). Per ulteriori approfondimenti, si può appunto vedere l’argomentazione di Hans Küng nel suo Dio esiste?, che fondamentalmente la pone come una questione di fiducia, ma motivata e giustificata razionalmente, e come «dono» per la fede. 5. Cineforum Visione del film: NON È MAI TROPPO TARDI, di Bob Reiner, USA 2007, Warner Bros Italia. Edward Cole è un magnate d’industria multimilionario, autoreferenziale, egoista e agnostico. Carter Chambers un umile meccanico afroamericano, credente e morigerato. I due uomini, malati terminali, si trovano a condividere la stessa stanza di ospedale. Nonostante le differenti origini e classi sociali, sono entrambi determinati a non subire passivamente il destino che è stato loro riservato. Decisi a realizzare tutto ciò che non hanno mai potuto fare per mancanza di tempo, denaro o per pigrizia, i due fuggono dall’ospedale e si imbarcano insieme in un’avventura straordinaria. Lungo il percorso, oltre a depennare dalla lista le esperienze compiute, i due uomini impareranno anche a riscoprire se stessi, le gioie e i veri valori della vita prima che per loro sia troppo tardi. Dopo la visione del film (o in un incontro ulteriore), dividere il gruppo in due sottogruppi. Al primo si può affidare la personificazione della figura di Edward Cole e al secondo quella di Carter Chambers. Ogni gruppo deve definire a pieno le caratteristiche dei due personaggi e la loro visione della vita. Al termine di questo percorso i due gruppi si confrontano/scontrano sostenendo le due tesi. Lo step successivo chiede di affidare ad uno dei due sottogruppi la preparazione di un cartellone con materiali (immagini, testi, slogan, ecc …) utili ad una definizione di una «vita libera da Dio»; il secondo sottogruppo deve invece cercare di elaborare il proprio cartellone per definire una «vita realizzata in Dio». Al termine i due sottogruppi si confrontano sul prodotto del proprio lavoro. Il conduttore/animatore/insegnante dovrà aiutare a mantenere i dibattiti entro i limiti del tema proposto e a fare sintesi alla fine di ogni step. E il tempo non s’innamora due volte di uno stesso uomo; abbiamo la consistenza lieve delle foglie: ma ci teniamo la notte, per mano, stretti fino all’abbandono, per non morire da soli quando il vento ci coglie: perché vedi, l’importante non è che tu ci sia o non ci sia: l’importante è la mia vita finché sarà la mia: con te, Signore è tutto così grande, così spaventosamente grande, che non è mio, non fa per me Guardami, io so amare soltanto come un uomo: guardami, a malapena ti sento, e tu sai dove sono... ti aspetto qui, Signore, quando ti va, alla stazione di Zima.

6. Una indagine linguistica

La parola Dio (nel latino e lingue derivate) e God-Gott in quella anglosassone rimandano a radici linguistiche significative. Alcuni accenni sono fatti in Wikipedia: luce e invocazione. (ll termine «Dio» è connesso con la radice indoeuropea: *div/*dev/*diu/*dei, che ha il valore di «luminoso, splendente, brillante, accecante» collegati ad analogo significato con il sanscrito dyáuh) (The English word itself is derived from the Proto-Germanic g_udan. Most linguists agree that the reconstructed Proto-Indo-European form *g´hu-tó-m was based on the root *g´hau( )-, which meant either «to call» or «to invoke»). Quale «senso» ha questa derivazione? Quali strati semantici si condensano nelle parole utilizzate poi dall’umanità per riferirsi a Dio e quali «bisogni»-credenze-intuizioni esprimono? Come parla di Dio e dell’uomo, e del loro rapporto? Quali elementi della natura (o celesti) vengono chiamati in aiuto per formulare il concetto che denomina una realtà Superiore?

7. Un approccio dall’arte

Apparizione Moreau

L’apparizione Gustave Moreau, cm.142x103, Parigi, Musee Gustave Moreau, olio su tela, 1874-1876.

È la fine dell’Ottocento: la disillusione, le facciate vittoriane coprono le miserie casalinghe, il naturalismo francese porta a galla le falle del sistema borghese e Gustave Moreau (Parigi, 6 aprile 1826 – Parigi, 18 aprile 1898), un pittore ossessionato dai suoi stessi soggetti, lavora alla composizione della sensuale Salomè. Inaspettatamente, però, versione dopo versione, qualcosa di strano si fa largo e rapisce sempre di più la luce pittorica dell’insieme… un’apparizione. Salomè, datato 1871, mostra pienamente tutti caratteri dell’estetica di Moreau: orientalismi, tinte pure emergenti dalla struttura dei caldi bruni, imponenza delle figure umane, solenne verticalità architettonica e luce magica, in un insieme che precorre e ispirerà la nascita del movimento simbolista. La perfezione formale globale e del dettaglio in Salomè è scevra di qualsiasi inquietudine… dunque perché far emergere in macabra apparizione la testa mozzata di Giovanni Battista? Neanche negli episodi evangelici in cui è citata la principessa (Mc 6, 17-28; Mt 14, 3-11) si parla del miraggio spettrale aleggiante al centro della tela. L’ipotesi di una mera drammatizzazione dell’episodio appare semplicistica: al tramonto del Novecento, la mano di un artista di ideali sincretici e dalle aspirazioni esotiche ed estetiche decadenti lascia comparire in una composizione perfettamente armonica la presenza cupa ed inquietante di un martire sospesa nello spazio, esclusa dalle fonti, immotivatamente apparsa … l’inserimento crea un’inquietudine più profonda. L’apparizione per Moreau è forse il senso del sacro che scaturisce dalla sua mano anche in una scena assolutamente profana, sensuale, erotica, esotica e di perfetta armonia formale? È la luce inaspettata e inquietante che erompe centralmente nonostante la presenza di quella naturale della finestra in alto e di quella che illumina il corpo statuario di Salomè? È un mistero, forse il e Mistero, quello che è insito nell’animo umano e che ogni tanto, senza preavviso, si rivela a chi sa lasciarlo emergere?

• Mi è capitato, nel tram-tram quotidiano, di scorgere improvvisamente segni della presenza di Dio?

• Sono capace, nel quadro della mia vita, di far emergere dettagli inequivocabili della presenza divina?

• Perché, secondo te, la presenza divina si rivela spesso sotto forma di luce? Cosa significa per la tua vita che Dio è Luce?

8. E allora, quale la tua risposta convinta e convincente alla domanda di partenza: Perché il lavoro di celebri becchini di Dio non soddisfa schiere di nuovi affossatori dell’Assoluto?

Per continuare (o materiali da sfruttare)…

Film (schede film scaricabili da www.acec.it)
• COSÌ LONTANO, COSÌ VICINO, di Wim Wenders, Germania 1993, Medusa Film.
• CUORE SACRO, di Ferzan Ozpetek, Italia 2005, Medusa Film.
• IL SETTIMO SIGILLO, di Ingmar Bergmann (se Dio non esiste, l’intera esistenza è un vuoto senza fine).

 

«Perché non è possibile cogliere Dio coi propri sensi? Per quale ragione si nasconde tra mille e mille promesse e preghiere sussurrate e incomprensibili miracoli? Perché io dovrei avere fede nella fede degli altri? Che cosa sarà di coloro i quali non sono capaci né vogliono avere fede? Perché non posso uccidere Dio in me stesso? Perché continua a vivere in me sia pure in modo vergognoso e umiliante anche se io lo maledico e voglio strapparlo dal mio cuore? E perché nonostante tutto egli continua a essere uno struggente richiamo di cui non riesco a liberarmi?» (Antonius Block nel film Il settimo sigillo)


Libri
• E De Luca, G. Matino, Almeno 5, Feltrinelli 2008.
• G.L. Ferretti, Reduce, Mondadori 2008.
• E. Hillesum, Pagine mistiche, tradotte e commentate da Cristiana Dobner, Ancora 2007.
• C. Mc Carthy, Trilogia della frontiera: Cavalli selvaggi – Oltre il confine –, Città della pianura, Einaudi 2008.
• G. Tunström, Il ladro della Bibbia, Iperborea 2006.

Per i lettori con gusti più filosofici, segnaliamo i seguenti:
• Adrienne Von Speyer, L’uomo di fronte a Dio, Jaca Book, 1991 (nel solco fenomenologico-husserliano).
• Simone Weil, Attesa di Dio, Adelphi 2008.
• Sabino Palumbieri, L’ateismo e l’uomo, Dehoniane, Napoli 1986
• Hans Küng, Dio esiste?, Mondadori 1979.
• Giuseppe Schillaci, Generati da un Altro, Città Aperta 2007 (soprattutto il cap. «L’idolatria nella società di oggi»).
• Luis Romera, Finitudine e trascendenza, Edizioni USC 2006.
• P. Barcellona-F. Ventorino, L’ineludibile questione di Dio, Marietti 2009.
• Richard Dawking, L’illusione di Dio, Mondadori 2007.

Musica

• PGR, ULTIME NOTIZIE DI CRONACA, Mercury, 2009.
• Roberto Vecchioni, MA CHE RAZZA DI DIO C’È NEL CIELO! (Album Il lanciatore di coltelli, 2002)

L’essenziale è invisibile agli occhi

Antoine de Saint-Exupéry

In quel momento apparve la volpe. «Buon giorno», disse la volpe. «Buon giorno», rispose gentilmente il piccolo principe, voltandosi: ma non vide nessuno. «Sono qui», disse la voce, «sotto al melo...». «Chi sei?» domandò il piccolo principe, «sei molto carino...». «Sono una volpe», disse la volpe. «Vieni a giocare con me», le propose il piccolo principe, «sono così triste...». «Non posso giocare con te» disse la volpe, «non sono addomesticata». «Ah! scusa», fece il piccolo principe. Ma dopo un momento di riflessione soggiunse: «Che cosa vuol dire «addomesticare»?». «Non sei di queste parti tu», disse la volpe, «che cosa cerchi?». «Cerco gli uomini», disse il piccolo principe. «Che cosa vuol dire «addomesticare»?». «Gli uomini», disse la volpe, «hanno dei fucili e cacciano. È molto noioso! Allevano anche delle galline. È il loro solo interesse. Tu cerchi delle galline?». «No», disse il piccolo principe. «Cerco degli amici. Che cosa vuol dire «addomesticare»?». «È una cosa da molto dimenticata. Vuol dire «creare dei legami»...». «Creare dei legami?». «Certo», disse la volpe. «Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo». «Comincio a capire», disse il piccolo principe. «C’è un fiore... credo che mi abbia addomesticato...». «È possibile», disse la volpe.» Capita di tutto sulla Terra...». «Oh! non è sulla Terra», disse il piccolo principe. La volpe sembrò perplessa: «Su un altro pianeta?». «Sì». «Ci sono dei cacciatori su questo pianeta?». «No». «Questo mi interessa! E delle galline?». «No». «Non c’è niente di perfetto», sospirò la volpe. Ma la volpe ritornò alla sua idea: «La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. Ed io mi annoio perciò. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi laggiù in fondo, i campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano...». La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe: »Per favore... addomesticami», disse. «Volentieri», rispose il piccolo principe, «ma non ho molto tempo, però. ho da scoprire degli amici, e da conoscere molte cose». «Non si conoscono che le cose che si addomesticano», disse la volpe. «Gli uomini non hanno più il tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fat- te. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!». «Che cosa bisogna fare?» domandò il piccolo principe. «Bisogna essere molto pazienti», rispose la volpe. «In principio tu ti siederai un po’ lontano da me, così, nell’erba. Io ti guarderò con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ più vicino...». Il piccolo principe ritornò l’indomani. «Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora», disse la volpe. «Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore... Ci vogliono i riti». «Che cos’è un rito?» disse il piccolo principe. «Anche questa è una cosa da tempo dimenticata», disse la volpe. «È quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un’ora diversa dalle altre ore. C’è un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedì ballano con le ragazze del villaggio. Allora il giovedì è un giorno meraviglioso! Io mi spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi, i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza». Così il piccolo principe addomesticò la volpe. E quando l’ora della partenza fu vicina: «Ah!», disse la volpe, «... piangerò». «La colpa è tua», disse il piccolo principe, «io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi...». «È vero», disse la volpe. «Ma piangerai!» disse il piccolo principe. «È certo», disse la volpe. «Ma allora che ci guadagni?». «Ci guadagno», disse la volpe, «il colore del grano». Poi soggiunse: «Va’ a rivedere le rose. Capirai che la tua è unica al mondo. Quando ritornerai a dirmi addio, ti regalerò un segreto». Il piccolo principe se ne andò a rivedere le rose. «Voi non siete per niente simili alla mia rosa, voi non siete ancora niente», disse. «Nessuno vi ha addomesticato, e voi non avete addomesticato nessuno. Voi siete come era la mia volpe. Non era che una volpe uguale a centomila altre. Ma ne ho fatto il mio amico ed ora è per me unica al mondo». E le rose erano a disagio. «Voi siete belle, ma siete vuote», disse ancora. «Non si può morire per voi. Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi, Perché è che ho innaffiata. Perché è lei che ho messa sotto la campana di vetro. Perché è lei che ho riparata col paravento. Perché su di lei ho uccisi i bruchi (salvo i due o tre per le farfalle). Perché è lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perché è la mia rosa». E ritornò dalla volpe. «Addio», disse. «Addio», disse la volpe. «Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi». «L’essenziale è invisibile agli occhi», ripeté il piccolo principe, per ricordarselo. «È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante». «È il tempo che ho perduto per la mia rosa...» sussurrò il piccolo principe per ricordarselo. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa...». «Io sono responsabile della mia rosa...» ripetè il piccolo principe per ricordarselo.